True
2024-02-05
Farmaci ai bimbi per cambiare sesso. I casi in aumento adesso fanno paura
iStock
Il caso del Centro per la disforia di genere dell’ospedale fiorentino di Careggi, che ha effettuato una terapia per il blocco della pubertà su adolescenti, alcuni dei quali non sarebbero stati sottoposti a psicoterapia, ha riacceso i riflettori sugli interventi per il cambio di genere.
Secondo Infotrans, portale istituzionale nato dalla collaborazione tra Iss e Unar, in Italia sono 14 gli ospedali e gli ambulatori pubblici e convenzionati che offrono assistenza gratuita di tipo chirurgico. L’Ipsos, tra gli istituti di ricerche demoscopiche più grandi nel mondo, ha stimato che nel nostro Paese un 4% si identifica come transgender (o non binario), più di coloro che si definiscono omosessuali. Naturalmente parliamo di auto-identificazione, non di quanti hanno ricevuto una sentenza di riassegnazione del genere e neanche di coloro che hanno intenzione di cominciare il percorso di transizione.
Sono oltre un centinaio all’anno, dieci al mese, come riportato dal sito Truenumbers, le persone che in Italia si sottopongono a interventi chirurgici per la riassegnazione del genere in un’età tra i 18 e i 60 anni. Si tratta di un dato che è aumentato nel tempo, visto che prima del 2018 si parlava di circa 60. Tuttavia è un’approssimazione per difetto, considerando i centri privati e quelli all’estero, dove chi ha le possibilità economiche si reca per farsi operare. Per una procedura di metoidioplastica (si sostituisce l’organo genitale femminile con uno maschile) si possono spendere in una clinica privata italiana 13.000 euro, mentre in Thailandia 6.000. Naturalmente vi sono poi altri interventi che fanno lievitare il costo. Questi dati si riferiscono al 2021-2023 e quindi sono soggetti ad aggiornamento. Fino al 2015, per modificare i connotati sulla carta di identità bisognava operarsi. Una sentenza della Corte Costituzionale ha fatto decadere questo obbligo, inoltre l’Oms ha riconosciuto la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non come un disturbo psichico, ma come una condizione sessuale.
Sempre Truenumbers parla del Servizio per l’adeguamento tra identità fisica e identità psichica (Saifip) del San Camillo di Roma che nel 2022 ha registrato 114 accessi solo da parte di adolescenti che non si riconoscevano nel genere di assegnazione. Nel 2018 erano stati 20. «Non tutti naturalmente», si legge nell’articolo «porteranno a termine l’iter di cambio di genere e solo una piccola minoranza si affiderà alla chirurgia, ma sono numeri indicativi di come il fenomeno sia in veloce aumento». Sul Saifip e sulle sue modalità di azione, La Verità ha pubblicato numerosi articoli, sfociati in una audizione parlamentare che però non ha prodotto grandi risultati. A dicembre scorso, Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha presentato un’interrogazione alla presidenza del Consiglio e al ministro della Salute per approfondire quello che avviene all’ospedale Careggi di Firenze, dove c’è un centro per il trattamento disforia di genere nei bambini. Gasparri diceva di aver appreso una serie di fatti allarmanti: «Nonostante l’evidente delicatezza del trattamento, al Careggi la triptorelina, autorizzata dall’Agenzia europea del farmaco per uso veterinario, verrebbe somministrata a bambini di 11 anni senza alcuna assistenza psicoterapeutica e psichiatrica. Anche perché in quell’ospedale semplicemente non c’è un reparto di neuropsichiatria infantile. Non solo. Le valutazioni psicologiche dei giovanissimi che arrivano al Careggi per avviare il percorso di cambio di sesso sembrerebbe siano particolarmente superficiali».
A conferma di quanto attorno al tema della disforia di genere si sia radicalizzato uno scontro di opinioni, va ricordato che a gennaio 2023, un gruppo di pediatri e endocrinologi, in una lettera al premier e al ministro della Salute accusavano come «infondate dal punto di vista scientifico e ingiustificatamente allarmistiche», le osservazioni della Società psicoanalitica italiana (Spi) sul rischio di danni fisici e psichici dei farmaci che bloccano la pubertà nei bambini e negli adolescenti. In un comunicato inviato al governo, la Spi esprimeva forte preoccupazione per questo tipo di terapie e elencava le controindicazioni sottolineando che «la sperimentazione in atto elude un’attenta valutazione scientifica». La tesi della Spi è che senza il confronto con il «completo sviluppo sessuale», e senza l’esperienza del conseguente «pieno appagamento erotico», non sia possibile una valutazione adeguata della propria identità di genere da parte dei soggetti interessati, né fare una diagnosi accurata di disforia da parte del personale sanitario.
