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2024-02-05
Farmaci ai bimbi per cambiare sesso. I casi in aumento adesso fanno paura
iStock
Il caso del Centro per la disforia di genere dell’ospedale fiorentino di Careggi, che ha effettuato una terapia per il blocco della pubertà su adolescenti, alcuni dei quali non sarebbero stati sottoposti a psicoterapia, ha riacceso i riflettori sugli interventi per il cambio di genere.
Secondo Infotrans, portale istituzionale nato dalla collaborazione tra Iss e Unar, in Italia sono 14 gli ospedali e gli ambulatori pubblici e convenzionati che offrono assistenza gratuita di tipo chirurgico. L’Ipsos, tra gli istituti di ricerche demoscopiche più grandi nel mondo, ha stimato che nel nostro Paese un 4% si identifica come transgender (o non binario), più di coloro che si definiscono omosessuali. Naturalmente parliamo di auto-identificazione, non di quanti hanno ricevuto una sentenza di riassegnazione del genere e neanche di coloro che hanno intenzione di cominciare il percorso di transizione.
Sono oltre un centinaio all’anno, dieci al mese, come riportato dal sito Truenumbers, le persone che in Italia si sottopongono a interventi chirurgici per la riassegnazione del genere in un’età tra i 18 e i 60 anni. Si tratta di un dato che è aumentato nel tempo, visto che prima del 2018 si parlava di circa 60. Tuttavia è un’approssimazione per difetto, considerando i centri privati e quelli all’estero, dove chi ha le possibilità economiche si reca per farsi operare. Per una procedura di metoidioplastica (si sostituisce l’organo genitale femminile con uno maschile) si possono spendere in una clinica privata italiana 13.000 euro, mentre in Thailandia 6.000. Naturalmente vi sono poi altri interventi che fanno lievitare il costo. Questi dati si riferiscono al 2021-2023 e quindi sono soggetti ad aggiornamento. Fino al 2015, per modificare i connotati sulla carta di identità bisognava operarsi. Una sentenza della Corte Costituzionale ha fatto decadere questo obbligo, inoltre l’Oms ha riconosciuto la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non come un disturbo psichico, ma come una condizione sessuale.
Sempre Truenumbers parla del Servizio per l’adeguamento tra identità fisica e identità psichica (Saifip) del San Camillo di Roma che nel 2022 ha registrato 114 accessi solo da parte di adolescenti che non si riconoscevano nel genere di assegnazione. Nel 2018 erano stati 20. «Non tutti naturalmente», si legge nell’articolo «porteranno a termine l’iter di cambio di genere e solo una piccola minoranza si affiderà alla chirurgia, ma sono numeri indicativi di come il fenomeno sia in veloce aumento». Sul Saifip e sulle sue modalità di azione, La Verità ha pubblicato numerosi articoli, sfociati in una audizione parlamentare che però non ha prodotto grandi risultati. A dicembre scorso, Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha presentato un’interrogazione alla presidenza del Consiglio e al ministro della Salute per approfondire quello che avviene all’ospedale Careggi di Firenze, dove c’è un centro per il trattamento disforia di genere nei bambini. Gasparri diceva di aver appreso una serie di fatti allarmanti: «Nonostante l’evidente delicatezza del trattamento, al Careggi la triptorelina, autorizzata dall’Agenzia europea del farmaco per uso veterinario, verrebbe somministrata a bambini di 11 anni senza alcuna assistenza psicoterapeutica e psichiatrica. Anche perché in quell’ospedale semplicemente non c’è un reparto di neuropsichiatria infantile. Non solo. Le valutazioni psicologiche dei giovanissimi che arrivano al Careggi per avviare il percorso di cambio di sesso sembrerebbe siano particolarmente superficiali».
A conferma di quanto attorno al tema della disforia di genere si sia radicalizzato uno scontro di opinioni, va ricordato che a gennaio 2023, un gruppo di pediatri e endocrinologi, in una lettera al premier e al ministro della Salute accusavano come «infondate dal punto di vista scientifico e ingiustificatamente allarmistiche», le osservazioni della Società psicoanalitica italiana (Spi) sul rischio di danni fisici e psichici dei farmaci che bloccano la pubertà nei bambini e negli adolescenti. In un comunicato inviato al governo, la Spi esprimeva forte preoccupazione per questo tipo di terapie e elencava le controindicazioni sottolineando che «la sperimentazione in atto elude un’attenta valutazione scientifica». La tesi della Spi è che senza il confronto con il «completo sviluppo sessuale», e senza l’esperienza del conseguente «pieno appagamento erotico», non sia possibile una valutazione adeguata della propria identità di genere da parte dei soggetti interessati, né fare una diagnosi accurata di disforia da parte del personale sanitario.
Il dato allarmante infatti è che la terapia per il blocco della pubertà viene effettuata anche a undicenni, quindi prima dello sviluppo ormonale. I sostenitori dei farmaci per interrompere la maturazione sessuale affermano che già a due o tre anni si possono manifestare problemi di genere e che i ragazzi, se non assecondati, presentano tendenze suicide. E questo giustificherebbe i trattamenti ormonali sin dalla più tenera età. La triptorelina, per bloccare la pubertà, spesso è il primo passo per un percorso che porta i ragazzi dritti verso l’intervento chirurgico con effetti irreversibili.
Eppure dovrebbe essere di monito l’esito di tanti trattamenti effettuati al Gender identity development service presso la Tavistock and Portman clinic di Londra, uno dei più importanti centri a livello internazionale sulla varianza di genere in età evolutiva, chiuso per decisione dei vertici del servizio sanitario nazionale britannico, dopo una lunga serie di polemiche che hanno coinvolto la clinica negli ultimi anni, e che in alcuni casi sono finiti in tribunale. Il capo del personale clinico dell’istituto, David Bell, parlò di pressioni alle quali erano sottoposti i medici «da parte della famiglia dei bambini e degli amici, come pure da parte delle lobby pro trans». Tutto ciò indurrebbe il medico a soluzioni affrettate.
