
Il passo indietro di Luigi Di Maio da capo politico del M5s è un fattore di stabilizzazione del governo. Che ci crediate o no, nel M5s sono tutti convinti che Di Maio continuasse a ostacolare (come tentò di fare anche durante la crisi agostana) la saldatura tra Pd e M5s, e che in cuor suo sia fermamente convinto che i grillini devono guardare alle partite Iva, agli imprenditori, agli elettori moderati. Sulla stessa linea Davide Casaleggio, con lo sguardo rivolto alle esigenze del Nord.
Ora che Di Maio si è accomodato in panchina, la svolta a sinistra del M5s sarà molto meno complicata. La Verità, ieri, ha sentito le più disparate anime del M5s, tutte concordi su una cosa: Beppe Grillo e Roberto Fico non vedevano l'ora di liberarsi di Giggino. Fico, in particolare, si sta muovendo da mesi dietro le quinte per rinsaldare l'alleanza con il Pd e gli altri partiti di sinistra. Il presidente della Camera è uno che quando torna nella sua Napoli si precipita ad abbracciare i «compagni» dei centri sociali e il suo fraterno amico Luigi De Magistris: «La prospettiva di Fico», rivela una fonte governativa del M5s, «è sempre stata la costruzione di una alleanza progressista».
Prospettiva che potrebbe anche contemplare una vera e propria fusione di M5s e Pd in un soggetto politico unico. Negli ultimi giorni l'argomento è stato affrontato in almeno due riunioni informali, alle quali hanno partecipato esponenti del Pd e del M5s. La «cosa giallorossa» potrebbe vedere la luce ora che Matteo Renzi è andato via dai dem, ma occorre liberarsi di altre presenze sgradite, a partire da Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania: Fico, con la sponda di pezzi di Pd, sta platealmente cercando di impedire la ricandidatura alle imminenti regionali dello «sceriffo» di Salerno, considerato scomodo in quanto impermeabile alle direttive romane, sostituendolo con l'attuale ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, del M5s. «L'importante», ha confermato ieri il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, «è non separarsi anche alle regionali in Campania come è successo adesso per il collegio alle suppletive».
Il riferimento di Spadafora è alle minielezioni del prossimo 23 febbraio (suppletive), quando i cittadini di Napoli saranno chiamati alle urne per eleggere un senatore, che dovrà prendere il posto di Franco Ortolani, eletto nel 2018 con il M5s e morto poche settimane fa. Il M5s ha svolto le sue parlamentarie, che hanno visto il successo di Luigi Napolitano, fedelissimo di Di Maio, ma quando il Pd si è inginocchiato a De Magistris, e ha deciso di candidare Sandro Ruotolo, Fico ha fatto di tutto per convincere Napolitano a ritirarsi e a convergere sul baffuto giornalista. Di Maio e Napolitano hanno tenuto duro, ma c'è chi giura che i fedelissimi del presidente della Camera stiano lavorando sott'acqua per portare voti a Ruotolo, che, sapientemente, non ha voluto il simbolo del Pd sulla scheda e ha annunciato che se verrà eletto si iscriverà al gruppo Misto. «Bisogna aprire una nuova fase», ha risposto ieri, non a caso, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, a chi gli ha chiesto un commento sul passo indietro di Di Maio, «e su questo io avverto un clima che sta diventando più unitario».
«Tutti sanno», spiega alla Verità un altro big del M5s, «che Grillo e Fico pensano a un'alleanza molto più strutturata con la sinistra, ma attenti a dare per spacciato Di Maio: la comunicazione del M5s è ancora tutta nelle sue mani. Sono i suoi fedelissimi a decidere chi deve andare in tv e chi no. E lo stesso Luigi ha in mente di tornare alla carica. La frase che ripete in questi giorni è sempre la stessa: voglio vedere che combinano senza di me». Di Maio, in sostanza, ora viene come uno di quei calciatori finiti in panchina che sperano che la squadra vada male per tornare in campo.
Altro elemento «sospetto»: ieri il presidente uscente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che sente odore di sconfitta, ha fatto un appello, l'ennesimo, agli elettori del M5s, per il voto disgiunto: «Votate la lista del M5s e il sottoscritto alla presidenza». Un'ora dopo, Luigi Di Maio su Facebook ha annunciato la sua presenza «a Bologna in piazza Galvani, insieme ai cittadini e a tutti gli attivisti dell'Emilia Romagna, per sostenere Simone Benini, il nostro candidato alla presidenza della Regione». Un atto dovuto? Macché: nelle stesse ore, le chat del M5s impazzivano, perché non si trova uno straccio di ministro disposto ad andare in Calabria a chiudere la campagna elettorale insieme al candidato del M5s, Francesco Aiello. Tornando al governo, la questione è molto semplice: al quartier generale grillino si prevedono due sconfitte, sia in Emilia Romagna che in Calabria. Ci si aspetta che un minuto dopo Matteo Salvini lanci l'opa definitiva sui senatori del M5s, garantendo una ricandidatura a chi toglierà la fiducia al premier, Giuseppe Conte. Una mossa che dovrebbe essere «inertizzata», spiegano fonti governative, da un controesodo di senatori di Forza Italia verso la maggioranza.





