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2025-09-28
Israele propone un porto ma i velisti insistono: «Vogliamo violare il blocco»
(Getty Images)
Ostinati. Un aggettivo che piace molto alla segretaria dem Elly Schlein e che ben si può attribuire ai partecipanti della Global Sumud Flotilla. Un’organizzazione cui fanno parte moltissime anime, ma solo quelle più estremiste sembrerebbero dettar legge. Sì perché a nulla sono serviti gli appelli alla responsabilità arrivati da quasi tutte le forze politiche e soprattutto dal capo dello Stato Sergio Mattarella, loro non hanno nessuna intenzione di mollare. Si dirigono, ostinatamente appunto, verso la costa della Striscia di Gaza. Obiettivo: «violare il blocco».
«Nonostante i sabotaggi la missione continua. L’attenzione deve essere rivolta a Gaza, dove solo all’alba di oggi sono state uccise altre 44 persone». Così la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla sottolineando che la componente italiana è ancora presente sulle barche. «La delegazione italiana presente a bordo è composta da circa 50 persone di cui circa 40 sono rimaste a bordo e le rimanenti hanno legittimamente deciso di tornare in Italia per proseguire l’attività insieme all’equipaggio di terra. Tra di loro la portavoce Maria Elena Delia, come è stato già comunicato». Delia che ieri ha anche intrattenuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «La missione non è fine a se stessa», spiegano da Arci, presente nella missione con la barca Karma, «il vero obiettivo è rompere l’assedio e fermare il genocidio in corso». Intanto anche Frontex ha avvertito gli attivisti di non poter fare nulla in caso di attacchi: «Frontex è un’organizzazione civile il cui compito principale è supportare i Paesi dell’Ue nella gestione delle frontiere. Non siamo un’organizzazione militare, quindi non possiamo svolgere compiti militari, come la scorta di navi per la protezione in mare. Inoltre, le navi che partecipano alle operazioni Frontex non sono equipaggiate per questo scopo». Lo ha spiegato un portavoce come risposta a una sessantina di eurodeputati di The Left, Greens, S&D e Non iscritti che avevano inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per chiedere un intervento urgente di Frontex per la Global Flotilla. In questo momento le imbarcazioni hanno lasciato Creta in direzione Sud per evitare una tormenta: «abbiamo avuto un altro problema con una barca e abbiamo dovuto ricollocare circa 30 persone» ha spiegato un attivista della delegazione italiana che si trova a bordo.
La situazione è seria ma la missione prosegue. Tanto che ci sono altre barche a vela in partenza da Catania.
Una flotta con a bordo giornalisti internazionali e medici professionisti salperà il primo ottobre per Gaza. È stato annunciato in una conferenza stampa a Catania da Freedom Flotilla Coalition: «È un’iniziativa senza precedenti perché per due anni Israele ha negato a tutti i giornalisti stranieri di entrare a Gaza, creando uno dei blackout di stampa più severi nella storia recente. Le nostre sono azioni dirette e non violente. Le flotte cercano di fare il lavoro che i governi non hanno fatto. A tutti quelli che stanno guardando da casa diciamo: ’fate qualcosa di più’. Lo sapete che dovete». Il loro appello. La seconda flotta si chiama Thousand Madleens to Gaza. In tutto si tratta di una decina di barche, due al porticciolo di San Giovanni Li Cuti e le altre in rada. La flotta, spiegano gli organizzatori delle due nuove flottiglie, partirà per «sfidare il blocco illegale imposto da Israele a Gaza ed esporre i sistemi che rendono possibili i suoi crimini di guerra. Navigheremo perché le potenze mondiali consentono l’assedio illegale di Gaza da parte di Israele. Navigheremo per romperlo, per smascherare i sistemi che sostengono i crimini di guerra di Israele, e per affermare i diritti del popolo palestinese». Queste nuove missioni sono del tutto simboliche, perché le navi che stanno per arrivare a Gaza non aspetteranno le nuove flotte, come chiarito appunto dagli organizzatori. «Navighiamo al loro fianco ma non aspetteranno che ci uniamo a loro in mare». Insomma, proseguono i soliti toni da assemblea studentesca.
