2019-02-05
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2026-05-28
Spagna, perquisita la sede del Partito socialista. Ma Sánchez non schioda e si incolla alla poltrona
Getty Images
Il premier iberico apprende dell’inchiesta mentre è a Roma da Papa Leone. «Elezioni? Non è nell’interesse del Paese». Ma Popolari e baschi incalzano.
Piazza San Pietro amara per Pedro Sánchez, fino a qualche tempo fa un poco santificato pure lui, pastore principale del presepe progressista, «hombre vertical» che mostra i muscoli con Usa e Israele.
A Roma, mentre è a far visita a papa Leone, il premier spagnolo viene raggiunto da notizie che gli strappano, anche se non credente, una preghiera: il Psoe è travolto dall’ennesima inchiesta giudiziaria. A quel punto San Pedro, protettore della sinistra italiana, costretto a commentare il disastro in patria, di fronte alle richieste di elezioni anticipate, sceglie la strada del «tiriamo a campare»: «Le elezioni di un Paese», sottolinea Sánchez, «vanno convocate in ragione dell’interesse generale e non per interessi di partito, e l’interesse generale ora, con guerre in tutto il mondo e crisi che richiedono risposte efficaci ed eque è quello della stabilità. Non sto dicendo che la stabilità che abbiamo raggiunto in questi ultimi otto anni, con me alla guida del governo, in circostanze molto difficili con crisi di straordinaria complessità sia fine a sé stessa», aggiunge, «ma è chiaramente uno strumento importante per ottenere i risultati economici che stiamo registrando». A chiedere il voto anticipato non sono solo, come vedremo, le opposizioni, ma pure alcuni alleati di Sánchez, come il Partito nazionalista basco. Sumar, che è al governo con il Psoe, e Esquerra Republicana de Catalunya, che garantisce al premier l’appoggio esterno, non faranno cadere il governo fino a una eventuale accusa di finanziamento illecito del Partito socialista. I pochi deputati di Podemos, prima confluiti e poi fuoriusciti da Sumar e ora all’opposizione, sono estremamente duri sia con Sánchez che con i Popolari, ed escludono di sostenere una mozione di sfiducia di questi ultimi: «La soluzione alla corruzione del Psoe», dice, a quanto riporta La Presse, la leader Ione Belarra, «non può essere la corruzione del Pp». Rispetto a José Luis Rodriguez Zapatero, il suo predecessore di nuovo al centro della bufera giudiziaria, Sánchez conferma il suo sostegno: «Ho avuto modo di leggere l’ordinanza. Ribadisco ancora una volta», argomenta il premier spagnolo, «la mia piena collaborazione con la magistratura, il pieno rispetto della presunzione di innocenza e tutto il mio sostegno a Zapatero. Credo non ci siano motivi per cambiare questa posizione». Pieno garantismo anche nei confronti di Ana María Fuentes, responsabile amministrativa del Psoe, pure lei sotto inchiesta. «È una donna che ha gestito meticolosamente le finanze del Partito socialista», dice Sánchez, «ci sono state molte speculazioni, molte voci, su presunte irregolarità nei finanziamenti. Non minimizzo l’importanza o la gravità dell’indagine in corso, ma voglio anche chiarire che nel momento in cui emergeranno nuove informazioni riguardanti attività o condotte irregolari, il Partito Socialista agirà con decisione, come ha sempre fatto». Veniamo alle opposizioni: il presidente del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, chiede elezioni anticipate: «Non c’è altra opzione se non quella di dare immediatamente voce al popolo spagnolo», afferma Feijóo , «quante altre retate, quante altre tangenti, quante altre mazzette, quanti altri contanti in borse, quanti gioielli, quanti altri fascicoli? La Spagna sta attraversando un periodo di agonia politica», aggiunge il leader dei Popolari, come riporta l’Agi, «e un’atmosfera politica