2019-02-05
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Fornire una regolarizzazione significa normalizzare la possibilità di ammazzarsi.
Purtroppo, in questi ultimi giorni, è ripartito l’assurdo treno della legalizzazione del suicidio attraverso assistenza medica, con la garanzia dello Stato. C’è da rimanere senza parole di fronte all’idea che si possa pensare di rendere legale - quindi, protetto dal diritto, da una legge ad hoc - un evento sempre tragico come il suicidio.
Siamo al confine della follia, tanto più grave e drammatica perché tutelata dal potere dello Stato, di portare nell’empireo dei grandi valori umani - come libertà, uguaglianza, salute, vita - un evento doloroso, ma pur sempre assolutamente negativo, come il suicidio. Non si tratta di esprimere giudizi morali sulla persona che si sta orientando verso la scelta di interrompere volontariamente la propria vita - mai, a nessun uomo è dato di conoscere fino in fondo che cosa sta passando nel cuore e nella mente di un altro uomo - ma si tratta invece di condannare sempre e con chiarezza l’atto in sé in quanto tale, e in quanto in contrasto inconciliabile con l’umanesimo naturale che caratterizza il genere umano.
Va detto a chiare lettere: legalizzare significa rendere accettabile il suicidio. Anzi, di più, renderlo talmente «normale» che ci deve pur essere una legge per regolamentarlo. La storia dell’uomo ha sempre contemplato il suicidio, considerandolo sempre come un atto disperato e non è mai passato per il cervello di nessuno pensare che si tratti di un atto naturale, un atto civile, da organizzare nel migliore dei modi. Ci tocca vivere in anni di follia culturale e sociale, che va dalla giustificazione della lotta armata e cruenta degli anni ’70 - con la giustificazione della «giusta causa» del riscatto delle classi povere e oppresse - all’odierna esaltazione della libertà di scelta personale (autodeterminazione) che può spingersi fino a riconoscere e garantire il «diritto di morire».
Ed è ipocrita quanto inutile dire che la legge non sancisce il «diritto di morire» o il «diritto al suicidio», perché al di là delle parole mistificatorie, resta la realtà dei fatti: lo Stato assicura la morte, mettendo a disposizione risorse economiche e strutture che rendano fruibile quell’atto. Infatti, un’altra bugia è che questa eventuale legge è a «costo zero». In pratica, coinvolgere strutture di ricovero, medici e sanitari dedicati, in struttura oppure a domicilio, apparecchiature idonee e farmaci ad hoc, il tutto garantito dal Ssn, non dovrebbe comportare nessun carico economico? Viene proprio spontaneo chiedere di non essere trattati per fessi.
Solo pensarlo fa venire la pelle d’oca, ma la verità è che ci vogliono «soldi» che lo Stato dovrebbe allocare per garantire il «suicidio» di suoi cittadini. Facciamo l’esempio di Regione Lombardia che, come spiegato su queste pagine ieri, ha elaborato delle linee guida per il suicidio assistito. Recenti notizie di stampa descrivono un buco di circa 1,6 miliardi di euro nel bilancio della sanità lombarda: dunque, invece di pensare provvedimenti per appianare il deficit (e garantire migliore sanità), si costruiscono «percorsi sanitari» per «suicidare» le persone. Una volta di più, l’ideologia libertaria ha mandato in cantina il buon senso!
Ideologia che sta agitando le acque anche a livello centrale, a livello parlamentare, con le recenti dichiarazioni della senatrice Stefania Craxi, di Forza Italia, in combutta col collega Francesco Boccia del Pd: il 3 giugno potrebbe essere ripresentata la proposta di legge sul suicidio assistito a firma del senatore Pd Alfredo Bazoli. Allontanato il coraggioso e coerente senatore Maurizio Gasparri, da sempre lucido sostenitore del valore intoccabile della vita umana, il partito di Silvio Berlusconi cambia pelle (peraltro tradendo gli stessi ideali del suo fondatore, pubblicamente dimostrati con il «caso Eluana Englaro») e si fa promotore della ignobile causa della legalizzazione del suicidio.
Manovra politica, in chiave elettorale? Sì, certamente sì, ma con risultati in senso esattamente opposto perché l’elettorato di centrodestra e in particolare l’elettorato cattolico, già da tempo sofferente di fronte alla vergognosa strumentalizzazione di un tema etico delicato, non avrà altra scelta che guardare a chi ancora ci crede - almeno un po’ - al valore della indisponibilità della vita umana. Certamente è una questione di coscienza, ma non solo di carattere religioso: di coscienza umana, di coscienza civile, che di fronte al dolore, alla sofferenza di persone fragili e «disperate» impone di rimboccarsi le maniche per garantire «cura» - tanta cura di ogni genere e tipo - per accompagnare ad una morte serena e dignitosa. L’appello alla coscienza è il presidio fondamentale cui riferirsi per le condizioni di fine vita: farsi carico con ogni mezzo delle persone che soffrono, facendole sentire amate fino all’ultimo istante, evitando con fermezza ogni forma di morte provocata, magari nascondendosi dietro l’ipocrisia della «libera scelta».