Poi ci sono esperienze come quella della scrittrice Silvia Ranfagni e della figlia tredicenne Alba, che ora si chiama Alex. Ranfagni dice che i ragazzi di oggi hanno imparato «a concepirsi come modificabili». Ed è qui che sono ravvisabili i semi di un’ideologia che ha dichiarato guerra alle leggi della natura. Ci sono le testimonianze di chi si è sottoposto all’operazione e si è pentito e ha raccontato di essere stato condizionato da Internet e di aver avuto colloqui con psicologi superficiali, volti non a scoprire le cause del disagio, quanto a confermare la necessità della terapia. Le storie di queste esperienze si somigliano tutte: da una parte il disagio e spesso la confusione psicologica dell’età adolescenziale e il facile condizionamento e dall’altra specialisti superficiali magari sotto pressione dei familiari.
«Ora il Comitato di bioetica rimetterà in discussione il suo sì a questi trattamenti»

Angelo Vescovi (Ansa)
«Il tema dei bloccanti della pubertà per i minori e della disforia in genere sarà di nuovo all’esame del Comitato nazionale di Bioetica a seguito della richiesta del ministero della Salute circa la situazione in questo settore, in particolare in virtù delle novità intercorse dal 2018, quando è stato autorizzato l’uso off label di questi farmaci. Da allora sono emerse maggiori informazioni, conoscenze scientifiche, e ci sono addirittura stati casi di persone che hanno fatto un ricorso legale per essere stati sottoposti a queste terapie. Bisogna quindi esaminare la nuova situazione». A parlare è Angelo Vescovi, presidente del Comitato nazionale di Bioetica.
«Preso in esame il parere già esistente, si analizzerà la questione alla luce delle novità emergenti, che potrebbero portare a integrazioni o aggiornamenti. Il Comitato nazionale per la Bioetica ha il dovere di indicare i percorsi più corretti per la tutela della salute di tutti i cittadini ed agisce, in questo contesto, esattamente lungo questa direttiva».
Lei che posizione esprimerà?
«Premetto che la mia posizione vale come quella di tutti gli altri membri. Come membro del Comitato, dico che sono molto preoccupato dall’attuale approccio, che reputo pericoloso. Sono scoraggiato dalle affermazioni, alcune anche di associazioni scientifiche. Non esistono dati cogenti sugli effetti collaterali a lungo termine di queste terapie su soggetti sani, per cui vale in assoluto l’applicazione del principio della cautela, il quale sicuramente non prevede d’intervenire con trattamenti di questa portata su bambini in fase anche pre-adolescenziale, in cui la percezione del genere e della sessualità sono in divenire, nel migliore dei casi. Queste forme di somministrazione vanno riviste nelle loro modalità. A meno che non vi siano situazioni di chiara e palesata disfonia, ma sono eccezioni, non sono la maggioranza».
Cosa la spaventa di quello che dicono alcune associazioni?
«Mi spaventa la tendenza alla compulsione nell’agire a tutti i costi in situazioni incerte e potenzialmente pericolose. Preoccupa questa fuga in avanti ad assumere un parere tranchant, definitivo, in assenza di chiari, solidi, evidenti dati scientifici sulla reversibilità ed innocuità dei trattamenti. Nel momento in cui si appartiene a una rete associativa, anche scientifica, si parla anche a nome dei propri rappresentanti, e io dubito che questi siano tutti allineati sulla stessa linea categorica. Non riesco a capire questa compulsione, che diventa poi frettoloso intervento. Questo vale oggi per molti campi. Si fanno affermazioni generiche, spesso radicate su posizioni fortemente ideologizzate, e poi si sostiene che la scienza le supporti. Siamo arrivati all’estremo per cui alcuni pensano addirittura che i soggetti sani dovrebbero veder arrestare la loro pubertà per poi decidere. Fatto salvo che la somministrazione di farmaci con patenti effetti collaterali a soggetti sani, quindi per scopi non terapeutici, è illegale e cosi, credo, la sollecitazione a farlo, un’affermazione del genere la posso solo interpretare come una provocazione e, parere di farmacologo, una sciocchezza improponibile. Un orientamento di questo tipo non può non spaventare».
L’Oms sta lavorando a linee guida sulla salute transgender in un modo che non pare neutrale ma orientato, che ne pensa?
«Cosa vuole che le dica. Vale il concetto che l’Oms è punto di riferimento, ma non è un oracolo. A volte le decisioni seguono strade tortuose e difficili da interpretare sulla base delle evidenze disponibili. Su questa decisione e orientamento dell’Oms mi sento di dissentire risolutamente»
Il tema è molto dibattuto anche dalle associazione Lgbt, dovrebbe fare riflettere.
«È vero ma ormai si è innescato un meccanismo che sembra inarrestabile. È evidente il paradosso di voler trattare ragazzi di 11 anni quando a questa età non si ha consapevolezza del proprio genere. Mi sembrano posizioni fortemente ideologizzate che cercano, e non trovano, un surrettizio sostegno nella scienza».
Non c’è anche un business dietro questo fenomeno?
«Data l’esiguità dei numeri non mi sembra probabile. La vedo più come una problematica di carattere ideologico, una spinta verso un liberismo estremo, in cui l’essere umano, invece che essere al centro delle considerazioni, diventa quasi trascurabile».
Si corre in Italia questo rischio?
«Il rischio esiste sempre, anche se finora ci sono ancora pochi casi. Ma il fenomeno resta preoccupante perché non è un problema di quantità quando si parla di esseri umani, ma di qualità. Ossia, se anche solo due persone devono subire dei danni, è sempre gravissimo. Qui, inoltre, si sta decidendo del futuro di persone che non hanno completato il loro sviluppo emotivo, psicologico, funzionale e sessuale, la di cui pubertà si vuole bloccare affinché poi possano decidere il loro sesso in seguito. Ma il cervello, è noto, matura in funzione della stimolazione ormonale, che noi alteriamo coi farmaci… È tutto un controsenso».
