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2024-02-05
Farmaci ai bimbi per cambiare sesso. I casi in aumento adesso fanno paura
iStock
Il caso del Centro per la disforia di genere dell’ospedale fiorentino di Careggi, che ha effettuato una terapia per il blocco della pubertà su adolescenti, alcuni dei quali non sarebbero stati sottoposti a psicoterapia, ha riacceso i riflettori sugli interventi per il cambio di genere.
Secondo Infotrans, portale istituzionale nato dalla collaborazione tra Iss e Unar, in Italia sono 14 gli ospedali e gli ambulatori pubblici e convenzionati che offrono assistenza gratuita di tipo chirurgico. L’Ipsos, tra gli istituti di ricerche demoscopiche più grandi nel mondo, ha stimato che nel nostro Paese un 4% si identifica come transgender (o non binario), più di coloro che si definiscono omosessuali. Naturalmente parliamo di auto-identificazione, non di quanti hanno ricevuto una sentenza di riassegnazione del genere e neanche di coloro che hanno intenzione di cominciare il percorso di transizione.
Sono oltre un centinaio all’anno, dieci al mese, come riportato dal sito Truenumbers, le persone che in Italia si sottopongono a interventi chirurgici per la riassegnazione del genere in un’età tra i 18 e i 60 anni. Si tratta di un dato che è aumentato nel tempo, visto che prima del 2018 si parlava di circa 60. Tuttavia è un’approssimazione per difetto, considerando i centri privati e quelli all’estero, dove chi ha le possibilità economiche si reca per farsi operare. Per una procedura di metoidioplastica (si sostituisce l’organo genitale femminile con uno maschile) si possono spendere in una clinica privata italiana 13.000 euro, mentre in Thailandia 6.000. Naturalmente vi sono poi altri interventi che fanno lievitare il costo. Questi dati si riferiscono al 2021-2023 e quindi sono soggetti ad aggiornamento. Fino al 2015, per modificare i connotati sulla carta di identità bisognava operarsi. Una sentenza della Corte Costituzionale ha fatto decadere questo obbligo, inoltre l’Oms ha riconosciuto la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non come un disturbo psichico, ma come una condizione sessuale.
Sempre Truenumbers parla del Servizio per l’adeguamento tra identità fisica e identità psichica (Saifip) del San Camillo di Roma che nel 2022 ha registrato 114 accessi solo da parte di adolescenti che non si riconoscevano nel genere di assegnazione. Nel 2018 erano stati 20. «Non tutti naturalmente», si legge nell’articolo «porteranno a termine l’iter di cambio di genere e solo una piccola minoranza si affiderà alla chirurgia, ma sono numeri indicativi di come il fenomeno sia in veloce aumento». Sul Saifip e sulle sue modalità di azione, La Verità ha pubblicato numerosi articoli, sfociati in una audizione parlamentare che però non ha prodotto grandi risultati. A dicembre scorso, Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha presentato un’interrogazione alla presidenza del Consiglio e al ministro della Salute per approfondire quello che avviene all’ospedale Careggi di Firenze, dove c’è un centro per il trattamento disforia di genere nei bambini. Gasparri diceva di aver appreso una serie di fatti allarmanti: «Nonostante l’evidente delicatezza del trattamento, al Careggi la triptorelina, autorizzata dall’Agenzia europea del farmaco per uso veterinario, verrebbe somministrata a bambini di 11 anni senza alcuna assistenza psicoterapeutica e psichiatrica. Anche perché in quell’ospedale semplicemente non c’è un reparto di neuropsichiatria infantile. Non solo. Le valutazioni psicologiche dei giovanissimi che arrivano al Careggi per avviare il percorso di cambio di sesso sembrerebbe siano particolarmente superficiali».
A conferma di quanto attorno al tema della disforia di genere si sia radicalizzato uno scontro di opinioni, va ricordato che a gennaio 2023, un gruppo di pediatri e endocrinologi, in una lettera al premier e al ministro della Salute accusavano come «infondate dal punto di vista scientifico e ingiustificatamente allarmistiche», le osservazioni della Società psicoanalitica italiana (Spi) sul rischio di danni fisici e psichici dei farmaci che bloccano la pubertà nei bambini e negli adolescenti. In un comunicato inviato al governo, la Spi esprimeva forte preoccupazione per questo tipo di terapie e elencava le controindicazioni sottolineando che «la sperimentazione in atto elude un’attenta valutazione scientifica». La tesi della Spi è che senza il confronto con il «completo sviluppo sessuale», e senza l’esperienza del conseguente «pieno appagamento erotico», non sia possibile una valutazione adeguata della propria identità di genere da parte dei soggetti interessati, né fare una diagnosi accurata di disforia da parte del personale sanitario.
Il dato allarmante infatti è che la terapia per il blocco della pubertà viene effettuata anche a undicenni, quindi prima dello sviluppo ormonale. I sostenitori dei farmaci per interrompere la maturazione sessuale affermano che già a due o tre anni si possono manifestare problemi di genere e che i ragazzi, se non assecondati, presentano tendenze suicide. E questo giustificherebbe i trattamenti ormonali sin dalla più tenera età. La triptorelina, per bloccare la pubertà, spesso è il primo passo per un percorso che porta i ragazzi dritti verso l’intervento chirurgico con effetti irreversibili.