Il dato allarmante infatti è che la terapia per il blocco della pubertà viene effettuata anche a undicenni, quindi prima dello sviluppo ormonale. I sostenitori dei farmaci per interrompere la maturazione sessuale affermano che già a due o tre anni si possono manifestare problemi di genere e che i ragazzi, se non assecondati, presentano tendenze suicide. E questo giustificherebbe i trattamenti ormonali sin dalla più tenera età. La triptorelina, per bloccare la pubertà, spesso è il primo passo per un percorso che porta i ragazzi dritti verso l’intervento chirurgico con effetti irreversibili.
Eppure dovrebbe essere di monito l’esito di tanti trattamenti effettuati al Gender identity development service presso la Tavistock and Portman clinic di Londra, uno dei più importanti centri a livello internazionale sulla varianza di genere in età evolutiva, chiuso per decisione dei vertici del servizio sanitario nazionale britannico, dopo una lunga serie di polemiche che hanno coinvolto la clinica negli ultimi anni, e che in alcuni casi sono finiti in tribunale. Il capo del personale clinico dell’istituto, David Bell, parlò di pressioni alle quali erano sottoposti i medici «da parte della famiglia dei bambini e degli amici, come pure da parte delle lobby pro trans». Tutto ciò indurrebbe il medico a soluzioni affrettate.
Poi ci sono esperienze come quella della scrittrice Silvia Ranfagni e della figlia tredicenne Alba, che ora si chiama Alex. Ranfagni dice che i ragazzi di oggi hanno imparato «a concepirsi come modificabili». Ed è qui che sono ravvisabili i semi di un’ideologia che ha dichiarato guerra alle leggi della natura. Ci sono le testimonianze di chi si è sottoposto all’operazione e si è pentito e ha raccontato di essere stato condizionato da Internet e di aver avuto colloqui con psicologi superficiali, volti non a scoprire le cause del disagio, quanto a confermare la necessità della terapia. Le storie di queste esperienze si somigliano tutte: da una parte il disagio e spesso la confusione psicologica dell’età adolescenziale e il facile condizionamento e dall’altra specialisti superficiali magari sotto pressione dei familiari.
«Ora il Comitato di bioetica rimetterà in discussione il suo sì a questi trattamenti»

Angelo Vescovi (Ansa)
«Il tema dei bloccanti della pubertà per i minori e della disforia in genere sarà di nuovo all’esame del Comitato nazionale di Bioetica a seguito della richiesta del ministero della Salute circa la situazione in questo settore, in particolare in virtù delle novità intercorse dal 2018, quando è stato autorizzato l’uso off label di questi farmaci. Da allora sono emerse maggiori informazioni, conoscenze scientifiche, e ci sono addirittura stati casi di persone che hanno fatto un ricorso legale per essere stati sottoposti a queste terapie. Bisogna quindi esaminare la nuova situazione». A parlare è Angelo Vescovi, presidente del Comitato nazionale di Bioetica.
«Preso in esame il parere già esistente, si analizzerà la questione alla luce delle novità emergenti, che potrebbero portare a integrazioni o aggiornamenti. Il Comitato nazionale per la Bioetica ha il dovere di indicare i percorsi più corretti per la tutela della salute di tutti i cittadini ed agisce, in questo contesto, esattamente lungo questa direttiva».
Lei che posizione esprimerà?
«Premetto che la mia posizione vale come quella di tutti gli altri membri. Come membro del Comitato, dico che sono molto preoccupato dall’attuale approccio, che reputo pericoloso. Sono scoraggiato dalle affermazioni, alcune anche di associazioni scientifiche. Non esistono dati cogenti sugli effetti collaterali a lungo termine di queste terapie su soggetti sani, per cui vale in assoluto l’applicazione del principio della cautela, il quale sicuramente non prevede d’intervenire con trattamenti di questa portata su bambini in fase anche pre-adolescenziale, in cui la percezione del genere e della sessualità sono in divenire, nel migliore dei casi. Queste forme di somministrazione vanno riviste nelle loro modalità. A meno che non vi siano situazioni di chiara e palesata disfonia, ma sono eccezioni, non sono la maggioranza».