«I genitori vanno denunciati»

Annamaria Bernardini de Pace (Ansa)
«I bambini sono indotti al cambio di genere dai genitori. Non voglio accusare nessuno, sia ben chiaro, ma la mia impressione è che alcuni genitori si vergognano di avere figli con all’apparenza un orientamento omosessuale. Quindi piuttosto che accettare un figlio gay preferiscono dire che è transgender e metterlo in condizione di essere o uomo o donna. Le conseguenze psicologiche per un ragazzo sono spesso devastanti. Ma ci sono anche conseguenze legali. Il ragazzo potrebbe rivalersi sui genitori con una causa per danni fisici e morali, essendo stato privato della libertà decisionale e avendo subito anche lesioni nel corpo». La nota avvocato Annamaria Bernardini de Pace è balzata all’attenzione delle cronache, questa volta non per un divorzio eccellente ma per aver sollevato il caso, segnalandolo al ministro della Salute, Orazio Schillaci, di una terapia di blocco della pubertà finalizzato al cambio di genere, a cui sono stati sottoposti più bambini nell’ospedale Careggi di Firenze.
«Appena ho appresso del caso ho scritto al ministro che mi ha subito risposto assicurandomi che avvierà un’indagine su questo fenomeno in aumento».
Che idea si è fatta degli interventi di cambio di genere in giovanissima età?
«Siamo di fronte a genitori che non riconoscono ai figli il diritto primario alla libertà. Quando vedono manifestazioni che esprimono secondo loro un orientamento sessuale diverso, per rendere la cosa meno imbarazzante dicono che non è un problema di orientamento sessuale ma di identità sessuale. E pensano che siano nati in un corpo di uomo volendo essere donna, o viceversa».
Ma come è possibile che tali manifestazioni siano catalogabili come disforia di genere a soli 11 anni?
«Sì, è assurdo. Se danno farmaci che servono a bloccare la pubertà, è una finzione quando dicono di intervenire a 15 anni, che pure è un’età precoce ma un’età in cui la pubertà è terminata. Qui siamo di fronte a bambini trattati con ormoni a 11 anni. È una estrema follia. Ma che identità, che orientamento sessuale si può manifestare a 11 anni? Sono i genitori a dichiarare la distanza tra genere biologico e quello psicologico percepito dal figlio e a interpretare il loro cattivo umore come disturbo dell’identità di genere».
Alcuni sostengono che i figli con disforia di genere hanno tendenze suicide.
«Mi sembra assurdo che a 11 anni un bambino possa tentare il suicidio per una questione di genere. Ne ho parlato con psicologi che me lo hanno escluso. E comunque ci sono molti altri modi per risolvere eventualmente questo problema senza ricorrere al blocco della pubertà».
Ha avuto esperienze di casi del genere?
«Non sono entrata in contatto con esperienze simili ma mi sono fatta l’idea che questi genitori forse confondono l’orientamento sessuale con l’identità sessuale. L’identità sessuale è come si crede di essere e ci si sente di essere, mentre l’orientamento è: sono un uomo e mi piacciono gli uomini. Lo stesso vale per le donne. Avere la consapevolezza di questa distinzione a 11 anni, a mio parere, è impossibile. Per questo ho fatto scoppiare il caso rivolgendomi direttamente al ministro».
Come è entrata a conoscenza del caso dell’ospedale?
«Ho letto un articolo su questo evento che mi ha sconvolto e mi sono posta una serie di domande: questi genitori hanno responsabilità genitoriale, vogliono riconoscere ai figli la libertà di decisione? E subito ho scritto al ministro della Salute che mi ha risposto in tempi brevissimi. Mi ha detto che ritiene grave il problema e che se ne sta interessando e sta facendo indagini. Sono rimasta sorpresa e ammirata da un’istituzione che mi ha risposto con tempestività».
Questo caso può avere implicazioni legali?
«Assolutamente sì. Ho mandato il mio esposto e la risposta del ministro anche ad alcuni presidenti del Tribunale per i minori affinché si attivino e facciano indagini. Poi anche alla Procura della Repubblica di Firenze perché un pm dovrebbe vedere se ci sono maltrattamenti di tipo psicologico e lesioni irreversibili gravi ai danni del bambino».
Questo ragazzo, una volta adulto, qualora non approvasse la scelta dei genitori, può rivalersi contro di loro e citarli per danni?
«Certo che può chiedere un risarcimento danni e io mi dichiaro a disposizione di tutti quei diciottenni che hanno subito questa terapia e non avrebbero mai voluto farla. Il fatto che molti ragazzi non completano la transizione ad altro genere, dimostra che dietro c’è stata una coercizione, che non era una loro decisione».
Possono quindi far causa al genitore?
«Io lo farei e sono pronta. Questi genitori rubano la vita e la libertà ai loro figli. È per questo che io mi sono mossa. Una psicologa mi ha detto che la disforia di genere può essere affrontata con la psicoterapia e, al termine della terapia, il paziente o trova un’unica identità o preferisce restare bisex. Ma almeno non c’è un intervento farmacologico».