Intanto prosegue il pressing del presidente della Cei, il cardinal Matteo Zuppi, affinché la Flotilla accetti la mediazione che vorrebbe far convergere le imbarcazioni della Global Sumud su Cipro dove il Patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa le accoglierebbe come garante. Si spinge per l’attivazione del Corridor for Gaza Amalthea, un sistema di aiuti che nasce da un accordo tra Cipro, Israele, Emirati Arabi, Unione europea, Stati Uniti e Unops (Onu). È un corridoio «collaudato, sicuro» spiegano fonti vicine alla mediazione, la cui attivazione potrebbe innanzitutto garantire l’incolumità degli attivisti, quindi assicurare l’arrivo gli aiuti alla popolazione e rassicurare anche Israele, che teme un accordo sottobanco della Flotilla con Hamas. «L’oggettiva preoccupazione» dicono le fonti coinvolte nella mediazione, è per l’incolumità dei membri dell’equipaggio, Israele venendo a contatto con loro potrebbe tentare un blitz per prendere il comando delle imbarcazioni magari senza «sparare» ma con azioni di dissuasione.
Il ministero della Difesa israeliano avrebbe inoltre trasmesso a quello italiano, affinché la facesse arrivare al coordinamento della missione, una proposta per far sbarcare gli aiuti umanitari in un porto israeliano. Difficile tuttavia che gli attivisti accettino, sancendo anche simbolicamente l’ineludibilità di un passaggio con le autorità israeliane per aiutare Gaza.
È una Schlein di flotta e di governo. Sta con gli attivisti e pure col Colle
«Noi proseguiamo»: così il deputato del Pd Arturo Scotto confermava anche ieri alla Verità che i parlamentari del Pd (lui e l’eurodeputata Annalisa Corrado) così come il senatore del M5s Marco Croatti (lo confermano alla Verità fonti pentastellate) e l’eurodeputata dei Verdi Benedetta Scuderi continueranno a partecipare alla missione della Flotilla, nonostante l’appello a tornarsene a casa che è stato loro rivolto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Appello, quello del Quirinale, che Elly Schlein commenta facendo esercizio di doroteismo dialettico: «Condividiamo le parole, l’appello del presidente Mattarella», dice la Schlein, «che ha riconosciuto l’alto valore umanitario di questa missione. Noi già nei giorni precedenti avevamo ringraziato il Patriarcato latino di Gerusalemme per la disponibilità a una mediazione che assicurasse l’obiettivo di portate gli aiuti a Gaza e abbiamo auspicato che questo canale rimanesse aperto e che proseguisse il dialogo con la Flotilla. Noi non siamo gli organizzatori. C’è un comitato organizzativo», aggiunge la leader dem, «e delegazioni da 44 Paesi, possiamo invitare a proseguire questo dialogo sulle strade aperte per assicurare che gli aiuti arrivino e che prosegua il dialogo anche con il Patriarcato latino. E ringraziamo i nostri deputati che stanno accompagnando questa missione facendo da scorta mediatica. Ricordiamo che chi sta violando ogni norma del diritto internazionale e umanitario è Netanyahu e che questi attivisti vanno protetti». Un segretario del Pd che non ascolta un appello di Mattarella (pur elogiandolo a parole) è un qualcosa che mai ci saremmo aspettati di vedere, ma la Schlein non ha molta scelta. Innanzitutto, non può assolutamente permettere che i due parlamentari dem scendano dalla barca e quelli di M5s e Avs restino a bordo: sarebbe uno smacco terrificante in termini politici ed elettorali. In secondo luogo, aspetta le elezioni nelle Marche di oggi e domani: con un cinismo politico sconcertante, il candidato del Pd alla presidenza della Regione, Matteo Ricci, è arrivato a dire che «si vota per le Marche e per la Palestina». Infine, Elly si gioca anche una partita interna ai dem, considerato che l’appello di Mattarella è stato subito accolto con entusiasmo dai vari Lorenzo Guerini, Graziano Delrio, Filippo Sensi, quella componente sedicente «riformista» (non si ricorda una sola riforma di costoro) che fa la guerra interna al movimentismo sinistroide della segretaria. Detto ciò, mantenere la posizione «sia con la Flotilla che con Mattarella» prendendo dall’appello del capo dello Stato solo le parole che servono politicamente, ovvero il riconoscimento del carattere umanitario della missione, ma ignorandone il succo, ovvero l’invito ai parlamentari a consegnare gli aiuti a Cipro e invertire la rotta, è possibile solo per qualche giorno, non certo a lungo, perché se accadesse il peggio la Schlein verrebbe accusata di aver forzato la mano anche di fronte al monito del Quirinale. È possibile che la Schlein confidi