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2023-07-19
Il film «trumpiano» batte «Indiana Jones»
«Sound of freedom»
Mentre Hollywood è ancora alle prese con il clamoroso sciopero degli attori e la Disney ha licenziato una nuova versione di Biancaneve e i sette nani in cui Biancaneve non è più bianca e i nani non sono più nani, lo scettro di re dell’estate al botteghino lo ha conquistato Sound of freedom. E cioè proprio il film che Hollywood ha rifiutato di produrre e che la stampa progressista sta ricoprendo di tonnellate di fango ed ettolitri di bile.
In effetti, la pellicola diretta dal regista messicano Alejandro Monteverde è stata realizzata con soli 14 milioni di dollari: noccioline, se paragonate ai fondi stanziati per le produzioni hollywoodiane di punta, che superano tranquillamente gli otto zeri. E nonostante tutto, Sound of freedom, lanciato non a caso il 4 luglio, festa dell’indipendenza americana, ha superato ogni più rosea aspettativa, quintuplicando (per ora) i costi di produzione e sbaragliando ogni concorrenza: il primo giorno di proiezione, il film ha incassato ben 14 milioni di dollari, mentre il più quotato (e costoso) Indiana Jones non si era spinto oltre gli 11. Con una differenza non da poco: Sound of freedom, anche a causa dei boicottaggi woke, era presente in sole 2.600 sale, mentre il colossal disneyano con Harrison Ford è stato visto in 4.600 cinema, quasi il doppio.
Ma di che cosa parla questa pellicola della discordia? La trama, basata su una storia vera, ripercorre la storia di Tim Ballard, un ex agente governativo che ha dedicato la sua vita alla lotta contro il traffico di bambini. La sua organizzazione, l’Operation underground railroad (Our), fondata nel 2013, ha portato finora all’arresto di 6.500 criminali coinvolti nella tratta e nello sfruttamento di minori. Riassunto così, sembra il copione perfetto per le compagnie cinematografiche di Hollywood, che sui buoni sentimenti e le storie strappalacrime hanno edificato un impero. Eppure, benché le riprese siano terminate nel 2018, cioè ben cinque anni fa, la Disney, che aveva acquistato il materiale dalla 20th Century Fox, ha deciso misteriosamente di non procedere alla distribuzione del film. «In questi anni molte porte ci sono state chiuse in faccia», ha raccontato il produttore Eduardo Verástegui. «Disney, Netflix, Amazon e altre case di distribuzione», ha aggiunto, «hanno detto «no, questo film non fa per noi, non è un buon affare, nessuno vedrà un film sul traffico di bambini».
A giudicare dal recente successo al botteghino, non è stata una scelta lungimirante. E a raccogliere gli allori sono stati gli Angel Studios, una piccola casa produttrice dello Utah che si occupa principalmente di streaming e video on demand.
Qui, però, non si tratta affatto di una banale cantonata o di un investimento sbagliato da parte delle major hollywoodiane. È una questione puramente ideologica. Il film, infatti, è stato accusato dalla stampa progressista di strizzare l’occhio a QAnon, ossia quella nebulosa internettiana vicina alla destra alternativa americana che sostiene varie teorie del complotto. Tra cui, ad esempio, anche il cosiddetto «Pizzagate», ossia l’ipotesi che funzionari americani e dirigenti del Partito democratico siano coinvolti in crimini di pedofilia e traffico di minori. Scorrendo i titoli delle testate liberal, sembra non ci siano dubbi: Sound of freedom sarebbe, a seconda dei gusti, un «film di successo al botteghino la cui star abbraccia le teorie di QAnon» (Washington Post), un «thriller vicino a QAnon» (Guardian) o un «fantasy anti tratta dei bambini adatto a QAnon» (Jezebel).