Eppure dovrebbe essere di monito l’esito di tanti trattamenti effettuati al Gender identity development service presso la Tavistock and Portman clinic di Londra, uno dei più importanti centri a livello internazionale sulla varianza di genere in età evolutiva, chiuso per decisione dei vertici del servizio sanitario nazionale britannico, dopo una lunga serie di polemiche che hanno coinvolto la clinica negli ultimi anni, e che in alcuni casi sono finiti in tribunale. Il capo del personale clinico dell’istituto, David Bell, parlò di pressioni alle quali erano sottoposti i medici «da parte della famiglia dei bambini e degli amici, come pure da parte delle lobby pro trans». Tutto ciò indurrebbe il medico a soluzioni affrettate.
Poi ci sono esperienze come quella della scrittrice Silvia Ranfagni e della figlia tredicenne Alba, che ora si chiama Alex. Ranfagni dice che i ragazzi di oggi hanno imparato «a concepirsi come modificabili». Ed è qui che sono ravvisabili i semi di un’ideologia che ha dichiarato guerra alle leggi della natura. Ci sono le testimonianze di chi si è sottoposto all’operazione e si è pentito e ha raccontato di essere stato condizionato da Internet e di aver avuto colloqui con psicologi superficiali, volti non a scoprire le cause del disagio, quanto a confermare la necessità della terapia. Le storie di queste esperienze si somigliano tutte: da una parte il disagio e spesso la confusione psicologica dell’età adolescenziale e il facile condizionamento e dall’altra specialisti superficiali magari sotto pressione dei familiari.
«Ora il Comitato di bioetica rimetterà in discussione il suo sì a questi trattamenti»

Angelo Vescovi (Ansa)
«Il tema dei bloccanti della pubertà per i minori e della disforia in genere sarà di nuovo all’esame del Comitato nazionale di Bioetica a seguito della richiesta del ministero della Salute circa la situazione in questo settore, in particolare in virtù delle novità intercorse dal 2018, quando è stato autorizzato l’uso off label di questi farmaci. Da allora sono emerse maggiori informazioni, conoscenze scientifiche, e ci sono addirittura stati casi di persone che hanno fatto un ricorso legale per essere stati sottoposti a queste terapie. Bisogna quindi esaminare la nuova situazione». A parlare è Angelo Vescovi, presidente del Comitato nazionale di Bioetica.
«Preso in esame il parere già esistente, si analizzerà la questione alla luce delle novità emergenti, che potrebbero portare a integrazioni o aggiornamenti. Il Comitato nazionale per la Bioetica ha il dovere di indicare i percorsi più corretti per la tutela della salute di tutti i cittadini ed agisce, in questo contesto, esattamente lungo questa direttiva».
Lei che posizione esprimerà?
«Premetto che la mia posizione vale come quella di tutti gli altri membri. Come membro del Comitato, dico che sono molto preoccupato dall’attuale approccio, che reputo pericoloso. Sono scoraggiato dalle affermazioni, alcune anche di associazioni scientifiche. Non esistono dati cogenti sugli effetti collaterali a lungo termine di queste terapie su soggetti sani, per cui vale in assoluto l’applicazione del principio della cautela, il quale sicuramente non prevede d’intervenire con trattamenti di questa portata su bambini in fase anche pre-adolescenziale, in cui la percezione del genere e della sessualità sono in divenire, nel migliore dei casi. Queste forme di somministrazione vanno riviste nelle loro modalità. A meno che non vi siano situazioni di chiara e palesata disfonia, ma sono eccezioni, non sono la maggioranza».
Cosa la spaventa di quello che dicono alcune associazioni?
«Mi spaventa la tendenza alla compulsione nell’agire a tutti i costi in situazioni incerte e potenzialmente pericolose. Preoccupa questa fuga in avanti ad assumere un parere tranchant, definitivo, in assenza di chiari, solidi, evidenti dati scientifici sulla reversibilità ed innocuità dei trattamenti. Nel momento in cui si appartiene a una rete associativa, anche scientifica, si parla anche a nome dei propri rappresentanti, e io dubito che questi siano tutti allineati sulla stessa linea categorica. Non riesco a capire questa compulsione, che diventa poi frettoloso intervento. Questo vale oggi per molti campi. Si fanno affermazioni generiche, spesso radicate su posizioni fortemente ideologizzate, e poi si sostiene che la scienza le supporti. Siamo arrivati all’estremo per cui alcuni pensano addirittura che i soggetti sani dovrebbero veder arrestare la loro pubertà per poi decidere. Fatto salvo che la somministrazione di farmaci con patenti effetti collaterali a soggetti sani, quindi per scopi non terapeutici, è illegale e cosi, credo, la sollecitazione a farlo, un’affermazione del genere la posso solo interpretare come una provocazione e, parere di farmacologo, una sciocchezza improponibile. Un orientamento di questo tipo non può non spaventare».
L’Oms sta lavorando a linee guida sulla salute transgender in un modo che non pare neutrale ma orientato, che ne pensa?
«Cosa vuole che le dica. Vale il concetto che l’Oms è punto di riferimento, ma non è un oracolo. A volte le decisioni seguono strade tortuose e difficili da interpretare sulla base delle evidenze disponibili. Su questa decisione e orientamento dell’Oms mi sento di dissentire risolutamente»
Il tema è molto dibattuto anche dalle associazione Lgbt, dovrebbe fare riflettere.
