True
2023-04-05
Tappeto rosso Nato alla Finlandia. Mosca già minaccia: «Pronte ritorsioni»
La bandiera finlandese issata nel quartier generale Nato a Bruxelles (Ansa)
«Da oggi 31 bandiere sventolano insieme al quartier generale della Nato, come simbolo di unità e solidarietà. Sono molto orgoglioso di dare il benvenuto alla Finlandia e spero di farlo il prima possibile con la Svezia. Mostriamo al mondo che Vladimir Putin ha fallito, l’intimidazione non funziona, ha ottenuto il contrario di quello che voleva». Ha celebrato così l’ingresso della Finlandia il capo della Nato Jens Stoltenberg che poi ha colto l’occasione per ricordare come funzioni l’Alleanza Atlantica. «Da adesso l’articolo 5 del trattato della Nato», che assicura la difesa di ogni alleato in caso di attacco da parte di un altro Stato, sarà applicato anche ad Helsinki, che così otterrà «una garanzia di sicurezza di ferro».
L’ingresso della Finlandia nell’Alleanza Atlantica «è l’unica cosa per cui possiamo ringraziare Vladimir Putin», dice il segretario di Stato Usa Antony Blinken, arrivando nella sede della Nato, a Bruxelles.
Il presidente Usa Joe Biden, che ha anche invitato la Turchia e l’Ungheria a unirsi al resto della Nato «senza indugio» nel ratificare l’ingresso della Svezia nell’Alleanza, ha detto: «Insieme, rafforzati continueremo a preservare la sicurezza transatlantica, a difendere ogni centimetro del territorio della Nato».
Inevitabilmente dura la reazione della Russia. Mosca adotterà misure di ritorsione in relazione all’ingresso della Finlandia nella Nato. Lo ha affermato il ministero degli Esteri russo in una nota. «La Federazione russa sarà costretta ad adottare misure di ritorsione, sia tecnico-militari che di altro tipo, al fine di fermare le minacce alla nostra sicurezza nazionale derivanti dall’ingresso della Finlandia nella Nato», hanno spiegato. Dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky sono invece arrivate «sincere congratulazioni alla Finlandia e al presidente Sauli Niinisto per l’adesione alla Nato nel 74° anniversario della sua fondazione. In mezzo all’aggressione russa, l’Alleanza è diventata l’unica effettiva garanzia di sicurezza nella regione. Ci aspettiamo che il summit della Nato di Vilnius avvicini l’Ucraina al nostro obiettivo euro-atlantico».
Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha sollevato il tema della paura e insiste sulla pace: «Una nazione che ha sempre voluto mantenere l’autonomia, senza schierarsi, ha sentito la necessità di entrare nella Nato, improvvisamente, dopo decenni di terzietà. Questo significa che c’è un sentimento di paura. E l’unico modo per sconfiggere la paura è ostinarci nella ricerca della pace, che non significa tirarsi indietro dall’aiuto, ma significa non lasciare nulla di intentato». Crosetto inoltre si è mostrato scettico all’idea di portare al 2% del Pil le spese per la Difesa. «Tutti i governi sinora si erano espressi mantenendo l’impegno. L’unico che ha avuto il coraggio di dire ad un’assemblea della Nato che non era un impegno facile per motivi economici è stato il sottoscritto. Mi stupisce che tutti quelli dei governi precedenti che invece non hanno mai detto nulla adesso ci abbiano ripensato». L’invito era arrivato dal Segretario generale della Nato e ribadito anche ieri al suo arrivo al quartier generale: «Discuteremo su come investire di più nella difesa e mi aspetto che quando gli alleati si incontreranno al vertice di Vilnius (a luglio), concorderanno di avere una difesa più ambiziosa, considerando il 2% del Pil per la difesa non come un tetto ma come un base minima che dobbiamo spendere per la nostra sicurezza in un mondo più pericoloso».
E intanto continuano i vertici e gli incontri tra leader internazionali, il tema principale per tutti resta sempre la pace in Ucraina.
Da domani fino all’8 aprile il presidente francese Emmanuel Macron sarà in una visita ufficiale in Cina, prima una tappa a Pechino, poi la seconda a Canton. L’ultima volta che il capo dell’Eliseo si è recato in Cina era nel 2019 e cinque mesi fa ha avuto un colloquio con il suo omologo cinese Xi Jinping a margine del vertice G20 a Bali.