insopportabile. Chiedo ai partiti alleati del Psoe di dire basta a un governo che puzza. Sánchez, se vuole avvicinarsi al Papa, dovrebbe ricordarsi il settimo comandamento, non rubare, e l’ottavo, non dire falsa testimonianza. Non ne possiamo più, la situazione è estremamente grave». Ci va giù duretto pure il leader di Vox, Santiago Abascal: «Bisogna recuperare una Spagna decente», afferma Abascal in un video su X, «non passa neanche un’ora senza che si conoscano nuovi dettagli della mafia di Sánchez e di Zapatero. Bisogna arrestarli e processarli. Tutti coloro che ancora li stanno difendendo o giustificando da diversi incarichi nazionale e internazionali lo fanno solo perché fanno parte della stessa mafia». Sulla vicenda spagnola interviene anche Nicola Procaccini, co-presidente dei Conservatori e Riformisti europei all’Europarlamento ed eurodeputato di Fratelli d’Italia: «Anche il nuovo idolo di Pd, Avs e M5s Sánchez», scrive Procaccini su X, «è rincorso da accuse pesantissime di corruzione che coinvolgono la moglie e mezzo partito. Se questi sono i loro modelli da importare in Italia, anche no. Viva Zapatero era il titolo di un film realizzato dalla Guzzanti, quando a sinistra italiana idolatrava l’allora premier spagnolo. Oggi beccato con milioni di euro in gioielli mentre, secondo la stampa iberica, stava per scappare in Venezuela». Intanto, il senato spagnolo, dove il Partito popolare ha la maggioranza, ieri ha approvato una mozione di «riprovazione» contro il governo Sánchez per i casi di corruzione che stanno travolgendo il Psoe, promossa dallo stesso Pp. Il testo ha ricevuto 146 voti a favore, (Pp e Vox), 99 contrari (Psoe, Erc, Eh Bildu e Compromis, i partiti di maggioranza) e 13 astenuti: i nazionalisti baschi del Pnv, quelli catalani di Junts per Catalunya, i senatori di Coalición Canaria e altri gruppi. Il senato, in Spagna, è una «Camera di rappresentanza territoriale», che ha la funzione di garantire che le istanze delle diverse comunità autonome trovino spazio a livello nazionale.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 28 maggio con Carlo Cambi
Carla Romana Raineri (Ansa)
Gli accessi abusivi non coincidono con le informazioni domandate dal magistrato.
Per la prima volta, nell’inchiesta Equalize, arriva un provvedimento che non conferma lo schema accusatorio della Procura di Milano, ma lo ridimensiona. Il 19 maggio 2026, il gip di Brescia, Mauro Ernesto Macca, ha archiviato la posizione di Carla Romana Raineri, già magistrato in servizio alla Corte d’appello di Milano, su richiesta dei pm Nicola Serianni e Iacopo Berardi.
È il primo atto di un giudice che incide sul cuore narrativo di una parte dell’inchiesta Equalize: il presunto utilizzo del gruppo di via Pattari per ottenere informazioni riservate attraverso accessi abusivi alle banche dati pubbliche. Non cancella l’indagine principale. Non assolve gli altri indagati. Ma dice che, almeno per Raineri, il collegamento tra la richiesta di informazioni e gli accessi abusivi (di cui era accusata) non regge.
Il caso nasce dentro il più ampio procedimento milanese sul presunto sistema di dossieraggio riconducibile a Carmine Gallo, Samuele Calamucci e agli altri soggetti legati a Equalize. Secondo l’ipotesi iniziale, Raineri avrebbe avuto un ruolo di istigatrice e concorrente morale negli accessi a Sdi e Punto Fisco per acquisire dati sul marito e una donna con cui l’uomo avrebbe avuto una relazione.
La Procura di Brescia, competente per l’ex magistrato, ricostruisce i fatti in modo diverso. Raineri, scrivono i pm, aveva chiesto agli uomini di Equalize «i bancari»: un’analisi dei movimenti patrimoniali dai conti del marito verso quelli della donna, per verificare eventuali «regalie» o un «depauperamento del patrimonio familiare.