«È vero ma ormai si è innescato un meccanismo che sembra inarrestabile. È evidente il paradosso di voler trattare ragazzi di 11 anni quando a questa età non si ha consapevolezza del proprio genere. Mi sembrano posizioni fortemente ideologizzate che cercano, e non trovano, un surrettizio sostegno nella scienza».
Non c’è anche un business dietro questo fenomeno?
«Data l’esiguità dei numeri non mi sembra probabile. La vedo più come una problematica di carattere ideologico, una spinta verso un liberismo estremo, in cui l’essere umano, invece che essere al centro delle considerazioni, diventa quasi trascurabile».
Si corre in Italia questo rischio?
«Il rischio esiste sempre, anche se finora ci sono ancora pochi casi. Ma il fenomeno resta preoccupante perché non è un problema di quantità quando si parla di esseri umani, ma di qualità. Ossia, se anche solo due persone devono subire dei danni, è sempre gravissimo. Qui, inoltre, si sta decidendo del futuro di persone che non hanno completato il loro sviluppo emotivo, psicologico, funzionale e sessuale, la di cui pubertà si vuole bloccare affinché poi possano decidere il loro sesso in seguito. Ma il cervello, è noto, matura in funzione della stimolazione ormonale, che noi alteriamo coi farmaci… È tutto un controsenso».
«I genitori vanno denunciati»

Annamaria Bernardini de Pace (Ansa)
«I bambini sono indotti al cambio di genere dai genitori. Non voglio accusare nessuno, sia ben chiaro, ma la mia impressione è che alcuni genitori si vergognano di avere figli con all’apparenza un orientamento omosessuale. Quindi piuttosto che accettare un figlio gay preferiscono dire che è transgender e metterlo in condizione di essere o uomo o donna. Le conseguenze psicologiche per un ragazzo sono spesso devastanti. Ma ci sono anche conseguenze legali. Il ragazzo potrebbe rivalersi sui genitori con una causa per danni fisici e morali, essendo stato privato della libertà decisionale e avendo subito anche lesioni nel corpo». La nota avvocato Annamaria Bernardini de Pace è balzata all’attenzione delle cronache, questa volta non per un divorzio eccellente ma per aver sollevato il caso, segnalandolo al ministro della Salute, Orazio Schillaci, di una terapia di blocco della pubertà finalizzato al cambio di genere, a cui sono stati sottoposti più bambini nell’ospedale Careggi di Firenze.
«Appena ho appresso del caso ho scritto al ministro che mi ha subito risposto assicurandomi che avvierà un’indagine su questo fenomeno in aumento».
Che idea si è fatta degli interventi di cambio di genere in giovanissima età?
«Siamo di fronte a genitori che non riconoscono ai figli il diritto primario alla libertà. Quando vedono manifestazioni che esprimono secondo loro un orientamento sessuale diverso, per rendere la cosa meno imbarazzante dicono che non è un problema di orientamento sessuale ma di identità sessuale. E pensano che siano nati in un corpo di uomo volendo essere donna, o viceversa».
Ma come è possibile che tali manifestazioni siano catalogabili come disforia di genere a soli 11 anni?
«Sì, è assurdo. Se danno farmaci che servono a bloccare la pubertà, è una finzione quando dicono di intervenire a 15 anni, che pure è un’età precoce ma un’età in cui la pubertà è terminata. Qui siamo di fronte a bambini trattati con ormoni a 11 anni. È una estrema follia. Ma che identità, che orientamento sessuale si può manifestare a 11 anni? Sono i genitori a dichiarare la distanza tra genere biologico e quello psicologico percepito dal figlio e a interpretare il loro cattivo umore come disturbo dell’identità di genere».
Alcuni sostengono che i figli con disforia di genere hanno tendenze suicide.
«Mi sembra assurdo che a 11 anni un bambino possa tentare il suicidio per una questione di genere. Ne ho parlato con psicologi che me lo hanno escluso. E comunque ci sono molti altri modi per risolvere eventualmente questo problema senza ricorrere al blocco della pubertà».
Ha avuto esperienze di casi del genere?
«Non sono entrata in contatto con esperienze simili ma mi sono fatta l’idea che questi genitori forse confondono l’orientamento sessuale con l’identità sessuale. L’identità sessuale è come si crede di essere e ci si sente di essere, mentre l’orientamento è: sono un uomo e mi piacciono gli uomini. Lo stesso vale per le donne. Avere la consapevolezza di questa distinzione a 11 anni, a mio parere, è impossibile. Per questo ho fatto scoppiare il caso rivolgendomi direttamente al ministro».
Come è entrata a conoscenza del caso dell’ospedale?
«Ho letto un articolo su questo evento che mi ha sconvolto e mi sono posta una serie di domande: questi genitori hanno responsabilità genitoriale, vogliono riconoscere ai figli la libertà di decisione? E subito ho scritto al ministro della Salute che mi ha risposto in tempi brevissimi. Mi ha detto che ritiene grave il problema e che se ne sta interessando e sta facendo indagini. Sono rimasta sorpresa e ammirata da un’istituzione che mi ha risposto con tempestività».
Questo caso può avere implicazioni legali?
«Assolutamente sì. Ho mandato il mio esposto e la risposta del ministro anche ad alcuni presidenti del Tribunale per i minori affinché si attivino e facciano indagini. Poi anche alla Procura della Repubblica di Firenze perché un pm dovrebbe vedere se ci sono maltrattamenti di tipo psicologico e lesioni irreversibili gravi ai danni del bambino».
