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2025-03-05
Escort, coca e champagne Arrestati il «re della notte» e la figlia di Wanna Marchi
Davide Lacerenza e Stefania Nobile
È la cocaina, dieci grammi al giorno. «Ma ti rendi conto, ma possiamo continuare così Davide? Tanto da un momento all’altro arrivano, io me lo aspetto, cioè io non dormo, dormo mezz’ora mi sveglio, perché arrivano lo so, ma anche Jack me l’ha fatto capire. lo son già stata in galera, lui (Lacerenza, ndr) scherza e ride, ma lui non c’è stato, lui dopo due ore in galera si ammazza eh!». È il 10 maggio dello scorso anno quando Stefania Nobile, figlia di Wanna Marchi, si sfoga con Davide Ariganello, factotum del suo ex compagno Davide Lacerenza. Tutti insieme (a parte Wanna che aveva capito da tempo che qualcosa non andava) gestiscono la Gintoneria di Davide, locale in via Napo Torriani, vicino alla Stazione centrale di Milano, diventato famoso sui social network per le dirette a colpi di sciabolate di champagne, belle donne, Lamborghini, Ferrari e maratone d’alcol fino all’alba. Proprio quegli account su Instagram sono stati di grande aiuto per le forze dell’ordine, perché dalle immagini postate da Lacerenza (unite alle microspie) sono riusciti a ricostruire le serate e a individuare le persone che frequentavano il locale.
Il giro d’affari era ingente. Gli investigatori stanno lavorando sul tesoro che sarebbe stato nascosto all’estero, a quanto pare 80 milioni di euro che sarebbero stati trasferiti da Lacerenza in Albania. In pratica Stefania ci aveva visto bene, perché ieri le forze dell’ordine sono arrivate. E lei, l’ex compagno Davide e Ariganello sono finiti agli arresti domiciliari per autoriciclaggio, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e in aggiunta anche detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Tra le ragazze che si prostituivano c’era anche una minorenne, soprannominata «puzzola», che era stata male dopo una serata passata a «pippare» cocaina e bere champagne con Lacerenza. Quando la Nobile si sfoga con il collaboratore, le indagini della Guardia di finanza di Milano sono già incominciate da quasi quattro mesi. A farle scattare, ironia della sorte, non sono state solo le dichiarazioni di uno dei clienti spennati a colpi di cocaina-escort e champagne, ma anche un articolo del Corriere della Sera, a firma di Elvira Serra. Lo scorso anno, infatti, la cronista del quotidiano di via Solferino si era recata nel locale per fare un reportage che gli era stato richiesto dal vicedirettore, A.C., presumibilmente Aldo Cazzullo. Il retroscena emerge proprio da una telefonata tra Serra e Nobile. La prima le racconta che voleva dare un’occhiata al locale perché il figlio di un vicedirettore era passato al locale per bere un gin tonic con gli amici ed era rimasto entusiasta. Ne aveva parlato con il vicedirettore, che le avrebbe detto: «Vai a fare un salto». Del resto, tutti i cellulari degli indagati sono sotto controllo da almeno febbraio e il locale è pieno di microspie che intercettano tutto quello che accade all’interno, dalla sera alla mattina.