Al di là di queste accuse, più suggestive che argomentate, non è difficile capire perché il film non piace affatto ai «fiocchi di neve» del wokismo militante. Tanto per cominciare, il produttore, il messicano Eduardo Verástegui, da anni sostiene in America Latina i movimenti pro vita: alla fine del 2019, ha girato il Messico in lungo e in largo per promuovere la versione spagnola di Unplanned, film di grande successo (malgrado i boicottaggi liberal) basato sul libro di memorie dell’attivista anti abortista Abby Johnson. Senza contare che il protagonista di Sound of freedom è impersonato da Jim Caviezel. Attore fieramente cattolico e attivista pro life, è famoso soprattutto per aver recitato la parte di Gesù ne La passione di Cristo di Mel Gibson: i due, anzi, a breve licenzieranno La resurrezione, il secondo capitolo della saga. Tra l’altro, anche se non ha partecipato direttamente ai lavori, il noto regista australiano ha benedetto senza remore la pellicola: «Uno dei problemi più gravi nel mondo di oggi è il traffico di esseri umani e, nello specifico, il traffico di bambini. Ora, il primo passo per sradicare questo crimine è prenderne coscienza. Andate a vedere Sound of freedom», è stato il messaggio di Mel Gibson.
Da parte sua, Tim Ballard ha rispedito ai vari mittenti tutte le accuse di cospirazionismo. Anche perché, fa notare, «gli Stati Uniti sono il consumatore numero uno al mondo di video di stupri infantili. E ora siamo tra i primi due anche nella produzione». Un problema effettivamente ben più grave dei deliri del wokismo militante, che sulla pedofilia, peraltro, hanno fatto più volte aperture timide ma sconcertanti. Intanto però, a giudicare dai risultati al botteghino, oggi il «suono della libertà» si ode un po’ più forte. Era ora.
«Scuola, un rischio la carriera alias. Dopo i docenti, tocca agli studenti?»
Nel nuovo contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto istruzione, università e ricerca, come raccontava ieri La Verità, è spuntata una disposizione che, all’articolo 21, prevede l’identità alias e i bagni neutri per i docenti transgender, e che ha sollevato alcune perplessità nel mondo pro family. Tra chi non ha accolto con favore questa previsione contrattuale, c’è Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia Onlus. La Verità l’ha contattato per capire meglio le sue ragioni.
Coghe, è una novità che non vi aspettavate?
«No, non ce l’aspettavamo e siamo abbastanza stupiti che sia stato inserito questo regolamento all’interno del contratto collettivo nazionale dei lavoratori, perché fondamentalmente è tutto quello contro cui ci siamo battuti nella scorsa legislatura e il motivo per cui è stato affossato il ddl Zan, ossia la questione sull’identità di genere. Anche perché all’interno del contratto si parla di questa possibilità di attivare una carriera alias nel mondo in cui si intraprende un percorso di transizione e di rettificazione del sesso. Ma se c’è una legge che permette la rettifica del sesso, sarebbe normale che questo avvenisse al termine del percorso e non invece a percorso avviato; anche perché andrà capito chi certificherà l’avvio di questo percorso?».
La novità introdotta prevede la richiesta tramite la «sottoscrizione di un accordo di riservatezza confidenziale».
«Sì, ma in base a che cosa la scuola o l’ente che deve dare l’accesso alla carriera alias lo farà? Un certificato medico, un atto del giudice che dica che sia stato intrapreso un percorso di rettificazione del sesso?».
Vi preoccupa la possibilità che questa novità possa essere un primo passo per la carriera alias per gli studenti?
«Assolutamente, perché qualcuno potrebbe dire: perché ai professori sì e agli studenti no? Il prossimo passo rischia ebbe così di essere per gli studenti maggiorenni e quello successivo anche per gli altri. Sottolineo che qui c’è anche di mezzo il concetto di salute e di benessere dei nostri ragazzi nelle scuole, perché il contratto dei docenti: quindi anche quello delle scuole delle medie e dell’infanzia. Chiediamo quindi una revisione e abrogazione della norma in questione, anche se abbiamo scoperto che in realtà essa è stata già introdotta contrattualmente anche in altri contratti nazionali, come quello della sanità».
Come Pro Vita & Famiglia, alcuni mesi fa, avete lanciato un’operazione legale con 150 diffide inviate alle scuole che hanno adottato la Carriera Alias, per chiederne l’annullamento. Avete per caso avuto dei riscontri?
«Sì, abbiamo avuto dei riscontri. Alcune scuole che hanno ricevuto le nostre diffide hanno infatti deciso di annullare la carriera alias - poche, ma alcune scuole l’hanno fatto -, anche se altre hanno deciso comunque di andare avanti. Stiamo comunque continuando a fare diffide a tutte le scuole di cui abbiamo notizia e che stanno adottando il regolamento alias».
