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2023-10-14
Scontri a Roma tra collettivi e polizia. E Sala ora sfugge ai presidi pro Israele
Manifestazione filopalestinese a Napoli (Getty Images)
Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.
Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.
Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».
Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati».
A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.
Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani
Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa.
In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista.
In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi».
Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli.
Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato.
Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università».
In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini.
Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
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Studenti e arabi manifestano insieme nella Capitale. A Napoli, vessillo palestinese issato su Castel Sant’Elmo. Ira del ministro.I musulmani rispondono all’appello di Hamas: roghi di bandiere dall’Iraq al Pakistan.Lo speciale contiene due articoli.Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati». A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/filopalestinesi-cortei-italia-2665962308.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arresti-in-francia-allerta-a-londra-ebrei-puniti-nei-campus-americani" data-post-id="2665962308" data-published-at="1697231139" data-use-pagination="False"> Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa. In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista. In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi». Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli. Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato. Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università». In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini. Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 maggio con Carlo Cambi
La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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La ricetta di Elly Schlein consiste in pratica nell’assunzione di migliaia di psicologi per aiutare sia le persone in difficoltà che gli stranieri, tra i quali a causa della mancata integrazione si registrerebbero alti tassi di disagio psichico.
Tuttavia, se si guarda un po’ più in profondità, andando oltre gli slogan elettorali, si capisce che il problema non è il numero di assistenti sociali da mettere a disposizione delle famiglie e nemmeno il numero di psicologi. La questione che a sinistra rifiutano di vedere è il disagio sociale e psichico che la mancata gestione dell’immigrazione negli anni scorsi ha contribuito a far crescere. Da questo punto di vista è illuminante un rapporto redatto qualche mese fa dalla stessa Emilia-Romagna, la regione dove si è verificata la strage dello scorso sabato. Nella relazione si affrontano i temi dell’integrazione, delle condizioni di vita dei migranti e anche l’accesso ai servizi degli stranieri. Cominciamo con le percentuali di impiego dei cittadini extracomunitari regolarmente presenti nel territorio emiliano-romagnolo. Su circa 186.000 persone, meno di 51.000 hanno un lavoro. Una percentuale che è pari al 27 per cento ed è pari alla quota di migranti che godono di permessi per asilo o protezione internazionale. Gli stranieri in pratica, registrano un tasso di disoccupazione che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani.
Ma la parte più interessante dello studio è quella che riguarda la fruizione dei servizi sociali e delle misure di sostegno alle famiglie in difficoltà. Pur rappresentando il 12 per cento della popolazione residente, i soggetti extracomunitari usufruiscono per il 30 per cento delle misure di welfare e per quanto riguarda gli alloggi popolari rappresentano il 25 per cento dei beneficiari, ovvero più del doppio della quota totale dei residenti. È interessante anche l’accesso al pronto soccorso senza urgenza: nello studio si stabilisce che il 40% delle persone che si recano nei pronto soccorso lamentando problemi sanitari è composto da stranieri che contribuiscono a intasare i presidi. Non è tutto: tra i minori assistiti dai servizi sociali, il 44 per cento non risulta italiano. Bastano questi pochi dati, che ribadisco sono frutto di uno studio della stessa Regione Emilia-Romagna, che da sempre è amministrata dalla sinistra, per capire due o tre cose riguardo alle analisi fatte dopo la strage di Modena.
Primo: a gestire i servizi sociali sono le Regioni e i Comuni e non Palazzo Chigi. Dunque, se oltre a fare ricerca, nel quartier generale di viale Aldo Moro, dove ha sede la giunta regionale, qualcuno si occupasse anche di come avviene l’erogazione dei servizi sarebbe un passo avanti.
Secondo: se negli anni crescono i sostegni alla popolazione straniera e la distribuzione di alloggi agli extracomunitari e tutto questo non è accompagnato da un aumento degli occupati stranieri, in Emilia-Romagna, così come nel resto d’Italia, stiamo importando povertà.
Terzo: la disoccupazione e i bassi redditi favoriscono l’incremento dei disagi sociali, perché senza soldi si complica la vita ed è quasi impossibile l’integrazione.
Quarto: c’è anche il problema dei soldi non spesi da alcune città, come Parma e Ravenna, amministrate - come la Regione - dalla sinistra. Invece di essere investiti per aiutare l’inserimento sociale, i fondi sono rimasti sul conto corrente.
Ultimo: a meno di non voler inventare un Reddito d’immigrazione che retribuisca gli stranieri, di casi come quello di Salim El Koudri ne vedremo altri. Con buona pace di Elly Schlein.
