Sorpresa! Nella bozza di dichiarazione finale del G7 dei ministri dell’Ambiente, che si terrà il prossimo fine settimana a Sapporo in Giappone, i governi dei sette paesi più industrializzati affermeranno la necessità di rinforzare nuovi investimenti nell’upstream di gas naturale. L’agenzia Reuters ha anticipato ieri una parte del contenuto del documento finale, dove si legge che sarà necessario sostenere nuovi investimenti nel settore dell’estrazione e trasporto di gas naturale e di gas liquefatto (Lng), nonostante questo confligga con gli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica (Net Zero Emission al 2050).
Se il documento effettivamente sarà confermato nella sua stesura la settimana prossima, si tratta di una svolta che ha del clamoroso. Nella posizione congiunta si dirà che questa necessità scaturisce dalla guerra avviata dalla Russia, che invadendo l’Ucraina ha provocato turbolenze nei mercati energetici globali.
Ma è molto difficile arginare l’impressione di generale sbandamento dei governi occidentali sulle questioni cruciali dell’energia, con le scelte pregresse che oggi chiedono il conto.
Appena insediata, nel 2019 la Commissione europea lanciò il suo Green Deal, poi esplicitato nel luglio 2021 con il programma Fit for 55, che specificava gli obiettivi di decarbonizzazione dell’Unione al 2030. In un contesto in cui gli investimenti negli idrocarburi stavano già diminuendo da anni, questi annunci hanno ulteriormente disincentivato gli investimenti nel settore. Peccato che l’Europa intera sia ancora quasi totalmente dipendente dagli idrocarburi per le industrie, per i trasporti e per i consumi delle famiglie. Dunque, ad un’offerta che si faceva via via minore, faceva da contraltare una domanda che restava inalterata, se non addirittura in leggera crescita. Questo è stato il momento in cui la miccia dei rincari si è accesa: estate 2021.
In seguito all’invasione russa in Ucraina, poi, nel marzo 2022 la Commissione decideva, con il programma REPowerEu, di rinunciare volontariamente alle forniture di gas dalla Russia, scatenando la caccia a fornitori alternativi, al Lng da qualunque parte proveniente e all’acquisto di gas a qualunque prezzo. Cosa che, ricordiamo, ha provocato nell’agosto 2022 l’incredibile prezzo massimo storico di 325 euro al megawattora sul mercato olandese del Ttf. Le conseguenze della somma di queste scelte nel 2022 nella sola Unione europea sono state: 657 miliardi di euro di aiuti pubblici (dato istituto Bruegel), un’inflazione superiore al 10% (che si trascinerà ancora a lungo), tassi di interesse da 0 a 3,5% in 9 mesi, distruzione della domanda industriale di gas (-25%, dato Iea), 432 miliardi di euro di deficit della bilancia commerciale.
La scelta, imposta dagli Stati Uniti, di fare a meno dell’energia russa non ha semplicemente privato l’Europa di 150 miliardi di metri cubi di gas via gasdotti: ha causato una contrazione dell’offerta mondiale di quello stesso volume, perché, come è ovvio, per reindirizzare quei quantitativi sono necessari nuovi gasdotti che richiedono anni per la costruzione, mentre l’Europa continua ad aver bisogno di quello stesso gas. Oggi la Russia sta gradualmente aumentando l’export di gas verso la Cina, anche se per quantitativi ancora poco significativi attraverso il gasdotto già esistente, mentre per il nuovo gasdotto Power of Siberia 2 ci vorranno alcuni anni.
Tutto questo vi abbiamo raccontato in questi ultimi due anni dalle colonne di questo giornale, seguendo una parabola di cui conoscevamo già la traiettoria. La realtà dei fatti, alla fine, prende il sopravvento. I ministri del G7 prendono ora atto non solo del fatto che senza il gas russo il mondo non ha abbastanza energia per andare avanti, ma anche del fatto che l’abbandono del gas naturale come fonte primaria non potrà avvenire così rapidamente come pensavano.
«In questo contesto, in questa particolare contingenza, riconosciamo la necessità dei necessari investimenti a monte nel Lng e nel gas naturale in linea con i nostri obiettivi e impegni sul clima», afferma la bozza della dichiarazione. Difficile però che questa necessità sia in linea con lo scenario Net Zero preparato dall’Agenzia internazionale per l’energia, ovvero la bibbia della decarbonizzazione cui i relativi programmi si ispirano.
Nella precedente riunione del G7 nel 2022, gli stessi ministri avevano riconosciuto l’importanza del Lng per resistere alla crisi, già in parziale deroga rispetto ai precedenti in cui addirittura i governi si impegnavano a porre fine al sostegno pubblico ai progetti di combustibili fossili all’estero entro il 2022. La bozza attuale afferma che la domanda di Lng crescerà nei prossimi anni, una frase che a quanto sembra non piace ai rappresentanti dell’Unione europea, che partecipa alle riunioni del G7.
Si tratta di una bozza, dunque si dovrà attendere il documento finale. Ma non serve l’ufficialità per comprendere quanto sia drammaticamente avvolgente la morsa di vincoli esterni stretta attorno al nostro sviluppo economico e sociale. Da una parte il Green Deal con le sue logiche di rinuncia agli idrocarburi che comportano un impoverimento generale. Dall’altra i ferrei vincoli strategico-militari che impongono scelte non ottimali le cui pesanti ricadute gravano, ancora una volta, sui cittadini.





