L’artista, nota per i suoi progetti visionari (da Musica Nuda al duo con l’arciliuto di Ilaria Fantin) e per la capacità di spaziare con la voce dalla musica antica al jazz, presenta il suo ultimo lavoro in coppia con Finaz.
(Imagoeconomica)
È infondato sostenere, come ha fatto Gratteri, che se vince il Sì la giustizia favorirà gli imputati ricchi con importanti avvocati. Con la separazione delle carriere, il modello accusatorio e la natura del processo restano invariati. E rimarrà il patrocinio statale.
Parlo dopo oltre 45 anni di magistratura, in gran parte svolti con funzioni requirenti. Ho esercitato l’azione penale quando non era materia da talk show ma fatica quotidiana: fascicoli accumulati sulle scrivanie, scelte difficili, priorità imposte non dall’ideologia ma dal tempo e dalle risorse. Ho fatto il pubblico ministero quando la parola «toghe» non era una categoria sociologica, quando l’ufficio era un luogo di lavoro e non un campo di battaglia simbolico.
Angelo Giorgianni, ex magistrato
Ho visto indagini durare anni, assoluzioni doverose, errori, successi, cadute di credibilità e ricostruzioni pazienti. Ho conosciuto il peso di una richiesta di custodia cautelare, la solitudine di una decisione, la prudenza necessaria davanti a una prova fragile. Per questo, quando sento dire - come ha fatto Nicola Gratteri al forum del Fatto Quotidiano - che «col Sì la giustizia sarà solo per ricchi e potenti», non posso archiviare la frase come un eccesso polemico. È un’affermazione non dimostrata che tocca il cuore del patto costituzionale. Se fosse vera, saremmo davanti a una regressione democratica. Ma proprio l’esperienza mi impone di distinguere tra timori politici e conseguenze giuridiche. Il pubblico ministero, nel nostro sistema, è già parte processuale. Non è un giudice che ha smarrito la strada. È titolare dell’azione penale, formula imputazioni, sostiene l’accusa in dibattimento, impugna le sentenze. Questo assetto non nasce oggi. È il frutto della riforma del 1989 e della revisione costituzionale del 1999, che hanno consacrato il modello accusatorio.
La separazione delle carriere non muta la natura del processo. Non abolisce il contraddittorio. Non elimina il giudice terzo. Non cancella l’articolo 24 della Costituzione. Interviene sull’assetto ordinamentale, non sulle garanzie difensive ed elimina delle patologiche distorsioni registrate in questi anni. Dire che da questa modifica discenderà automaticamente una giustizia «per ricchi» significa sostenere un nesso causale che, allo stato, non è assolutamente dimostrato. Il problema dei costi della difesa esiste. L’ho visto con i miei occhi: collegi difensivi composti da più avvocati, consulenze tecniche sofisticate, investigazioni parallele. E ho visto, con la stessa chiarezza, difensori nominati d’ufficio lavorare con competenza e dedizione in condizioni difficili. Ma questo accade oggi. È sempre accaduto. Il patrocinio a spese dello Stato non viene abolito dalla riforma. Le regole del processo restano le stesse. Se esiste una diseguaglianza sostanziale tra chi può permettersi una difesa costosa e chi no, essa affonda le radici nella struttura economica del Paese, non nella collocazione ordinamentale del pubblico ministero. Attribuire alla separazione delle carriere la responsabilità di una disparità preesistente significa semplificare un problema complesso.
C’è poi l’argomento suggestivo del pm che deve essere «un giudice nella sua testa». Comprendo il senso etico della formula. Anch’io ho chiesto archiviazioni quando le prove non reggevano, ho sostenuto assoluzioni quando il diritto lo imponeva. Ma non perché mi sentissi giudice: lo facevo perché ero pubblico ministero e la legge me lo imponeva. Uno Stato di diritto non può fondarsi sull’intima disposizione d’animo dell’accusatore. Deve poggiare su regole chiare, ruoli distinti, controlli reciproci. La terzietà non è una qualità psicologica: è una garanzia strutturale. Se la garanzia dell’imputato dipendesse dalla «mentalità» del pm, allora il sistema sarebbe già fragile oggi. Comprendo - e lo dico senza ironia - le perplessità sul rischio di una dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo. È un timore legittimo. L’indipendenza del pm è un presidio contro le pressioni politiche. Nessuno che abbia fatto seriamente questo mestiere può prenderlo alla leggera. Ma proprio perché il tema è serio, va affrontato fino in fondo. Se il pubblico ministero non deve avere un ruolo politico - e su questo concordo - allora bisogna spiegare come si concilia questa affermazione con la discrezionalità di fatto dell’azione penale che oggi esercitiamo.
