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2023-10-14
Scontri a Roma tra collettivi e polizia. E Sala ora sfugge ai presidi pro Israele
Manifestazione filopalestinese a Napoli (Getty Images)
Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.
Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.
Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».
Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati».
A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.
Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani
Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa.
In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista.
In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi».
Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli.
Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato.
Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università».
In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini.
Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
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Studenti e arabi manifestano insieme nella Capitale. A Napoli, vessillo palestinese issato su Castel Sant’Elmo. Ira del ministro.I musulmani rispondono all’appello di Hamas: roghi di bandiere dall’Iraq al Pakistan.Lo speciale contiene due articoli.Si potrebbe citare il titolo del fortunato libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, per descrivere ciò che sta succedendo in numerose piazze italiane dopo il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele, che ha causato centinaia di vittime civili, tra cui molti bambini. In un mondo normale, infatti, ci si sarebbe aspettati un moto unanime di orrore e indignazione da parte della politica e della società civile, capace di mobilitare i cittadini al fianco dello Stato ebraico. E invece, dopo i distinguo che hanno caratterizzato già la discussione parlamentare, da parte della sinistra radicale, si sta assistendo a un proliferare di cortei e sit in che solidarizzano coi terroristi islamici anziché con le istituzioni democratiche di Tel Aviv e Gerusalemme.Ieri la Capitale d’Italia è stata teatro di momenti di tensione tra i manifestanti pro Hamas e le forze dell’ordine, nel contesto di un corteo e di un conseguente sit in dove si è rinnovata la saldatura tra gli integralisti islamici operanti nel nostro Paese e la sinistra antagonista. I poliziotti, infatti, si sono trovati a dover caricare il corteo degli studenti di ultrasinistra, inizialmente convocato per protestare contro un incontro dei giovani di destra europei, perché quest’ultimo ha tentato di cambiare il percorso concordato con la Questura nelle strade del quartiere San Lorenzo (quello che ospita l’Università La Sapienza) con l’intenzione di raggiungere il convegno per impedirne lo svolgimento. Quando gli studenti hanno tentato di forzare il blocco della polizia e hanno iniziato a lanciare fumogeni e uova all’indirizzo degli agenti, questi ultimi hanno effettuato una carica di alleggerimento e hanno posto dei blindati in mezzo strada per rafforzare il contenimento. Poi, come se niente fosse, gli stessi giovani che avevano tentato di assaltare il convegno delle destre europee, sono confluiti al sit in in Piazza Vittorio organizzato dai palestinesi presenti a Roma e dalle associazioni pro Hamas.Nel frattempo, un’altra manifestazione si stava svolgendo a Napoli, anch’essa indetta dai palestinesi filo Hamas residenti nel capoluogo campano e dalla sinistra estrema, tra cui Potere al popolo e Rifondazione comunista. I partecipanti sono stati circa 500, più o meno gli stessi che il giorno prima avevano organizzato un presidio in piazza San Domenico Maggiore, nel centro storico della città, ed erano riusciti a srotolare una maxi bandiera palestinese su Castel Sant’Elmo, suscitando lo sdegno del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. «Non ci sarà alcun tipo di tolleranza», ha ammonito il ministro, «verso coloro che permetteranno di esporre striscioni o vessilli a favore di Hamas sui beni culturali delle città italiane. Per quanto riguarda quanto accaduto ieri (mercoledì, ndr) a Napoli, ho chiesto al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, responsabile ad interim dei musei campani, la massima attenzione affinché nessuno utilizzi i siti culturali statali per esibire simboli anti Israele».Per quanto riguarda il resto d’Italia, oggi a Firenze sono previste ben due manifestazioni pro Hamas: una promossa dagli islamici e una dagli studenti di sinistra. Altre manifestazioni di sostegno ad Hamas, in ossequio a quello che uno dei leader dell’organizzazione terroristica palestinese ha definito «Jihad day», si svolgeranno oggi a Milano e a Bari. Nel capoluogo lombardo si segnala