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2026-05-14
Taiwan e il diritto alla salute universale: la lettera dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei in Italia
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Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera firmata da Riccardo Tsan Nan Lin, direttore generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei in Italia - Ufficio di Milano, in vista della 79ª Assemblea mondiale della sanità, che si terrà a Ginevra dal 18 maggio.
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano
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La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
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2026-05-14
Kevin D. Roberts: «Ue, Onu e Oms dovrebbero sparire. La Brexit è la strada giusta per voi»
Kevin D. Roberts (Ansa)
Parla il presidente della Heritage Foundation: «Donald Trump non è in difficoltà in Iran: è coerente con la sua linea di politica estera prudente. Le frizioni col Papa? Si frequentino di più e potrebbe nascere una bella amicizia».
Kevin D. Roberts è il presidente della Heritage Foundation, una delle organizzazioni politico-culturali più influenti degli Stati Uniti, e della Heritage Action for America. Molto vicino al vicepresidente J. D. Vance, è voce ascoltata sia da lui sia da Donald Trump. Ci ha concesso una intervista in occasione del suo arrivo in Italia per la presentazione del libro Riprendere Washington per salvare l’America, pubblicato da Giubilei Regnani.
Ci può spiegare che fase sta vivendo Donald Trump? A molti anche in Italia sembra che abbia un po’ cambiato atteggiamento rispetto all’inizio, soprattutto riguardo alla politica estera e alle guerre.
«Penso sia stato molto coerente con la propria filosofia; far rivivere la più antica tradizione della politica estera conservatrice. Quella che negli Stati Uniti viene comunemente definita una politica estera moderata e prudente. Trump incarna il rifiuto dei due poli della politica estera: da una parte l’interventismo di George W. Bush, e dall’altra l’isolazionismo, che sostanzialmente negli Stati Uniti non esiste. È una costruzione inventata soprattutto dai media di sinistra contro quanti di noi sostengono una politica estera prudente. La parte della domanda che lascia intendere che le attività di Trump in Venezuela e in Iran rappresentino una violazione di questa linea prudente, secondo me non regge».
No? E perché?
«Non ci siamo impegnati né in cambi di regime né in operazioni di nation-building né in Venezuela né in Iran. Anzi, il presidente stesso ha dichiarato esplicitamente che non intende farlo. Istituzioni come Heritage, e in generale tutte le istituzioni conservatrici che contano negli Stati Uniti, fanno parte di questa corrente di politica estera prudente. Nel secondo mandato vediamo due cose. La prima è la continuazione di una linea molto coerente di Trump: usare l’esercito solo nei casi in cui questo porti benefici agli americani. La seconda è che sta dimostrando che tutte le persone che hanno definito lui, Vance, Heritage e anche me degli isolazionisti stavano mentendo».
Che ci dice dello scontro che Trump ha avuto con papa Leone XIV?
«Voglio bene a entrambi. Prego per entrambi. Da americano, sono molto grato al presidente Trump per aver ridato agli americani fiducia nel futuro del nostro Paese. E da americano e da cattolico romano convinto, sono anche molto orgoglioso del fatto che abbiamo il nostro primo Papa americano. Non definirei questa situazione come uno scontro. Penso che quanto accaduto sia stato spiacevole. E credo che la soluzione sia che entrambi passino più tempo insieme».
Cioè?
«Essendo due americani della stessa generazione, finiranno per instaurare una grande amicizia quando ne avranno l’occasione. Sono grato al vicepresidente e al segretario di Stato per aver gettato le basi di questo rapporto. Devo fare una notazione su alcuni media americani: gran parte di questa narrazione è un tentativo di creare una frattura non solo tra Trump e il Santo Padre, ma anche tra noi cattolici praticanti e conservatori politici che sosteniamo Trump. Ed è un tentativo destinato a fallire».
Parliamo dei rapporti tra Trump e Giorgia Meloni. Pensa che possa tornare quello di prima dopo ciò che è accaduto nelle ultime settimane?
