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2023-10-14
Scontri a Roma tra collettivi e polizia. E Sala ora sfugge ai presidi pro Israele
Manifestazione filopalestinese a Napoli (Getty Images)
Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.
Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.
Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».
Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati».
A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.
Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani
Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa.
In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista.
In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi».
Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli.
Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato.
Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università».
In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini.
Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
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Studenti e arabi manifestano insieme nella Capitale. A Napoli, vessillo palestinese issato su Castel Sant’Elmo. Ira del ministro.I musulmani rispondono all’appello di Hamas: roghi di bandiere dall’Iraq al Pakistan.Lo speciale contiene due articoli.Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati». A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/filopalestinesi-cortei-italia-2665962308.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arresti-in-francia-allerta-a-londra-ebrei-puniti-nei-campus-americani" data-post-id="2665962308" data-published-at="1697231139" data-use-pagination="False"> Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa. In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista. In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi». Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli. Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato. Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università». In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini. Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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