Il Jack a cui fa riferimento la figlia della Marchi altro non è che una persona che sembrerebbe, a detta degli investigatori, in forza alla polizia di Stato. Non è l’unico. La clientela del locale, infatti, non è composta solo da alcuni polli da spennare, come per esempio Luca Angelo S.S., che farà partire l’inchiesta e che tra il 2020 e il 2023 ha versato a Lacerenza 641.187 euro per una serata a pacchetto che comprendevano champagne, escort e stupefacenti. Intorno alla Gintoneria e alla Malmaison (locale attiguo ancora più esclusivo, dove poteva accedere solo chi fosse pronto a sborsare almeno 5.000 euro per il «pacchetto», cioè donne, champagne e cocaina) giravano diversi esponenti delle forze dell’ordine. C’era anche P.F., militare della Guardia di finanza, in forza alla polizia giudiziaria, che Lacerenza tiene in grande considerazione offrendogli prostitute anche gratuitamente, in cambio di favori in corso di accertamento: a quanto risulta alla Verità l’agente non è indagato ma andrà incontro a un procedimento disciplinare, tanto che ieri è già stato ascoltato dai vertici delle Fiamme gialle. In pratica, sia Nobile, sia Lacerenza, gli indagati, vantano amicizie strette tra le forze dell’ordine. Il dato, scrivono gli inquirenti, emerge non solo dall’ascolto delle conversazioni agli atti, ma risulta confermato anche da alcune testimonianze di ragazze che frequentavano il locale per prostituirsi, rimaste abbagliate dalle storie su Instagram di Lacerenza e quindi convinte di poterlo sfruttare come vetrina per farsi pubblicità. «Ho conosciuto persone nel corso delle mie frequentazioni in Gintoneria, qualificatesi come appartenenti a forze di polizia, ma non ne conosco i nomi. Ho visto una volta persone entrare in divisa, in un uniforme nera, che hanno bevuto un drink per poi andare via. In quella occasione, Lacerenza gli ha addirittura offerto della cocaina, ma loro hanno rifiutato», racconta per esempio C.N.N., che poi aggiunge. «Non sono stata pagata per le prestazioni rese e io ho accettato sapendo che più si è gentili con lui e più si conseguono vantaggi, tra cui cibo, alcol, corsie preferenziale per i clienti, conoscenze legali e nel mondo delle forze di polizia». Il prezzo delle serate andava dai 3.000 ai 10.000 euro, ma nel corso delle indagini sono stati trovati anche bonifici per pacchetti da 30.000 a 70.000 euro, compresi alcol e cocaina. Le escort venivano portate direttamente a casa del cliente. E capitava che ad Ariganello nella notte toccasse addirittura portare in giro il cane di chi pagava profumatamente queste prestazioni sessuali. Gli inquirenti stanno poi battendo la pista estera per capire dove venivano portati i soldi. Ci sono viaggi in Albania, Turchia, ma anche a Miami. È la cocaina, dieci grammi al giorno.
«Fallo pippare che è importante nella vita»
Davide Lacerenza sapeva di essere sotto indagine da mesi. Gli amici nelle forze dell’ordine glielo avevano detto. Ma ormai la cocaina gli aveva fatto perdere di vista quello che stava succedendo. Nelle carte ci sono giornate in cui si consumano anche 10, 20, persino 30 grammi in poco meno di 12 ore. Le forze dell’ordine, che lo avevano messo sotto indagine dallo scorso anno, avevano capito che la situazione era ormai fuori controllo. Tanto che, il 31 gennaio scorso, gli inquirenti evidenziano nell’ordinanza di custodia cautelare, come Lacerenza, «pur consapevole ormai che era in corso un’indagine nei suoi confronti, girava con Andrea Diprè un video (pubblicato su Youtube) che lo raffigurava all’interno della Gintoneria mentre consumava sostanze stupefacenti e si intratteneva con giovani donne». Insomma, non c’era più niente da nascondere. Realtà e finzione sui social non avevano più differenze.