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In Italia i centri pubblici e convenzionati sono 14, quelli privati molti di più. E sempre più spesso ad accedere sono i piccoli, pure undicenni. Al famigerato Saifi di Roma in 4 anni l’afflusso di minori è cresciuto del 470%.Angelo Vescovi, il biologo che presiede l’organismo: «Mancano certezze sui danni collaterali. Certe associazioni mi spaventano: vogliono procedere anche in assenza di dati scientifici».L’avvocato Annamaria Bernardini de Pace: «C’è chi non accetta un figlio gay e quindi lo spinge a modificare genere. Sono a disposizione dei ragazzi che vogliono chiedere il risarcimento dei danni».Lo speciale contiene tre articoli.Il caso del Centro per la disforia di genere dell’ospedale fiorentino di Careggi, che ha effettuato una terapia per il blocco della pubertà su adolescenti, alcuni dei quali non sarebbero stati sottoposti a psicoterapia, ha riacceso i riflettori sugli interventi per il cambio di genere. Secondo Infotrans, portale istituzionale nato dalla collaborazione tra Iss e Unar, in Italia sono 14 gli ospedali e gli ambulatori pubblici e convenzionati che offrono assistenza gratuita di tipo chirurgico. L’Ipsos, tra gli istituti di ricerche demoscopiche più grandi nel mondo, ha stimato che nel nostro Paese un 4% si identifica come transgender (o non binario), più di coloro che si definiscono omosessuali. Naturalmente parliamo di auto-identificazione, non di quanti hanno ricevuto una sentenza di riassegnazione del genere e neanche di coloro che hanno intenzione di cominciare il percorso di transizione.Sono oltre un centinaio all’anno, dieci al mese, come riportato dal sito Truenumbers, le persone che in Italia si sottopongono a interventi chirurgici per la riassegnazione del genere in un’età tra i 18 e i 60 anni. Si tratta di un dato che è aumentato nel tempo, visto che prima del 2018 si parlava di circa 60. Tuttavia è un’approssimazione per difetto, considerando i centri privati e quelli all’estero, dove chi ha le possibilità economiche si reca per farsi operare. Per una procedura di metoidioplastica (si sostituisce l’organo genitale femminile con uno maschile) si possono spendere in una clinica privata italiana 13.000 euro, mentre in Thailandia 6.000. Naturalmente vi sono poi altri interventi che fanno lievitare il costo. Questi dati si riferiscono al 2021-2023 e quindi sono soggetti ad aggiornamento. Fino al 2015, per modificare i connotati sulla carta di identità bisognava operarsi. Una sentenza della Corte Costituzionale ha fatto decadere questo obbligo, inoltre l’Oms ha riconosciuto la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non come un disturbo psichico, ma come una condizione sessuale. Sempre Truenumbers parla del Servizio per l’adeguamento tra identità fisica e identità psichica (Saifip) del San Camillo di Roma che nel 2022 ha registrato 114 accessi solo da parte di adolescenti che non si riconoscevano nel genere di assegnazione. Nel 2018 erano stati 20. «Non tutti naturalmente», si legge nell’articolo «porteranno a termine l’iter di cambio di genere e solo una piccola minoranza si affiderà alla chirurgia, ma sono numeri indicativi di come il fenomeno sia in veloce aumento». Sul Saifip e sulle sue modalità di azione, La Verità ha pubblicato numerosi articoli, sfociati in una audizione parlamentare che però non ha prodotto grandi risultati. A dicembre scorso, Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha presentato un’interrogazione alla presidenza del Consiglio e al ministro della Salute per approfondire quello che avviene all’ospedale Careggi di Firenze, dove c’è un centro per il trattamento disforia di genere nei bambini. Gasparri diceva di aver appreso una serie di fatti allarmanti: «Nonostante l’evidente delicatezza del trattamento, al Careggi la triptorelina, autorizzata dall’Agenzia europea del farmaco per uso veterinario, verrebbe somministrata a bambini di 11 anni senza alcuna assistenza psicoterapeutica e psichiatrica. Anche perché in quell’ospedale semplicemente non c’è un reparto di neuropsichiatria infantile. Non solo. Le valutazioni psicologiche dei giovanissimi che arrivano al Careggi per avviare il percorso di cambio di sesso sembrerebbe siano particolarmente superficiali». A conferma di quanto attorno al tema della disforia di genere si sia radicalizzato uno scontro di opinioni, va ricordato che a gennaio 2023, un gruppo di pediatri e endocrinologi, in una lettera al premier e al ministro della Salute accusavano come «infondate dal punto di vista scientifico e ingiustificatamente allarmistiche», le osservazioni della Società psicoanalitica italiana (Spi) sul rischio di danni fisici e psichici dei farmaci che bloccano la pubertà nei bambini e negli adolescenti. In un comunicato inviato al governo, la Spi esprimeva forte preoccupazione per questo tipo di terapie e elencava le controindicazioni sottolineando che «la sperimentazione in atto elude un’attenta valutazione scientifica». La tesi della Spi è che senza il confronto con il «completo sviluppo sessuale», e senza l’esperienza del conseguente «pieno appagamento erotico», non sia possibile una valutazione adeguata della propria identità di genere da parte dei soggetti interessati, né fare una diagnosi accurata di disforia da parte del personale sanitario.Il dato allarmante infatti è che la terapia per il blocco della pubertà viene effettuata anche a undicenni, quindi prima dello sviluppo ormonale. I sostenitori dei farmaci per interrompere la maturazione sessuale affermano che già a due o tre anni si possono manifestare problemi di genere e che i ragazzi, se non assecondati, presentano tendenze suicide. E questo giustificherebbe i trattamenti ormonali sin dalla più tenera età. La triptorelina, per bloccare la pubertà, spesso è il primo passo per un percorso che porta i ragazzi dritti verso l’intervento chirurgico con effetti irreversibili.Eppure dovrebbe essere di monito l’esito di tanti trattamenti effettuati al Gender identity development service presso la Tavistock and Portman clinic di Londra, uno dei più importanti centri a livello internazionale sulla varianza di genere in età evolutiva, chiuso per decisione dei vertici del servizio sanitario nazionale britannico, dopo una lunga serie di polemiche che hanno coinvolto la clinica negli ultimi anni, e che in alcuni casi sono finiti in tribunale. Il capo del personale clinico dell’istituto, David Bell, parlò di pressioni alle quali erano sottoposti i medici «da parte della famiglia dei bambini e degli amici, come pure da parte delle lobby pro trans». Tutto ciò indurrebbe il medico a soluzioni affrettate. Poi ci sono esperienze come quella della scrittrice Silvia Ranfagni e della figlia tredicenne Alba, che ora si chiama Alex. Ranfagni dice che i ragazzi di oggi hanno imparato «a concepirsi come modificabili». Ed è qui che sono ravvisabili i semi di un’ideologia che ha dichiarato guerra alle leggi della natura. Ci sono le testimonianze di chi si è sottoposto all’operazione e si è pentito e ha raccontato di essere stato condizionato da Internet e di aver avuto colloqui con psicologi superficiali, volti non a scoprire le cause del disagio, quanto a confermare la necessità della terapia. 