Questo ragazzo, una volta adulto, qualora non approvasse la scelta dei genitori, può rivalersi contro di loro e citarli per danni?
«Certo che può chiedere un risarcimento danni e io mi dichiaro a disposizione di tutti quei diciottenni che hanno subito questa terapia e non avrebbero mai voluto farla. Il fatto che molti ragazzi non completano la transizione ad altro genere, dimostra che dietro c’è stata una coercizione, che non era una loro decisione».
Possono quindi far causa al genitore?
«Io lo farei e sono pronta. Questi genitori rubano la vita e la libertà ai loro figli. È per questo che io mi sono mossa. Una psicologa mi ha detto che la disforia di genere può essere affrontata con la psicoterapia e, al termine della terapia, il paziente o trova un’unica identità o preferisce restare bisex. Ma almeno non c’è un intervento farmacologico».
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In Italia i centri pubblici e convenzionati sono 14, quelli privati molti di più. E sempre più spesso ad accedere sono i piccoli, pure undicenni. Al famigerato Saifi di Roma in 4 anni l’afflusso di minori è cresciuto del 470%.Angelo Vescovi, il biologo che presiede l’organismo: «Mancano certezze sui danni collaterali. Certe associazioni mi spaventano: vogliono procedere anche in assenza di dati scientifici».L’avvocato Annamaria Bernardini de Pace: «C’è chi non accetta un figlio gay e quindi lo spinge a modificare genere. Sono a disposizione dei ragazzi che vogliono chiedere il risarcimento dei danni».Lo speciale contiene tre articoli.Il caso del Centro per la disforia di genere dell’ospedale fiorentino di Careggi, che ha effettuato una terapia per il blocco della pubertà su adolescenti, alcuni dei quali non sarebbero stati sottoposti a psicoterapia, ha riacceso i riflettori sugli interventi per il cambio di genere. Secondo Infotrans, portale istituzionale nato dalla collaborazione tra Iss e Unar, in Italia sono 14 gli ospedali e gli ambulatori pubblici e convenzionati che offrono assistenza gratuita di tipo chirurgico. L’Ipsos, tra gli istituti di ricerche demoscopiche più grandi nel mondo, ha stimato che nel nostro Paese un 4% si identifica come transgender (o non binario), più di coloro che si definiscono omosessuali. Naturalmente parliamo di auto-identificazione, non di quanti hanno ricevuto una sentenza di riassegnazione del genere e neanche di coloro che hanno intenzione di cominciare il percorso di transizione.Sono oltre un centinaio all’anno, dieci al mese, come riportato dal sito Truenumbers, le persone che in Italia si sottopongono a interventi chirurgici per la riassegnazione del genere in un’età tra i 18 e i 60 anni. Si tratta di un dato che è aumentato nel tempo, visto che prima del 2018 si parlava di circa 60. Tuttavia è un’approssimazione per difetto, considerando i centri privati e quelli all’estero, dove chi ha le possibilità economiche si reca per farsi operare. Per una procedura di metoidioplastica (si sostituisce l’organo genitale femminile con uno maschile) si possono spendere in una clinica privata italiana 13.000 euro, mentre in Thailandia 6.000. Naturalmente vi sono poi altri interventi che fanno lievitare il costo. Questi dati si riferiscono al 2021-2023 e quindi sono soggetti ad aggiornamento. Fino al 2015, per modificare i connotati sulla carta di identità bisognava operarsi. Una sentenza della Corte Costituzionale ha fatto decadere questo obbligo, inoltre l’Oms ha riconosciuto la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non come un disturbo psichico, ma come una condizione sessuale. Sempre Truenumbers parla del Servizio per l’adeguamento tra identità fisica e identità psichica (Saifip) del San Camillo di Roma che nel 2022 ha registrato 114 accessi solo da parte di adolescenti che non si riconoscevano nel genere di assegnazione. Nel 2018 erano stati 20. «Non tutti naturalmente», si legge nell’articolo «porteranno a termine l’iter di cambio di genere e solo una piccola minoranza si affiderà alla chirurgia, ma sono numeri indicativi di come il fenomeno sia in veloce aumento». Sul Saifip e sulle sue modalità di azione, La Verità ha pubblicato numerosi articoli, sfociati in una audizione parlamentare che però non ha prodotto grandi risultati. A dicembre scorso, Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha presentato un’interrogazione alla presidenza del Consiglio e al ministro della Salute per approfondire quello che avviene all’ospedale Careggi di Firenze, dove c’è un centro per il trattamento disforia di genere nei bambini. Gasparri diceva di aver appreso una serie di fatti allarmanti: «Nonostante l’evidente delicatezza del trattamento, al Careggi la triptorelina, autorizzata dall’Agenzia europea del farmaco per uso veterinario, verrebbe somministrata a bambini di 11 anni senza alcuna assistenza psicoterapeutica e psichiatrica. Anche perché in quell’ospedale semplicemente non c’è un reparto di neuropsichiatria infantile. Non solo. Le valutazioni psicologiche dei giovanissimi che arrivano al Careggi per avviare il percorso di cambio di sesso sembrerebbe siano particolarmente superficiali». A conferma di quanto attorno al tema della disforia di genere si sia radicalizzato uno scontro di opinioni, va ricordato che