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Fate i conservatori: vi accuseranno di ogni nefandezza ma sarete nel giusto

Non è cosa insolita essere un conservatore, ma è insolito essere un intellettuale conservatore. In Gran Bretagna, come in America, circa il settanta per cento degli accademici si definiscono «di sinistra», mentre la cultura circostante si rivela sempre più ostile ai valori tradizionali e a qualsiasi accenno alle grandi conquiste della civiltà occidentale. Ai conservatori normali - e molte persone, probabilmente la maggior parte, rientrano in questa categoria - si dice continuamente che le loro idee e i loro sentimenti sono reazionari, pieni di pregiudizi, sessisti o razzisti. Il solo fatto di essere quello che sono viola le nuove norme inclusive e non-discriminatorie. I loro onesti tentativi di vivere secondo le loro idee, crescendo delle famiglie, partecipando alla vita della comunità, adorando i propri dèi e dotandosi di una cultura stabile e positiva, sono disprezzati e ridicolizzati dalla categoria dei lettori del Guardian.

Negli ambienti intellettuali i conservatori devono quindi muoversi in silenzio e con circospezione, cercandosi l'un l'altro con gli occhi, guardandosi intorno nella stanza come fanno gli omosessuali nei romanzi di Marcel Proust, che quel grande scrittore paragonava agli dèi di Omero, noti solo l'uno all'altro, dal momento che essi si muovevano in incognito nel mondo dei mortali. Noi, i presunti esclusori, siamo sollecitati a nascondere ciò che siamo per paura di essere esclusi. Io ho resistito a questa pressione e il risultato è stato che la mia vita è diventata assai più interessante di quanto avrei mai pensato sarebbe stata. [...]

A scuola e all'università mi ribellavo contro l'autorità. Credevo che le istituzioni fossero lì per essere sovvertite e non si dovesse consentire a codici e a norme d'impedire all'immaginazione di lavorare. [...] La cosa che più mi interessava e di cui ero più determinato di appropriarmi era la cultura: sotto questa etichetta erano comprese la filosofia, ma anche l'arte, la letteratura e la musica. E in fatto di cultura ero «di destra», vale a dire, rispettoso dell'ordine e della disciplina: riconoscevo la necessità di avere un'opinione e desideravo conservare la grande tradizione dei maestri e di lavorare per la sua sopravvivenza. Questo conservatorismo culturale mi veniva dal critico letterario Frank Raymond Leavis, da Thomas Stearns Eliot - i cui Quattro quartetti e saggi letterari erano penetrati nei nostri cuori negli anni della scuola - e dalla musica classica. Rimasi profondamente colpito dall'affermazione del musicista austriaco Arnold Schönberg, secondo cui i suoi esperimenti atonali non volevano sostituire la grande tradizione della musica tedesca, ma continuarla. Il linguaggio tonale era scaduto in stereotipi e in cattivo gusto ed era quindi necessario «[…] purificare il dialetto della tribù», come Eliot - attingendo a Stéphane Mallarmé - si era espresso nei Quattro quartetti. L'idea che bisogna essere moderni per difendere il passato ed essere creativi per difendere la tradizione ha avuto un profondo influsso su di me e, a tempo debito, ha plasmato le mie idee politiche. Lasciata Cambridge e trascorso un anno come lecteur in un collége universitaire francese, mi sono innamorato della Francia, come accadde a Eliot. E questo ha portato a una svolta decisiva nei contenuti del mio pensiero: sono passato cioè dalla cultura alla politica.

Il Maggio francese del 1968 mi fece capire che cosa vi è di pregevole nei costumi, nelle istituzioni e nella cultura d'Europa. Trovandomi a Parigi in quel momento, leggevo i continui attacchi contro la civiltà «borghese», mentre cresceva in me il senso che, se vi era qualcosa di almeno in qualche misura giusto nel modo di vivere così liberamente aperto a tutti della più grande città del mondo, allora la parola «borghese» era il nome più adatto per questo qualcosa. I sessantottini erano gli eredi di questo modo di vita borghese e godevano della libertà, della sicurezza e della vasta cultura che lo Stato francese dispensava a ogni suo cittadino. Essi avevano tutte le ragioni per apprezzare ciò che la Francia era diventata sotto la guida del generale Charles de Gaulle, che aveva reso ridicolo il Partito Comunista Francese agli occhi della gente, così come avrebbe dovuto esserlo anche agli occhi degli intellettuali. Con mio stupore, però, i sessantottini si misero a riciclare la vecchia promessa marxista di una libertà radicale, che si sarebbe avverata quando la proprietà privata e lo Stato di diritto «borghese» fossero stati aboliti. La libertà imperfetta che la proprietà e la legge rendevano possibile e da cui i sessantottini dipendevano per fare i loro comodi e coltivare le loro emozioni, per loro non era sufficiente. Quella libertà autentica ma relativa doveva essere distrutta in nome della sua ombra illusoria, però assoluta. Le nuove «teorie» che si riversavano dalle penne degli intellettuali parigini nella loro battaglia contro le «strutture» della società borghese non erano affatto teorie, ma paccate di paradossi intesi a rassicurare gli studenti rivoluzionari che, dal momento che la legge, l'ordine, la scienza e la verità erano solo maschere del dominio borghese, non era più importante quello che uno pensava, purché fosse dalla parte dei lavoratori nella loro «lotta». I genocidi istigati da quella lotta non meritavano di trovare menzione negli scritti di Louis Althusser, Gilles Deleuze, Michel Foucault e Jacques Lacan, anche se uno di questi genocidi stava cominciando proprio in quel momento in Cambogia, sotto la guida di Saloth Sar, detto Pol Pot, già membro del Partito Comunista Francese. [...]