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Da allora sono emerse maggiori informazioni, conoscenze scientifiche, e ci sono addirittura stati casi di persone che hanno fatto un ricorso legale per essere stati sottoposti a queste terapie. Bisogna quindi esaminare la nuova situazione». A parlare è Angelo Vescovi, presidente del Comitato nazionale di Bioetica. «Preso in esame il parere già esistente, si analizzerà la questione alla luce delle novità emergenti, che potrebbero portare a integrazioni o aggiornamenti. Il Comitato nazionale per la Bioetica ha il dovere di indicare i percorsi più corretti per la tutela della salute di tutti i cittadini ed agisce, in questo contesto, esattamente lungo questa direttiva». Lei che posizione esprimerà? «Premetto che la mia posizione vale come quella di tutti gli altri membri. Come membro del Comitato, dico che sono molto preoccupato dall’attuale approccio, che reputo pericoloso. Sono scoraggiato dalle affermazioni, alcune anche di associazioni scientifiche. Non esistono dati cogenti sugli effetti collaterali a lungo termine di queste terapie su soggetti sani, per cui vale in assoluto l’applicazione del principio della cautela, il quale sicuramente non prevede d’intervenire con trattamenti di questa portata su bambini in fase anche pre-adolescenziale, in cui la percezione del genere e della sessualità sono in divenire, nel migliore dei casi. Queste forme di somministrazione vanno riviste nelle loro modalità. A meno che non vi siano situazioni di chiara e palesata disfonia, ma sono eccezioni, non sono la maggioranza». Cosa la spaventa di quello che dicono alcune associazioni? «Mi spaventa la tendenza alla compulsione nell’agire a tutti i costi in situazioni incerte e potenzialmente pericolose. Preoccupa questa fuga in avanti ad assumere un parere tranchant, definitivo, in assenza di chiari, solidi, evidenti dati scientifici sulla reversibilità ed innocuità dei trattamenti. Nel momento in cui si appartiene a una rete associativa, anche scientifica, si parla anche a nome dei propri rappresentanti, e io dubito che questi siano tutti allineati sulla stessa linea categorica. Non riesco a capire questa compulsione, che diventa poi frettoloso intervento. Questo vale oggi per molti campi. Si fanno affermazioni generiche, spesso radicate su posizioni fortemente ideologizzate, e poi si sostiene che la scienza le supporti. Siamo arrivati all’estremo per cui alcuni pensano addirittura che i soggetti sani dovrebbero veder arrestare la loro pubertà per poi decidere. Fatto salvo che la somministrazione di farmaci con patenti effetti collaterali a soggetti sani, quindi per scopi non terapeutici, è illegale e cosi, credo, la sollecitazione a farlo, un’affermazione del genere la posso solo interpretare come una provocazione e, parere di farmacologo, una sciocchezza improponibile. Un orientamento di questo tipo non può non spaventare». L’Oms sta lavorando a linee guida sulla salute transgender in un modo che non pare neutrale ma orientato, che ne pensa? «Cosa vuole che le dica. Vale il concetto che l’Oms è punto di riferimento, ma non è un oracolo. A volte le decisioni seguono strade tortuose e difficili da interpretare sulla base delle evidenze disponibili. Su questa decisione e orientamento dell’Oms mi sento di dissentire risolutamente» Il tema è molto dibattuto anche dalle associazione Lgbt, dovrebbe fare riflettere. «È vero ma ormai si è innescato un meccanismo che sembra inarrestabile. È evidente il paradosso di voler trattare ragazzi di 11 anni quando a questa età non si ha consapevolezza del proprio genere. Mi sembrano posizioni fortemente ideologizzate che cercano, e non trovano, un surrettizio sostegno nella scienza». Non c’è anche un business dietro questo fenomeno? «Data l’esiguità dei numeri non mi sembra probabile. La vedo più come una problematica di carattere ideologico, una spinta verso un liberismo estremo, in cui l’essere umano, invece che essere al centro delle considerazioni, diventa quasi trascurabile». Si corre in Italia questo rischio? «Il rischio esiste sempre, anche se finora ci sono ancora pochi casi. Ma il fenomeno resta preoccupante perché non è un problema di quantità quando si parla di esseri umani, ma di qualità. Ossia, se anche solo due persone devono subire dei danni, è sempre gravissimo. Qui, inoltre, si sta decidendo del futuro di persone che non hanno completato il loro sviluppo emotivo, psicologico, funzionale e sessuale, la di cui pubertà si vuole bloccare affinché poi possano decidere il loro sesso in seguito. Ma il cervello, è noto, matura in funzione della stimolazione ormonale, che noi alteriamo coi farmaci… È tutto un controsenso». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/farmaci-bimbi-cambiare-sesso-2667170488.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-genitori-vanno-denunciati" data-post-id="2667170488" data-published-at="1707139075" data-use-pagination="False"> «I genitori vanno denunciati» Annamaria Bernardini de Pace (Ansa) «I bambini sono indotti al cambio di genere dai genitori. Non voglio accusare nessuno, sia ben chiaro, ma la mia impressione è che alcuni genitori si vergognano di avere figli con all’apparenza un orientamento omosessuale. Quindi piuttosto che accettare un figlio gay preferiscono dire che è transgender e metterlo in condizione di essere o uomo o donna. Le conseguenze psicologiche per un ragazzo sono spesso devastanti. Ma ci sono anche conseguenze legali. Il ragazzo potrebbe rivalersi sui genitori con una causa per danni fisici e morali, essendo stato privato della libertà decisionale e avendo subito anche lesioni nel corpo». La nota avvocato Annamaria Bernardini de Pace è balzata all’attenzione delle cronache, questa volta non per un divorzio eccellente ma per aver sollevato il caso, segnalandolo al ministro della Salute, Orazio Schillaci, di una terapia di blocco della pubertà finalizzato al cambio di genere, a cui sono stati sottoposti più bambini nell’ospedale Careggi di Firenze. «Appena ho appresso del caso ho scritto al ministro che mi ha subito risposto assicurandomi che avvierà un’indagine su questo fenomeno in aumento». Che idea si è fatta degli interventi di cambio di genere in giovanissima età? «Siamo di fronte a genitori che non riconoscono ai figli il diritto primario alla libertà. Quando vedono manifestazioni che esprimono secondo loro un orientamento sessuale diverso, per rendere la cosa meno imbarazzante dicono che non è un problema di orientamento sessuale ma di identità sessuale. E pensano che siano nati in un corpo di