Lo scorso gennaio il New York Times ha pubblicato un articolo dal titolo «Quando gli studenti cambiano identità di genere e i genitori non lo sanno», raccontando le insidie della carriera alias. Forse anche nel mondo progressista ci potrebbe essere un ripensamento al riguardo?
«Secondo me sì. Si arriverà ad un ripensamento di tutto questo, basti pensare a quello che è successo in Inghilterra con la chiusura del Tavistock Center, del suo centro per la disforia di genere. Ci sono i Paesi più progressisti anche d’Europa che, di fatto, si stanno rendendo conto del pericolo di tutta questa ideologia per i più giovani e in alcuni casi, non a caso, stanno facendo passi indietro. Per questo trovo sarebbe importante che anche l’Italia, da questo punto di vista, prendesse esempio da chi già ci è passato ed ora, appunto, sta compiendo dei passi indietro».
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Malgrado il boicottaggio di Hollywood e una furiosa campagna denigratoria sulla stampa, «Sound of freedom» incassa più del sequel con Harrison Ford. La pellicola, interpretata dal cattolico Jim Caviezel, è una denuncia contro il traffico di minori.Carriera alias a scuola, il portavoce di Pro Vita Jacopo Coghe: «Siamo stupiti da questa norma, ne chiediamo subito il ritiro».Lo speciale contiene due articoli.Mentre Hollywood è ancora alle prese con il clamoroso sciopero degli attori e la Disney ha licenziato una nuova versione di Biancaneve e i sette nani in cui Biancaneve non è più bianca e i nani non sono più nani, lo scettro di re dell’estate al botteghino lo ha conquistato Sound of freedom. E cioè proprio il film che Hollywood ha rifiutato di produrre e che la stampa progressista sta ricoprendo di tonnellate di fango ed ettolitri di bile.In effetti, la pellicola diretta dal regista messicano Alejandro Monteverde è stata realizzata con soli 14 milioni di dollari: noccioline, se paragonate ai fondi stanziati per le produzioni hollywoodiane di punta, che superano tranquillamente gli otto zeri. E nonostante tutto, Sound of freedom, lanciato non a caso il 4 luglio, festa dell’indipendenza americana, ha superato ogni più rosea aspettativa, quintuplicando (per ora) i costi di produzione e sbaragliando ogni concorrenza: il primo giorno di proiezione, il film ha incassato ben 14 milioni di dollari, mentre il più quotato (e costoso) Indiana Jones non si era spinto oltre gli 11. Con una differenza non da poco: Sound of freedom, anche a causa dei boicottaggi woke, era presente in sole 2.600 sale, mentre il colossal disneyano con Harrison Ford è stato visto in 4.600 cinema, quasi il doppio.Ma di che cosa parla questa pellicola della discordia? La trama, basata su una storia vera, ripercorre la storia di Tim Ballard, un ex agente governativo che ha dedicato la sua vita alla lotta contro il traffico di bambini. La sua organizzazione, l’Operation underground railroad (Our), fondata nel 2013, ha portato finora all’arresto di 6.500 criminali coinvolti nella tratta e nello sfruttamento di minori. Riassunto così, sembra il copione perfetto per le compagnie cinematografiche di Hollywood, che sui buoni sentimenti e le storie strappalacrime hanno edificato un impero. Eppure, benché le riprese siano terminate nel 2018, cioè ben cinque anni fa, la Disney, che aveva acquistato il materiale dalla 20th Century Fox, ha deciso misteriosamente di non procedere alla distribuzione del film. «In questi anni molte porte ci sono state chiuse in faccia», ha raccontato il produttore Eduardo Verástegui. «Disney, Netflix, Amazon e altre case di distribuzione», ha aggiunto, «hanno detto «no, questo film non fa per noi, non è un buon affare, nessuno vedrà un film sul traffico di bambini».A giudicare dal recente successo al botteghino, non è stata una scelta lungimirante. E a raccogliere gli allori sono stati gli Angel Studios, una piccola casa produttrice dello Utah che si occupa principalmente di streaming e video on demand. Qui, però, non si tratta affatto di una banale cantonata o di un investimento