Cosa la spaventa di quello che dicono alcune associazioni?
«Mi spaventa la tendenza alla compulsione nell’agire a tutti i costi in situazioni incerte e potenzialmente pericolose. Preoccupa questa fuga in avanti ad assumere un parere tranchant, definitivo, in assenza di chiari, solidi, evidenti dati scientifici sulla reversibilità ed innocuità dei trattamenti. Nel momento in cui si appartiene a una rete associativa, anche scientifica, si parla anche a nome dei propri rappresentanti, e io dubito che questi siano tutti allineati sulla stessa linea categorica. Non riesco a capire questa compulsione, che diventa poi frettoloso intervento. Questo vale oggi per molti campi. Si fanno affermazioni generiche, spesso radicate su posizioni fortemente ideologizzate, e poi si sostiene che la scienza le supporti. Siamo arrivati all’estremo per cui alcuni pensano addirittura che i soggetti sani dovrebbero veder arrestare la loro pubertà per poi decidere. Fatto salvo che la somministrazione di farmaci con patenti effetti collaterali a soggetti sani, quindi per scopi non terapeutici, è illegale e cosi, credo, la sollecitazione a farlo, un’affermazione del genere la posso solo interpretare come una provocazione e, parere di farmacologo, una sciocchezza improponibile. Un orientamento di questo tipo non può non spaventare».
L’Oms sta lavorando a linee guida sulla salute transgender in un modo che non pare neutrale ma orientato, che ne pensa?
«Cosa vuole che le dica. Vale il concetto che l’Oms è punto di riferimento, ma non è un oracolo. A volte le decisioni seguono strade tortuose e difficili da interpretare sulla base delle evidenze disponibili. Su questa decisione e orientamento dell’Oms mi sento di dissentire risolutamente»
Il tema è molto dibattuto anche dalle associazione Lgbt, dovrebbe fare riflettere.
«È vero ma ormai si è innescato un meccanismo che sembra inarrestabile. È evidente il paradosso di voler trattare ragazzi di 11 anni quando a questa età non si ha consapevolezza del proprio genere. Mi sembrano posizioni fortemente ideologizzate che cercano, e non trovano, un surrettizio sostegno nella scienza».
Non c’è anche un business dietro questo fenomeno?
«Data l’esiguità dei numeri non mi sembra probabile. La vedo più come una problematica di carattere ideologico, una spinta verso un liberismo estremo, in cui l’essere umano, invece che essere al centro delle considerazioni, diventa quasi trascurabile».
Si corre in Italia questo rischio?
«Il rischio esiste sempre, anche se finora ci sono ancora pochi casi. Ma il fenomeno resta preoccupante perché non è un problema di quantità quando si parla di esseri umani, ma di qualità. Ossia, se anche solo due persone devono subire dei danni, è sempre gravissimo. Qui, inoltre, si sta decidendo del futuro di persone che non hanno completato il loro sviluppo emotivo, psicologico, funzionale e sessuale, la di cui pubertà si vuole bloccare affinché poi possano decidere il loro sesso in seguito. Ma il cervello, è noto, matura in funzione della stimolazione ormonale, che noi alteriamo coi farmaci… È tutto un controsenso».
«I genitori vanno denunciati»

Annamaria Bernardini de Pace (Ansa)
«I bambini sono indotti al cambio di genere dai genitori. Non voglio accusare nessuno, sia ben chiaro, ma la mia impressione è che alcuni genitori si vergognano di avere figli con all’apparenza un orientamento omosessuale. Quindi piuttosto che accettare un figlio gay preferiscono dire che è transgender e metterlo in condizione di essere o uomo o donna. Le conseguenze psicologiche per un ragazzo sono spesso devastanti. Ma ci sono anche conseguenze legali. Il ragazzo potrebbe rivalersi sui genitori con una causa per danni fisici e morali, essendo stato privato della libertà decisionale e avendo subito anche lesioni nel corpo». La nota avvocato Annamaria Bernardini de Pace è balzata all’attenzione delle cronache, questa volta non per un divorzio eccellente ma per aver sollevato il caso, segnalandolo al ministro della Salute, Orazio Schillaci, di una terapia di blocco della pubertà finalizzato al cambio di genere, a cui sono stati sottoposti più bambini nell’ospedale Careggi di Firenze.