Ma quella richiesta, per Brescia, non coincide con gli accessi abusivi a Sdi e Punto Fisco. Gallo e Calamucci, scrivono i pm, avrebbero rivelato a Raineri informazioni che lei «non aveva apparentemente richiesto». Messaggi Whatsapp e intercettazioni «non forniscono elementi di segno contrario». Al contrario, indicano «una divergenza» tra le richieste di Raineri e quanto eseguito, «di propria iniziativa», dal gruppo.
In sostanza, non viene negato che gli accessi abusivi ci siano stati. Viene negato il passaggio decisivo per Raineri: che li avesse chiesti o che avesse concorso nella loro esecuzione.
In pratica, secondo Brescia, il gruppo Equalize avrebbe fatto altro rispetto a ciò che Raineri voleva. Gli accessi a Sdi e Punto Fisco non sarebbero stati l’esecuzione dell’incarico, ma un modo per consegnare comunque qualcosa, dopo l’«impossibilità di acquisire quanto richiesto dal giudice»: i dati bancari. Per quelli, spiegano i pm, non esiste «una banca dati unica»: servivano gli istituti di credito di Galato e referenti in grado di fornire gli estratti conto. Più che una centrale sofisticata di dossieraggio, emerge una pratica da agenzia di piccolo cabotaggio. I pm aggiungono che Raineri non avrebbe avuto bisogno di quegli accessi: sullo Sdi disponeva già di alcune informazioni sulla donna; su Punto Fisco, quei dati sarebbero stati «perfettamente inutili», essendo lei «chiaramente perfettamente a conoscenza dei dati reddituali generali del marito».
Cade anche il secondo capo, quello sulla tentata rivelazione di segreti d’ufficio per ottenere informazioni bancarie: non risulta che alla richiesta sia seguita «una qualsivoglia attività in tal senso». Per Brescia, la contestazione resta nell’«istigazione non accolta». Da qui la conclusione: per i reati contestati a Raineri «non sussiste una ragionevole previsione di condanna». L’archiviazione fa cadere anche l’argomento delle difese di Pasquale Annichiarico e Mattia Danieli che volevano trasferire gli atti a Brescia: per Milano, il decreto «elimina in radice le ragioni di connessione».
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Donald Trump (Ansa)
- I media di Teheran avevano diffuso i dettagli del memorandum «condiviso»: ritiro delle forze Usa, fine del blocco navale a Hormuz e ripristino del traffico commerciale entro un mese (in gestione con l’Oman). Ma il tycoon smentisce: «Siamo ancora insoddisfatti».
- Blitz mirato, morti anche moglie e figli. Ora Netanyahu prepara l’affondo contro Hezbollah.
Lo speciale contiene due articoli.
Lo Stretto di Hormuz torna a essere il centro della crisi tra Iran e Stati Uniti, mentre dietro le quinte proseguono contatti diplomatici sempre più fragili e la minaccia di una nuova escalation militare continua ad aggravare le tensioni in Medio Oriente. Teheran sta infatti lavorando insieme all’Oman a un nuovo sistema di gestione del traffico navale nel Golfo Persico, mentre Washington valuta la possibilità di nuovi bombardamenti contro obiettivi iraniani nel caso in cui i negoziati dovessero fallire. La nuova fase dello scontro è iniziata dopo la diffusione, da parte della televisione di Stato iraniana, di quella che sarebbe una bozza di memorandum d’intesa tra Teheran e Washington. La Casa Bianca ha reagito duramente, definendo il documento «una completa invenzione» e accusando i media iraniani di diffondere propaganda. In un messaggio pubblicato su X, l’amministrazione americana ha invitato a non credere alle informazioni diffuse dagli organi ufficiali della Repubblica islamica, insistendo sul fatto che solo «i fatti contano».