piovono accuse

Le mie avventure nel mondo comunista coincisero con un'altra avventura, questa volta in patria: la creazione di una rivista dedicata al pensiero conservatore, la Salisbury Review, intitolata al grande primo ministro lord Robert Salisbury, la cui grandezza consisteva nel fatto che nessuno sapeva niente di lui, anche se ricoprì la sua carica per quasi vent'anni. La Review operava con un budget ridottissimo e per un po' ho avuto grande difficoltà a convincere i pochi conservatori che conoscevo a scrivervi sopra. All'inizio avevo intenzione di stimolare il dibattito intellettuale sulle idee politiche moderne, in modo da distogliere il conservatorismo dal fascino dell'economia del libero mercato. Ma le cose presero poi una piega esplosiva quando Ray Honeyford, prèside di una scuola media di Bradford, nello Yorkshire, mi mandò un articolo in cui caldeggiava la tesi che l'integrazione delle nuove minoranze avvenisse attraverso il sistema educativo e denunciava l'isolamento delle famiglie pakistane, ai cui figli egli si sforzava di insegnare. Appena ebbi pubblicato l'articolo, subito la «psicopolizia» ne ebbe notizia. Ray Honeyford era un insegnante onesto e coscienzioso, che credeva fosse suo dovere preparare i bambini a vivere una vita da responsabili nella società e si poneva il problema di come farlo, quando i bambini erano figli di contadini musulmani del Pakistan e la società era quella dell'Inghilterra di oggi. L'articolo di Honeyford illustrava con franchezza il problema e insieme offriva una proposta di soluzione, che era quella di integrare i bambini nella cultura laica circostante, proteggendoli dalle punizioni somministrate loro nelle classi prescolari delle scuole coraniche locali, opponendosi nel contempo ai progetti dei loro genitori di portarli in Pakistan ogni volta che garbava loro. Non vedeva alcun senso nella dottrina del multiculturalismo e credeva che il futuro del Paese dipendesse dalla capacità di integrare le sue minoranze di più recente arrivo mediante un curriculum di studi comune fra le scuole, nonché dall'azione dello Stato laico di diritto, capace di proteggere le donne e le ragazze dal tipo di abusi di cui era testimone consumato.

Tutto quello che Ray Honeyford allora diceva è diventato oggi dottrina ufficiale dei nostri principali partiti politici: troppo tardi, naturalmente, per raggiungere i risultati che egli sperava, ma comunque non troppo tardi per sottolineare che coloro che lo perseguitavano e che assediavano la sua scuola intonando la stupida cantilena di «Ray-zzista» non hanno mai sofferto, come ha sofferto lui, per aver preso posizione nel conflitto. Nonostante i toni spesso esasperati, Honeyford era un uomo profondamente gentile, disposto a pagare il prezzo della verità in un tempo di menzogne. Ma venne licenziato e la professione di insegnante perse così uno dei suoi rappresentanti più umani e pieni di senso civico. Il caso Honeyford rappresenta un esempio della lunga purga stalinista attuata dall'establishment formativo inglese con lo scopo di eliminare ogni segno di patriottismo dalle nostre scuole e di cancellare la memoria dell'Inghilterra dagli archivi della cultura.

Da allora in poi la Salisbury Review fu bollata come «razzista» e la mia stessa carriera accademica fu messa a repentaglio. I conflitti in cui fui sempre più spesso coinvolto negli anni successivi, mi diedero modo di accorgermi di quanto fosse scivolato in basso il livello del dibattito pubblico in Gran Bretagna. A sinistra sembrava non esserci alcuna risposta agli enormi cambiamenti introdotti dall'immigrazione di massa, se non quella di descrivere tutti coloro che tentavano di discutere la questione come «razzisti».

il mio crimine

Questo crimine assomigliava al crimine di essere un émigré nella Francia rivoluzionaria o un borghese nella Russia di Lenin: l'accusa era la prova della colpevolezza. Eppure nessuno ci ha mai detto in che cosa il crimine consistesse. Mi sono ricordato del commento di Daniel Defoe al tempo del Popery Act del 1698, secondo cui «ai suoi tempi nelle strade di Londra vi erano centomila connazionali pronti a combattere fino alla morte contro il papismo senza sapere se si trattava di un uomo o di un cavallo».