in una soluzione diplomatica complessiva, in una mediazione accettata da tutta la missione. Non a caso lo stesso Scotto, nel pomeriggio, declina in maniera più articolata il ragionamento, non escludendo la consegna degli aiuti in sicurezza e un sereno ritorno a casa: «Escludo che ci siano mediazioni da parte del governo», dice Scotto all’Adnkronos, «piuttosto si tratta di un lavoro che stanno facendo le dirigenze della Flotilla con interlocutori diversi. Penso che non bisogna escludere nulla in questo momento, proprio perché le discussioni sono in corso. L’obiettivo della missione è l’apertura di un canale umanitario permanente, quindi ci aspettiamo che l’Unione Europea si muova in questo senso», aggiunge Scotto, «che metta in atto il diritto internazionale e che faccia pressione su Netanyahu per interrompere il blocco navale. Bisogna che l’Europa prenda una posizione netta».Non siamo quindi di fronte a un atto di generoso eroismo, all’insegna dell’eterno motto «navigare necesse est, vivere non necesse» (navigare è necessario, vivere non è necessario), scandito da Pompeo ai soldati che durante una tempesta non volevano affrontare il mare per trasportare a Roma il grano delle province, ma alla necessità di salvare la faccia e pure la pelle. Si naviga a vista: anche Giuseppe Conte commenta gli ultimi sviluppi con grande cautela: «Il M5s», dice Conte, come riporta La Presse, «ha offerto da subito il sostegno morale a questa missione e qualsiasi decisione prenderanno noi saremo al loro fianco. Sin dall’inizio abbiamo riconosciuto l’alto valore morale di questa missione che vuole rompere metaforicamente e concretamente l’assedio su Gaza, un assedio illegittimo che sta producendo un genocidio. Ci sono dei parlamentari, c’è un nostro parlamentare, ma ha aderito come cittadino per rafforzare anche in qualche modo una presenza, dare la testimonianza sua personale di questa presenza». Se non fossimo in una situazione drammatica, immaginare che un senatore del M5s si sia imbarcato su una missione così pericolosa senza aver prima ragionato con i vertici del partito farebbe ridere.
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Altre barche si uniscono alla Flotilla, che rifiuta ogni soluzione diversa dalla prova di forza. Ma anche Frontex, tirata in ballo, avverte: «Non potremo difendervi».La leader del Pd fa un taglia e cuci delle parole di Mattarella, fingendo di sposarne il monito. La realtà è che non può far scendere i due dem imbarcati né accettare l’aiuto del governo. E alla fine spera nell’Ue.Lo speciale contiene due articoli.Ostinati. Un aggettivo che piace molto alla segretaria dem Elly Schlein e che ben si può attribuire ai partecipanti della Global Sumud Flotilla. Un’organizzazione cui fanno parte moltissime anime, ma solo quelle più estremiste sembrerebbero dettar legge. Sì perché a nulla sono serviti gli appelli alla responsabilità arrivati da quasi tutte le forze politiche e soprattutto dal capo dello Stato Sergio Mattarella, loro non hanno nessuna intenzione di mollare. Si dirigono, ostinatamente appunto, verso la costa della Striscia di Gaza. Obiettivo: «violare il blocco».«Nonostante i sabotaggi la missione continua. L’attenzione deve essere rivolta a Gaza, dove solo all’alba di oggi sono state uccise altre 44 persone». Così la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla sottolineando che la componente italiana è ancora presente sulle barche. «La delegazione italiana presente a bordo è composta da circa 50 persone di cui circa 40 sono rimaste a bordo e le rimanenti hanno legittimamente deciso di tornare in Italia per proseguire l’attività insieme all’equipaggio di terra. Tra di loro la portavoce Maria Elena Delia, come è stato già comunicato». Delia che ieri ha anche intrattenuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «La missione non è fine a se stessa», spiegano da Arci, presente nella missione con la barca Karma, «il vero obiettivo è rompere l’assedio e fermare il genocidio in corso». Intanto anche Frontex ha avvertito gli attivisti di non poter fare nulla in caso di attacchi: «Frontex è un’organizzazione civile il cui compito principale è supportare i Paesi dell’Ue nella gestione delle frontiere. Non siamo un’organizzazione militare, quindi non possiamo svolgere compiti militari, come la scorta di navi per la protezione in mare. Inoltre, le navi che partecipano alle operazioni Frontex non sono equipaggiate per questo scopo». Lo ha spiegato un portavoce come risposta a una sessantina di eurodeputati di The