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2023-10-14
Scontri a Roma tra collettivi e polizia. E Sala ora sfugge ai presidi pro Israele
Manifestazione filopalestinese a Napoli (Getty Images)
Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.
Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.
Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».
Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati».
A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.
Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani
Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa.
In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista.
In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi».
Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli.
Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato.
Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università».
In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini.
Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
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Studenti e arabi manifestano insieme nella Capitale. A Napoli, vessillo palestinese issato su Castel Sant’Elmo. Ira del ministro.I musulmani rispondono all’appello di Hamas: roghi di bandiere dall’Iraq al Pakistan.Lo speciale contiene due articoli.Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati». A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/filopalestinesi-cortei-italia-2665962308.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arresti-in-francia-allerta-a-londra-ebrei-puniti-nei-campus-americani" data-post-id="2665962308" data-published-at="1697231139" data-use-pagination="False"> Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa. In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista. In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi». Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli. Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato. Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università». In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini. Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La richiesta di maggiore flessibilità, tramite lo scostamento di bilancio, per gestire la crisi energetica, è stata nuovamente messa sul tavolo europeo. Dopo la risposta negativa arrivata durante il vertice di Cipro, in cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era speso affinché passasse la linea di scorporare dal calcolo del disavanzo le maggiori spese per l’energia, ieri all’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari europei, Giancarlo Giorgetti ha rinnovato la richiesta di flessibilità.
Il ministro dell’Economia ha delineato i punti critici dello scenario globale, ovvero «peggioramento delle prospettive di crescita e significativi rischi al ribasso, inflazione in aumento e in prospettiva una stretta monetaria. Pertanto «lo choc energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida, coordinata e proporzionata da parte dell’Ue». In sostanza, secondo Giorgetti , «la politica “attendere e vedere” è finita, ora è tempo di agire».
Nel suo intervento all’Eurogruppo ha sollecitato l’attivazione di «una clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di bilancio». E ha sottolineato che «se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale». L’intervento sarebbe mirato a comprarti industriali sui quali la crisi ha impattato di più, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico». Questo significa «estendere all’energia le deroghe al Patto di Stabilità già attive per la difesa».
Un consenso generale a una clausola di salvaguardia generale che coinvolga tutta la Ue non pare possibile, poiché, come ribadito più volte dalla Commissione, non vi sono le condizioni per poterla usare dato che la Ue o l’area euro non si trovano in recessione. La seconda è stata utilizzata per la spesa per la difesa, ma l’Italia non l’ha ancora richiesta ancora. Il ricorso «coordinato» alla clausola nazionale (per le spese contro il caro energia) «rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico».
Per Giorgetti «le misure dovrebbero rimanere incentrate sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica, attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo».
Ma c’è anche una terza opzione: estendere la clausola per la difesa alle spese per il caro energia «invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste nel Temporary framework approvato la settimana scorsa dalla Commissione Ue». Giorgetti ha indicato l’interesse a discutere «misure selettive per l’incremento delle entrate»: l’Italia sostiene l’introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione.
Il ministro si è mosso con passi felpati ma decisi. Non una parola di troppo che possa essere interpretata dai mercati come uno strappo rispetto alla linea più volte rimarcata da Bruxelles di non consentire spazi di flessibilità rispetto a quelli già previsti.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, in mattinata era stato più tranciante: «È una questione di sopravvivenza». Se Bruxelles impedisce lo scostamento di bilancio, «sono convinto che il governo porterà all’approvazione del Parlamento, la possibilità di spendere soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei per aiutare gli italiani che hanno bisogno». Poi ha ricordato lo sciopero degli autotrasportatori previsto dal 25 al 29 maggio. «Avere per una settimana i camion fermi, vuol dire avere i negozi vuoti, e vuol dire avere l’Italia nel caos. Per cui o Bruxelles mi permette di aiutare questi lavoratori o immagino, lo faremo lo stesso». All’Eurogruppo di ieri sono emerse voci di preoccupazione. Il Portogallo ha detto che è «importante» disporre di «un po' di flessibilità» per poter aiutare i settori «più colpiti» dallo choc energetico. Per il Belgio non ci sono le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Sulla stessa linea l’Olanda: «Fare più debito non è la soluzione alla crisi dei prezzi dell’energia». La Spagna ha portato la proposta di usare la clausola nazionale che ha permesso ai Paesi Ue di scorporare dal Patto di stabilità le spese per la difesa.