«Appena ho appresso del caso ho scritto al ministro che mi ha subito risposto assicurandomi che avvierà un’indagine su questo fenomeno in aumento».
Che idea si è fatta degli interventi di cambio di genere in giovanissima età?
«Siamo di fronte a genitori che non riconoscono ai figli il diritto primario alla libertà. Quando vedono manifestazioni che esprimono secondo loro un orientamento sessuale diverso, per rendere la cosa meno imbarazzante dicono che non è un problema di orientamento sessuale ma di identità sessuale. E pensano che siano nati in un corpo di uomo volendo essere donna, o viceversa».
Ma come è possibile che tali manifestazioni siano catalogabili come disforia di genere a soli 11 anni?
«Sì, è assurdo. Se danno farmaci che servono a bloccare la pubertà, è una finzione quando dicono di intervenire a 15 anni, che pure è un’età precoce ma un’età in cui la pubertà è terminata. Qui siamo di fronte a bambini trattati con ormoni a 11 anni. È una estrema follia. Ma che identità, che orientamento sessuale si può manifestare a 11 anni? Sono i genitori a dichiarare la distanza tra genere biologico e quello psicologico percepito dal figlio e a interpretare il loro cattivo umore come disturbo dell’identità di genere».
Alcuni sostengono che i figli con disforia di genere hanno tendenze suicide.
«Mi sembra assurdo che a 11 anni un bambino possa tentare il suicidio per una questione di genere. Ne ho parlato con psicologi che me lo hanno escluso. E comunque ci sono molti altri modi per risolvere eventualmente questo problema senza ricorrere al blocco della pubertà».
Ha avuto esperienze di casi del genere?
«Non sono entrata in contatto con esperienze simili ma mi sono fatta l’idea che questi genitori forse confondono l’orientamento sessuale con l’identità sessuale. L’identità sessuale è come si crede di essere e ci si sente di essere, mentre l’orientamento è: sono un uomo e mi piacciono gli uomini. Lo stesso vale per le donne. Avere la consapevolezza di questa distinzione a 11 anni, a mio parere, è impossibile. Per questo ho fatto scoppiare il caso rivolgendomi direttamente al ministro».
Come è entrata a conoscenza del caso dell’ospedale?
«Ho letto un articolo su questo evento che mi ha sconvolto e mi sono posta una serie di domande: questi genitori hanno responsabilità genitoriale, vogliono riconoscere ai figli la libertà di decisione? E subito ho scritto al ministro della Salute che mi ha risposto in tempi brevissimi. Mi ha detto che ritiene grave il problema e che se ne sta interessando e sta facendo indagini. Sono rimasta sorpresa e ammirata da un’istituzione che mi ha risposto con tempestività».
Questo caso può avere implicazioni legali?
«Assolutamente sì. Ho mandato il mio esposto e la risposta del ministro anche ad alcuni presidenti del Tribunale per i minori affinché si attivino e facciano indagini. Poi anche alla Procura della Repubblica di Firenze perché un pm dovrebbe vedere se ci sono maltrattamenti di tipo psicologico e lesioni irreversibili gravi ai danni del bambino».
Questo ragazzo, una volta adulto, qualora non approvasse la scelta dei genitori, può rivalersi contro di loro e citarli per danni?
«Certo che può chiedere un risarcimento danni e io mi dichiaro a disposizione di tutti quei diciottenni che hanno subito questa terapia e non avrebbero mai voluto farla. Il fatto che molti ragazzi non completano la transizione ad altro genere, dimostra che dietro c’è stata una coercizione, che non era una loro decisione».
Possono quindi far causa al genitore?
«Io lo farei e sono pronta. Questi genitori rubano la vita e la libertà ai loro figli. È per questo che io mi sono mossa. Una psicologa mi ha detto che la disforia di genere può essere affrontata con la psicoterapia e, al termine della terapia, il paziente o trova un’unica identità o preferisce restare bisex. Ma almeno non c’è un intervento farmacologico».