Left, Greens, S&D e Non iscritti che avevano inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per chiedere un intervento urgente di Frontex per la Global Flotilla. In questo momento le imbarcazioni hanno lasciato Creta in direzione Sud per evitare una tormenta: «abbiamo avuto un altro problema con una barca e abbiamo dovuto ricollocare circa 30 persone» ha spiegato un attivista della delegazione italiana che si trova a bordo.La situazione è seria ma la missione prosegue. Tanto che ci sono altre barche a vela in partenza da Catania. Una flotta con a bordo giornalisti internazionali e medici professionisti salperà il primo ottobre per Gaza. È stato annunciato in una conferenza stampa a Catania da Freedom Flotilla Coalition: «È un’iniziativa senza precedenti perché per due anni Israele ha negato a tutti i giornalisti stranieri di entrare a Gaza, creando uno dei blackout di stampa più severi nella storia recente. Le nostre sono azioni dirette e non violente. Le flotte cercano di fare il lavoro che i governi non hanno fatto. A tutti quelli che stanno guardando da casa diciamo: ’fate qualcosa di più’. Lo sapete che dovete». Il loro appello. La seconda flotta si chiama Thousand Madleens to Gaza. In tutto si tratta di una decina di barche, due al porticciolo di San Giovanni Li Cuti e le altre in rada. La flotta, spiegano gli organizzatori delle due nuove flottiglie, partirà per «sfidare il blocco illegale imposto da Israele a Gaza ed esporre i sistemi che rendono possibili i suoi crimini di guerra. Navigheremo perché le potenze mondiali consentono l’assedio illegale di Gaza da parte di Israele. Navigheremo per romperlo, per smascherare i sistemi che sostengono i crimini di guerra di Israele, e per affermare i diritti del popolo palestinese». Queste nuove missioni sono del tutto simboliche, perché le navi che stanno per arrivare a Gaza non aspetteranno le nuove flotte, come chiarito appunto dagli organizzatori. «Navighiamo al loro fianco ma non aspetteranno che ci uniamo a loro in mare». Insomma, proseguono i soliti toni da assemblea studentesca.Intanto prosegue il pressing del presidente della Cei, il cardinal Matteo Zuppi, affinché la Flotilla accetti la mediazione che vorrebbe far convergere le imbarcazioni della Global Sumud su Cipro dove il Patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa le accoglierebbe come garante. Si spinge per l’attivazione del Corridor for Gaza Amalthea, un sistema di aiuti che nasce da un accordo tra Cipro, Israele, Emirati Arabi, Unione europea, Stati Uniti e Unops (Onu). È un corridoio «collaudato, sicuro» spiegano fonti vicine alla mediazione, la cui attivazione potrebbe innanzitutto garantire l’incolumità degli attivisti, quindi assicurare l’arrivo gli aiuti alla popolazione e rassicurare anche Israele, che teme un accordo sottobanco della Flotilla con Hamas. «L’oggettiva preoccupazione» dicono le fonti coinvolte nella mediazione, è per l’incolumità dei membri dell’equipaggio, Israele venendo a contatto con loro potrebbe tentare un blitz per prendere il comando delle imbarcazioni magari senza «sparare» ma con azioni di dissuasione. Il ministero della Difesa israeliano avrebbe inoltre trasmesso a quello italiano, affinché la facesse arrivare al coordinamento della missione, una proposta per far sbarcare gli aiuti umanitari in un porto israeliano. Difficile tuttavia che gli attivisti accettino, sancendo anche simbolicamente l’ineludibilità di un passaggio con le autorità israeliane per aiutare Gaza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/flotilla-forza-blocco-2674048240.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-una-schlein-di-flotta-e-di-governo-sta-con-gli-attivisti-e-pure-col-colle" data-post-id="2674048240" data-published-at="1759047327" data-use-pagination="False"> È una Schlein di flotta e di governo. Sta con gli attivisti e pure col Colle «Noi proseguiamo»: così il deputato del Pd Arturo Scotto confermava anche ieri alla Verità che i parlamentari del Pd (lui e l’eurodeputata Annalisa Corrado) così come il senatore del M5s Marco Croatti (lo confermano alla Verità fonti pentastellate) e l’eurodeputata dei Verdi Benedetta Scuderi continueranno a partecipare alla missione della Flotilla, nonostante l’appello a tornarsene a casa che è stato loro rivolto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Appello, quello del Quirinale, che Elly Schlein commenta facendo esercizio di doroteismo dialettico: «Condividiamo le parole, l’appello del presidente Mattarella», dice la Schlein, «che ha