la posizione a dir poco pilatesca del sindaco Beppe Sala, il quale ha annunciato che non parteciperà a nessuna manifestazione di solidarietà per Israele a causa di un’agenda dallo stesso definita «complessa». Poi però, quando Sala (che ha definito Hamas un’«oligarchia») è entrato maggiormente nel merito, le motivazioni sono sembrate altre: «Se vado da una parte», ha detto, «poi devo continuare ad andare tutti. È meglio che sia in ufficio, anche per lavorare su questo». E replicando a chi gli aveva chiesto conto dei fischi partiti al suo indirizzo da un presidio pro-Israele svoltosi giovedì, Sala ha parlato di «umori un po’ guidati». A Bari, invece, Fi ha chiesto al prefetto di vietare il corteo, chiedendo di seguire l’esempio del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, che ha vietato le manifestazioni filo Hamas. In Italia una tale misura non è stata adottata ma è nelle facoltà delle forze dell’ordine (nella fattispecie della Digos o della Squadra mobile) identificare, segnalare e procedere, nelle 36 ore successive al fatto, contro chi si renda responsabile del reato di apologia o di incitamento al terrorismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/filopalestinesi-cortei-italia-2665962308.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arresti-in-francia-allerta-a-londra-ebrei-puniti-nei-campus-americani" data-post-id="2665962308" data-published-at="1697231139" data-use-pagination="False"> Arresti in Francia, allerta a Londra. Ebrei «puniti» nei campus americani Ancor più del nemico esterno, ci spaventa quello che abbiamo in casa. In vista del venerdì, consacrato all’islam, Hamas aveva chiamato a raccolta i fedeli, affinché celebrassero in tutto il mondo un «giorno della rabbia». Un appello raccolto soprattutto dai Paesi musulmani. Ma anche in Occidente si sono riempite e, oggi, torneranno a riempirsi le piazze, spesso con il contributo di utili idioti della causa jihadista. In Francia, ventiquattr’ore prima dell’attentato all’arma bianca contro un prof ad Arras, perpetrato da un ceceno al grido «Allahu akbar», l’interdizione delle manifestazioni non aveva impedito ai sostenitori della Palestina di invadere le strade di Parigi. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni e ha messo agli arresti tredici persone. Ieri, le autorità hanno bandito raduni in varie località, da Béziers a Montpellier, nel Sud del Paese. Centinaia di manifestanti si sono comunque visti a Tolosa, Rennes e Lille, dove le forze dell’ordine hanno fermato una manciata di persone per «ribellione» e «rifiuto di disperdersi». Anche Berlino, a partire da mercoledì, ha scelto l’opzione dei divieti, mentre a Londra, dove sono previste delle dimostrazioni per oggi a mezzogiorno, Scotland Yard, nelle ultime due settimane, ha registrato un aumento di sette volte degli attacchi a sospetta matrice antisemita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nella capitale britannica, tre scuole ebraiche sono state chiuse preventivamente: si tratta della Menorah high school, un liceo, e di due elementari, la Torah Vodaas e la Ateres Beis Yaakov. Stando alla Bbc, ai genitori di uno degli istituti è stato persino suggerito di tenere i figli a casa, per il «rischio di violenza nelle strade». Il Community security trust, una no profit che si batte per la sicurezza degli ebrei, ha protestato contro la serrata, invocando un maggiore impegno delle autorità, alla luce dei 3 milioni di sterline stanziati dal premier Tory, Rishi Sunak, per rafforzare i controlli. Gli odiatori di Israele hanno marciato pure a Sofia, in Bulgaria, e a Istanbul, alle porte del Vecchio continente, con Recep Erdogan che continua a contestare la reazione di Tel Aviv e a punzecchiare gli americani, alleati nella Nato. Negli Stati Uniti c’è massima allerta: in molte città erano stati indetti cortei, dopo gli incidenti di domenica a New York, con lo scontro tra le folle pro Hamas e pro Israele. Un episodio simile è accaduto alla Columbia University l’altro ieri: i funzionari dell’ateneo hanno dovuto bloccare l’accesso alle strutture per motivi di sicurezza. In effetti, Oltreoceano, la battaglia ideologica si sta spostando nei campus. Un docente di Stanford è stato sospeso perché avrebbe costretto degli studenti ebrei a restare in piedi in un angolo, chiamandoli «colonizzatori», sminuendo l’Olocausto e inneggiando ai terroristi di Hamas in quanto «combattenti per la libertà». Ad Harvard, invece, le tensioni vanno avanti da lunedì scorso, quando un gruppo di ex allievi ha promosso una dichiarazione in cui Israele veniva definito «interamente responsabile» della guerra. I nomi dei firmatari sono stati in seguito affissi su un cartellone mandato in giro per l’università, gesto che i