Secondo un consigliere dell’Eliseo, l’obiettivo del viaggio di Macron è quello di evitare che Pechino decida di fornire un sostegno militare alla Russia. Con lui ci sarà anche il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, a dimostrazione dell’importanza del momento e del tema.
Continua intanto la fuga di Artyom Uss, l’uomo d’affari russo evaso dagli arresti domiciliari a Milano, dove attendeva l’estradizione negli Stati Uniti. Adesso si troverebbe in Russia: lo ha detto lui stesso all’agenzia Ria Novosti. Mentre è arrivata l’incriminazione ufficiale per la ventiseienne russa Darya Trepova, accusata di essere l’esecutrice dell’attentato al bar di San Pietroburgo dove domenica scorsa è morto il blogger nazionalista Vladen Tatarsky. L’accusa è di attentato terroristico e trasporto illegale di esplosivi. La donna sarà difesa dallo stesso avvocato del reporter americano Evan Gershkovich, arrestato in Russia con l’accusa di spionaggio.
La tensione prosegue anche sul tema delle armi. Il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu ha detto che «sistemi missilistici Iskander, in grado di trasportare testate convenzionali e nucleari tattiche, sono stati trasferiti dalla Russia in Bielorussia». Notizia che invece il capo del consiglio per la sicurezza nazionale ucraina Oleksy Danilov ha definito un bluff. Gli Stati Uniti nelle stesse ore, annunciavano un nuovo pacchetto di aiuti militari a Kiev da 2,6 miliardi di dollari.
Dal 2014 Kiev ha aumentato le spese militari del 72%
Il mercato della difesa non smette di crescere. La spesa globale per la difesa ha superato per la prima volta i 2.000 miliardi di dollari nel 2021 (+0,7% sul 2020 e +12% sul 2012, in termini reali), raggiungendo il massimo storico di 2.113 miliardi (il 2,2% del Pil globale), pari a 5,8 miliardi al giorno.
In particolare, l’Ucraina ha aumentato le proprie spese del 72% dopo l’annessione della Crimea nel 2014 per rafforzare le difese contro la Russia. La spesa è poi scesa nel 2021, a 5,9 miliardi, pur rappresentando ancora il 3,2% del Pil del Paese. Un dato doppio rispetto all’1,6% del 2012.
È quanto emerge da uno studio di Mediobanca che ha preso in considerazione i conti annuali di oltre 240 multinazionali industriali mondiali suddivise per comparto. Dall’indagine si nota che tutti i settori hanno superato i livelli pre-pandemici, con l’eccezione dei produttori di aeromobili.
Proprio in tema di difesa, la Russia ha aumentato le proprie spese nel 2021 (66 miliardi di dollari l’anno) del 2,9% sul 2020 in termini reali (+6,8% nominale) in vista del conflitto con l’Ucraina. Si tratta del terzo anno consecutivo di crescita per cui la spesa russa ha raggiunto il 4,1% del Pil 2021 (3,7% nel 2012). Inoltre, le entrate elevate di petrolio e gas hanno aiutato la Russia ad aumentare la propria spesa per la difesa nel 2021. Secondo lo studio, la spesa russa era diminuita tra il 2016 e il 2019 a causa dei bassi prezzi dell’energia combinati con le sanzioni in risposta all’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014.
Ad eccezione delle spese legate al conflitto russo ucraino, Stati Uniti e Cina si confermano i «big spender» del settore della difesa. Il 37,9% fa capo allo Zio Sam (801 miliardi), seguiti da Cina con il 13,9% (293 miliardi), India (3,6%), Regno Unito (3,2%) e Russia (3,1%); l’Italia è undicesima con l’1,5% del totale mondo (32 miliardi di dollari, pari a 88 milioni al giorno).
La classifica cambia se si considera l’incidenza sul Prodotto interno lordo: primi posti per i Paesi del Medio Oriente e Nord Africa, con la Russia in undicesima posizione (4,1%), gli Stati Uniti in quindicesima (3,5%), l’Ucraina in diciannovesima (3,2%), la Cina in sessantesima (1,7%) e l’Italia in settantaseiesima (1,5%, era 1,4% nel 2012 e 2,1% nel 1988). Come richiesto dalla Nato nel 2014, poi, l’Italia sta gradualmente innalzando la propria spesa nella difesa con l’obiettivo di raggiungere la soglia del 2% del Pil entro il 2028.
