
Ogni tanto inauguro una mostra fotografica. È capitato in luoghi suggestivi quali i Giardini Hanbury di Ventimiglia, l’Orto botanico di Palermo, il Museo del Paesaggio di Verbania, la Galleria Salamon di Milano, Villa Olmo a Como, Palazzo Recalcati a Varese o Villa Piazzo a Pettinengo. Non si tratta di grandi selezioni, semmai di 30 o 40 scatti talora in bianco e nero e incorniciati, oppure a colori su forex. Il viaggiatore-documentatore ha la passione per la fotografia, spesso un hobby, talora qualcosa in più.
Non si tratta di ripercorrere le già mitiche traiettorie di fotografi oramai consegnati alla storia della fotografia stessa o più in generale dell’arte contemporanea; semmai è una sfida tutta personale, oltre che un piacere, una gioia, ma anche un impegno, quella di riuscire a impressionare la pellicola - ma oggi molti di noi operano con macchine fotografiche digitali, ovviamente - con cortecce stratificate, impianti radicali particolarmente espressivi, visioni di valli tolkeniane, disparità di peso tra la infinitesima piccolezza di noi umani ai piedi di certi titani, sequoie magari, enormi castagni butterati, svettanti platani da giardino o grandi ficus australo-siciliani.
Da una parte dunque è vero quello che scriveva Orhan Pamuk, «In realtà, scattavamo quelle foto perché un giorno - forse un mese, un anno o molti anni più tardi - ci saremmo guardati indietro. In un certo senso, quando fissavamo l’obiettivo, eravamo «in posa» per il futuro» (da Istanbul. I ricordi e la città), dall’altra Ansel Adams, maestro ampiamente riconosciuto di molti viaggiatori-testimoni, «Il mondo intero è per me molto “vivo” - tutte le piccole cose che crescono, perfino le rocce. Non riesco a guardare crescere un po’ d’erba e di terra, per esempio, senza percepire la vita essenziale, le cose che si muovono con loro. Lo stesso vale per una montagna, o un tratto di mare, o un magnifico pezzo di legno vecchio». E dunque: fotografiamo per ricordarci domani di dove siamo stati, oppure per tentare di trasformare una esperienza in parole, sensazioni, in una lingua capace di parlare a chi ci sta vicino, a chi incontriamo nella nostra esistenza? Forse entrambe, o forse no.
Si sa che un albero, anzitutto certi grandi giganti silenziosi, possono essere colti nell’intricato labirinto portatile di luci e ombre che li vivifica, nella loro architettura generale, oppure nei dettagli, quelle cortecce, quelle ramificazioni, quei traumi, quelle compartimentazioni - grotte, bocche, occhi, fessure, scavi, sprofondi… - e tu sei lì, con quell’occhio trasparente e meccanico che cerca di scegliere, di modulare, di trascrivere l’esperienza che tutti i tuoi sensi stanno registrando, camminando, respirando, odorando, osservando, immergendosi completamente in quel piccolo francobollo di montagna, o di prato, o di bosco, o di natura. Riuscirà a rendere conto di tutto questo delirio di piccole azioni e rumori e compresenze la fotografia di una montagna la cui cima è smangiata da nuvole spumose e fibrose? Oppure un ramarro sulla corteccia muschiata di quel castagno? Sarà più illustrativo, e suggestivo, l’albero visto a tre quarti con le sue remote valli appena disegnate da una luce calda, estiva, prossima al tramonto, o un totalone con l’albero che a malapena compare in un paesaggio di linee lunghe, morbide, quasi dipinte?
Illustrando, a parole, la selezione di una mostra fotografica ci si confronta anche coi limiti stessi delle istantanee selezionate, ed è sempre interessante notare come reagiscano le persone venute ad una inaugurazione: che cosa preferiscano, quali foto siano quelle che li attrae maggiormente, che più osservano o a loro volta fotografano. Mi ha sempre fatto sorridere questa nostra mania di fotografare cose a loro volta già fotografate, quante volte ci capita ad esempio visitando un museo. E dunque anche al vernissage delle mie mostre, modesti esiti della fotografia dei nostri giorni, mi piace capire quali scatti siano magari più riusciti, poiché più indicativi, e visti, e scelti, da coloro che spesso in quei luoghi non ci sono mai stati. Ad esempio capire se lor signori preferiscano i dettagli o la visione d’insieme, già questo è un indicatore prezioso, forse e soprattutto per un fotografo che comunque non realizza stampe monumentali, con paesaggi alla National Geographic, ma semmai, al contrario, preferisce la miniatura, la stampa ridotta, concentrata, e talora un bianco e nero che ogni tanto mi «diverto» a definire «luterano», ovvero rigoroso, essenziale, pulito. Posso dire di mal sopportare la fotografia che ti vuole piacere a tutti i costi? Ad esempio quelle cascate con le acque che sembrano fumo? Che le acque siano acque, e che la natura corra nei suoi tanti colori, o che gli alberi siano colti per quel che sono, e appaiono, e non oltremodo deformati, spinti all’iperbole, all’eccesso, resi ulteriormente spettacolo. Ecco, ci sono senza dubbio fotografi che amplificano e spettacolarizzano, ma ci sono anche fotografi che documentano, e non cercano a tutti i costi la sensazione di stupore nelle fotografie che vanno a scolpire. Un occhio amante dell’immagina apprezza entrambi i mondi, ma ogni viaggiatore-documentatore sceglie da che parte stare.
E dunque quali fotografie amano i visitatori di queste occasioni? Da quel che ho visto la preferenza tende a cadere con una certa probabilità sulle fotografie che colgono buona parte degli alberi nel loro contesto, magari in un giardino storico, in un orto botanico, o in quel paesaggio naturale dove è cresciuto nell’arco dei secoli, e talora dei millenni. Sempre stupefacenti le fotografie di conifere in alta montagna, o vicino a luoghi edificati. E quando accanto a questi segni di una terra che in questi casi, «non ama per niente nascondersi», come scrisse Eraclito da Efeso, anzi, sembra amare la propria manifestazione, esaltandosi, compaiono uomini o gruppi di uomini allora in genere le fotografie catturano l’attenzione. E rimangono anche impresse maggiormente nella memoria. Non a caso, nelle tante pagine di camminatori e turisti arborei, chi documenta cerca anche di ritrarre se stesso, lì vicino, alla base, seduto, in piedi, abbracciante. Torniamo all’autocertificazione diaristica di cui scriveva Pamuk, qualche riga sopra.