filopalestinesi hanno denunciato come intimidatorio. Una marcia in favore dei diritti della popolazione araba di Gaza si è svolta nell’ateneo di Los Angeles, mentre quello dell’Arizona, a Tucson, l’ha vietata, poiché «antitetica ai valori dell’università». In Australia, la polizia ha valutato se applicare poteri speciali per tenere sotto controllo una protesta annunciata per domani a Sydney. Alla fine, i manifestanti hanno scelto di trasformare la sfilata in un sit in, viste le minacce del premier, Chris Minns, di proibire tutte le adunate. Nondimeno, a Brisbane sono andati in piazza anche i bambini. Com’era prevedibile, è nel mondo islamico che, ieri, è stata registrata la più ampia adesione al «giorno della rabbia». Gerusalemme vecchia ha dovuto blindarsi: l’ingesso alla moschea è stato consentito solo a uomini e donne anziani e ai bambini. Cortei si sono svolti in Giordania, a Teheran e a Damasco. In piazza Tahrir, a Baghdad, la gente ha dato alle fiamme bandiere di Israele e degli Usa. Roghi pure a Islamabad, la capitale del Pakistan, mentre a Sanaa, nello Yemen, i dimostranti hanno sventolato i vessilli della Palestina. Vasti raduni a Kuala Lumpur (Malesia), con tanto di cori: «Distruggere i sionisti». Il leader del Consiglio delle moschee indonesiane, invece, ha invitato a pregare perché «il conflitto nella Striscia di Gaza finisca presto». Quasi più saggio dei gruppettari dei collettivi antisemiti, che se le sono date con la polizia a Roma.
Il senatore Marco Lisei, presidente Commissione Covid (Ansa)
L’esponente di Fratelli d’Italia è finito nel mirino dell’opposizione per aver consentito che alcuni testimoni venissero interrogati negli uffici del commissariato di polizia. Capita spesso che le Procure incarichino gli ufficiali di pubblica sicurezza di sentire delle persone informate sui fatti, cioè a conoscenza di possibili reati. Gli interrogatori, infatti, non sono condotti sempre dai pubblici ministeri. Dunque, nel caso di una Commissione d’inchiesta che ha poteri investigativi, e di fronte alla quale le persone sentite sono tenute a dire il vero, gli interrogatori pare siano stati fatti non da parlamentari ma da funzionari di polizia. E allora? È evidente che chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe avere problemi a rispondere a un onorevole o a un poliziotto. Inoltre, quella che ora protesta e minaccia un mini Aventino non è la stessa parte politica che in passato, con Silvio Berlusconi al governo, sfilava al grido di «intercettateci tutti», per mostrare di essere candidi come la neve? E come si è passati dall’idea di essere immacolati e pronti a confrontarsi con chiunque, fosse anche un maresciallo in ascolto delle telefonate personali, a non interrogateci proprio?
In effetti, la posizione politica di una sinistra che un tempo era per difendersi nel processo e non dal processo pare molto contraddittoria. Invece di affrontare con trasparenza gli accertamenti della commissione d’inchiesta sui costi e gli affidamenti durante il Covid, le prova tutte per impedire che proseguano i lavori dell’organismo. L’opposizione parla di plotone d’esecuzione contro la sinistra. In realtà, i lavori della commissione stanno mettendo in luce una serie di stranezze che, considerato l’ammontare delle somme spese senza molta rendicontazione durante quel periodo, generano molti interrogativi.
Non ci sono solo i banchi a rotelle, la cui adozione per combattere il virus fece sghignazzare mezzo mondo, e nemmeno le forniture di mascherine fallate o, come abbiamo scoperto di recente, i tamponi non certificati a rilevare il contagio da Covid. Ci sono anche pagamenti erogati per prestazioni professionali molto dubbie. Lo ha rilevato un testimone, il quale di fronte alla commissione ha parlato di un bonifico di diverse centinaia di migliaia di euro, versate sul conto di un avvocato, collega dello studio dell’ex premier Giuseppe Conte. I commissari hanno incalzato il teste per conoscere la motivazione del pagamento. E questi avrebbe spiegato che la consulenza prestata dal professionista sarebbe stata saldata per prestazioni marginali, come ad esempio il controllo dei documenti e la preparazione di una lettera per sollecitare il saldo di una fattura. Insomma, un servizio a dir poco caro, perché tra controllo e sollecito sarebbero stati spesi 454.000 euro. Eppure, tale somma è stata pagata senza batter ciglio. Perché? Sono domande alle quali la commissione parlamentare vorrebbe dare una risposta. Ma forse, più che dei poliziotti incaricati di porre quesiti, a sinistra hanno paura proprio di questo, di essere chiamati a rispondere dei molti lati oscuri di una stagione in cui, con la scusa dell’emergenza, tutto fu consentito e, soprattutto, moltissimo si è speso.