Nelle 149 pagine di ordinanza - firmata dal gip Alessandra Di Fazio, su richiesta della pm Francesca Crupi con la procuratrice aggiunta Bruna Albertini - si scopre la vera vita di Lacerenza. L’ex compagno di Stefania Nobile passa le sue giornate a bestemmiare, cercando di organizzare serate con prostitute a base di alcol, cocaina, marijuana e hashish. La Nobile gestisce solo la contabilità del locale, non partecipa né allo spaccio né al giro di prostituzione, come ha precisato ieri l’avvocato Liborio Cataliotti, che difende anche Lacerenza. Fa tutto «Davidone», insieme con il factotum Davide Ariganello. Nelle intercettazioni si parla tanto di cocaina. «Tutte le puttane che stanno con me, o sono già drogate, pippano anche loro o le faccio iniziare a pippare io», racconta intercettato. «Fallo pippare che gli fa bene, la cocaina è importante nella vita oh», dice a un altro. Lacerenza non cena neppure. «Io ho pippato, questa mangia, io continuo a pippare». E come lui a drogarsi sono anche i clienti, tanto che una sera uno si sarebbe fatto «una riga da 20 centimetri». C’è di tutto. Si fornisce hashish, marijuana (la purple) e cocaina rosa, un mix tra ketamina e Mdma. Poi ci sono le ragazze. «Ma tu fai la escort?», chiede Lacerenza a un’amica che risponde entusiasta: «Sì! Siamo escort di lusso». E allora Davide ribadisce: «Scopi per soldi? Qua ne trovi tanti. Qua c’è un mondo! Brava eh, qua puoi trovare chi cazzo vuoi. Poi tu mi dici questa cosa che vuoi andare a 25 euro vai, vuoi andare a 1.000, 2.000 vai [...]». I due parlano anche di un’altra ragazza. «È troia?». «È lassù con il cliente adesso e guadagna 700 euro», le dice ancora Lacerenza. «Eh ma senza fare un cazzo, perché lui pippa e non gli tira il cazzo capito? A parlare, c’ha il cazzo piccolissimo. Non gli tira il cazzo, cioè 700 euro così. C’è la gente che lavora per un mese hai capito?». Risposta: «Ma se cioè ieri. Ieri per mezz’ora, per farmi annusare i piedi: 180 euro senza fare un cazzo...».
Una sera alla Gintoneria si presenta anche quello che viene definito il «sindaco ricco». Lacerenza ogni giorno telefona alle escort per offrirle ai clienti. Dopo aver scoperto che la sua preferita si trova in questura ad Ancona, ne contatta un’altra. «Amore dove sei, piccolina?». «A casa, devo venire?». «Quanto ci metti, che ho un cliente svizzero, che sta aprendo, ha preso 40.000 euro di bottiglie e subito pronto». «Ok amore, mi preparo veloce e arrivo mezz’oretta». Che la situazione fosse ormai fuori controllo, lo testimonia anche un’intercettazione tra Wanna Marchi e il figlio Maurizio. In pratica Lacerenza avrebbe offerto droga ed escort al proprietario dell’immobile dove ha sede la Gintoneria, che si era recato al locale. Dice la Marchi: «Ha fatto una roba terribile, dice che ha preso il proprietario dei muri e gli ha detto “Senti, vuoi una puttana? Vuoi della bamba? Vuoi darglielo in c...?”. Davanti a queste dell’agenzia». «Per me arriverà la polizia, li arresteranno tutti. Perché lui addirittura si porta dietro lo spacciatore». Dirà sempre la Wanna, una che di truffe se ne intende (celebre il suo motto «i coglioni vanno inculati»), che aveva capito che la situazione sarebbe degenerata in fretta. «Ma è quel Filippo Champagne lo spacciatore?», chiede Maurizio alla madre. «No, lui non si droga assolutamente: beve e basta».