Ursula «spreca» 20 miliardi per l’IA
Automotive, satelliti o intelligenza artificiale, lo schema delle strategie fallimentari dell’Europa si basa su una serie di fattori in comune che spaventano più dei flop stessi. Si parte con un ritardo abissale nel cogliere dove stiano andando l’industria e le nuove tecnologie (basti pensare al gap competitivo rispetto a Starlink), si continua con una corsa sfrenata per metterci in un modo o nell’altro una pezza e si arriva allo spreco di risorse e alla crisi di filiere (emblematica quella dell’automotive) che si traduce immancabilmente in un taglio di posti di lavoro.
L’ultimo esempio è quello dell’IA, dove però il danno è forse ancora rimediabile. O è almeno quanto sperano gli eurodeputati e gli analisti che secondo la ricostruzione di Politico stanno provando a mettere un argine alla furia masochista di Ursula von der Leyen.
Nel disperato tentativo di entrare nella partita che si stanno giocando senza esclusione di colpi Stati Uniti e Cina, il presidente della Commissione vuol costruire delle enormi strutture di analisi dei dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale altrettanto «importanti». L’obiettivo è creare quattro a cinque gigafactory, ciascuna dotata di 100.000 unità di elaborazione grafica (Gpu) per addestrare l’intelligenza artificiale del Vecchio continente. Per raggiungere lo scopo, l’Ue ha stanziato un fondo di 20 miliardi puntando a triplicare la capacità dei data center europei entro il 2030-2032.
C’è qualche problema. Innanzitutto i tempi. A parte l’enorme ritardo già accumulato, infatti, il bando per la presentazione dei progetti è stato rinviato due volte e l’ultimo arco temporale preso in considerazione parla della primavera. Sarà vero?
Quindi, la vera domanda dalla quale sarebbe dovuto partire l’intero progetto: per chi lavorerebbero le mega «fabbriche» che Bruxelles sta così dispendiosamente finanziando? A oggi in Europa mancano campioni nazionali che possano sfruttare l’energia prodotta dalle potenziali nuove centrali. «Non è affatto chiaro quale sia il pubblico di riferimento delle gigafactory», ha evidenziato in un’intervista Nicoleta Kyosovska, assistente di ricerca presso il Centro di studi di politica europea, un think tank con sede a Bruxelles, e coautrice di un rapporto sulle gigafactory dal titolo: Santuari dell’innovazione o cattedrali nel deserto?, «non abbiamo molte aziende che si occupano di Intelligenza artificiale, anzi forse abbiamo solo Mistral».
Mistral AI è una startup francese fondata nell’aprile del 2023 da tre ricercatori: Arthur Mensch, Guillaume Lample, e Timothée Lacroix. Dopo gli studi alla École Polytechnique e le esperienze in Google DeepMind e Meta, i nostri si sono posti l’obiettivo di democratizzare l’intelligenza artificiale attraverso modelli, prodotti e soluzioni open-source. Chapeau. Ma da qui a immaginarli come un’alternativa credibile ai modelli americani come ChatGpt (OpenAI) e Anthropic, che stanno investendo miliardi su miliardi nello sviluppo dei nuovi modelli di IA, ce ne passa.
«Nessuno è stato in grado di spiegarmi», ha evidenziato Sergey Lagodinsky, europarlamentare tedesco dei Verdi, «quale sia il piano aziendale che stanno realizzando per queste gigafactory».
Tant’è che paradossalmente, le nuove fabbriche europee potrebbero finire per accrescere la dipendenza del Vecchio continente dalla tecnologia Usa con l’americana Nvidia che è leader mondiale nella fornitura dei chip Gpu di cui sopra.
Il dubbio è venuto a un gruppo di 18 parlamentari Ue che ha interrogato sul tema la Commissione. Senza ricevere, neanche a dirlo, risposte.
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Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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