Infatti, guarda caso, dopo aver protestato per gli interrogatori affidati agli agenti fuori dalle mura del Parlamento, l’opposizione chiede lo scioglimento dell’organismo d’inchiesta. In pratica, su una vicenda che ha visto decine di migliaia di morti e per cui si sono spesi decine di miliardi, i compagni vorrebbero far calare il sipario.
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Il direttore del «Fatto quotidiano» Marco Travaglio. Nel riquadro l'imprenditore Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica)
Il punto emerge dall’atto di citazione depositato il 5 giugno davanti alla Southern District Court di New York da Cipriani Usa, contro Società Editoriale Il Fatto S.p.A. e Rai - Radiotelevisione Italiana S.p.A (e Report). Secondo l’atto, Torres starebbe valutando un’azione legale contro il Fatto per essere stata citata in modo inesatto o fuori contesto. Del resto, il documento notarile firmato a Maldonado il 29 maggio davanti al notaio Andrés Fernando García Sención rende il passaggio ancora più rilevante. Torres si presenta con un avvocato e chiede di mettere a verbale una dichiarazione destinata a essere eventualmente prodotta davanti a soggetti pubblici o privati. Dice di aver riflettuto sulla portata delle sue dichiarazioni rilasciate a media nazionali ed esteri e di voler «puntualizzare in modo definitivo» alcuni punti.
Il primo riguarda Nicole Minetti. Torres dichiara che, durante tutto il periodo in cui ha lavorato al Gin Tonic, non ha mai assistito né le consta con certezza che Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione finalizzata a cercare, reclutare, assumere, indurre o invitare prostitute in alcun luogo. Aggiunge che, da quando Minetti e Cipriani hanno adottato il figlio, l’attenzione di lei sarebbe stata rivolta soprattutto alla cura e all’educazione del bambino.
Il secondo riguarda Giuseppe Cipriani. La situazione definita come molestia, precisa Torres, sarebbe stata una vicenda di «molestia lavorativa», chiusa con un accordo transattivo tra le parti. È un dettaglio che si incrocia con l’atto americano: secondo Cipriani Usa, dopo la fine del rapporto con la residenza Gin Tonic, Torres aveva chiesto circa 60.000 dollari per salari e benefici non pagati, ma la controversia si sarebbe chiusa con 6.000 dollari. In quella vertenza, sostiene la società, non compariva alcun riferimento a festini, droga, sesso o prostituzione.
Poi c’è il capitolo mediatico. Torres scrive di non essere abituata all’esposizione pubblica né a rilasciare dichiarazioni davanti a telecamere o registratori. Per questo, afferma, alcune sue dichiarazioni sarebbero state estrapolate dal contesto. Sostiene inoltre che il suo nome sia stato reso pubblico senza autorizzazione, causandole un danno enorme nella vita lavorativa e nella privacy. Dice di aver negato in modo espresso l’autorizzazione all’uso e alla pubblicazione del proprio nome e aggiunge che alcune sue affermazioni sarebbero state travisate.
La donna si impegna anche a non rilasciare altre interviste a media nazionali o esteri su questa vicenda, con l’obiettivo di recuperare tranquillità familiare, proteggere i figli e cercare un nuovo percorso lavorativo. Allo stesso tempo dichiara piena disponibilità a comparire davanti alle sedi istituzionali o giudiziarie che dovessero formalmente richiederlo, per chiarire eventuali dubbi o fatti che, a causa della sua inesperienza con i media, possano aver causato un danno ingiustificato a terzi o alle istituzioni: insomma è disposta difendere gli stessi Cipriani e Minetti.