Continua a leggereRiduci
In Italia i centri pubblici e convenzionati sono 14, quelli privati molti di più. E sempre più spesso ad accedere sono i piccoli, pure undicenni. Al famigerato Saifi di Roma in 4 anni l’afflusso di minori è cresciuto del 470%.Angelo Vescovi, il biologo che presiede l’organismo: «Mancano certezze sui danni collaterali. Certe associazioni mi spaventano: vogliono procedere anche in assenza di dati scientifici».L’avvocato Annamaria Bernardini de Pace: «C’è chi non accetta un figlio gay e quindi lo spinge a modificare genere. Sono a disposizione dei ragazzi che vogliono chiedere il risarcimento dei danni».Lo speciale contiene tre articoli.Il caso del Centro per la disforia di genere dell’ospedale fiorentino di Careggi, che ha effettuato una terapia per il blocco della pubertà su adolescenti, alcuni dei quali non sarebbero stati sottoposti a psicoterapia, ha riacceso i riflettori sugli interventi per il cambio di genere. Secondo Infotrans, portale istituzionale nato dalla collaborazione tra Iss e Unar, in Italia sono 14 gli ospedali e gli ambulatori pubblici e convenzionati che offrono assistenza gratuita di tipo chirurgico. L’Ipsos, tra gli istituti di ricerche demoscopiche più grandi nel mondo, ha stimato che nel nostro Paese un 4% si identifica come transgender (o non binario), più di coloro che si definiscono omosessuali. Naturalmente parliamo di auto-identificazione, non di quanti hanno ricevuto una sentenza di riassegnazione del genere e neanche di coloro che hanno intenzione di cominciare il percorso di transizione.Sono oltre un centinaio all’anno, dieci al mese, come riportato dal sito Truenumbers, le persone che in Italia si sottopongono a interventi chirurgici per la riassegnazione del genere in un’età tra i 18 e i 60 anni. Si tratta di un dato che è aumentato nel tempo, visto che prima del 2018 si parlava di circa 60. Tuttavia è un’approssimazione per difetto, considerando i centri privati e quelli all’estero, dove chi ha le possibilità economiche si reca per farsi operare. Per una procedura di metoidioplastica (si sostituisce l’organo genitale femminile con uno maschile) si possono spendere in una clinica privata italiana 13.000 euro, mentre in Thailandia 6.000. Naturalmente vi sono poi altri interventi che fanno lievitare il costo. Questi dati si riferiscono al 2021-2023 e quindi sono soggetti ad aggiornamento. Fino al 2015, per modificare i connotati sulla carta di identità bisognava operarsi. Una sentenza della Corte Costituzionale ha fatto decadere questo obbligo, inoltre l’Oms ha riconosciuto la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non come un disturbo psichico, ma come una condizione sessuale. Sempre Truenumbers parla del Servizio per l’adeguamento tra identità fisica e identità psichica (Saifip) del San Camillo di Roma che nel 2022 ha registrato 114 accessi solo da parte di adolescenti che non si riconoscevano nel genere di assegnazione. Nel 2018 erano stati 20. «Non tutti naturalmente», si legge nell’articolo «porteranno a termine l’iter di cambio di genere e solo una piccola minoranza si affiderà alla chirurgia, ma sono numeri indicativi di come il fenomeno sia in veloce aumento». Sul Saifip e sulle sue modalità di azione, La Verità ha pubblicato numerosi articoli, sfociati in una audizione parlamentare che però non ha prodotto grandi risultati. A dicembre scorso, Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha presentato un’interrogazione alla presidenza del Consiglio e al ministro della Salute per approfondire quello che avviene all’ospedale Careggi di Firenze, dove c’è un centro per il trattamento disforia di genere nei bambini. Gasparri diceva di aver appreso una serie di fatti allarmanti: «Nonostante l’evidente delicatezza del trattamento, al Careggi la triptorelina, autorizzata dall’Agenzia europea del farmaco per uso veterinario, verrebbe somministrata a bambini di 11 anni senza alcuna assistenza psicoterapeutica e psichiatrica. Anche perché in quell’ospedale semplicemente non c’è un reparto di neuropsichiatria infantile. Non solo. Le valutazioni psicologiche dei giovanissimi che arrivano al Careggi per avviare il percorso di cambio di sesso sembrerebbe siano particolarmente superficiali». A conferma di quanto attorno al tema della disforia di genere si sia radicalizzato uno scontro di opinioni, va ricordato che a gennaio 2023, un gruppo di pediatri e endocrinologi, in una lettera al premier e al ministro della Salute accusavano come «infondate dal punto di vista scientifico e ingiustificatamente allarmistiche», le