I cittadini che invece spendono maggiormente per la difesa del proprio Paese sono Qatar, Israele, Stati Uniti e Kuwait con più di 2.000 dollari a testa nel 2021; i 530 biglietti verdi a persona dell’Italia (pari a 1,5 dollari al giorno) rappresentano circa il doppio della media mondiale (268 dollari) e il 17% in più della Russia. La quota di spesa pubblica dedicata alla difesa è più elevata in Bielorussia, Qatar, Oman e Arabia Saudita con oltre il 20%, mentre l’Italia si colloca nella parte bassa della classifica con il 2,6%, inferiore alla media mondiale del 6,2% che invece è superata da Russia (10,8%), Stati Uniti (8,3%) e Ucraina (7,8%).
Anche dando uno sguardo alle multinazionali del settore della difesa si nota che nel 2022 il giro d’affari aggregato dei trenta gruppi mondiali è stato di 432 miliardi di dollari. Il panorama è dominato dai player statunitensi con una quota del 74% del totale, seguiti dai gruppi europei con il 22% e da quelli asiatici con il 4%. Nel 2023 è atteso un ulteriore incremento dei ricavi del +6% sul 2022, per l’aumento dei budget nazionali in risposta alle crescenti tensioni geopolitiche. Gli Stati Uniti, con i loro 15 «big», si aggiudicano il primato anche a livello numerico davanti alla Francia, distanziata con tre società; due gruppi ciascuno per Germania, Gran Bretagna, India e Italia che, con Fincantieri e Leonardo, conta per il 21% del giro d’affari europeo e per il 4,7% di quello mondiale.
Continua a leggereRiduci
Helsinki è entrata nell’Alleanza. L'oligarca evaso, Artyom Uss, rispunta in Russia. Il Cremlino: «Missili Iskander in Bielorussia».Kiev: secondo Mediobanca, gli investimenti globali per la difesa hanno superato per la prima volta i 2.000 miliardi di dollari nel 2021.Lo speciale contiene due articoli.«Da oggi 31 bandiere sventolano insieme al quartier generale della Nato, come simbolo di unità e solidarietà. Sono molto orgoglioso di dare il benvenuto alla Finlandia e spero di farlo il prima possibile con la Svezia. Mostriamo al mondo che Vladimir Putin ha fallito, l’intimidazione non funziona, ha ottenuto il contrario di quello che voleva». Ha celebrato così l’ingresso della Finlandia il capo della Nato Jens Stoltenberg che poi ha colto l’occasione per ricordare come funzioni l’Alleanza Atlantica. «Da adesso l’articolo 5 del trattato della Nato», che assicura la difesa di ogni alleato in caso di attacco da parte di un altro Stato, sarà applicato anche ad Helsinki, che così otterrà «una garanzia di sicurezza di ferro». L’ingresso della Finlandia nell’Alleanza Atlantica «è l’unica cosa per cui possiamo ringraziare Vladimir Putin», dice il segretario di Stato Usa Antony Blinken, arrivando nella sede della Nato, a Bruxelles. Il presidente Usa Joe Biden, che ha anche invitato la Turchia e l’Ungheria a unirsi al resto della Nato «senza indugio» nel ratificare l’ingresso della Svezia nell’Alleanza, ha detto: «Insieme, rafforzati continueremo a preservare la sicurezza transatlantica, a difendere ogni centimetro del territorio della Nato».Inevitabilmente dura la reazione della Russia. Mosca adotterà misure di ritorsione in relazione all’ingresso della Finlandia nella Nato. Lo ha affermato il ministero degli Esteri russo in una nota. «La Federazione russa sarà costretta ad adottare misure di ritorsione, sia tecnico-militari che di altro tipo, al fine di fermare le minacce alla nostra sicurezza nazionale derivanti dall’ingresso della Finlandia nella Nato», hanno spiegato. Dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky sono invece arrivate «sincere congratulazioni alla Finlandia e al presidente Sauli Niinisto per l’adesione alla Nato nel 74° anniversario della sua fondazione. In mezzo all’aggressione russa, l’Alleanza è diventata l’unica effettiva garanzia di sicurezza nella regione. Ci aspettiamo che il summit della Nato di Vilnius avvicini l’Ucraina al nostro obiettivo euro-atlantico». Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha sollevato il tema della paura e insiste sulla pace: «Una nazione che ha sempre voluto mantenere l’autonomia, senza schierarsi, ha sentito la necessità di entrare nella Nato, improvvisamente, dopo decenni di terzietà. Questo significa che c’è un sentimento di paura. E l’unico modo per sconfiggere la paura è ostinarci nella ricerca della pace, che non significa tirarsi indietro dall’aiuto, ma significa non lasciare nulla di intentato». Crosetto inoltre si è mostrato scettico all’idea di portare al 2% del Pil le spese per la Difesa. «Tutti i governi sinora si erano espressi mantenendo l’impegno. L’unico che ha avuto il coraggio di dire ad un’assemblea della Nato che non era un impegno facile per motivi economici è stato il sottoscritto. Mi stupisce che tutti quelli dei governi precedenti che invece non hanno mai detto nulla adesso ci abbiano ripensato». L’invito era arrivato dal Segretario generale della Nato e ribadito anche ieri al suo arrivo al quartier generale: «Discuteremo su come investire di più nella difesa e mi aspetto che quando gli alleati si incontreranno al vertice di Vilnius (a luglio), concorderanno di avere una difesa più ambiziosa, considerando il 2% del Pil per la difesa non come un tetto ma come un base minima che dobbiamo spendere per la nostra sicurezza in un mondo più pericoloso». E intanto continuano i vertici e gli incontri tra leader internazionali, il tema principale per tutti resta sempre la pace in Ucraina. Da domani fino all’8 aprile il presidente francese Emmanuel Macron sarà in una visita ufficiale in Cina, prima una tappa a Pechino, poi la seconda a Canton. L’ultima volta che il capo dell’Eliseo si è recato in Cina era nel 2019 e cinque mesi fa ha avuto un colloquio con il suo omologo cinese Xi Jinping a margine del vertice G20 a Bali. Secondo un consigliere dell’Eliseo, l’obiettivo del viaggio di Macron è quello di evitare che Pechino decida di fornire un sostegno militare alla Russia. Con lui ci sarà anche il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, a dimostrazione dell’importanza del momento e del tema. Continua intanto la fuga di Artyom Uss, l’uomo d’affari russo evaso dagli arresti domiciliari a Milano, dove attendeva l’estradizione negli Stati Uniti. Adesso si troverebbe in Russia: lo ha detto lui stesso all’agenzia Ria Novosti. Mentre è arrivata l’incriminazione ufficiale per la ventiseienne russa Darya Trepova, accusata di essere l’esecutrice dell’attentato al bar di San Pietroburgo dove domenica scorsa è morto il blogger nazionalista Vladen Tatarsky. L’accusa è di attentato terroristico e trasporto illegale di esplosivi. La donna sarà difesa dallo stesso avvocato del reporter americano Evan Gershkovich, arrestato in Russia con l’accusa di spionaggio. La tensione prosegue anche sul tema delle armi. Il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu ha detto che «sistemi missilistici Iskander, in grado di trasportare testate convenzionali e nucleari tattiche, sono stati trasferiti dalla Russia in Bielorussia». Notizia che invece il capo del consiglio per la sicurezza nazionale ucraina Oleksy Danilov ha definito un bluff. Gli Stati Uniti nelle stesse ore, annunciavano un nuovo pacchetto di aiuti militari a Kiev da 2,6 miliardi di dollari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finlandia-nato-2659739913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-2014-kiev-ha-aumentato-le-spese-militari-del-72" data-post-id="2659739913" data-published-at="1680672321" data-use-pagination="False"> Dal 2014 Kiev ha aumentato le spese militari del 72% Il mercato della difesa non smette di crescere. La spesa globale per la difesa ha superato per la prima volta i 2.000 miliardi di dollari nel 2021 (+0,7% sul 2020 e +12% sul 2012, in termini reali), raggiungendo il massimo storico di 2.113 miliardi (il 