È qui che il racconto del Fatto potrebbe diventare più esposto a richieste di risarcimenti. Del resto, l’atto depositato a New York contesta anche il modo in cui la donna sarebbe stata presentata. Secondo Cipriani, il Fatto l’avrebbe descritta come una persona legata da oltre 20 anni alla tenuta. I registri di lavoro citati nella causa indicherebbero invece tre soli periodi: dal 27 luglio al 1° agosto 2024, dal 22 al 27 agosto 2024 e dall’8 ottobre 2024 al 3 febbraio 2025. In tutto, circa quattro mesi, non 20 anni. Su questo si innesta il blocco delle testimonianze. L’atto di citazione sostiene che otto dichiarazioni giurate di attuali ed ex dipendenti della residenza di Punta del Este abbiano smentito le accuse della massaggiatrice (poi trasmesse alla Procura generale di Milano).
Va ricordato che il caso non arriva a New York come una semplice lite reputazionale. L’attore è Cipriani Usa, Inc., società newyorchese, e la causa non è impostata come diffamazione. I titoli invocati sono interferenza illecita con relazioni economiche. In sostanza: non solo «ci avete offeso», ma «avete danneggiato il nostro business». Il danno viene legato soprattutto a un finanziamento da 50 milioni di dollari. Secondo l’atto, il 14 maggio 2026 un finanziatore, indicato come Lender A, avrebbe sospeso il closing finché Cipriani Usa non avesse chiarito le accuse su Epstein, corruzione, Uruguay e integrità commerciale. La società sostiene di avere già sostenuto oltre 1 milione di dollari in spese legali, investigative e professionali, e indica circa 50 milioni di dollari di costi collegati al ritardo dell’operazione. La richiesta complessiva arriva ad almeno 250 milioni di dollari, oltre a danni punitivi e misure di rimozione, correzione o deindicizzazione dei contenuti giudicati falsi. I convenuti sono il Fatto Quotidiano e la Rai per Report. È sempre Cartabianca compare solo nella ricostruzione dei fatti, soprattutto per il caso Nordio, ma non è parte convenuta in questo atto americano. Ma la trasmissione di Mediaset compare nella citazione di richiesta di danni depositata ieri a Roma dagli avvocati Emanuele Fisicaro, Paolo Siniscalchi e Antonella Calcaterra. In questo caso la richiesta è di 5 milioni per il Fatto, mentre di 1,5 milioni di euro a testa per Rai e Fininvest. Le narrazioni contestate sono quattro: Epstein, Nordio, festini e adozione. Su Epstein, Cipriani sostiene che ci furono solo bozze per un’operazione mai chiusa: nessun bonifico da 800.000 sterline, nessun accordo, nessuna partnership. Sul ministro Nordio, l’atto richiama la smentita in diretta del ministro e il successivo rilancio del tema da parte di Report.
Sull’adozione, la causa ricostruisce una procedura seguita da Inau e tribunale di Maldonado, con cure negli Stati Uniti nel 2021 e adozione definitiva nel 2023. C’è poi il richiamo al comunicato della Procura generale di Milano, firmato da Francesca Nanni, secondo cui le notizie di stampa «non corrispondono al vero», e la conferma della grazia da parte del Quirinale.
Infine, le diffide: secondo l’atto, i legali di Cipriani avvertirono Fatto e Report il 2 maggio. Nonostante questo, sostiene la causa, Report andò in onda e il Fatto continuò a pubblicare. Da qui la richiesta di danni punitivi e di un processo con giuria. C’è infine un dettaglio di mercato: il Fatto è una società quotata. Se il contenzioso americano sarà ritenuto rilevante per valore o ricadute, dovrà essere comunicato agli investitori.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Furio Suvilla, l’avvocato appoggiato dal fondatore di Futuro nazionale, al primo turno era arrivato addirittura al 14,21%, staccando di cinque punti la Lega. Ma in vista del ballottaggio, l’uomo di Vannacci si era rifiutato di far confluire le proprie preferenze sull’azzurro: «Non appoggeremo», aveva detto, «chi si definisce di centrodestra ma poi ha paura di prendere posizioni ufficiali sui temi più importanti che riguardano la nostra città». Era quasi un invito a premiare Rossella Buratti, candidata del campo largo, testa di serie allo «spareggio» di questo fine settimana, grazie alle tensioni nello schieramento avversario. La «destra destra» esortava a «recarsi alle urne votando scheda bianca o annullando».