a gennaio 2023, un gruppo di pediatri e endocrinologi, in una lettera al premier e al ministro della Salute accusavano come «infondate dal punto di vista scientifico e ingiustificatamente allarmistiche», le osservazioni della Società psicoanalitica italiana (Spi) sul rischio di danni fisici e psichici dei farmaci che bloccano la pubertà nei bambini e negli adolescenti. In un comunicato inviato al governo, la Spi esprimeva forte preoccupazione per questo tipo di terapie e elencava le controindicazioni sottolineando che «la sperimentazione in atto elude un’attenta valutazione scientifica». La tesi della Spi è che senza il confronto con il «completo sviluppo sessuale», e senza l’esperienza del conseguente «pieno appagamento erotico», non sia possibile una valutazione adeguata della propria identità di genere da parte dei soggetti interessati, né fare una diagnosi accurata di disforia da parte del personale sanitario.Il dato allarmante infatti è che la terapia per il blocco della pubertà viene effettuata anche a undicenni, quindi prima dello sviluppo ormonale. I sostenitori dei farmaci per interrompere la maturazione sessuale affermano che già a due o tre anni si possono manifestare problemi di genere e che i ragazzi, se non assecondati, presentano tendenze suicide. E questo giustificherebbe i trattamenti ormonali sin dalla più tenera età. La triptorelina, per bloccare la pubertà, spesso è il primo passo per un percorso che porta i ragazzi dritti verso l’intervento chirurgico con effetti irreversibili.Eppure dovrebbe essere di monito l’esito di tanti trattamenti effettuati al Gender identity development service presso la Tavistock and Portman clinic di Londra, uno dei più importanti centri a livello internazionale sulla varianza di genere in età evolutiva, chiuso per decisione dei vertici del servizio sanitario nazionale britannico, dopo una lunga serie di polemiche che hanno coinvolto la clinica negli ultimi anni, e che in alcuni casi sono finiti in tribunale. Il capo del personale clinico dell’istituto, David Bell, parlò di pressioni alle quali erano sottoposti i medici «da parte della famiglia dei bambini e degli amici, come pure da parte delle lobby pro trans». Tutto ciò indurrebbe il medico a soluzioni affrettate. Poi ci sono esperienze come quella della scrittrice Silvia Ranfagni e della figlia tredicenne Alba, che ora si chiama Alex. Ranfagni dice che i ragazzi di oggi hanno imparato «a concepirsi come modificabili». Ed è qui che sono ravvisabili i semi di un’ideologia che ha dichiarato guerra alle leggi della natura. Ci sono le testimonianze di chi si è sottoposto all’operazione e si è pentito e ha raccontato di essere stato condizionato da Internet e di aver avuto colloqui con psicologi superficiali, volti non a scoprire le cause del disagio, quanto a confermare la necessità della terapia. 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Da allora sono emerse maggiori informazioni, conoscenze scientifiche, e ci sono addirittura stati casi di persone che hanno fatto un ricorso legale per essere stati sottoposti a queste terapie. Bisogna quindi esaminare la nuova situazione». A parlare è Angelo Vescovi, presidente del Comitato nazionale di Bioetica. «Preso in esame il parere già esistente, si analizzerà la questione alla luce delle novità emergenti, che potrebbero portare a integrazioni o aggiornamenti. Il Comitato nazionale per la Bioetica ha il dovere di indicare i percorsi più corretti per la tutela della salute di tutti i cittadini ed agisce, in questo contesto, esattamente lungo questa direttiva». Lei che posizione esprimerà? «Premetto che la mia posizione vale come quella di tutti gli altri membri. Come membro del Comitato, dico che sono molto preoccupato dall’attuale approccio, che reputo pericoloso. Sono scoraggiato dalle affermazioni, alcune anche di associazioni scientifiche. Non esistono dati cogenti sugli effetti collaterali a lungo termine di queste terapie su soggetti sani, per cui vale in assoluto l’applicazione del principio della cautela, il quale sicuramente non prevede d’intervenire con trattamenti di questa portata su bambini in fase anche pre-adolescenziale, in cui la percezione del genere e della sessualità sono in divenire, nel migliore dei casi. Queste forme di somministrazione vanno riviste nelle loro modalità. A meno che non vi siano situazioni di chiara e palesata disfonia, ma sono eccezioni, non sono la maggioranza». Cosa la spaventa di quello che dicono alcune associazioni? «Mi spaventa la tendenza alla compulsione nell’agire a tutti i costi in situazioni incerte e potenzialmente pericolose. Preoccupa questa fuga in avanti ad assumere un parere tranchant, definitivo, in assenza di chiari, solidi, evidenti dati scientifici sulla reversibilità ed innocuità dei trattamenti. Nel momento in cui si appartiene a una rete associativa, anche scientifica, si parla anche a nome dei propri rappresentanti, e io dubito che questi siano tutti allineati sulla stessa linea categorica. Non riesco a capire questa compulsione, che diventa poi frettoloso intervento. Questo vale oggi per molti campi. Si fanno affermazioni generiche, spesso radicate su posizioni fortemente ideologizzate, e poi si sostiene che la scienza le