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2023-10-14
Scontri a Roma tra collettivi e polizia. E Sala ora sfugge ai presidi pro Israele
Manifestazione filopalestinese a Napoli (Getty Images)
Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.
Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.
Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».
Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati».
A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.
Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani
Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa.
In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista.
In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi».
Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli.
Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato.
Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università».
In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini.
Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
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Studenti e arabi manifestano insieme nella Capitale. A Napoli, vessillo palestinese issato su Castel Sant’Elmo. Ira del ministro.I musulmani rispondono all’appello di Hamas: roghi di bandiere dall’Iraq al Pakistan.Lo speciale contiene due articoli.Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati». A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/filopalestinesi-cortei-italia-2665962308.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arresti-in-francia-allerta-a-londra-ebrei-puniti-nei-campus-americani" data-post-id="2665962308" data-published-at="1697231139" data-use-pagination="False"> Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa. In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista. In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi». Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli. Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato. Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università». In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini. Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.