uomo volendo essere donna, o viceversa». Ma come è possibile che tali manifestazioni siano catalogabili come disforia di genere a soli 11 anni? «Sì, è assurdo. Se danno farmaci che servono a bloccare la pubertà, è una finzione quando dicono di intervenire a 15 anni, che pure è un’età precoce ma un’età in cui la pubertà è terminata. Qui siamo di fronte a bambini trattati con ormoni a 11 anni. È una estrema follia. Ma che identità, che orientamento sessuale si può manifestare a 11 anni? Sono i genitori a dichiarare la distanza tra genere biologico e quello psicologico percepito dal figlio e a interpretare il loro cattivo umore come disturbo dell’identità di genere». Alcuni sostengono che i figli con disforia di genere hanno tendenze suicide. «Mi sembra assurdo che a 11 anni un bambino possa tentare il suicidio per una questione di genere. Ne ho parlato con psicologi che me lo hanno escluso. E comunque ci sono molti altri modi per risolvere eventualmente questo problema senza ricorrere al blocco della pubertà». Ha avuto esperienze di casi del genere? «Non sono entrata in contatto con esperienze simili ma mi sono fatta l’idea che questi genitori forse confondono l’orientamento sessuale con l’identità sessuale. L’identità sessuale è come si crede di essere e ci si sente di essere, mentre l’orientamento è: sono un uomo e mi piacciono gli uomini. Lo stesso vale per le donne. Avere la consapevolezza di questa distinzione a 11 anni, a mio parere, è impossibile. Per questo ho fatto scoppiare il caso rivolgendomi direttamente al ministro». Come è entrata a conoscenza del caso dell’ospedale? «Ho letto un articolo su questo evento che mi ha sconvolto e mi sono posta una serie di domande: questi genitori hanno responsabilità genitoriale, vogliono riconoscere ai figli la libertà di decisione? E subito ho scritto al ministro della Salute che mi ha risposto in tempi brevissimi. Mi ha detto che ritiene grave il problema e che se ne sta interessando e sta facendo indagini. Sono rimasta sorpresa e ammirata da un’istituzione che mi ha risposto con tempestività». Questo caso può avere implicazioni legali? «Assolutamente sì. Ho mandato il mio esposto e la risposta del ministro anche ad alcuni presidenti del Tribunale per i minori affinché si attivino e facciano indagini. Poi anche alla Procura della Repubblica di Firenze perché un pm dovrebbe vedere se ci sono maltrattamenti di tipo psicologico e lesioni irreversibili gravi ai danni del bambino». Questo ragazzo, una volta adulto, qualora non approvasse la scelta dei genitori, può rivalersi contro di loro e citarli per danni? «Certo che può chiedere un risarcimento danni e io mi dichiaro a disposizione di tutti quei diciottenni che hanno subito questa terapia e non avrebbero mai voluto farla. Il fatto che molti ragazzi non completano la transizione ad altro genere, dimostra che dietro c’è stata una coercizione, che non era una loro decisione». Possono quindi far causa al genitore? «Io lo farei e sono pronta. Questi genitori rubano la vita e la libertà ai loro figli. È per questo che io mi sono mossa. Una psicologa mi ha detto che la disforia di genere può essere affrontata con la psicoterapia e, al termine della terapia, il paziente o trova un’unica identità o preferisce restare bisex. Ma almeno non c’è un intervento farmacologico».
@GaiaPanozzo
Il Trentino si prepara a vivere da protagonista i Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026, assumendo un ruolo centrale sia dal punto di vista sportivo sia sotto il profilo organizzativo e territoriale. Sul territorio provinciale verrà infatti assegnato circa il 30% delle medaglie complessive dei Giochi, un dato di assoluto rilievo che conferma il valore delle infrastrutture trentine, la solidità dell’esperienza maturata nel tempo e la capacità di gestire eventi sportivi di portata internazionale. In Val di Fiemme, nelle venue di Lago di Tesero e Predazzo, verranno assegnate complessivamente 59 medaglie. Le gare olimpiche saranno 21 e riguarderanno alcune delle discipline più iconiche dello sport invernale, come lo sci di fondo, la combinata nordica e il salto con gli sci. A queste si aggiungono 38 gare paralimpiche nelle discipline dello sci di fondo paralimpico, noto come para cross-country, e del para biathlon. Numeri che collocano il Trentino tra i territori strategici dell’intero programma olimpico e paralimpico, sia per quantità di competizioni sia per valore simbolico delle discipline ospitate.
Lo sport rappresenta da sempre un elemento identitario del Trentino, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo grazie a un contesto naturalistico unico. Il territorio offre una vera e propria palestra a cielo aperto, ideale per la pratica sportiva in ogni stagione, dalle attività invernali a quelle outdoor primaverili ed estive. Tra cime innevate, paesaggi dolomitici e vallate alpine, l’attività sportiva è parte integrante della vita quotidiana e contribuisce in modo significativo allo sviluppo turistico, economico e sociale.
Questo legame profondo tra territorio e sport trova conferma anche nei dati. Una recente ricerca di Profit to Share per Il Sole 24 Ore ha collocato Trento al primo posto tra le province italiane per indice di sportività. Per il Trentino si tratta dell’ottavo successo nelle 19 edizioni della ricerca, un risultato che testimonia la diffusione della pratica sportiva, la qualità delle strutture disponibili e l’efficienza del sistema organizzativo locale.
In questo contesto si inserisce la scelta della Val di Fiemme come Host Venue per le discipline nordiche. Gli stadi del fondo al Lago di Tesero e del salto a Predazzo rappresentano da anni punti di riferimento a livello internazionale, grazie a infrastrutture di alto livello e a una tradizione consolidata nell’ospitare eventi sportivi di massimo prestigio. Le gare olimpiche di sci di fondo e combinata nordica, così come le competizioni paralimpiche di para cross-country skiing e para biathlon, si svolgeranno presso l’impianto di Tesero. Le gare di salto con gli sci, maschili, femminili, a squadre e a squadre miste, avranno invece luogo presso lo Stadio del Salto di Predazzo, struttura che da tempo accoglie appuntamenti di Coppa del Mondo e manifestazioni internazionali.
I Giochi si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio, mentre i Giochi paralimpici dal 6 al 15 marzo 2026. Durante tutto il periodo olimpico e paralimpico, l’accessibilità delle valli di Fiemme e Fassa sarà garantita sia dal punto di vista della viabilità sia per quanto riguarda la fruibilità delle ski area, che resteranno operative e non verranno chiuse in occasione delle competizioni. Una scelta strategica che permetterà a residenti e turisti di continuare a vivere il territorio, praticare sport e usufruire dei servizi anche durante lo svolgimento dei Giochi, in un equilibrio tra grandi eventi e vita quotidiana delle comunità locali.
