La vendetta di Ursula ci fa male più dei dazi
Ursula von der Leyen (Getty Images)

La capa della Commissione vuole scatenare una guerra commerciale che finirà per danneggiarci. Fingendo di dimenticare le gravi colpe della Ue. E che le gabelle del primo mandato di Donald non ci hanno ferito, anzi.

Un rapporto del Parlamento europeo spiega che con una svalutazione dell’euro, accompagnata da una politica accomodante della Bce e senza eccessive ritorsioni doganali di Bruxelles nei confronti degli Stati Uniti, l’impatto dei dazi americani sulle economie europee non avrebbe conseguenze troppo pesanti. Ma invece di ascoltare gli esperti del suo stesso Parlamento, Ursula von der Leyen ha annunciato ieri di essere pronta a vendicarsi per le misure annunciate da Donald Trump. Certo, ci sono molti modi per reagire di fronte a una guerra commerciale. Si può tentare una mediazione, sedendosi intorno a un tavolo per negoziare i provvedimenti. Oppure si può replicare con disposizioni che facciano da deterrente. La decisione più sconsigliata, tuttavia, è parlare di vendetta. Quello dell’America non è un tradimento, così come il rapporto che lega l’Europa agli Stati Uniti non è un matrimonio, dove la parte che si sente abbandonata reagisce con odio, senza valutare le conseguenze di un contenzioso che può provocare danni a entrambi i duellanti.

Siamo nel pieno di un conflitto commerciale e il buon senso imporrebbe di affrontare la questione con una certa dose di sangue freddo e non con dichiarazioni incendiarie, soprattutto considerando che al di là dell’Atlantico c’è un tizio che quando si tratta di incendiare qualche cosa non si tira indietro. In altre parole, il muro contro muro, la minaccia di dazi europei in risposta ai dazi americani, rischia di innescare un meccanismo difficile da controllare. E a dirlo non è il governo italiano, che in questa faccenda si sta muovendo con molta cautela, ma sono gli analisti dello stesso Parlamento europeo che, a quanto pare, la presidente della Ue non intende ascoltare. In vista dei preannunciati dazi americani, il rapporto predisposto dal servizio studi di Bruxelles spiega che «uno scenario di guerra tariffaria potrebbe trasformare lo shock tariffario da una perturbazione dal lato della domanda (come nel caso delle tariffe asimmetriche imposte dagli Stati Uniti) in uno shock stagnativo, con un rallentamento simultaneo dell’attività economica nell’area dell’euro e delle pressioni inflazionistiche». Cioè, se si contrappongono misure protezionistiche ad altre misure protezionistiche, il pericolo è di dare il via a una stagnazione, con aumento dei prezzi e frenata del Pil. In altre parole, un suicidio e neppure assistito, visto che sarebbe l’Europa, anzi Ursula von der Leyen, a fare tutto da sola.

Qualcuno potrebbe obiettare che di fronte all’attacco di Donald Trump, il quale intende far pagare alla Ue ciò che non ha pagato per anni, non si può stare con le mani in mano. Ovvio, ma forse invece di reagire ai dazi americani creando dei dazi europei che rischiano di costarci più cari del previsto sarebbe utile capire come si può disinnescare la minaccia del presidente degli Stati Uniti.

Su questo giornale ne abbiamo scritto spesso. Sono anni che l’America si lamenta del surplus commerciale della Germania, ritenendo che grazie ai salari bassi, all’euro debole e al gas russo, Berlino si sia messa in tasca una cifra superiore ai mille miliardi di dollari, senza peraltro pagare la difesa da un possibile pericolo russo. Dopo decenni di lamentele inascoltate, ora gli Usa vanno allo scontro. Ma se la Ue reagisce come minaccia la presidente europea, a pagare il conto non saranno solo i tedeschi, ma anche noi, che dalla politica commerciale della Germania non abbiamo avuto benefici, bensì abbiamo subìto le conseguenze.

Qualcuno replica alle succitate considerazioni dicendo che se Berlino è colpita siamo direttamente toccati anche noi, perché la nostra bilancia commerciale pende da quelle parti, essendo fornitori di molte aziende tedesche. Vero, ma soltanto in parte, perché i dazi non incidono allo stesso modo e per tutti i settori. Prova ne sia che già in passato Trump impose tariffe doganali e il disastro di cui oggi parlano in tanti non ci fu. Nella sua prima presidenza l’export italiano, invece di diminuire per effetto dei provvedimenti sulle importazioni, aumentò. Dai 36,9 miliardi del 2016 si passò ai 42,4 del 2018, con un incremento di 5,5 miliardi. Il passato non conta? E allora guardate le previsioni di Prometeia, secondo cui le conseguenze sul nostro Pil saranno dello 0,1, massimo 0,2%. Un dato che però non tiene conto della minaccia di vendetta di Von der Leyen: la variabile impazzita.

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