«Immagino di sì. Penso ci sia un enorme rispetto reciproco tra i due leader. Ci sono dinamiche di politica interna in gioco, e ciascuno dei due deve tenere conto degli equilibri della propria coalizione. Credo sia importante leggere le apparenti divergenze di opinione tra loro attraverso questa lente».
Ci sono delle difficoltà impreviste che il presidente Trump non si aspettava in Iran, secondo lei?
«Sono grato del fatto che il presidente Trump abbia avviato il conflitto con l’Iran, che da 47 anni rappresenta una minaccia per gli americani, per i popoli pacifici dell’Occidente e per il mondo intero. Esistono anche conseguenze politiche ed economiche derivanti da queste azioni. Negli Stati Uniti siamo in gran parte protetti da molte di queste conseguenze economiche grazie alla nostra capacità di produrre autonomamente petrolio e gas. Questo però non vale per alcuni dei nostri amici e alleati più stretti nel mondo, Italia compresa. Per questo ciò che abbiamo incoraggiato il presidente a fare è portare il conflitto a una conclusione rapida. Pensiamo che Trump potrebbe dichiarare vittoria già adesso, e sarebbe comunque un successo. In questo modo, tornando a concentrarsi sulla politica interna e sui temi che stanno più a cuore agli americani».
La remigrazione è un tema di discussione piuttosto forte anche qui in Italia. Può essere una soluzione per la crisi migratoria in Europa?
«Sì, penso che lo sia nella maggior parte, dei Paesi europei. Dobbiamo riformulare il dibattito, insistendo sul fatto che le persone hanno il diritto di restare nei propri Paesi d’origine. Troppo spesso questo peso viene scaricato sui Paesi destinatari dei flussi migratori, i Paesi europei e gli Stati Uniti, e il volume e la velocità di queste migrazioni minacciano proprio quel sistema che rende possibile una politica generosa verso gli immigrati. Perciò bisogna trovare un equilibrio. E l’unico modo per farlo è adottare un approccio su due livelli. Il primo è chiudere il rubinetto, proprio come abbiamo fatto negli Stati Uniti. Poi bisogna fare il secondo passo, che è il cuore della vostra domanda: rimpatriare le persone che sono entrate illegalmente. Devo dirvi una cosa che probabilmente già sapete: in Europa le cose sono più complicate. Io incoraggerei semplicemente gli europei a prendere esempio dalle politiche del presidente Trump, anche se il suo stile comunicativo non è il vostro preferito, e a capire che le misure che sta adottando possono essere replicate anche in Europa».
A proposito degli obiettivi del presidente Trump, una delle cose più interessanti che si intravedevano all’inizio del secondo mandato era il tentativo di cambiare l’Unione europea o addirittura di sgretolarla. È ancora un obiettivo, se davvero lo è mai stato?
«Penso che esistano solo due entità che rivaleggiano con l’Unione europea nella violazione della sovranità e dell’autogoverno dei popoli: le Nazioni unite e l’Organizzazione mondiale della sanità. E il mondo sarebbe un posto migliore se tutte e tre sparissero. Lasciamo che siano gli europei a scegliere cosa fare a riguardo. Nelle intenzioni originarie dell’Ue, credo ci fosse l’idea che i Paesi membri ne avrebbero dovuto trarre benefici. Ma ciò che è accaduto è che si è trasformata in un’organizzazione sovranazionale che calpesta l’autogoverno dei singoli Stati, e mina attivamente le elezioni democratiche. Più a lungo i singoli Stati europei tollereranno queste assurdità, più gli americani considereranno l’Unione europea motivo di scherno. Per questo vi incoraggiamo almeno a riformare profondamente questo sistema. Noi pensiamo che sia possibile. Ma siamo anche molto orgogliosi di essere tra le principali istituzioni americane che celebrano la Brexit. E riteniamo che quella sarebbe la strada giusta per ogni Paese membro dell’Ue».
Ogni volta che si va alle elezioni è come se ci fossero dei poteri invisibili che si mettono di traverso per non permettere ai conservatori di vincere. Secondo questi poteri lei esistono e se sì quali sono?
«Certo che esistono. Basta chiedere al vincitore delle elezioni in Romania, oppure al primo ministro Orbán. Quel potere invisibile continua a esistere. C’è però anche una buona notizia: non bisogna mai sottovalutare la forza di un’idea il cui momento è arrivato. Basta chiedere ai britannici il giorno dopo il voto sulla Brexit: oggi Nigel Farage ha ottime possibilità di diventare il prossimo primo ministro del Regno Unito. Se lo aveste detto ai suoi colleghi del Parlamento europeo nel 2015, vi avrebbero dato dei pazzi. E invece stiamo vincendo».
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