Accanto allo sport, il Trentino sarà protagonista anche sul piano culturale grazie all’Olimpiade culturale Milano-Cortina 2026, che rappresenta un’opportunità per valorizzare il rapporto tra cultura e sport come leva di crescita per i territori. A febbraio 2024 il Trentino ha inaugurato l’Olimpiade culturale ospitando alle Gallerie di Trento la prima mostra del progetto espositivo triennale «Anelli di congiunzione». Da questa esperienza è nato il progetto «Combinazioni_caratteri sportivi», che coinvolge dodici realtà del sistema museale provinciale in tredici proposte culturali tra mostre, spettacoli e iniziative diffuse.
I Giochi lasceranno infine una legacy significativa per il territorio, fatta di competenze, esperienze e infrastrutture che contribuiranno ad accrescere ulteriormente l’attrattività del Trentino come destinazione per eventi sportivi internazionali. Un patrimonio che assume un valore ancora maggiore in vista dei Giochi olimpici giovanili invernali Yog 2028, già assegnati al Trentino. È già attiva la biglietteria ufficiale per assistere alle gare attraverso il sito di ticketing di Milano-Cortina 2026.
Fiemme e Fassa, valli sempre aperte durante l’evento sportivo mondiale
La promessa è chiara: durante i Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 la Val di Fiemme e la Val di Fassa non saranno territori blindati. Dal 6 al 22 febbraio, mentre sci di fondo, salto e combinata nordica assegneranno medaglie tra Lago di Tesero e Predazzo, la quasi totalità delle strade resterà aperta al traffico e gli impianti sciistici continueranno a funzionare, seppur con alcune limitazioni. Una scelta che punta a evitare l’effetto «zona rossa» già visto in altri grandi eventi, ma che impone un delicato equilibrio tra sicurezza, mobilità e vita quotidiana delle comunità locali.Il piano, definito dopo mesi di confronto tra organizzatori, Commissariato del governo e Questura di Trento, prevede poche chiusure mirate: via Stazione, tra Tesero e la frazione di Lago, sarà riservata alle navette olimpiche, così come le strade che costeggiano la caserma della Guardia di finanza di Predazzo, sede del villaggio olimpico. Per il resto, salvo emergenze o criticità impreviste, la circolazione ordinaria sarà garantita. A presidiare la situazione sarà una centrale operativa presso i vigili del fuoco di Cavalese, chiamata a intervenire in tempo reale su eventuali congestioni o problemi di viabilità.L’accesso alle venue di gara resterà però rigidamente controllato: a Lago di Tesero e allo Stadio del Salto di Predazzo entreranno solo accreditati e possessori di biglietto, con l’obiettivo di separare i flussi locali da quelli olimpici. È qui che entra in gioco il sistema dei parcheggi e delle navette, pensato per spostare migliaia di tifosi senza riversarli nei centri abitati. I principali hub saranno distribuiti lungo la valle: dal Lido di Molina di Fiemme alla Troticoltura e al Vivaio forestale di Masi di Cavalese, fino all’area artigianale di Tesero, snodo chiave per chi raggiunge il Centro del Fondo. Per il salto, invece, i parcheggi di Mezzavalle e Moena faranno da filtro verso Predazzo.Ampio spazio sarà riservato anche ai bus: zone artigianali, centri sportivi e piazzali comunali verranno riconvertiti temporaneamente a posteggi per pullman, con l’obiettivo di ridurre il traffico privato. Una strategia che, nelle intenzioni, limiterà l’impatto sulle arterie principali, dalla statale 48 alla strada di fondovalle, entrambe confermate come aperte. Non si escludono però deviazioni consigliate, come l’uscita di Bolzano Nord sull’A22 Brennero-Modena per raggiungere la Val di Fassa passando da Val d’Ega e Passo Costalunga.Capitolo impianti: Alpe Cermis, Alpe Lusia-Bellamonte e Pampeago resteranno operativi senza restrizioni, mentre lo Ski Center Latemar dovrà ridimensionare l’attività a Predazzo, dove la partenza della cabinovia ricade all’interno dell’area olimpica. Un sacrificio parziale, compensato dalla possibilità di accedere al comprensorio da Pampeago e Obereggen.Resta il nodo più delicato: la sostenibilità reale di un evento che porterà in valle atleti, staff, volontari e migliaia di spettatori. Il rafforzamento del trasporto pubblico, con collegamenti anche da Trento, è la risposta messa sul tavolo. La scommessa, per Fiemme e Fassa, è vivere l’Olimpiade senza sospendere la normalità. Una sfida logistica prima ancora che sportiva.
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Andrea Orcel (Ansa)
A suggerire la validità dell’integrazione fra Milano e Siena è un report di Deutsche Bank, che mette in fila le ragioni industriali dell’eventuale accordo. Unicredit, integrando Mps, potrebbe sfruttarne i prodotti nella gestione patrimoniale e nella distribuzione specializzata nel private banking. Detto più semplicemente: rafforzare la presenza dove oggi il gruppo di Piazza Aulenti mostra un punto debole piuttosto evidente. Oltre 1.000 consulenti finanziari, una distribuzione di fascia alta che consentirebbe al gruppo guidato da Orcel di consolidare il presidio sul segmento più redditizio. Un salto che, sempre secondo Deutsche Bank, migliorerebbe anche una posizione già forte nel credito al consumo e aprirebbe la porta a sinergie rilevanti considerato che nel portafoglio di Mps ora c’è anche Mediobanca. Insomma, ci sarebbe possibilità di «sfruttare ed espandere l’attività della banca d’affari attraverso la rete europea di Unicredit». Insomma, Siena come snodo, non come fardello.
A dare consistenza alle voci contribuiscono dettagli non certo secondari. A cominciare dagli ottimi rapporti personali. A volere Orcel alla guida di Unicredit dopo la fallimentare esperienza di Jean Pierre Mustier era stato proprio Leonardo Del Vecchio. Una scelta certamente azzeccata considerando che il titolo è passato da meno di 9 euro ai 71 attuali. A questo bisogna aggiungere che Orcel è membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Del Vecchio insieme a Francesco Milleri, presidente di Delfin. Una consuetudine che rende probabile il successo della trattativa per la vendita della partecipazione in Mps. Tanto più che gli eredi Del Vecchio premono per fare liquidità e chiudere dopo quasi quattro anni la successione al vecchio Leonardo.