sbagliato da parte delle major hollywoodiane. È una questione puramente ideologica. Il film, infatti, è stato accusato dalla stampa progressista di strizzare l’occhio a QAnon, ossia quella nebulosa internettiana vicina alla destra alternativa americana che sostiene varie teorie del complotto. Tra cui, ad esempio, anche il cosiddetto «Pizzagate», ossia l’ipotesi che funzionari americani e dirigenti del Partito democratico siano coinvolti in crimini di pedofilia e traffico di minori. Scorrendo i titoli delle testate liberal, sembra non ci siano dubbi: Sound of freedom sarebbe, a seconda dei gusti, un «film di successo al botteghino la cui star abbraccia le teorie di QAnon» (Washington Post), un «thriller vicino a QAnon» (Guardian) o un «fantasy anti tratta dei bambini adatto a QAnon» (Jezebel).Al di là di queste accuse, più suggestive che argomentate, non è difficile capire perché il film non piace affatto ai «fiocchi di neve» del wokismo militante. Tanto per cominciare, il produttore, il messicano Eduardo Verástegui, da anni sostiene in America Latina i movimenti pro vita: alla fine del 2019, ha girato il Messico in lungo e in largo per promuovere la versione spagnola di Unplanned, film di grande successo (malgrado i boicottaggi liberal) basato sul libro di memorie dell’attivista anti abortista Abby Johnson. Senza contare che il protagonista di Sound of freedom è impersonato da Jim Caviezel. Attore fieramente cattolico e attivista pro life, è famoso soprattutto per aver recitato la parte di Gesù ne La passione di Cristo di Mel Gibson: i due, anzi, a breve licenzieranno La resurrezione, il secondo capitolo della saga. Tra l’altro, anche se non ha partecipato direttamente ai lavori, il noto regista australiano ha benedetto senza remore la pellicola: «Uno dei problemi più gravi nel mondo di oggi è il traffico di esseri umani e, nello specifico, il traffico di bambini. Ora, il primo passo per sradicare questo crimine è prenderne coscienza. Andate a vedere Sound of freedom», è stato il messaggio di Mel Gibson. Da parte sua, Tim Ballard ha rispedito ai vari mittenti tutte le accuse di cospirazionismo. Anche perché, fa notare, «gli Stati Uniti sono il consumatore numero uno al mondo di video di stupri infantili. E ora siamo tra i primi due anche nella produzione». Un problema effettivamente ben più grave dei deliri del wokismo militante, che sulla pedofilia, peraltro, hanno fatto più volte aperture timide ma sconcertanti. Intanto però, a giudicare dai risultati al botteghino, oggi il «suono della libertà» si ode un po’ più forte. Era ora.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/film-trumpiano-batte-indiana-jones-2662299104.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scuola-un-rischio-la-carriera-alias-dopo-i-docenti-tocca-agli-studenti" data-post-id="2662299104" data-published-at="1689729656" data-use-pagination="False"> «Scuola, un rischio la carriera alias. Dopo i docenti, tocca agli studenti?» Nel nuovo contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto istruzione, università e ricerca, come raccontava ieri La Verità, è spuntata una disposizione che, all’articolo 21, prevede l’identità alias e i bagni neutri per i docenti transgender, e che ha sollevato alcune perplessità nel mondo pro family. Tra chi non ha accolto con favore questa previsione contrattuale, c’è Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia Onlus. La Verità l’ha contattato per capire meglio le sue ragioni. Coghe, è una novità che non vi aspettavate? «No, non ce l’aspettavamo e siamo abbastanza stupiti che sia stato inserito questo regolamento all’interno del contratto collettivo nazionale dei lavoratori, perché fondamentalmente è tutto quello contro cui ci siamo battuti nella scorsa legislatura e il motivo per cui è stato affossato il ddl Zan, ossia la questione sull’identità di genere. Anche perché all’interno del contratto si parla di questa possibilità di attivare una carriera alias nel mondo in cui si intraprende un percorso di transizione e di rettificazione