L’obbligatorietà dell’azione penale, nella sua formulazione costituzionale, è un principio nobile. Ma nella realtà quotidiana degli uffici giudiziari, con carichi ingestibili e risorse limitate, l’obbligatorietà si traduce inevitabilmente in una selezione. E la selezione non è mai neutra. Ogni Procura stabilisce priorità. Ogni capo dell’ufficio indica linee guida. Ogni sostituto, davanti a dieci fascicoli urgenti e 100 meno urgenti, decide dove concentrare energie e tempo. E purtroppo alcune volte si traduce in una scelta ideologica e/o politica. Ma è comunque una scelta che incide sull’ordine delle cose, sull’agenda pubblica, sulla percezione sociale del reato. Decidere di puntare con forza sulla corruzione o sulla microcriminalità; concentrare risorse sui reati ambientali o sui reati contro la persona; privilegiare le indagini finanziarie o quelle di strada: sono opzioni organizzative che producono effetti politici nel senso più alto del termine, perché incidono sulla distribuzione concreta dell’attenzione repressiva dello Stato. Non è politica di partito. Ma non è neppure un atto puramente tecnico.
Allora la domanda è questa: se oggi l’azione penale è, di fatto, selettiva e orientata da criteri organizzativi, possiamo davvero sostenere che il pubblico ministero sia completamente estraneo a una dimensione di indirizzo? Oppure dobbiamo ammettere che esiste una discrezionalità reale, che non è scritta nei codici ma si esercita nei corridoi delle Procure? Il punto non è accusare tutta la magistratura di politicizzazione. Sarebbe un’ingiustizia. Il punto è riconoscere che l’assenza di criteri trasparenti e democraticamente discutibili lascia spazio a una discrezionalità opaca, qualche volta paravento di scelte politiche, non sempre nobili. Se si teme l’indirizzo politico dell’esecutivo, bisogna anche interrogarsi sull’indirizzo implicito che già oggi si esercita all’interno dell’ordine giudiziario. La vera alternativa non è tra un pm eroicamente puro e un pm subordinato al governo. È tra un sistema che riconosce e regola la discrezionalità, rendendola trasparente e responsabile, e un sistema che la nega formalmente ma la pratica quotidianamente. Diversamente non può riconoscersi discrezionalità politica al pm e riferirla a chi istituzionalmente ce l’ha. Perché l’obbligatorietà assoluta, in un contesto di risorse finite, è una finzione. E le finzioni, prima o poi, si pagano in credibilità o in pericolose distorsioni.
Io non ho mai pensato nell’esercizio delle funzioni giudiziarie di svolgere un ruolo politico. Ho applicato la legge. Ma ho dovuto scegliere, ogni giorno, cosa trattare prima e cosa dopo. E quella scelta non era solo tecnica: era una responsabilità che incideva sulla vita delle persone e sull’ordine delle priorità sociali. Si può essere contrari alla riforma. È legittimo. Si può ritenere che indebolisca l’assetto costituzionale. Ma affermare che trasformerà la giustizia in un privilegio per ricchi significa compiere un salto che, sul piano tecnico, non è dimostrato. La maturità istituzionale sta nel riconoscere i nodi reali, non nel coprirli con slogan. La giustizia non si rafforza negando la complessità. Si rafforza guardandola in faccia. Il resto è rumore. E il rumore, nelle aule di giustizia, non è mai stato una buona prova.
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Nicola Gratteri (Ansa)
Il procuratore di Napoli non è nuovo a uscite improvvide. E anche alcune sue operazioni suscitano dubbi.
Gratteri e vinci, o forse perdi: il procuratore di Napoli ci perdonerà la battuta, ma sono talmente tante le sue prese di posizione quantomeno discutibili sul referendum della Giustizia in programma in prossimi 22 e 23 marzo che viene da chiedersi se alla fine le intemerate di Nicola Gratteri non siano controproducenti per il fronte del No, del quale è uno degli alfieri più in vista.