E mentre il dossier Mps resta sullo sfondo, un altro cda si prepara a entrare nel vivo: quello di Banco Bpm. Il prossimo 20 gennaio il consiglio di Piazza Meda affronterà la revisione dello statuto e farà il punto sulla lista da presentare per il rinnovo del board di aprile. Qui la variabile francese si chiama Credit Agricole, autorizzato dalla Bce a salire sopra il 20% ma con una serie di raccomandazioni molto precise sulla governance. Traduzione: contare sì, comandare no.
I francesi, almeno per ora, hanno promesso di restare sotto la soglia dell’opa - oggi al 25%, domani al 30% con il nuovo Tuf - ma avranno comunque la forza per condizionare le strategie di Bpm sul terreno delle aggregazioni. Il loro obiettivo è di avere almeno cinque consiglieri su 15. Una rappresentanza di peso. Soprattutto considerando che fino a ora i francesi non esprimevano nessun consigliere.
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Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data - 23 dicembre 2025 - del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house.
Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra - Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del dipartimento Cinema e audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit, potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, di Giulio Base, sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate. Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono.
Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi, stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento?
Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.
Zerocalcare disegna «Due spicci» ma prende 3 milioni
The Iris Affair - Missione ad alto rischio è «una miniserie televisiva anglo-italiana ideata da Neil Cross e diretta da Terry McDonough e Sarah O’Gorman», recita Wikipedia. Prodotta da Sky Studios e Fremantle, è stata girata in Italia, dalla Sardegna a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Visibile da metà ottobre 2025 sul canale Sky Atlantic, le otto puntate sono le vincitrici della speciale classifica delle produzioni più generosamente finanziate dal ministero della Cultura attraverso il tax credit nel corso del 2025: ben 14,2 milioni di sovvenzioni sono stati garantiti al prodotto. Mica pochi. Secondo posto del podio per la serie italo-francese di Luxvide, Sandokan, ideata da Luca Bernabei e interpretata da Can Yaman e Alessandro Preziosi: qui ci ferma poco sopra gli otto milioni di euro di sussidi, 8,1 per l’esattezza. Medaglia di bronzo per Motor valley, sei episodi visibili su Netflix a partire dal 10 febbraio 2026, ideati da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere e con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini. Qui il tax credit ha garantito ai produttori 7,6 milioni di vantaggi fiscali. Le produzioni in cima alla lunga classifica ufficiale del ministero della Cultura fanno, da sole, quasi 30 milioni di euro di sovvenzioni elargite a colossi della streaming, del satellite o a televisioni già sovvenzionate con il canone. Ce n’era bisogno? Piattaforme e canali che chiedono abbonamenti sempre più onerosi per godere dei loro servizi devono essere davvero finanziate in maniera così generosa? In parole povere: non possono camminare con le proprie gambe? The Beauty è una serie thriller internazionale FX creata da Ryan Murphy. in arrivo su Disney+. La stagione, composta da 11 puntate, ha ricevuto 6,1 milioni di tax credit. Sono 5,6, invece, i milioni assicurati alla produzione della quinta stagione di Emily in Paris, con Lily Collins (solo 1,6, invece, quelli assicurati alla quarta stagione). Questi sono quelli richiesti dalla 360 Degrees Film srl, una delle società produttrici. L’altra, la Zeuca Film, ha fatto analogamente richiesta di tax credit, ottenendo l’ok per 2,3 milioni. A quanto risulta dai dati ministeriali, dunque, la serie (bollata così da The New Yorker: «La serie è così povera di trama e di cose che succedono che si può direttamente tenere in sottofondo mentre facciamo qualche altra cosa») ha avuto 7,9 milioni di sgravi. Altri maxi importi sono stati garantiti a Il paradiso delle signore (settima stagione, 5,4 milioni), Regina del Sud (sempre di Luxvide, 5,3), La scuola di Ivan Silvestrini (prodotta da Picomedia, visibile su Netflix, 4,9 milioni). Nord Sud Ovest Est, la serie sulla genesi del gruppo 883 di Sky, ha beneficiato di 4,7 milioni. Gomorra - Le origini, prequel della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, si è assicurata 4,5 milioni di euro. Altri 4 milioni sono finiti a Luxvide per la terza stagione di Blanca, 3,3 sono stati assicurati a Il falsario di Netflix, con Pietro Castellitto. Alessandro Gassmann, uno degli attori più presenti nella classifica dei film-flop sovvenzionati dagli italiani sui cui La Verità aveva rendicontato in estate, è il protagonista della serie Rai Un professore 3 che si è assicurata 3,3 milioni di tax. Gassmann ha diretto anche il film per la televisione Questi fantasmi: un milione di aiuti anche qui. ZeroZeroZero è una miniserie televisiva italo-franco-statunitense creata da Stefano Sollima. I primi otto episodi, prodotti per Sky Atlantic, Canal+ e Prime Video, erano stati trasmessi nel 2020: cinque anni dopo, un milioncino di tax credit non si nega. Alla quinta e la sesta stagione di Mare fuori sono arrivati complessivamente 6,5 milioni, a Call my agenti Italia (terza stagione), visibile su Sky, 3,2. Uno sbirro in Appennino è la nuova fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Bisio: uscirà nel corso dell’anno, 3,1 i milioni di tax credit assicurati dal Mic. Sempre su Netflix arriverà, nel corso dell’anno, pure la serie Due spicci: di nome, ma non di fatto visto che gli episodi della serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) e con Valerio Mastrandrea nel ruolo dell’Armadillo ha avuto un bonus ministeriale di 3 milioni. E che dire, infine, della serie Fbi International? La quarta stagione, agevolata per 1,5 milioni, è stata anche l’ultima visto che la serie è stata cancellata a causa del calo degli ascolti.
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Ecco #DimmiLaVerità del 14 gennaio 2026. Il presidente della Commissione Sanità del Senato Francesco Zaffini: finalmente anche l'Oms non parla più di Covid.