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(Polizia di Stato)
Il quindicenne nordafricano, accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale, ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere. È in cella, nel carcere minorile di Firenze, perché questa risulta «l’unica misura idonea», secondo il gip del tribunale per i minorenni, Giuditta Merli, che ha disposto l’ordinanza su richiesta del procuratore di Firenze, Roberta Pieri. Per il magistrato, infatti, «sussiste il concreto pericolo che l’indagato, se non adeguatamente cautelato, reiteri il reato intensificando il processo di radicalizzazione ed esponendo la collettività al rischio di atti di violenza dimostrativi e indiscriminati». Il ragazzo era già stato sottoposto a misura cautelare a ottobre 2025, con la medesima accusa però con collocamento in comunità.
Quando lo scorso 23 marzo gli venne concesso il regime della messa alla prova, l’aspirante terrorista non perse tempo riprendendo subito le frequentazioni con l’Isis. Lo dimostrano le conversazioni scoperte sul suo cellulare dalla direzione centrale della polizia di prevenzione e dalla Digos di Firenze. Il giovane, che malgrado il divieto aveva acquistato due nuovi cellulari mentre stava in comunità, il 24 marzo si era intestato una nuova utenza.
Una prima conversazione dura dal 23 al 26 aprile scorso con un utente che la Digos cerca di identificare. Dopo alcuni preliminari del tipo «Come stai fratello mio?» e «che Dio ti benedica e ti protegga», l’interlocutore chiede: «Come è la situazione e quali sono le ultime notizie, fratello?». Il minorenne risponde: «Mi sto preparando come ben sai». Alla nuova domanda: «Cosa fai?», risponde: «Eseguire». Ci pensa l’altro utente a chiarire che cosa il minorenne doveva mettere in atto: «Esplosioni, che Dio voglia», scrive.
Mezze frasi, per non esporsi, il cui significato è però indubbio, si stavano organizzando attentati. Il giovane chiede: «Vuoi parlare su Telegram?». Risposta: «Volevo tenerti lontano da queste cose dopo che mi hai detto che sei sorvegliato», ma poi l’altro acconsente e gli fornisce l’account.
Nelle chat di maggio su Telegram, utilizzando una Vpn che camuffa l’indirizzo Ip e maschera la posizione, escono le conversazioni più inquietanti. Un interlocutore scrive: «Vediamo il commerciante a quanto mette il prezzo del kalashnikov e qualche munizione […] l’importante è che il luogo sia affollato per poter raccogliere il numero più grande di loro». Stavano discutendo i dettagli di un gesto terroristico, con quante più persone da colpire?
Il minorenne nordafricano spiega: «Se Dio lo permette, ho con me una persona del Bangladesh». E alla domanda «Ti fidi di lui?», risponde: «Sì, lo giuro su Dio. È una persona vittima di un’ingiustizia e io lo conosco da sette mesi». L’altro sembra soddisfatto: «Perfetto. Cerca di accelerare con il commerciante per riuscire a sapere quanti te ne mandiamo», riferendosi a soldi. Aggiunge: «Così non tardi a compiere il lavoro».
Il ragazzino assicura che avrà risposta «più tardi» e scrive una frase che lascia impietriti: «Non appena finisco con il commerciante inizio a preparare le motolov». L’interlocutore sembra perplesso, il giovane incalza: «Le bottiglie infuocate», ma dall’altra parte arriva una risposta secca: «Non ne hai bisogno, l’importante è un’arma». Inoltre, l’interlocutore aggiunge: «Questo lavoro potrebbe rallentarti in quello più importante».
Alla fine fa convinto il minorenne che scrive: «Hai ragione. Che Dio mi conceda il successo di questo lavoro». Sconvolgente l’invocazione di chi pone termine alla conversazione: «Chiediamo a Dio di concedervi successo e fermezza», accompagnando la frase con l’emoticon di un cuore. Senza ombra di dubbio, l’augurio era di fare quanto male possibile a noi cristiani.
ll gip, infatti, scrive che «l’indagato si accorda con una terza persona per compiere atti di terrorismo di matrice islamica», ricordando che il nordafricano «aveva prestato giuramento», alla jihad. Nel corso delle indagini che avevano portato alla misura cautelare dell’ottobre scorso, era emerso che il giovane, da tre anni in Italia, attraverso l’utilizzo di piattaforme di messaggistica che garantiscono il quasi completo anonimato, aveva prestato giuramento a un «gruppo di musulmani provenienti da tutto il mondo che mirano a sostenere i nostri fratelli oppressi in Palestina, Siria e persino i nostri fratelli uiguri, in Cina», come dichiarava l’adescatore.
Nel novembre del 2024, «per accelerare il processo di affiliazione e accreditarsi maggiormente all’interno del gruppo, il minorenne si è reso lui stesso artefice di tentativi di arruolamento di altre persone», riferiva la polizia di Stato. Già due anni fa, nel suo cellulare furono trovati dei video dove, con il volto nascosto da un passamontagna, in nome di Allah minacciava di compiere gravi azioni di violenza contro i miscredenti. Votato alla jihad, in comunità non ha cambiato posizioni e studiava attacchi, contro la città di Firenze, il Vaticano, forse contro altri obiettivi sensibili. Appena ha potuto, si è messo a cercare armi.
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