osservazioni della Società psicoanalitica italiana (Spi) sul rischio di danni fisici e psichici dei farmaci che bloccano la pubertà nei bambini e negli adolescenti. In un comunicato inviato al governo, la Spi esprimeva forte preoccupazione per questo tipo di terapie e elencava le controindicazioni sottolineando che «la sperimentazione in atto elude un’attenta valutazione scientifica». La tesi della Spi è che senza il confronto con il «completo sviluppo sessuale», e senza l’esperienza del conseguente «pieno appagamento erotico», non sia possibile una valutazione adeguata della propria identità di genere da parte dei soggetti interessati, né fare una diagnosi accurata di disforia da parte del personale sanitario.Il dato allarmante infatti è che la terapia per il blocco della pubertà viene effettuata anche a undicenni, quindi prima dello sviluppo ormonale. I sostenitori dei farmaci per interrompere la maturazione sessuale affermano che già a due o tre anni si possono manifestare problemi di genere e che i ragazzi, se non assecondati, presentano tendenze suicide. E questo giustificherebbe i trattamenti ormonali sin dalla più tenera età. La triptorelina, per bloccare la pubertà, spesso è il primo passo per un percorso che porta i ragazzi dritti verso l’intervento chirurgico con effetti irreversibili.Eppure dovrebbe essere di monito l’esito di tanti trattamenti effettuati al Gender identity development service presso la Tavistock and Portman clinic di Londra, uno dei più importanti centri a livello internazionale sulla varianza di genere in età evolutiva, chiuso per decisione dei vertici del servizio sanitario nazionale britannico, dopo una lunga serie di polemiche che hanno coinvolto la clinica negli ultimi anni, e che in alcuni casi sono finiti in tribunale. Il capo del personale clinico dell’istituto, David Bell, parlò di pressioni alle quali erano sottoposti i medici «da parte della famiglia dei bambini e degli amici, come pure da parte delle lobby pro trans». Tutto ciò indurrebbe il medico a soluzioni affrettate. Poi ci sono esperienze come quella della scrittrice Silvia Ranfagni e della figlia tredicenne Alba, che ora si chiama Alex. Ranfagni dice che i ragazzi di oggi hanno imparato «a concepirsi come modificabili». Ed è qui che sono ravvisabili i semi di un’ideologia che ha dichiarato guerra alle leggi della natura. Ci sono le testimonianze di chi si è sottoposto all’operazione e si è pentito e ha raccontato di essere stato condizionato da Internet e di aver avuto colloqui con psicologi superficiali, volti non a scoprire le cause del disagio, quanto a confermare la necessità della terapia. Le storie di queste esperienze si somigliano tutte: da una parte il disagio e spesso la confusione psicologica dell’età adolescenziale e il facile condizionamento e dall’altra specialisti superficiali magari sotto pressione dei familiari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/farmaci-bimbi-cambiare-sesso-2667170488.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-il-comitato-di-bioetica-rimettera-in-discussione-il-suo-si-a-questi-trattamenti" data-post-id="2667170488" data-published-at="1707139075" data-use-pagination="False"> «Ora il Comitato di bioetica rimetterà in discussione il suo sì a questi trattamenti» Angelo Vescovi (Ansa) «Il tema dei bloccanti della pubertà per i minori e della disforia in genere sarà di nuovo all’esame del Comitato nazionale di Bioetica a seguito della richiesta del ministero della Salute circa la situazione in questo settore, in particolare in virtù delle novità intercorse dal 2018, quando è stato autorizzato l’uso off label di questi farmaci. Da allora sono emerse maggiori informazioni, conoscenze scientifiche, e ci sono addirittura stati casi di persone che hanno fatto un ricorso legale per essere stati sottoposti a queste terapie. Bisogna quindi esaminare la nuova situazione». A parlare è Angelo Vescovi, presidente del Comitato nazionale di Bioetica. «Preso in esame il parere già esistente, si analizzerà la questione alla luce delle novità emergenti, che potrebbero portare a integrazioni o aggiornamenti. Il Comitato nazionale per la Bioetica ha il dovere di indicare i percorsi più corretti per la tutela della salute di tutti i cittadini ed agisce, in questo contesto, esattamente lungo questa direttiva». Lei che posizione esprimerà? «Premetto che la mia posizione vale come quella di tutti gli altri membri. Come membro del Comitato, dico che sono molto preoccupato dall’attuale approccio, che reputo pericoloso. Sono scoraggiato dalle affermazioni, alcune