2,2% del Pil globale), pari a 5,8 miliardi al giorno. In particolare, l’Ucraina ha aumentato le proprie spese del 72% dopo l’annessione della Crimea nel 2014 per rafforzare le difese contro la Russia. La spesa è poi scesa nel 2021, a 5,9 miliardi, pur rappresentando ancora il 3,2% del Pil del Paese. Un dato doppio rispetto all’1,6% del 2012. È quanto emerge da uno studio di Mediobanca che ha preso in considerazione i conti annuali di oltre 240 multinazionali industriali mondiali suddivise per comparto. Dall’indagine si nota che tutti i settori hanno superato i livelli pre-pandemici, con l’eccezione dei produttori di aeromobili. Proprio in tema di difesa, la Russia ha aumentato le proprie spese nel 2021 (66 miliardi di dollari l’anno) del 2,9% sul 2020 in termini reali (+6,8% nominale) in vista del conflitto con l’Ucraina. Si tratta del terzo anno consecutivo di crescita per cui la spesa russa ha raggiunto il 4,1% del Pil 2021 (3,7% nel 2012). Inoltre, le entrate elevate di petrolio e gas hanno aiutato la Russia ad aumentare la propria spesa per la difesa nel 2021. Secondo lo studio, la spesa russa era diminuita tra il 2016 e il 2019 a causa dei bassi prezzi dell’energia combinati con le sanzioni in risposta all’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014. Ad eccezione delle spese legate al conflitto russo ucraino, Stati Uniti e Cina si confermano i «big spender» del settore della difesa. Il 37,9% fa capo allo Zio Sam (801 miliardi), seguiti da Cina con il 13,9% (293 miliardi), India (3,6%), Regno Unito (3,2%) e Russia (3,1%); l’Italia è undicesima con l’1,5% del totale mondo (32 miliardi di dollari, pari a 88 milioni al giorno). La classifica cambia se si considera l’incidenza sul Prodotto interno lordo: primi posti per i Paesi del Medio Oriente e Nord Africa, con la Russia in undicesima posizione (4,1%), gli Stati Uniti in quindicesima (3,5%), l’Ucraina in diciannovesima (3,2%), la Cina in sessantesima (1,7%) e l’Italia in settantaseiesima (1,5%, era 1,4% nel 2012 e 2,1% nel 1988). Come richiesto dalla Nato nel 2014, poi, l’Italia sta gradualmente innalzando la propria spesa nella difesa con l’obiettivo di raggiungere la soglia del 2% del Pil entro il 2028. I cittadini che invece spendono maggiormente per la difesa del proprio Paese sono Qatar, Israele, Stati Uniti e Kuwait con più di 2.000 dollari a testa nel 2021; i 530 biglietti verdi a persona dell’Italia (pari a 1,5 dollari al giorno) rappresentano circa il doppio della media mondiale (268 dollari) e il 17% in più della Russia. La quota di spesa pubblica dedicata alla difesa è più elevata in Bielorussia, Qatar, Oman e Arabia Saudita con oltre il 20%, mentre l’Italia si colloca nella parte bassa della classifica con il 2,6%, inferiore alla media mondiale del 6,2% che invece è superata da Russia (10,8%), Stati Uniti (8,3%) e Ucraina (7,8%). Anche dando uno sguardo alle multinazionali del settore della difesa si nota che nel 2022 il giro d’affari aggregato dei trenta gruppi mondiali è stato di 432 miliardi di dollari. Il panorama è dominato dai player statunitensi con una quota del 74% del totale, seguiti dai gruppi europei con il 22% e da quelli asiatici con il 4%. Nel 2023 è atteso un ulteriore incremento dei ricavi del +6% sul 2022, per l’aumento dei budget nazionali in risposta alle crescenti tensioni geopolitiche. Gli Stati Uniti, con i loro 15 «big», si aggiudicano il primato anche a livello numerico davanti alla Francia, distanziata con tre società; due gruppi ciascuno per Germania, Gran Bretagna, India e Italia che, con Fincantieri e Leonardo, conta per il 21% del giro d’affari europeo e per il 4,7% di quello mondiale.
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
Continua a leggereRiduci
Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
Continua a leggereRiduci
Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
Continua a leggereRiduci