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Autoriciclaggio, spaccio e un giro di prostitute (anche minorenni): queste le accuse per Davide Lacerenza e Stefania Nobile. Caccia a un tesoro da 80 milioni. Sospetti su alcuni agenti.Nelle intercettazioni la teleimbonitrice avvertiva: «È fuori controllo, qui arriva la polizia e lo mettono dentro».Lo speciale contiene due articoliÈ la cocaina, dieci grammi al giorno. «Ma ti rendi conto, ma possiamo continuare così Davide? Tanto da un momento all’altro arrivano, io me lo aspetto, cioè io non dormo, dormo mezz’ora mi sveglio, perché arrivano lo so, ma anche Jack me l’ha fatto capire. lo son già stata in galera, lui (Lacerenza, ndr) scherza e ride, ma lui non c’è stato, lui dopo due ore in galera si ammazza eh!». È il 10 maggio dello scorso anno quando Stefania Nobile, figlia di Wanna Marchi, si sfoga con Davide Ariganello, factotum del suo ex compagno Davide Lacerenza. Tutti insieme (a parte Wanna che aveva capito da tempo che qualcosa non andava) gestiscono la Gintoneria di Davide, locale in via Napo Torriani, vicino alla Stazione centrale di Milano, diventato famoso sui social network per le dirette a colpi di sciabolate di champagne, belle donne, Lamborghini, Ferrari e maratone d’alcol fino all’alba. Proprio quegli account su Instagram sono stati di grande aiuto per le forze dell’ordine, perché dalle immagini postate da Lacerenza (unite alle microspie) sono riusciti a ricostruire le serate e a individuare le persone che frequentavano il locale. Il giro d’affari era ingente. Gli investigatori stanno lavorando sul tesoro che sarebbe stato nascosto all’estero, a quanto pare 80 milioni di euro che sarebbero stati trasferiti da Lacerenza in Albania. In pratica Stefania ci aveva visto bene, perché ieri le forze dell’ordine sono arrivate. E lei, l’ex compagno Davide e Ariganello sono finiti agli arresti domiciliari per autoriciclaggio, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e in aggiunta anche detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Tra le ragazze che si prostituivano c’era anche una minorenne, soprannominata «puzzola», che era stata male dopo una serata passata a «pippare» cocaina e bere champagne con Lacerenza. Quando la Nobile si sfoga con il collaboratore, le indagini della Guardia di finanza di Milano sono già incominciate da quasi quattro mesi. A farle scattare, ironia della sorte, non sono state solo le dichiarazioni di uno dei clienti spennati a colpi di cocaina-escort e champagne, ma anche un articolo del Corriere della Sera, a firma di Elvira Serra. Lo scorso anno, infatti, la cronista del quotidiano di via Solferino si era recata nel locale per fare un reportage che gli era stato richiesto dal vicedirettore, A.C., presumibilmente Aldo Cazzullo. Il retroscena emerge proprio da una telefonata tra Serra e Nobile. La prima le racconta che voleva dare un’occhiata al locale perché il figlio di un vicedirettore era passato al locale per bere un gin tonic con gli amici ed era rimasto entusiasta. Ne aveva parlato con il vicedirettore, che le avrebbe detto: «Vai a fare un salto». Del resto, tutti i cellulari degli indagati sono sotto controllo da almeno febbraio e il locale è pieno di microspie che intercettano tutto quello che accade all’interno, dalla sera alla mattina. Il Jack a cui fa riferimento la figlia della Marchi altro non è che una persona che sembrerebbe, a detta degli investigatori, in forza alla polizia di Stato. Non è l’unico. La clientela del locale, infatti, non è composta solo da alcuni polli da spennare, come per esempio Luca Angelo S.S., che farà partire l’inchiesta e che tra il 2020 e il 2023 ha versato a Lacerenza 641.187 euro per una serata a pacchetto che comprendevano champagne, escort e stupefacenti. Intorno alla Gintoneria e alla Malmaison (locale attiguo ancora più esclusivo, dove poteva accedere solo chi fosse pronto a sborsare almeno 5.000 euro per il «pacchetto», cioè donne, champagne e cocaina) giravano diversi esponenti delle forze dell’ordine. C’era anche P.F., militare della Guardia di