supporti. Siamo arrivati all’estremo per cui alcuni pensano addirittura che i soggetti sani dovrebbero veder arrestare la loro pubertà per poi decidere. Fatto salvo che la somministrazione di farmaci con patenti effetti collaterali a soggetti sani, quindi per scopi non terapeutici, è illegale e cosi, credo, la sollecitazione a farlo, un’affermazione del genere la posso solo interpretare come una provocazione e, parere di farmacologo, una sciocchezza improponibile. Un orientamento di questo tipo non può non spaventare». L’Oms sta lavorando a linee guida sulla salute transgender in un modo che non pare neutrale ma orientato, che ne pensa? «Cosa vuole che le dica. Vale il concetto che l’Oms è punto di riferimento, ma non è un oracolo. A volte le decisioni seguono strade tortuose e difficili da interpretare sulla base delle evidenze disponibili. Su questa decisione e orientamento dell’Oms mi sento di dissentire risolutamente» Il tema è molto dibattuto anche dalle associazione Lgbt, dovrebbe fare riflettere. «È vero ma ormai si è innescato un meccanismo che sembra inarrestabile. È evidente il paradosso di voler trattare ragazzi di 11 anni quando a questa età non si ha consapevolezza del proprio genere. Mi sembrano posizioni fortemente ideologizzate che cercano, e non trovano, un surrettizio sostegno nella scienza». Non c’è anche un business dietro questo fenomeno? «Data l’esiguità dei numeri non mi sembra probabile. La vedo più come una problematica di carattere ideologico, una spinta verso un liberismo estremo, in cui l’essere umano, invece che essere al centro delle considerazioni, diventa quasi trascurabile». Si corre in Italia questo rischio? «Il rischio esiste sempre, anche se finora ci sono ancora pochi casi. Ma il fenomeno resta preoccupante perché non è un problema di quantità quando si parla di esseri umani, ma di qualità. Ossia, se anche solo due persone devono subire dei danni, è sempre gravissimo. Qui, inoltre, si sta decidendo del futuro di persone che non hanno completato il loro sviluppo emotivo, psicologico, funzionale e sessuale, la di cui pubertà si vuole bloccare affinché poi possano decidere il loro sesso in seguito. Ma il cervello, è noto, matura in funzione della stimolazione ormonale, che noi alteriamo coi farmaci… È tutto un controsenso». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/farmaci-bimbi-cambiare-sesso-2667170488.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-genitori-vanno-denunciati" data-post-id="2667170488" data-published-at="1707139075" data-use-pagination="False"> «I genitori vanno denunciati» Annamaria Bernardini de Pace (Ansa) «I bambini sono indotti al cambio di genere dai genitori. Non voglio accusare nessuno, sia ben chiaro, ma la mia impressione è che alcuni genitori si vergognano di avere figli con all’apparenza un orientamento omosessuale. Quindi piuttosto che accettare un figlio gay preferiscono dire che è transgender e metterlo in condizione di essere o uomo o donna. Le conseguenze psicologiche per un ragazzo sono spesso devastanti. Ma ci sono anche conseguenze legali. Il ragazzo potrebbe rivalersi sui genitori con una causa per danni fisici e morali, essendo stato privato della libertà decisionale e avendo subito anche lesioni nel corpo». La nota avvocato Annamaria Bernardini de Pace è balzata all’attenzione delle cronache, questa volta non per un divorzio eccellente ma per aver sollevato il caso, segnalandolo al ministro della Salute, Orazio Schillaci, di una terapia di blocco della pubertà finalizzato al cambio di genere, a cui sono stati sottoposti più bambini nell’ospedale Careggi di Firenze. «Appena ho appresso del caso ho scritto al ministro che mi ha subito risposto assicurandomi che avvierà un’indagine su questo fenomeno in aumento». Che idea si è fatta degli interventi di cambio di genere in giovanissima età? «Siamo di fronte a genitori che non riconoscono ai figli il diritto primario alla libertà. Quando vedono manifestazioni che esprimono secondo loro un orientamento sessuale diverso, per rendere la cosa meno imbarazzante dicono che non è un problema di orientamento sessuale ma di identità sessuale. E pensano che siano nati in un corpo di uomo volendo essere donna, o viceversa». Ma come è possibile che tali manifestazioni siano catalogabili come disforia di genere a soli 11 anni? «Sì, è assurdo. Se danno farmaci che servono a bloccare la pubertà, è una finzione quando dicono di intervenire a 15 anni, che pure è un’età precoce ma un’età in cui la pubertà è terminata. Qui siamo di fronte a bambini trattati con ormoni a 11 anni. È una estrema follia. Ma che identità, che orientamento sessuale si può manifestare a 11 anni? Sono i genitori a dichiarare la distanza tra genere biologico e quello psicologico percepito dal figlio e a interpretare il loro cattivo umore come disturbo dell’identità di genere». Alcuni sostengono che i figli con disforia di genere hanno tendenze suicide. «Mi sembra assurdo che a 11 anni un bambino possa tentare il suicidio per una questione di genere. Ne ho parlato con psicologi che me lo hanno escluso. E comunque ci sono molti altri modi per risolvere eventualmente questo problema senza ricorrere al blocco della pubertà». Ha avuto esperienze di casi del