Secondo la versione rilanciata dai media iraniani, l’intesa prevederebbe il ritiro delle forze Usa dalle aree vicine all’Iran e la fine del blocco dei porti iraniani. In cambio, Teheran garantirebbe il ripristino del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz entro un mese, riportandolo ai livelli precedenti al conflitto. Il punto centrale dell’accordo sarebbe però il mantenimento del controllo iraniano sul traffico navale nello Stretto, elemento considerato strategico dalla leadership della Repubblica islamica. A confermare la centralità di Hormuz è stato Ali Bagheri, vice capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Parlando a Mosca, Bagheri ha spiegato che Iran e Oman stanno negoziando un nuovo meccanismo congiunto per il transito delle navi. «Le condizioni e le procedure saranno completamente diverse rispetto a quelle precedenti al conflitto tra Iran e Stati Uniti», ha dichiarato il dirigente iraniano, precisando che i contatti indiretti con Washington proseguono ma che «qualsiasi accordo potrà arrivare soltanto nell’ambito di una soluzione complessiva che affronti tutte le questioni ancora aperte tra i due Paesi».
Sul fronte americano, Donald Trump continua a usare toni durissimi. Durante una riunione di governo il presidente statunitense ha dichiarato: «L’Iran vuole fare un accordo: sta negoziando allo stremo. Noi non siamo ancora soddisfatti. O lo saremo o dovremo finire il lavoro». Trump ha ribadito che Teheran non potrà mai ottenere l’arma nucleare e che non ci sarà alcun alleggerimento delle sanzioni in cambio della rinuncia all’uranio altamente arricchito.
Il presidente americano ha inoltre sostenuto che la Repubblica islamica non abbia altra scelta se non quella di raggiungere un’intesa. «La loro economia è in caduta libera. L’inflazione è al 250%. Pensavano di riuscire a sfinirmi nell’attesa. Saremo noi a sfinire loro», ha affermato. Più prudente la posizione del segretario di Stato Marco Rubio, che ha insistito sulla necessità di lasciare spazio alla diplomazia. «L’Iran non avrà mai l’arma nucleare. La diplomazia è sempre la prima opzione e continuiamo a lavorare con l’Iran: stiamo dando alla diplomazia ogni chance di successo», ha dichiarato Rubio, aggiungendo che eventuali progressi potrebbero emergere «nelle prossime ore o nei prossimi giorni».
Per Teheran, però, il vero strumento di pressione nei confronti degli Stati Uniti resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Ali Akbar Velayati, consigliere internazionale della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha dichiarato che «documenti e firme da soli non bastano» e che il vero garante della sopravvivenza di qualsiasi accordo sarebbe proprio il controllo iraniano dello Stretto. In un messaggio pubblicato su X, Velayati ha ricordato che «la geografia non mente» e che il Golfo Persico continua a rappresentare il principale elemento di forza strategica dell’Iran. Nel frattempo il Pentagono starebbe preparando una nuova lista di obiettivi da colpire nel caso in cui Trump decidesse di riprendere i bombardamenti contro la Repubblica islamica. Secondo fonti dell’amministrazione americana citate da Nbc, gli obiettivi più vulnerabili sarebbero già stati distrutti nelle precedenti operazioni, mentre quelli rimasti sarebbero molto più difficili da neutralizzare perché nascosti sotto montagne o vicini a centri abitati.
Un funzionario statunitense ha ammesso che eventuali nuovi raid non garantirebbero gli stessi risultati ottenuti nella fase iniziale della guerra. Il dossier nucleare continua a rappresentare uno dei principali ostacoli nei colloqui. Durante le celebrazioni dell’Eid al-Adha, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato di «dignità, libertà e rifiuto della paura» di fronte alle «potenze arroganti», accusando Stati Uniti e Israele di aggressione contro la Repubblica islamica e invitando il mondo musulmano all’unità contro «ingiustizia e oppressione». Ad aumentare ulteriormente la tensione è stato infine il caso della nave sudcoreana Hmm Namu, colpita nello Stretto di Hormuz da due oggetti volanti non identificati. Secondo il governo di Seul, le analisi tecniche farebbero pensare all’utilizzo di missili anti-nave Noor sviluppati dall’Iran.