Partiamo dalla più recente, l’intervista video rilasciata al Corriere della Calabria due giorni fa: «Al referendum sulla giustizia per il No», sentenzia Gratteri, «voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». La frase è indiscutibilmente forte, e non a caso scatena reazioni furiose da parte del fronte del Sì e pure qualche critica dai sostenitori del No. Gratteri poi precisa che le sue parole sono estate estrapolate da un discorso più complesso: «Ho detto che a mio parere», sottolinea il magistrato, «voteranno Sì certamente le persone a cui questo sistema conviene, quindi tutti i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura. Non ho detto, come strumentalmente vogliono far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di potere».
Intanto la frittata è fatta. Lo scorso novembre, Gratteri va in tv, a Di Martedì di Giovanni Floris su La7, e legge alcune parole di quella che definisce una intervista di Giovanni Falcone del 1992: «Una separazione delle carriere può andare bene se resta garantita l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero ma temo che si voglia, attraverso questa separazione, subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo. Questo è inaccettabile». In realtà si tratta di una fake news che circola sui social: Falcone era favorevole alla separazione delle carriere, come sostenuto da lui stesso in una intervista a Repubblica del 1991: «Chi, come me», disse il magistrato massacrato dalla mafia, «richiede che giudici e pm siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’esecutivo». Gratteri dirà qualche giorno dopo che quella intervista fake gli era stata «mandata da persone autorevoli dell’informazione, me l’hanno riportata come autentica, e io l’ho letta».
Torniamo a tempi più recenti: tre giorni fa, in una intervista al Fatto quotidiano, Gratteri sostiene che «i promotori del Sì dicono che avremo un pm più forte. Poniamo che sia vero, allora anche l’imputato ha bisogno di un avvocato più forte, di un’agenzia investigativa più forte. Ma l’avvocato che solo per cominciare chiede un acconto da 50.000 euro», aggiunge Gratteri, «può permetterselo solo un imputato potente e ricco. Con questa riforma l’imputato povero sarà meno garantito. Se il pm è l’accusatore e basta, senza più l’obbligo di trovare anche prove a favore dell’imputato, noi facciamo una riforma che danneggia almeno il 90% dei cittadini che incappano in problemi giudiziari. Solo quei pochi ricchi che finiscono sotto processo hanno i mezzi di tenere testa alla pubblica accusa fino alla Corte europea. Stiamo parlando di cause che possono arrivare a costare anche 300.000 euro: chi ha questi soldi», conclude Gratteri, «per potersi difendere a parte grandi imprenditori e narcotrafficanti?». Va detto che nella stessa intervista Gratteri ne ha anche per l’Associazione nazionale magistrati: «L’Anm non è mai intervenuta in mio soccorso», azzanna il procuratore di Napoli, «quando la ’ndrangheta voleva ammazzarmi, quando si era mossa la massoneria deviata, quando pezzi della magistratura mi attaccavano».
Nicola Gratteri ha anche cambiato idea sul tema della separazione delle carriere, considerato che in passato si era espresso a favore in una intervista rilasciata al nostro direttore Maurizio Belpietro. Gratteri, è bene sottolinearlo, è un magistrato che ha combattuto e combatte le mafie strenuamente. Vive sotto scorta armata dal 1989 a causa del suo costante impegno contro la ’ndrangheta e nel settembre del 1993 è sfuggito addirittura a tre attentati organizzati contro di lui nel giro di tre settimane. Detto ciò, non manca chi gli contesta alcune inchieste finite con molte assoluzioni. In particolare, Il Foglio ha evidenziato «la maxi operazione contro la ’ndrangheta compiuta nel 2003 a Platì, nella Locride, con 125 misure di custodia cautelare (alla fine solo in otto vennero condannati); l’operazione Circolo formato del 2011, con l’arresto di quaranta persone, tra cui il sindaco di Marina di Gioiosa Ionica e diversi assessori (gli amministratori locali poi vennero assolti); l’ancora più nota operazione Rinascita-Scott, lanciata nel 2019 con 334 persone destinatarie di misure cautelari (in primo grado sono stati assolti 131 imputati su 338, praticamente uno su tre)». Alle inchieste di Gratteri viene contestato anche un alto tasso di risarcimenti per ingiusta detenzione.