riconosciuto l’alto valore umanitario di questa missione. Noi già nei giorni precedenti avevamo ringraziato il Patriarcato latino di Gerusalemme per la disponibilità a una mediazione che assicurasse l’obiettivo di portate gli aiuti a Gaza e abbiamo auspicato che questo canale rimanesse aperto e che proseguisse il dialogo con la Flotilla. Noi non siamo gli organizzatori. C’è un comitato organizzativo», aggiunge la leader dem, «e delegazioni da 44 Paesi, possiamo invitare a proseguire questo dialogo sulle strade aperte per assicurare che gli aiuti arrivino e che prosegua il dialogo anche con il Patriarcato latino. E ringraziamo i nostri deputati che stanno accompagnando questa missione facendo da scorta mediatica. Ricordiamo che chi sta violando ogni norma del diritto internazionale e umanitario è Netanyahu e che questi attivisti vanno protetti». Un segretario del Pd che non ascolta un appello di Mattarella (pur elogiandolo a parole) è un qualcosa che mai ci saremmo aspettati di vedere, ma la Schlein non ha molta scelta. Innanzitutto, non può assolutamente permettere che i due parlamentari dem scendano dalla barca e quelli di M5s e Avs restino a bordo: sarebbe uno smacco terrificante in termini politici ed elettorali. In secondo luogo, aspetta le elezioni nelle Marche di oggi e domani: con un cinismo politico sconcertante, il candidato del Pd alla presidenza della Regione, Matteo Ricci, è arrivato a dire che «si vota per le Marche e per la Palestina». Infine, Elly si gioca anche una partita interna ai dem, considerato che l’appello di Mattarella è stato subito accolto con entusiasmo dai vari Lorenzo Guerini, Graziano Delrio, Filippo Sensi, quella componente sedicente «riformista» (non si ricorda una sola riforma di costoro) che fa la guerra interna al movimentismo sinistroide della segretaria. Detto ciò, mantenere la posizione «sia con la Flotilla che con Mattarella» prendendo dall’appello del capo dello Stato solo le parole che servono politicamente, ovvero il riconoscimento del carattere umanitario della missione, ma ignorandone il succo, ovvero l’invito ai parlamentari a consegnare gli aiuti a Cipro e invertire la rotta, è possibile solo per qualche giorno, non certo a lungo, perché se accadesse il peggio la Schlein verrebbe accusata di aver forzato la mano anche di fronte al monito del Quirinale. È possibile che la Schlein confidi in una soluzione diplomatica complessiva, in una mediazione accettata da tutta la missione. Non a caso lo stesso Scotto, nel pomeriggio, declina in maniera più articolata il ragionamento, non escludendo la consegna degli aiuti in sicurezza e un sereno ritorno a casa: «Escludo che ci siano mediazioni da parte del governo», dice Scotto all’Adnkronos, «piuttosto si tratta di un lavoro che stanno facendo le dirigenze della Flotilla con interlocutori diversi. Penso che non bisogna escludere nulla in questo momento, proprio perché le discussioni sono in corso. L’obiettivo della missione è l’apertura di un canale umanitario permanente, quindi ci aspettiamo che l’Unione Europea si muova in questo senso», aggiunge Scotto, «che metta in atto il diritto internazionale e che faccia pressione su Netanyahu per interrompere il blocco navale. Bisogna che l’Europa prenda una posizione netta».Non siamo quindi di fronte a un atto di generoso eroismo, all’insegna dell’eterno motto «navigare necesse est, vivere non necesse» (navigare è necessario, vivere non è necessario), scandito da Pompeo ai soldati che durante una tempesta non volevano affrontare il mare per trasportare a Roma il grano delle province, ma alla necessità di salvare la faccia e pure la pelle. Si naviga a vista: anche Giuseppe Conte commenta gli ultimi sviluppi con grande cautela: «Il M5s», dice Conte, come riporta La Presse, «ha offerto da subito il sostegno morale a questa missione e qualsiasi decisione prenderanno noi saremo al loro fianco. Sin dall’inizio abbiamo riconosciuto l’alto valore morale di questa missione che vuole rompere metaforicamente e concretamente l’assedio su Gaza, un assedio illegittimo che sta producendo un genocidio. Ci sono dei parlamentari, c’è un nostro parlamentare, ma ha aderito come cittadino per rafforzare anche in qualche modo una presenza, dare la testimonianza sua personale di questa presenza». Se non fossimo in una situazione drammatica, immaginare che un senatore del M5s si sia imbarcato su una missione così pericolosa senza aver prima ragionato con i vertici del partito farebbe ridere.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.