Israele: «Oudeh ucciso in un raid». Era il nuovo capo militare di Hamas
La guerra tra Israele e Hamas continua a colpire i vertici delle organizzazioni armate palestinesi mentre cresce la tensione anche lungo il fronte libanese. Nelle ultime ore il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato l’uccisione di Mohammed Oudeh, indicato come il nuovo comandante dell’ala militare di Hamas nella città di Gaza e considerato vicino ai vertici storici delle Brigate Ezzedin al-Qassam. Prima di Oudeh, il comando militare di Hamas nella Striscia era stato affidato a Izz al-Din al-Haddad, rimasto ucciso in un raid israeliano del 15 maggio scorso dopo aver preso il posto di Mohammed Sinwar, fratello di Yahya Sinwar. Secondo quanto riferito dalle autorità israeliane, Oudeh è stato eliminato insieme alla moglie e a due figli durante un’operazione mirata nella Striscia di Gaza. Per Israele il jihadista palestinese aveva avuto un ruolo centrale nella pianificazione e nel coordinamento dell’attacco del 7 ottobre, oltre ad aver diretto operazioni militari e attività di intelligence contro le truppe israeliane nel corso della guerra. Negli ultimi mesi avrebbe assunto la gestione operativa dei combattenti rimasti nel Nord dell’enclave, dopo mesi di bombardamenti, incursioni di terra ed eliminazioni mirate che hanno progressivamente indebolito la catena di comando di Hamas.
Katz ha commentato l’operazione con toni durissimi: «Mi congratulo con gli ufficiali dell’Idf e con tutti coloro che hanno preso parte alla brillante eliminazione. Avevamo promesso che i responsabili del massacro del 7 ottobre sarebbero stati eliminati uno dopo l’altro, e questo sta avvenendo. Sono tutti uomini morti che camminano». Lo stesso ministro della Difesa ha inoltre confermato la volontà del governo israeliano di portare avanti il piano per il trasferimento della popolazione di Gaza, un progetto su cui l’esecutivo lavora dall’inizio del 2025 ma rimasto congelato a causa delle operazioni militari e della tregua successiva. «Anche il programma di emigrazione volontaria da Gaza verrà realizzato, secondo le tempistiche stabilite e nelle modalità appropriate», ha scritto Katz su X.
Il nome di Mohammed Oudeh era emerso più volte nei dossier dell’intelligence israeliana come figura incaricata di coordinare cellule armate, movimenti nei tunnel sotterranei e operazioni contro le truppe israeliane impegnate nella Striscia. Israele aveva già tentato di colpirlo in diverse occasioni, compreso un attacco contro la casa del padre a Gaza nel 2025, nel quale era morto il figlio maggiore Amr. L’eliminazione di Oudeh rientra nella strategia israeliana di colpire sistematicamente i vertici di Hamas, già fortemente indeboliti dall’uccisione di numerosi comandanti delle Brigate al-Qassam dall’inizio della guerra. Secondo Israele, l’obiettivo è impedire la ricostruzione della struttura militare di Hamas e ridurne la capacità di organizzare nuovi attacchi contro il territorio israeliano.
Nel frattempo il conflitto rischia di allargarsi ulteriormente verso il Libano. Diversi droni esplosivi lanciati da Hezbollah hanno colpito il Nord di Israele nelle ultime ore. Le forze armate israeliane hanno riferito di aver avviato verifiche nei punti d’impatto mentre proseguono gli scambi di fuoco lungo il confine libanese. Secondo Channel 12, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha aggiornato direttamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’ipotesi di ampliare le operazioni contro Hezbollah. Nelle ultime ore l’Idf ha inoltre colpito centri di comando di Hezbollah a Tiro dopo gli avvisi di evacuazione diffusi in precedenza.
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