del sesso. Ma se c’è una legge che permette la rettifica del sesso, sarebbe normale che questo avvenisse al termine del percorso e non invece a percorso avviato; anche perché andrà capito chi certificherà l’avvio di questo percorso?». La novità introdotta prevede la richiesta tramite la «sottoscrizione di un accordo di riservatezza confidenziale». «Sì, ma in base a che cosa la scuola o l’ente che deve dare l’accesso alla carriera alias lo farà? Un certificato medico, un atto del giudice che dica che sia stato intrapreso un percorso di rettificazione del sesso?». Vi preoccupa la possibilità che questa novità possa essere un primo passo per la carriera alias per gli studenti? «Assolutamente, perché qualcuno potrebbe dire: perché ai professori sì e agli studenti no? Il prossimo passo rischia ebbe così di essere per gli studenti maggiorenni e quello successivo anche per gli altri. Sottolineo che qui c’è anche di mezzo il concetto di salute e di benessere dei nostri ragazzi nelle scuole, perché il contratto dei docenti: quindi anche quello delle scuole delle medie e dell’infanzia. Chiediamo quindi una revisione e abrogazione della norma in questione, anche se abbiamo scoperto che in realtà essa è stata già introdotta contrattualmente anche in altri contratti nazionali, come quello della sanità». Come Pro Vita & Famiglia, alcuni mesi fa, avete lanciato un’operazione legale con 150 diffide inviate alle scuole che hanno adottato la Carriera Alias, per chiederne l’annullamento. Avete per caso avuto dei riscontri? «Sì, abbiamo avuto dei riscontri. Alcune scuole che hanno ricevuto le nostre diffide hanno infatti deciso di annullare la carriera alias - poche, ma alcune scuole l’hanno fatto -, anche se altre hanno deciso comunque di andare avanti. Stiamo comunque continuando a fare diffide a tutte le scuole di cui abbiamo notizia e che stanno adottando il regolamento alias». Lo scorso gennaio il New York Times ha pubblicato un articolo dal titolo «Quando gli studenti cambiano identità di genere e i genitori non lo sanno», raccontando le insidie della carriera alias. Forse anche nel mondo progressista ci potrebbe essere un ripensamento al riguardo? «Secondo me sì. Si arriverà ad un ripensamento di tutto questo, basti pensare a quello che è successo in Inghilterra con la chiusura del Tavistock Center, del suo centro per la disforia di genere. Ci sono i Paesi più progressisti anche d’Europa che, di fatto, si stanno rendendo conto del pericolo di tutta questa ideologia per i più giovani e in alcuni casi, non a caso, stanno facendo passi indietro. Per questo trovo sarebbe importante che anche l’Italia, da questo punto di vista, prendesse esempio da chi già ci è passato ed ora, appunto, sta compiendo dei passi indietro».
Paolo Zangrillo (Imagoeconomica)
«Ma mi lasci dire che se siamo riusciti a chiudere tutti i rinnovi 2022-2024 della Pa e abbiamo iniziato già con la tornata successiva, quella 2025-27, il merito è anche dell’atteggiamento del governo che ha mantenuto quanto promesso alle controparti. Ha avuto credibilità e questa credibilità è stata premiata. Anche la Cgil ha condiviso la bontà di questo percorso».
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo è reduce dall’ennesima intesa chiusa in tempi record. Sul tavolo il nuovo contratto (2025-2027) per circa 200.000 dipendenti di ministeri e agenzie fiscali. In soldoni, un incremento medio di 162 euro mensili lordi che vanno ad aggiungersi agli aumenti ricevuti non molti mesi fa per la tornata 2022-2024. Complessivamente, nelle due tornate, le retribuzioni sono lievitate di oltre il 12%, solo per la parte tabellare. Ma non c’è solo l’aspetto economico. Perché, per certi versi, l’aspetto normativo, dalla regolamentazione dell’IA all’ipotesi di un tavolo salva-inflazione, rappresenta la vera novità.
Ministro, mi lasci mettere un po’ di veleno. Vero che Landini ieri ha firmato, ma fosse stato per lui, che ha boicottato l’intesa precedente, il nuovo tavolo per il rinnovo degli statali non ci sarebbe stato.