anche di associazioni scientifiche. Non esistono dati cogenti sugli effetti collaterali a lungo termine di queste terapie su soggetti sani, per cui vale in assoluto l’applicazione del principio della cautela, il quale sicuramente non prevede d’intervenire con trattamenti di questa portata su bambini in fase anche pre-adolescenziale, in cui la percezione del genere e della sessualità sono in divenire, nel migliore dei casi. Queste forme di somministrazione vanno riviste nelle loro modalità. A meno che non vi siano situazioni di chiara e palesata disfonia, ma sono eccezioni, non sono la maggioranza». Cosa la spaventa di quello che dicono alcune associazioni? «Mi spaventa la tendenza alla compulsione nell’agire a tutti i costi in situazioni incerte e potenzialmente pericolose. Preoccupa questa fuga in avanti ad assumere un parere tranchant, definitivo, in assenza di chiari, solidi, evidenti dati scientifici sulla reversibilità ed innocuità dei trattamenti. Nel momento in cui si appartiene a una rete associativa, anche scientifica, si parla anche a nome dei propri rappresentanti, e io dubito che questi siano tutti allineati sulla stessa linea categorica. Non riesco a capire questa compulsione, che diventa poi frettoloso intervento. Questo vale oggi per molti campi. Si fanno affermazioni generiche, spesso radicate su posizioni fortemente ideologizzate, e poi si sostiene che la scienza le supporti. Siamo arrivati all’estremo per cui alcuni pensano addirittura che i soggetti sani dovrebbero veder arrestare la loro pubertà per poi decidere. Fatto salvo che la somministrazione di farmaci con patenti effetti collaterali a soggetti sani, quindi per scopi non terapeutici, è illegale e cosi, credo, la sollecitazione a farlo, un’affermazione del genere la posso solo interpretare come una provocazione e, parere di farmacologo, una sciocchezza improponibile. Un orientamento di questo tipo non può non spaventare». L’Oms sta lavorando a linee guida sulla salute transgender in un modo che non pare neutrale ma orientato, che ne pensa? «Cosa vuole che le dica. Vale il concetto che l’Oms è punto di riferimento, ma non è un oracolo. A volte le decisioni seguono strade tortuose e difficili da interpretare sulla base delle evidenze disponibili. Su questa decisione e orientamento dell’Oms mi sento di dissentire risolutamente» Il tema è molto dibattuto anche dalle associazione Lgbt, dovrebbe fare riflettere. «È vero ma ormai si è innescato un meccanismo che sembra inarrestabile. È evidente il paradosso di voler trattare ragazzi di 11 anni quando a questa età non si ha consapevolezza del proprio genere. Mi sembrano posizioni fortemente ideologizzate che cercano, e non trovano, un surrettizio sostegno nella scienza». Non c’è anche un business dietro questo fenomeno? «Data l’esiguità dei numeri non mi sembra probabile. La vedo più come una problematica di carattere ideologico, una spinta verso un liberismo estremo, in cui l’essere umano, invece che essere al centro delle considerazioni, diventa quasi trascurabile». Si corre in Italia questo rischio? «Il rischio esiste sempre, anche se finora ci sono ancora pochi casi. Ma il fenomeno resta preoccupante perché non è un problema di quantità quando si parla di esseri umani, ma di qualità. Ossia, se anche solo due persone devono subire dei danni, è sempre gravissimo. Qui, inoltre, si sta decidendo del futuro di persone che non hanno completato il loro sviluppo emotivo, psicologico, funzionale e sessuale, la di cui pubertà si vuole bloccare affinché poi possano decidere il loro sesso in seguito. Ma il cervello, è noto, matura in funzione della stimolazione ormonale, che noi alteriamo coi farmaci… È tutto un controsenso». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/farmaci-bimbi-cambiare-sesso-2667170488.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-genitori-vanno-denunciati" data-post-id="2667170488" data-published-at="1707139075" data-use-pagination="False"> «I genitori vanno denunciati» Annamaria Bernardini de Pace (Ansa) «I bambini sono indotti al cambio di genere dai genitori. Non voglio accusare nessuno, sia ben chiaro, ma la mia impressione è che alcuni genitori si vergognano di avere figli con all’apparenza un orientamento omosessuale. Quindi piuttosto che accettare un figlio gay preferiscono dire che è transgender e metterlo in condizione di essere o uomo o donna. Le conseguenze psicologiche per un ragazzo sono spesso devastanti. Ma ci sono anche conseguenze legali. Il ragazzo potrebbe rivalersi sui genitori con una causa per danni fisici e morali, essendo