Fui più che sorpreso di scoprire che questo elementare difetto intellettuale aveva completamente invaso i dipartimenti di scienze politiche delle nostre università e che il mondo intellettuale era in agitazione febbrile per la presenza al suo interno di «razzisti», la cui cospirazione tuttavia non sarebbe mai stata scoperta e la cui natura non sarebbe mai stata chiaramente definita. Essere classificato come razzista mi ha dato solo un mediocre cenno di ciò che voleva dire, in altri tempi, appartenere a una minoranza disprezzata e perseguitata.

[...] A un certo punto, negli anni 1980, mi trovavo in Libano in visita alle comunità che lottavano per sopravvivere di fronte al brutale tentativo del dittatore siriano Hafiz al-Assad di creare una Grande Siria. Le esperienze che ho fatto in quell'occasione mi hanno riportato alla mente due verità fondamentali riguardo al mondo in cui viviamo. La prima è che non si creano i confini disegnando delle linee sulla carta, come hanno fatto i francesi e i britannici alla fine della Prima Guerra Mondiale. I confini nascono quando emergono le identità nazionali, che a loro volta esigono che l'obbedienza di tipo religioso passi in secondo piano rispetto al sentimento che ci lega alla patria, al territorio e al luogo dove viviamo. Inoltre, l'esempio del Libano illustra in svariati modi che la democrazia è sempre a rischio in luoghi dove le identità si definiscono su base confessionale e non territoriale.

La seconda verità che s'impresse allora in me è che, proprio perché l'islam pone la religione sopra la nazionalità come criterio di appartenenza, l'islamismo rappresenta una minaccia per l'ordine politico. Ciò è particolarmente vero per l'islamismo dei Fratelli Musulmani e del loro antico leader Sayyid Qutb, poiché credono che, nello scontro fra la shari'ah e il mondo moderno, è il mondo moderno a dover cedere. [...] Nella regione mediorientale domina ora il conflitto fra sunniti e sciiti e, se il mio vano appello per il vecchio Libano non è servito a nulla, questa esperienza mi ha insegnato che la nostra civiltà non può sopravvivere se continuiamo a compiacere gli islamisti. [...] Mi sono accorto che, per quanto preziosi siano i confini nazionali, ancora più preziosa è la civiltà che ha reso i confini nazionali qualcosa di rilevante. Quella civiltà affonda le sue radici nel cristianesimo e solo osservando il nostro mondo in una prospettiva cristiana ho potuto accettare i grandi cambiamenti che lo hanno scosso.

il perdono

L'accettazione deriva dal sacrificio: questo è il messaggio trasmesso da tante opere memorabili della nostra cultura. E nella tradizione cristiana i principali atti in cui il sacrificio si estrinseca sono la confessione e il perdono. Chi si confessa, sacrifica il suo orgoglio, mentre chi perdona sacrifica il suo rancore, rinunciando a qualcosa che gli è caro.

Confessione e perdono sono le due abitudini che hanno contribuito alla nascita della nostra civiltà. Il perdono può essere offerto solo a determinate condizioni e una cultura del perdono è tale se sa radicare queste condizioni nell'anima dell'individuo. [...] Il perdono esige penitenza ed espiazione. Attraverso questi atti di umiliazione di sé, chi ha fatto il male tende la mano alla sua vittima e ristabilisce quella parità morale che rende possibile il perdono. Nella tradizione giudaico-cristiana tutto questo è ben noto ed è impresso nei sacramenti della Chiesa cattolica, nonché nei riti e nella liturgia dello Yom Kippur. Partendo da queste fonti religiose siamo divenuti eredi di una cultura che ci permette di confessare le nostre colpe, di risarcire le nostre vittime e di ritenerci in dovere di rispondere l'uno all'altro in ogni questione in cui la nostra condotta libera possa danneggiare chi gode della prerogativa di contare su di noi.

[...] E l'esperienza ci suggerisce un'importante verità: che un governo responsabile non nasce da elezioni, nasce dal rispetto della legge, dal senso civico e dalla cultura della confessione. Pensare che vi sia un collegamento meramente accidentale fra queste virtù e la nostra eredità giudaico-cristiana significa vivere nel regno della fantasia, significa trascurare quella cultura che ha messo al suo centro, nel corso dei secoli, il business del pentimento. Avere capito questo in relazione alla mia vita stessa, mi ha fatto vedere ancora più chiaro nel campo della politica. È proprio questo l'aspetto della condizione umana che è stato negato dai sistemi totalitari del XX secolo. E il desiderio di negarlo è anche alla base della svolta anticristiana dell'Unione Europea e della scaltra dittatura delle sue élite. Detto questo, ammetto che la filosofia conservatrice che riassumo di seguito non dipende in alcun modo dalla fede cristiana. La relazione fra le due realtà è più sottile e più personale di quanto essa implichi. [...] Qualunque siano la nostra religione e le nostre convinzioni private, siamo eredi collettivi di cose tanto eccellenti quanto rare e la vita politica, per noi, deve avere come obiettivo primario di tenersi ben strette queste cose, per trasmetterle poi ai nostri figli.