«Guardi, io le posso dire che in questa tornata contrattuale l’atteggiamento della Cgil è stato costruttivo. Infatti ha firmato anche il contratto dell’Istruzione e ricerca. Penso si siano resi conto che la continuità della contrattazione, tre contratti negli ultimi 4 anni, è un valore importante per i dipendenti del settore. Se poi andiamo a vedere gli andamenti delle retribuzioni di fatto - indennità di settore, premi di produzione - alla fine i lavoratori si trovano davanti a incrementi salariali del 13%...».
Hanno cambiato idea per il malcontento della base?
«Credo si faccia fatica a spiegare a lavoratori e delegati perché si respinge un contratto che aumenta del 13% la busta paga. E apre le porte ai rinnovi successivi».
O Landini si è arreso quando la Commissione Ue ha vidimato i progressi della Pa?
«Landini non mi sembra tipo da arrendersi. Io so che il Country report 2026 della Commissione dice che nel periodo che va dal 2023 al 2025 la percezione dei cittadini italiani rispetto alla Pa è migliorata del 14%. È il cambiamento più significativo in Europa, un cambiamento che ci porta nella media Ue. Un premio, se mi consente, non solo al rinnovo dei contratti ma anche alla riforma sul sistema di reclutamento, alle iniziative sulla formazione, al disegno di legge sul merito che settimana prossima arriva in Senato e alla digitalizzazione dei servizi».
E per la prima volta avete normato l’uso dell’Intelligenza artificiale nell’organizzazione dello Stato. Le regole bastano per controllare l’IA?
«Non bastano ma sono essenziali. Abbiamo introdotto un principio di trasparenza a garanzia dei dipendenti. Nei nostri processi, soprattutto nella gestione del capitale umano, ciascun lavoratore ha piena visibilità di quello che fanno gli algoritmi».
È sufficiente per trovare un equilibrio tra codici e uomo?
«No. Noi abbiamo adottato un approccio antropocentrico, la macchina deve restare un supporto dell’uomo. Non potrà mai sostituirlo per la parte che attiene alla responsabilità e all’aspetto decisionale».
Ci faccia un esempio.
«Se un dirigente deve valutare un dipendente e decidere magari se promuoverlo avrà l’ausilio dell’intelligenza artificiale nel fissare gli obiettivi e analizzare i dati, ma la decisione finale e la responsabilità per quella scelta resta sua. E nessuno potrà contestarlo se il suo verdetto - condizionato da sensazioni ed emozioni che spesso prescindono dai numeri - sarà diverso da quello indicato dalla macchina».
A chi vi siete ispirati?
«Tra gli altri anche all’ultima enciclica del Papa che ci ha ricordato come la macchina non abbia la capacità di discernimento che invece appartiene all’uomo».
È abbastanza?
«Non siamo ingenui. Siamo consapevoli di essere all’inizio di un processo epocale che prevede tra le altre cose tanta formazione e capacità di adattamento. Un recente studio del World Economic Forum prevede che da qui al 2030 nasceranno 78 milioni di nuovi posti di lavoro e alcuni di questi mestieri oggi non esistono. Ecco, anche nella Pa dovremo essere bravi a individuarli e a formare in quella direzione il capitale umano per tempo».
Nel nuovo contratto è sancita una clausola proteggi inflazione, la potremmo definire salva-Hormuz. Anche questa è una novità. Ci spiega?
Non c’è nessun automatismo, ma l’Aran (che rappresenta lo Stato nelle tratttaive ndr) si impegna a sedersi intorno a un tavolo con i sindacati entro luglio 2027 per verificare quali sono stati gli andamenti delle retribuzioni e gli eventuali scostamenti rispetto all’inflazione reale... Come per esempio è successo con il Covid. Una sorta di sentinella del carovita».
Il carovita richiama alla politica. Cosa ci dice l’ultima tornata elettorale?
«Il significato è semplice: chi sperava che il risultato del referendum corrispondesse a quello politico si è sbagliato di grosso. Il centrodestra regge alla grande».
C’è la mina vagante Vannacci. Risorsa o problema?
«Lo deve decidere lui. Io direi che in questo momento sta facendo più il gioco del campo largo che quello centrodestra. Però Vannacci sa che per diventare un’opportunità basta rispettare i principi che hanno da sempre caratterizzato il centrodestra».
Per esempio l’appoggio all’Ucraina?
«Per esempio».