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Gennaro Varone (Imagoeconomica)
Le parole del pm (un tempo giudicato «fascistone» da certi giudici) contro chi vota Sì alla riforma suscitano la risposta di tanti colleghi: «Assordante silenzio dell’Anm». Poi i togati del Csm si schierano col procuratore.
La battuta del procuratore di Napoli Nicola Gratteri è stata senza dubbio infelice: «Voteranno per il Sì (al referendum per la giustizia, ndr) gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Giovedì sera, a Piazzapulita, il magistrato ha denunciato la strumentalizzazione delle sue parole che avrebbero riguardato la sola Calabria. Quindi ha provato a spiegarsi meglio: «I miei interventi non possono essere parcellizzati. Non ho detto che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di poteri, alla ’ndrangheta, alla massoneria deviata». Gratteri, però, non ha spiegato perché la vittoria del No renderebbe la «giustizia più efficiente».
Di certo queste dichiarazioni hanno creato scompiglio non solo nel mondo della politica, ma anche in quello della magistratura.
Giovedì è stato diramato un comunicato con sotto la firma di 58 toghe (alcune delle quali in pensione) che animano una chat di «Magistrati per il Sì». Ma, nel giro di poche ore, un terzo dei sottoscrittori, ha ritirato la propria adesione, dal momento che l’elenco era stato formato attraverso una sorta di silenzio-assenso.
Ieri erano rimasti in 40, ma in serata la lista non era ancora definitiva.
Tra i firmatari si trovano, tra gli altri, nomi noti della magistratura come il giudice della Cassazione Giacomo Rocchi, Andrea Padalino e Clementina Forleo (due ex gip di Milano), l’ex procuratore e presidente di Tribunale Carlo Maria Grillo, ma pure giudici che lavorano nel Palazzo di Giustizia di Napoli come la gip Fabrizia Fiore o i consiglieri della Corte d’Appello Daniele Colucci e Natalia Ceccarelli (che è membro del Comitato direttivo centrale dell’Anm e ha preparato il comunicato). Tra i 18 che si sono, invece, defilati, sentendosi tirati per la toga, troviamo diversi magistrati che lavorano in Calabria, un paio di procuratori e il consigliere del Csm Andrea Mirenda.
Nel documento viene denunciato «l’assordante silenzio dell’Anm» per «l’ultima dichiarazione pubblica -resa, ancora una volta, senza contradditorio - dal procuratore di Napoli Gratteri», secondo cui «votano No le persone perbene e le persone che credono nella legalità», mentre votano Sì i sopracitati personaggi in odore di criminalità.
I firmatari, dopo aver ricordato «l’inversione a U» di Gratteri «sul sorteggio» e «la falsa citazione di Falcone» sulla separazione delle carriere a cui il giudice eroe sarebbe stato contrario, stigmatizzano «la lectio magistralis sull’identikit del voto» del collega e chiedono venia anche per lui: «Ci scusiamo con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati da tali affermazioni. La cultura della giurisdizione è per noi comandamento di vita e non vuoto slogan da fiera».
La chiusa è a effetto: «Intanto, aumentano le adesioni dei magistrati che votano Sì. Ci indaghi tutti signor Gratteri».
Forse il riferimento è alla battuta televisiva del procuratore che ha invitato a controllare chi faccia commenti a favore del Sì sui social, per verificare «se sono persone perbene, se ci sono pregiudicati, ci sono parenti di pregiudicati. Andiamo a vedere […], poi vediamo più avanti se serve altro».
Gennaro Varone, ex pm di Roma, oggi a Pescara, dopo aver firmato il documento dei 40, sui social ha rincarato la dose con un video. Ha ricordato che con l’attuale assetto giudiziario, quello che Gratteri difende, lo stesso procuratore di Napoli dovrebbe svolgere indagini a favore di quegli indagati che «considera indegni del voto».