genere? «Non sono entrata in contatto con esperienze simili ma mi sono fatta l’idea che questi genitori forse confondono l’orientamento sessuale con l’identità sessuale. L’identità sessuale è come si crede di essere e ci si sente di essere, mentre l’orientamento è: sono un uomo e mi piacciono gli uomini. Lo stesso vale per le donne. Avere la consapevolezza di questa distinzione a 11 anni, a mio parere, è impossibile. Per questo ho fatto scoppiare il caso rivolgendomi direttamente al ministro». Come è entrata a conoscenza del caso dell’ospedale? «Ho letto un articolo su questo evento che mi ha sconvolto e mi sono posta una serie di domande: questi genitori hanno responsabilità genitoriale, vogliono riconoscere ai figli la libertà di decisione? E subito ho scritto al ministro della Salute che mi ha risposto in tempi brevissimi. Mi ha detto che ritiene grave il problema e che se ne sta interessando e sta facendo indagini. Sono rimasta sorpresa e ammirata da un’istituzione che mi ha risposto con tempestività». Questo caso può avere implicazioni legali? «Assolutamente sì. Ho mandato il mio esposto e la risposta del ministro anche ad alcuni presidenti del Tribunale per i minori affinché si attivino e facciano indagini. Poi anche alla Procura della Repubblica di Firenze perché un pm dovrebbe vedere se ci sono maltrattamenti di tipo psicologico e lesioni irreversibili gravi ai danni del bambino». Questo ragazzo, una volta adulto, qualora non approvasse la scelta dei genitori, può rivalersi contro di loro e citarli per danni? «Certo che può chiedere un risarcimento danni e io mi dichiaro a disposizione di tutti quei diciottenni che hanno subito questa terapia e non avrebbero mai voluto farla. Il fatto che molti ragazzi non completano la transizione ad altro genere, dimostra che dietro c’è stata una coercizione, che non era una loro decisione». Possono quindi far causa al genitore? «Io lo farei e sono pronta. Questi genitori rubano la vita e la libertà ai loro figli. È per questo che io mi sono mossa. Una psicologa mi ha detto che la disforia di genere può essere affrontata con la psicoterapia e, al termine della terapia, il paziente o trova un’unica identità o preferisce restare bisex. Ma almeno non c’è un intervento farmacologico».
(Ansa)
Il metallo più prezioso nel giorno del destino arriva dal sacrificio disumano di una specialità militare. Si fatica col fucile in spalla e si spara. Per sei chilometri, è il Biathlon bellezza. Si arriva sfiniti al poligono dove quelle mani gelate e tremanti devono centrare il bersaglio. «Un respiro troppo corto, un indugio troppo lungo e hai perso». Ma Lisa Vittozzi di Sappada riesce a trovare l’armonia anche dentro la più infernale delle prove e sull’anello di Anterselva porta la staffetta mista a vincere l’argento olimpico nel delirio di una folla incredula. A 31 anni, con il suo cuore enorme, la ragazza che voleva fare la modella di Victoria Secrets trascina sul podio il treno azzurro (Tommaso Giacomel, Lukas Hofer, Dorothea Wierer) nella più incredibile delle rimonte. Oro alla Francia, bronzo alla Germania, risucchiata dall’irriducibile friulana partita per fare legna e arrivata per fare la storia.
Il volto del giorno è quello di lady Vittozzi, iperattiva fin da bambina, esasperata dal desiderio di vincere anche la tombola a Natale. Giocava a calcio con i maschi, poi provò nuoto, arrampicata, danza. Ricorda con la medaglia al collo: «Il mio segreto è non arrendermi mai. Quando mi sono distrutta tibia e perone sugli sci da discesa ho deciso di passare al fondo. Ma non mi bastava, ho trovato la pace mettendomi in spalla anche il fucile ad aria compressa». Un argento vivo, metafora che oggi funziona in quello sport mutuato da guerre vere e reso famoso sui campi di battaglia di Finlandia dove nel secolo scorso un intero popolo seppe fermare due volte l’imperialismo sovietico.
Vittozzi è un volto televisivo, ha partecipato al docufilm «Radici» su Discovery, dove ha raccontato il rapporto speciale con sua nonna Lea, alla quale ha dedicato la medaglia olimpica. Francesca Lollobrigida con il piccolo Tommaso in braccio ha raccontato il profondo senso dell’essere madre, Lisa l’amore di una nonna speciale. Questi sono Giochi di famiglia. «Gareggiavo ad Oberhof in Germania e al telefono mi disse che sarebbe venuta a vedermi. Le ordinai di non muoversi. Le dissi: nonna, non puoi farti 9 ore di macchina e poi stare al freddo. Si è presentata a Oberhof, mi ha visto salire sul podio. È stata la cosa più bella che abbia fatto. È stata l’ultima gara che ha visto».
È il giorno dei nonni e delle donne speciali. «Non ho paura di niente», grida al mondo da Livigno Lucia Dalmasso con la tavola fra le mani; si è messa al collo il bronzo, battuta solo dalla ceka Suzana Maderova e dall’austriaca Sabine Payer. I maschi hanno deluso, lei ha fatto tornare l’azzurro nel cielo. La guerriera di Feltre, 28 anni, era una promessa dello Sci alpino, ma un incidente le ha cambiato il destino: crociati delle due ginocchia rotti e un bivio, o il ritiro o la rinascita. La bellunese vira sullo Snowboard, ecco la cura. Cinque anni di sacrifici per diventare un top, per declinare nel gigante parallelo tutta la sua forza interiore, fino al podio olimpico.