Nel centro sembrano esserci più leader che elettori.
«Guardi un partito di centro aggregatore c’è già ed è Forza Italia. Tutti gli esperimenti diversi, pensi a Renzi più Calenda, sono falliti miseramente».
E il centrodestra lo accoglierebbe Calenda?
«Calenda è sicuramente un riformista che non ama gli estremi. Un uomo di contenuti con idee spesso condivisibili. Sta a lui decidere cosa vuol fare da grande. Continuare a rimanere isolato con una postura che difficilmente avrà rilevanza o fare il grande passo ed entrare in una coalizione che si avvicina di più ai suoi valori».
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La senatrice Stefania Craxi durante la discussione, in Senato, del Disegno di Legge n.104 - Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita (Ansa)
Uno in particolare «riguarda il ruolo del servizio sanitario nazionale, e prevede che l’assistenza alla morte medicalmente assistita possa avvenire attraverso i medici ospedalieri o di medicina generale, su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero professionale ovvero in intra moenia». Forza Italia vuole consentire ai medici pagati dai contribuenti di agevolare la morte, ma senza che si sappia in giro. L’intento è forse di assecondare Marina Berlusconi che ha dichiarato: «Se parliamo di aborto, fine vita o diritti Lgbtq, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso». Secondo Stefania Craxi l’iniziativa invece mira a «portare a conclusione l’iter di una legge seria e condivisa, rispettosa di tutte le sensibilità, in primis del mondo cattolico. Una legge che gode di ampio consenso nell’opinione pubblica». Per la verità pare che gli italiani abbiano molto d’altro a cui pensare e di certo la proposta avanzata dagli azzurri fa più felice il Pd che Fratelli d’Italia che con Ignazio Zullo non si pronunciano. Nelle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato dove l’opposizione non ha presentato alcuna proposta - sostiene Ilaria Cucchi (Pd) che «il testo della maggioranza è una farsa» - e solo Ivan Scalfarotto ha cercato di far valere le posizioni dell’associazione Luca Coscioni, Forza Italia ha presentato sei emendamenti. Che superano a sinistra e di molto quanto concordato dalla maggioranza. Si consente di offrire il suicidio assistito non solo a chi dipende dalle macchine perché ha un organo vitale fuori uso, ma anche a chi è sottoposto a generici «trattamenti sanitari di sostegno vitale».
È vero che in quella direzione si è pronunciata la Corte Costituzionale, ma è anche vero che si allargano enormemente le maglie: siamo al confine dell’eutanasia. Con una formulazione assai tartufesca se da una parte si esclude che il suicidio assistito possa rientrare tra le prestazioni del servizio sanitario dall’altra però si consente ai medici del servizio sanitario nazionale di prestare assistenza purché lo facciano «privatamente» ancorché usando le strutture pubbliche. Altra concessione è quella che allinea la legge ai voleri della Consulta quando si afferma che gli «strumenti di eventuale supporto all’autosomministrazione del suicidio devono essere reperiti dal Cnr». Uniche concessioni al testo base di maggioranza – come si sa quello del Pd è stato respinto - l’obiezione di coscienza e l’affermazione che il servizio sanitario nazionale «garantisce le cure palliative del dolore e l’assistenza domiciliare continua alle persone in condizione di grave non autosufficienza». Perché questa vicinanza verso le posizioni dell’opposizione? Stefania Craxi spiega: «La finalità è arrivare all’approvazione della legge entro la fine della legislatura». Anche a costo di dire ai medici dei nostri ospedali: andate e portate la buona morte a tutti! Pierantonio Zanettin il relatore per FI però si lascia scappare: «Ho sempre sostenuto che su questa materia i partiti dovrebbero lasciare libertà di coscienza».
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I disordini nelle periferie europee e le crescenti tensioni sociali mostrano una realtà innegabile: i vecchi modelli di accoglienza indiscriminata sono falliti. Secondo l’onorevole Sara Kelany l’integrazione non può essere subita, deve essere governata. “La sinistra per anni ha alimentato l'irregolarità con un buonismo di facciata che ha solo creato zone franche e caporalato. Con il Governo Meloni la musica è cambiata: in Italia si rispettano le leggi italiane e chi non ci sta, torna a casa”.