Nel filmato Varone rivolge al collega questa domanda retorica: «Comprende che per precetto di civiltà e dignità, prima ancora che per precetto costituzionale, imputati e indagati, non colpevoli per presunzione costituzionale, hanno la stessa legittimazione al voto che ha lei?». Per poi concludere così: «Allora, dottor Gratteri, queste manifestazioni che io ritengo imbarazzanti per un giurista, mi dicono quanto lei sia lontano dai valori costituzionali della presunzione di non colpevolezza e del giusto processo e che il suo invito sia la peggiore propaganda che si possa fare al No in questa campagna referendaria».
Ieri le parole di Gratteri hanno mandato in tilt anche il parlamentino dei giudici. «Come cittadini e come componenti del Csm, siamo profondamente preoccupati: a votare Sì non saranno i mascalzoni descritti da Gratteri, ma italiani liberi e onesti» hanno protestato le consigliere laiche Isabella Bertolini e Claudia Eccher, socie fondatrici del Comitato «Sì Riforma». Le due avvocatesse hanno denunciato «assurdi allarmismi» e «toni apocalittici» e hanno accusato il fronte del No di cercare di «trasformare il dibattito solo in una battaglia ideologica», evitando «accuratamente il cuore dei quesiti referendari». Per Bertolini ed Eccher «chi propone il cambiamento viene dipinto come un pericolo per la democrazia».
A fine giornata 20 consiglieri del Csm (mancavano solo i laici del centro-destra, quello dei 5 stelle, e due togati, tra cui il già citato Mirenda), appartenenti a tutte le correnti e capitanati dal professore in quota dem Roberto Romboli, si sono lagnati per la «polemica» costruita «su singole frasi» di Gratteri, definendola «un metodo che non serve a nessuno» e «distorce il senso delle argomentazioni».
Il gruppone ha sposato la tesi di Gratteri con queste parole: «In un Paese come il nostro, segnato dal peso delle grandi organizzazioni criminali, interrogarsi su interessi e convenienze - anche criminali - che possono muoversi intorno a una riforma non è un’eresia: è un dovere di responsabilità per chi ricopre funzioni pubbliche». Infine i 20 hanno contestato «il tentativo di trascinare il Csm nel dibattito referendario, ventilando iniziative in chiave disciplinare» contro il procuratore di Napoli.
Fa sorridere che Gratteri sia diventato il frontman della campagna per il No al referendum, lui che è un magistrato noto per i suoi valori conservatori e che i colleghi di sinistra hanno sempre trattato con sufficienza e senso superiorità.
Emblematiche le parole pronunciate in un’intercettazione da un ex giudice della Corte d’Appello di Catanzaro, il progressista Emilio Sirianni, al telefono con l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano. Nella conversazione Gratteri venne bollato come «uno sbirro» che scrive peggio di «un piccirillo della terza media», «un fascistone di merda» che «vuole che i piccoli spacciatori stiano in galera, i piccoli consumatori stiano in galera, tutto il mondo deve stare in galera e la chiave devono darla a lui».
Nel 2022, quando il Csm a trazione progressista gli preferì come procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, raffinato giurista ed ex capo di Gabinetto del Guardasigilli dem Andrea Orlando, in tv Gratteri si lasciò andare a uno sfogo: «Sì, ci sono rimasto male. Credo di essere il magistrato con maggiori competenze internazionali sulla lotta alla mafia».
E poi sparò a palle incatenate contro quelle correnti che lo avevano penalizzato nella corsa alla Dna e che il Sì al referendum sta provando a depotenziare: «Chi è iscritto a una corrente è molto, molto avvantaggiato. Io questo già lo sapevo, ma ho fatto la scelta di non iscrivermi. Io non conosco nemmeno il 50% dei membri del Csm, non li riconoscerei nemmeno per strada, perché non li frequento».
L’anno successivo le correnti progressiste di Area e Md e il consigliere laico in quota dem Romboli provarono a fermare con i loro voti l’ascesa di Gratteri anche al soglio di procuratore di Napoli. Ma a spingerlo su quella poltrona furono, invece, l’intero comitato di presidenza del Csm (con la necessaria benedizione di Sergio Mattarella), tutti i consiglieri laici di centro-destra e i rappresentanti di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice delle toghe.
Ma adesso che è diventato il peggior nemico della Riforma voluta dal governo Meloni, Gratteri viene innalzato a campione della sinistra (giudiziaria e politica) e coccolato dai media progressisti. Una cosa impensabile sino a pochi mesi fa.
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