
Stella Kyriakides, commissario Ue alla Salute, si dice pronta a «modificare gli accordi» con i produttori degli antidoti per il Covid, in modo da adattare i contratti all’«attuale situazione». Ma il disegno generale dell’Europa non cambia. Anzi, diventa più preoccupante. Il meccanismo ruota attorno a un triplice fulcro: la logica della «permacrisi»; la panacea del vaccino; la coercizione attraverso strumenti digitali.
Se credete sia un’esagerazione, considerate che, a un occhio allenato da due anni di restrizioni e soverchierie, non sfuggono alcuni passaggi delle conclusioni del Consiglio europeo della Salute, svoltosi l’altro ieri a Bruxelles. Posizioni temibili, perché implicano che su di esse esiste già un consenso da parte degli Stati membri.
Intanto, la cornice. L’idea di fondo è che si ripeteranno «crisi di salute pubblica». Alcune delle prossime patologie sono state individuate: Hantavirus, encefalite delle zecche, malattia di Lyme, malaria, febbre del Nilo occidentale, dengue. Se però l’allarme dev’essere permanente, anche l’ordinarietà va trasformata in emergenza. Pertanto, il documento siglato dai ministri della Sanità invoca «campagne di vaccinazione per gli adulti» pure contro morbillo, difterite, poliomielite, tetano. L’entità di questi fenomeni? Ecco una breve panoramica. Nel 2019, nel Vecchio continente, si sono verificati 46 casi confermati del morbo provocato dal bacillo di Nicolaier. Nel 2020, la Regione europea è stata dichiarata «libera dalla polio» dall’Oms. In un anno (settembre 2016-settembre 2017), la malattia esantematica, per cui il decreto Lorenzin introdusse l’inoculazione obbligatoria dei bimbi, ha infettato 12.743 persone nell’intera Unione. È abbastanza per inseguire grandi e piccini con l’ago?
La fissa per hub e siringhe pare rispondere a un programma preciso. Gli anni dell’austerità - praticata con diversa intensità dalle singole nazioni - hanno eroso la qualità dell’assistenza sanitaria pubblica. Il documento licenziato a Bruxelles precisa che bisognerà «assumere e mantenere personale in numero adeguato». Eppure, il sospetto è che si voglia devolvere il grosso delle risorse future, più che a ripristinare il «capitale umano» negli ospedali, a promuovere il modello delle terapie preventive. Il Covid insegna: cos’altro è un vaccino che non blocca il contagio di un virus, però limita i ricoveri? C’è aria di fregatura? Be’, sono le «riforme», bellezza. E non è detto che tutti le accettino di buon grado.
È a questo che serve l’altro pilastro dell’eurostrategia. Che un po’ sfrutta la persuasione, un po’ la propaganda, un po’ il controllo. Nasce così il suggerimento del Consiglio alla Commissione Ue: «Istituire un forum di esperti sull’esitazione vaccinale». Su questa falsariga, poi, s’innestano i richiami alla lotta alla disinformazione: dalla «sensibilizzazione» nelle scuole, alle «azioni rivolte ai media» e ai social network. Difficile non pensare alla censura preventiva che adottava Twitter. E la stampa? Dovrà fare lo spot per le vaccinazioni perenni? O potrà contestare i dogmi delle politiche sanitarie?
Il ruolo del digitale è forse il capitolo più oscuro. Intanto, c’è il nodo della condivisione dei dati. Secondo il Consiglio, si dovrebbero esplorare «le possibilità di superare gli ostacoli giuridici e tecnici all’interoperabilità dei sistemi (sub)nazionali di informazione sulle vaccinazioni». Meno privacy, in parole povere. Ma per ottenere che vantaggi? Per quale motivo concentrarsi sullo status vaccinale dei cittadini Ue? Un conto è che un romano incappi in un grave incidente a Parigi e che l’ospedale francese possa sapere, in tempo reale, qual è il suo gruppo sanguigno per le trasfusioni. Cosa importa, invece, se il paziente si è vaccinato contro il Covid o contro il morbillo? Nel percorso verso il fascicolo sanitario elettronico pienamente «interoperabile», dove starà il confine tra il servizio reso al malato e l’estrazione dei dati a scopi di sorveglianza? Ovvero, la schedatura del renitente?
Suona inquietante l’esortazione a «valutare il valore aggiunto di una versione digitale dei certificati di vaccinazione». Non a caso, la relazione redatta a Bruxelles annovera, «tra gli aspetti positivi» della pandemia, «la creazione del certificato Covid digitale dell’Ue, una tappa importante che ha definito uno standard globale nell’ambito delle misure di sanità pubblica per contenere la diffusione» del coronavirus. Il che è una balla sesquipedale: i codici a barre non hanno contenuto un bel niente. Si limitavano a certificare che chi li possedeva era al passo con le dosi prescritte, o era guarito dal Covid, senza garantire affatto, come promise Mario Draghi, di selezionare «persone che non sono contagiose». L’unica selezione è stata quella tra obbedienti e disobbedienti.
Perciò sconcerta il combinato tra il documento del Consiglio e il comunicato stampa sul vertice. Dove si faceva riferimento a strumenti, come appunto il green pass, «utili nel combattere le malattie prevenibili da vaccino». Se questo dev’essere lo «standard globale», in che direzione intende muoversi l’Europa? Gli adulti che rifiutassero le iniezioni per la difterite o il morbillo dovrebbero subire restrizioni alla libertà di viaggiare e di spostarsi? O, magari, peggio?
Non dimentichiamoci che la pistola è carica. Sì, oggi nessuno ha il dito sul grilletto. Ma ciò non significa che non si possa rimettere il colpo in canna. L’Ue ha prorogato la validità delle tesserine verdi fino a giugno 2023. Un decreto del governo Draghi, non abrogato dall’esecutivo di centrodestra, ha allungato al 2025 il periodo di validità dei Qr code. Il quadro è completo.
Nell’«era delle pandemie», la sola salvezza è identificata nel vaccino. Se le persone non sono tanto convinte, le si esorta sfruttando tv, giornali, scuola e Web. Intanto, si edifica un’infrastruttura informatica che è come un braccialetto elettronico immateriale: per chi proprio non si adegua, scatta la punizione. Ipotesi ardita? Roba da romanzo cyberpunk? Da regime cinese? Sarà. Citofonare Ursula von Jinping.