stato privato della libertà decisionale e avendo subito anche lesioni nel corpo». La nota avvocato Annamaria Bernardini de Pace è balzata all’attenzione delle cronache, questa volta non per un divorzio eccellente ma per aver sollevato il caso, segnalandolo al ministro della Salute, Orazio Schillaci, di una terapia di blocco della pubertà finalizzato al cambio di genere, a cui sono stati sottoposti più bambini nell’ospedale Careggi di Firenze. «Appena ho appresso del caso ho scritto al ministro che mi ha subito risposto assicurandomi che avvierà un’indagine su questo fenomeno in aumento». Che idea si è fatta degli interventi di cambio di genere in giovanissima età? «Siamo di fronte a genitori che non riconoscono ai figli il diritto primario alla libertà. Quando vedono manifestazioni che esprimono secondo loro un orientamento sessuale diverso, per rendere la cosa meno imbarazzante dicono che non è un problema di orientamento sessuale ma di identità sessuale. E pensano che siano nati in un corpo di uomo volendo essere donna, o viceversa». Ma come è possibile che tali manifestazioni siano catalogabili come disforia di genere a soli 11 anni? «Sì, è assurdo. Se danno farmaci che servono a bloccare la pubertà, è una finzione quando dicono di intervenire a 15 anni, che pure è un’età precoce ma un’età in cui la pubertà è terminata. Qui siamo di fronte a bambini trattati con ormoni a 11 anni. È una estrema follia. Ma che identità, che orientamento sessuale si può manifestare a 11 anni? Sono i genitori a dichiarare la distanza tra genere biologico e quello psicologico percepito dal figlio e a interpretare il loro cattivo umore come disturbo dell’identità di genere». Alcuni sostengono che i figli con disforia di genere hanno tendenze suicide. «Mi sembra assurdo che a 11 anni un bambino possa tentare il suicidio per una questione di genere. Ne ho parlato con psicologi che me lo hanno escluso. E comunque ci sono molti altri modi per risolvere eventualmente questo problema senza ricorrere al blocco della pubertà». Ha avuto esperienze di casi del genere? «Non sono entrata in contatto con esperienze simili ma mi sono fatta l’idea che questi genitori forse confondono l’orientamento sessuale con l’identità sessuale. L’identità sessuale è come si crede di essere e ci si sente di essere, mentre l’orientamento è: sono un uomo e mi piacciono gli uomini. Lo stesso vale per le donne. Avere la consapevolezza di questa distinzione a 11 anni, a mio parere, è impossibile. Per questo ho fatto scoppiare il caso rivolgendomi direttamente al ministro». Come è entrata a conoscenza del caso dell’ospedale? «Ho letto un articolo su questo evento che mi ha sconvolto e mi sono posta una serie di domande: questi genitori hanno responsabilità genitoriale, vogliono riconoscere ai figli la libertà di decisione? E subito ho scritto al ministro della Salute che mi ha risposto in tempi brevissimi. Mi ha detto che ritiene grave il problema e che se ne sta interessando e sta facendo indagini. Sono rimasta sorpresa e ammirata da un’istituzione che mi ha risposto con tempestività». Questo caso può avere implicazioni legali? «Assolutamente sì. Ho mandato il mio esposto e la risposta del ministro anche ad alcuni presidenti del Tribunale per i minori affinché si attivino e facciano indagini. Poi anche alla Procura della Repubblica di Firenze perché un pm dovrebbe vedere se ci sono maltrattamenti di tipo psicologico e lesioni irreversibili gravi ai danni del bambino». Questo ragazzo, una volta adulto, qualora non approvasse la scelta dei genitori, può rivalersi contro di loro e citarli per danni? «Certo che può chiedere un risarcimento danni e io mi dichiaro a disposizione di tutti quei diciottenni che hanno subito questa terapia e non avrebbero mai voluto farla. Il fatto che molti ragazzi non completano la transizione ad altro genere, dimostra che dietro c’è stata una coercizione, che non era una loro decisione». Possono quindi far causa al genitore? «Io lo farei e sono pronta. Questi genitori rubano la vita e la libertà ai loro figli. È per questo che io mi sono mossa. Una psicologa mi ha detto che la disforia di genere può essere affrontata con la psicoterapia e, al termine della terapia, il paziente o trova un’unica identità o preferisce restare bisex. Ma almeno non c’è un intervento farmacologico».
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
Continua a leggereRiduci
I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
Continua a leggereRiduci
Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
Continua a leggereRiduci