Due donne nuove, due sorprese stupende. Sofia Goggia perdonerà. È di bronzo anche la sua giornata, ma con un fondo di amarezza. Probabilmente ha perso le medaglie nobili della Libera (prima la statunitense Breezy Johnson, seconda la tedesca Emma Aicher) in quei 20 minuti di attesa al cancelletto delle Tofane di Cortina, mentre i medici si occupavano di Lindsey Vonn, mito caduto. Sofia si chiude in se stessa, ripete meccanicamente a gesti tutta la pista, prova a trattenere la concentrazione che scappa via. Ma quando scende è frenata, meno fluida del solito. «Volevo l’oro, so di aver commesso qualche errore ma bisogna guardare al risultato complessivo, è la terza medaglia alla terza olimpiade. Una cosa enorme».
È vero, aveva già vinto l’oro a PyeongChang e l’argento a Pechino. Ora ha completato la collezione, in attesa della rivincita in SuperG e Gigante. Buone sensazioni anche da Federica Brignone, decima dopo mesi ai box. I Giochi durano solo 13” per la fuoriclasse Vonn: alla terza curva un bastoncino si impiglia in un paletto. La caduta è rovinosa, un’esplosione di pulviscolo bianco, con lei che urla a gambe aperte perché gli sci non si sono sganciati. Sul traguardo cala un silenzio irreale mentre le pale dell’elisoccorso scandiscono il trasferimento della sciatrice in ospedale con una gamba fratturata. All’icona dello Sport, che a 41 anni voleva correre con un tutore a protezione del ginocchio con il crociato rotto, il dio delle nevi ha voltato le spalle.
Oggi le speranze italiane di medaglia tornano a rivolgersi a Dominik Paris e Giovanni Franzoni nella Combinata maschile, in attesa di altre sorprese e meraviglie. Siamo in buone mani.
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Friedrich Merz (Ansa)
Così è arrivato il momento di mettere a folle il motore della transazione energetica. Il ministero dell’Economia tedesco starebbe valutando un giro di vite sulle fonti rinnovabili. In particolare, sta studiando di limitare alcuni elementi centrali nel piano di espansione delle energie green, il cosiddetto diritto di priorità di immissione e di allaccio alla rete. Secondo quanto riporta il quotidiano Tagesspiegel, citando fonti del settore, un «pacchetto rete» sarebbe in preparazione parallelamente alla riforma della legge sulle energie rinnovabili (Eeg). In base alle indiscrezioni, nuovi impianti eolici e solari non verrebbero più collegati «senza indugio» e, se nell’area di rete oltre il 3% dell’energia rinnovabile fosse stato limitato l’anno precedente, i gestori dei nuovi impianti dovrebbero rinunciare fino a dieci anni all’indennizzo previsto per le riduzioni di produzione. Inoltre, i gestori delle reti di distribuzione potrebbero definire procedure autonome di allaccio per impianti superiori a 135 chilowatt, con il rischio - secondo il settore - di rallentare i collegamenti, dato che in Germania operano oltre 800 gestori. Critiche sono giunte dalle oltre 1.000 cooperative energetiche attive nel solare, eolico e bioenergia: «Questi investimenti necessitano di condizioni quadro affidabili», ha dichiarato Jan Holthaus dell’associazione Dgrv, chiedendo regole chiare per il rifinanziamento e un accesso sicuro alla rete.
Ma non è questo l’unico passo indietro sulla transizione ecologica in questo Paese che fino a ieri era uno dei sostenitori più convinti dell’abbandono delle fonti fossili. L’impresa europea di batterie per veicoli Automotive cells (Acc) ha comunicato al sindacato dei metalmeccanici Uilm che accantonerà i piani per costruire gigafactory in Italia e Germania. Che il progetto di Termoli fosse tramontato si vociferava da tempo ma ieri è arrivata la conferma ufficiale insieme a quella dell’analogo piano in Germania. È una vera e propria ritirata dal settore e implicitamente la resa alla Cina. In una nota, Acc, sostenuta da Stellantis, ha affermato che sta valutando la chiusura dei progetti, sospesi dal 2024 a causa di una crescita più lenta del previsto per i veicoli elettrici. I nuovi siti erano tra le decine pianificati in Europa, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai produttori cinesi, ma sono stati bloccati quando l’azienda ha valutato il passaggio a una tecnologia di batterie meno costosa. Acc ha detto chiaramente che non ci sono i «prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e Italia». Impensabile andare avanti se le auto elettriche non si vendono. D’altronde Stellantis ha avvertito che subirà un calo di 22 miliardi di euro a causa della diffusione più lenta del previsto dei veicoli a batteria. A settembre 2024, l’Italia ha annunciato il ritiro di circa 250 milioni di euro dai fondi dell’Unione europea inizialmente destinati alla gigafactory, a causa dell’incertezza sui tempi di realizzazione del progetto.
Sempre in Germania, il ministero della Difesa ha rifatto il catasto dei campi armati, in modo che le ex aree militari non saranno disponibili per nuovi progetti fotovoltaici o eolici. Caserme dismesse, ex aeroporti e campi di addestramento che negli ultimi decenni erano stati convertiti a usi civili, diventano ora parte di una «riserva strategica». Tredici superfici destinate a ospitare impianti per le energie rinnovabili, serviranno a ospitare basi operative dell’esercito e per l’addestramento. Altro che pannelli solari e pale eoliche.
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(Honda Aircraft Company)
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
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Ansa
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.
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