
Si parla tanto di Europa. Anzi, non c’è giorno che non si dibatta del suo presente e del suo passato, che non se ne rilanci l’azione o se ne individuino le debolezze strutturali. Insomma, tutte cose che da queste parti ben conosciamo essendo tra coloro che, dell’Unione europea, vediamo le ombre e le insufficienze croniche e le raccontiamo quanto meno per bilanciare la retorica europeista che abbonda nel dibattito politico e mediatico.
Prendete i recenti casi sul gas che arriva dalla Russia: la gente pensa che con le sanzioni non ne arrivi, quando invece ne arriva qual tanto che basta per non andare sotto; e comunque non ci basta visto che persino l’ad di Eni, Claudio Descalzi, ha chiesto di rivendere la posizione di blocco, e a lui ha fatto eco il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. Oppure prendete la sospensione del Patto di stabilità: mentre Ursula von der Leyen ci dice di no, gli imprenditori invitano il governo a un pressing contrario alla Commissione. E infine prendete la recente decisione, sempre della Ue, di revocare i finanziamenti alla Biennale: niente trasferimento dei 2 milioni se il presidente, Pietrangelo Buttafuoco, non rinnega la sua decisione di aprire i padiglioni alla Russia. Cosa farà il governo? Il Movimento 5 stelle ha depositato una interrogazione al ministro Alessandro Giuli, il quale dovrà decidere se darla vinta alla Von der Leyen oppure difendere l’indipendenza della Fondazione e farsi ridare i soldi.
I soldi… Coi soldi l’Europa ha costruito il proprio potere politico. Quante volte ci hanno raccontato che «…se non ci fosse stata l’Europa»: pensate al tempo del Covid, o alle crisi finanziarie, o oggi all’Ucraina. Era come se la narrazione europeista seguisse una sceneggiatura precisa e a senso unico. Un indottrinamento vero e proprio. Esagerato? No. E oggi il bravissimo Thomas Fazi ci mette nero su bianco le prove di quella che è - cito il titolo del suo saggio edito da Guerini e Associati - La macchina della propaganda europea. Il lato oscuro di Ong, media e università. Si tratta di uno studio fatto di dati e numeri precisi. È la rivelazione di un metodo che prevede un indottrinamento; un po’ quel che accade nelle «democrazie malate» di cui parlano gli europeisti, nelle autocrazie per non dire nelle dittature: una montagna di soldi dati a Ong, editori, università, strutture di comunicazione per la predicazione a senso unico.
Nel libro di Thomas Fazi ci sono le cifre e i nomi con cui la macchina della propaganda costruisce e consolida il «Sì, credo». La gente cominciava a dubitare? Allora sotto coi programmi di riprogrammazione, di manipolazione, con finanziamenti alle Ong, ai giornali, alle agenzie di stampa, alle università… Vediamo alcuni dei numeri estrapolati dal libro. Cominciamo dalle Ong.
La Commissione europea utilizza il bilancio Ue per finanziare una vasta rete di Ong e think tank con l’obiettivo non dichiarato di promuovere l’integrazione europea e marginalizzare le voci euroscettiche: il bilancio pluriennale 2021-2027 destina 1,8 miliardi per la campagna «Diritti e valori»; negli ultimi dieci anni, la Commissione ha speso oltre 1,8 miliardi di euro in «Comunicazione e pubblicazioni», gran parte assegnati ad agenzie di pubbliche relazioni e di marketing (Icf Next, Gopa, Kantar, Scholz & Friends, Havas...).
Tra le organizzazioni più finanziate figurano: European youth forum (30,7 milioni), Movimento europeo internazionale (6,3 milioni + 15 milioni in progetti), Friends of Europe (8,4 milioni + 15 milioni), Centre for european policy studies (25 milioni, con partecipazione a progetti per quasi 250 milioni), Gioventù federalista europea (3,6 milioni + quasi 10 milioni in progetti). La Polonia e l’Ungheria erano ostili? Ecco che la Commissione convogliava rispettivamente 38 e 41 milioni di euro - solo attraverso il Cerv - per finanziare Ong locali spesso apertamente opposte ai governi in carica.
Tanti soldi sono arrivati anche agli operatori della comunicazione: almeno 80 milioni di euro all’anno, per un totale di quasi 1 miliardo di euro nell’ultimo decennio (una cifra probabilmente al ribasso, poiché esclude i finanziamenti indiretti tramite agenzie pubblicitarie). Per esempio, in nome delle «politiche di coesione» sono partiti 40 milioni di euro dal 2017, a testate come Ansa, Repubblica, Il Sole 24 Ore, Rtve, France Médias Monde, spesso senza obbligo di dichiarare il finanziamento al pubblico.
Dal libro di Fazi emerge il ruolo dell’agenzia Ansa come partner strutturale della Commissione per «decine di campagne mediatiche finanziate dall’Ue». I finanziamenti diretti documentati ammontano a 5,6 milioni di euro nell’ultimo decennio, dalla Cohesion goes local (265.000 euro) al progetto «Fandango» contro le fake news, materia - quella del controllo della «veridicità delle notizie» - strategica per la propaganda «a senso unico». Dell’Osservatorio europeo anti-disinformazione - finanziato con almeno 27 milioni di euro - hanno fatto parte l’Ansa, il gruppo Gedi/Repubblica e la Rai. A cui sono andati anche finanziamenti totali documentati pari a 2 milioni di euro. Altri soldi sono andati all’Internazionale, al Domani, a Chora Media, a Rcs Mediagroup.
Per chiudere, veniamo al mondo accademico. Per il programma Jean Monnet (parte di Erasmus+), la spesa totale stimata è di circa 220-275 milioni di euro (20-25 milioni/anno, un quarto di miliardo complessivo). Solo iniziative accademiche? No, perché la Commissione stessa riconosce esplicitamente che i suoi obiettivi includono il contrasto all’euroscetticismo e la «diplomazia pubblica per procura» verso Paesi terzi, con i professori chiamati ad agire come «ambasciatori» dell’Ue nei confronti di media, policy-maker e opinione pubblica.