Al contrario di Suvilla, Fdi e Carroccio, che al primo turno si erano divisi da Forza Italia, lanciando, insieme a Noi moderati, Riccardo Ghia (terzo, con il 21,45% dei suffragi, alle spalle di Massara Previde, che aveva preso il 24,38%), hanno lasciato ai loro elettori libertà di coscienza. E costoro, in maggioranza, hanno deciso che era il caso di consegnare le chiavi della città all’uomo indicato dai forzisti per subentrare ad Andrea Ceffa, leghista, travolto da un’accusa di corruzione per cui è a processo.
Al di là del dato locale - il centrodestra tiene Vigevano da 26 anni - dal Pavese arriva una lezione di respiro nazionale, in prospettiva politiche 2027. Ieri, Laura Ravetto, esponente di Fn, ha aperto all’idea di un’alleanza con il centrodestra: «Non si capisce perché bisognerebbe dividersi per consegnare il Paese alla sinistra». A Vigevano, alla lista vannacciana non è riuscito di guastare la festa; ma a Trecate (Novara), il candidato del centrodestra, Roberto Minera, è rimasto indietro di cinque punti rispetto a Raffaele Sacco, di Pd e 5 stelle, proprio per il mancato apparentamento con Rosa Criscuolo, di Futuro nazionale. È, in piccolo, ciò che potrebbe accadere in grande tra un anno.
Vanacci non ha escluso un’intesa con l’attuale maggioranza, dove invece si registrano le logiche chiusure della Lega e i malumori di Fi, con tanto di scambi di battute a distanza tra il generale e Marina Berlusconi, oltre alla freddezza di Giorgia Meloni. Vannacci guarda ai sondaggi, che lo danno oltre il 4%, e alza il tiro: vuole che la coalizione si adegui alle sue «linee rosse». Nel fenomeno Fn quale ago della bilancia si profila un duplice rischio: far perdere il centrodestra, oppure condizionarlo. E imporgli il fardello di un kingmaker «impresentabile». In entrambi i casi, sarebbe un regalo alla sinistra.
È comprensibile che Vannacci cerchi il proprio posto al sole. Ma è tempo che decida cosa vuol fare da grande. Altrimenti, la sua sarà la tipica ascesa del gatekeeper: più che alla destra, servirà agli avversari. Roba da militari, no? Divide et impera...
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Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica)
O almeno questa sarebbe l’intenzione del vicepremier, una proposta che non dispiace nemmeno all’attuale presidente del Consiglio regionale veneto. Il tema è un altro: le regole d’ingaggio. Nel senso: Zaia punterebbe ad avere mani libere nella gestione finanziaria, contenutistica e politica (ovvero avere peso nelle prossime candidature alle politiche). E poi il Doge non vuole essere l’uomo solo al comando. Si parla di una squadra di lavoro, con Massimiliano Fedriga, numero uno del Friuli-Venezia Giulia e della Conferenza Stato-Regioni, della partita così come il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, segretario della potente Lega Lombarda. Il modello partitico sarebbe quello della Cdu bavarese, autonoma ma inserita dentro l’alleanza storica con la Csu che si presenta nel resto della Germania. Insomma, ci sarebbe una holding chiamata Lega, con sotto due società operative: la Lega Nord in stile Csu e una Lega per il Centro Sud, affidata alla gestione del viceministro Claudio Durigon.
Gli equilibri dentro il Carroccio sono però delicati. Anche perché c’è un tema legale: per fare questa mini rivoluzione sarebbe da mettere mano allo statuto. Operazione che richiede un via libera del congresso. Tutte mosse che si reputano necessarie, fanno sapere dalle parti di Venezia, per evitare poi polemiche o gente che rema contro. Mosse che però richiedono tempo. Che non c’è. Prende corpo dunque un’altra ipotesi. Più immediata. Ovvero nominare subito Zaia e Fedriga come vice Salvini, in attesa di cambiare la forma del partito. Magari non domani, ma entro tre settimane. Prima del ritiro a porte chiuse del 4 e 5 luglio a Treviso, voluto proprio da Salvini.
E dopo Attilio Fontana, governatore della Lombardia, anche il presidente della Serenissima, Alberto Stefani, spinge per un ruolo forte del Doge: «Il modello bavarese è un modello che qui in Veneto è stato più volte stimolato e il nostro statuto già ammette una struttura autonoma. Quello che però è doveroso affermare è che è importante che Luca Zaia abbia un ruolo importante, l’ha sempre avuto e sarà in grado di interpretare al meglio le istanze del territorio e dare il suo contributo al partito».
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