finanza, in forza alla polizia giudiziaria, che Lacerenza tiene in grande considerazione offrendogli prostitute anche gratuitamente, in cambio di favori in corso di accertamento: a quanto risulta alla Verità l’agente non è indagato ma andrà incontro a un procedimento disciplinare, tanto che ieri è già stato ascoltato dai vertici delle Fiamme gialle. In pratica, sia Nobile, sia Lacerenza, gli indagati, vantano amicizie strette tra le forze dell’ordine. Il dato, scrivono gli inquirenti, emerge non solo dall’ascolto delle conversazioni agli atti, ma risulta confermato anche da alcune testimonianze di ragazze che frequentavano il locale per prostituirsi, rimaste abbagliate dalle storie su Instagram di Lacerenza e quindi convinte di poterlo sfruttare come vetrina per farsi pubblicità. «Ho conosciuto persone nel corso delle mie frequentazioni in Gintoneria, qualificatesi come appartenenti a forze di polizia, ma non ne conosco i nomi. Ho visto una volta persone entrare in divisa, in un uniforme nera, che hanno bevuto un drink per poi andare via. In quella occasione, Lacerenza gli ha addirittura offerto della cocaina, ma loro hanno rifiutato», racconta per esempio C.N.N., che poi aggiunge. «Non sono stata pagata per le prestazioni rese e io ho accettato sapendo che più si è gentili con lui e più si conseguono vantaggi, tra cui cibo, alcol, corsie preferenziale per i clienti, conoscenze legali e nel mondo delle forze di polizia». Il prezzo delle serate andava dai 3.000 ai 10.000 euro, ma nel corso delle indagini sono stati trovati anche bonifici per pacchetti da 30.000 a 70.000 euro, compresi alcol e cocaina. Le escort venivano portate direttamente a casa del cliente. E capitava che ad Ariganello nella notte toccasse addirittura portare in giro il cane di chi pagava profumatamente queste prestazioni sessuali. Gli inquirenti stanno poi battendo la pista estera per capire dove venivano portati i soldi. Ci sono viaggi in Albania, Turchia, ma anche a Miami. È la cocaina, dieci grammi al giorno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/escort-coca-e-champagne-arrestati-il-re-della-notte-e-la-figlia-di-wanna-marchi-2671268617.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fallo-pippare-che-e-importante-nella-vita" data-post-id="2671268617" data-published-at="1741171343" data-use-pagination="False"> «Fallo pippare che è importante nella vita» Davide Lacerenza sapeva di essere sotto indagine da mesi. Gli amici nelle forze dell’ordine glielo avevano detto. Ma ormai la cocaina gli aveva fatto perdere di vista quello che stava succedendo. Nelle carte ci sono giornate in cui si consumano anche 10, 20, persino 30 grammi in poco meno di 12 ore. Le forze dell’ordine, che lo avevano messo sotto indagine dallo scorso anno, avevano capito che la situazione era ormai fuori controllo. Tanto che, il 31 gennaio scorso, gli inquirenti evidenziano nell’ordinanza di custodia cautelare, come Lacerenza, «pur consapevole ormai che era in corso un’indagine nei suoi confronti, girava con Andrea Diprè un video (pubblicato su Youtube) che lo raffigurava all’interno della Gintoneria mentre consumava sostanze stupefacenti e si intratteneva con giovani donne». Insomma, non c’era più niente da nascondere. Realtà e finzione sui social non avevano più differenze. Nelle 149 pagine di ordinanza - firmata dal gip Alessandra Di Fazio, su richiesta della pm Francesca Crupi con la procuratrice aggiunta Bruna Albertini - si scopre la vera vita di Lacerenza. L’ex compagno di Stefania Nobile passa le sue giornate a bestemmiare, cercando di organizzare serate con prostitute a base di alcol, cocaina, marijuana e hashish. La Nobile gestisce solo la contabilità del locale, non partecipa né allo spaccio né al giro di prostituzione, come ha precisato ieri l’avvocato Liborio Cataliotti, che difende anche Lacerenza. Fa tutto «Davidone», insieme con il factotum Davide Ariganello. Nelle intercettazioni si parla tanto di cocaina. «Tutte le puttane che stanno con me, o sono già drogate, pippano anche loro o le faccio iniziare a pippare io», racconta intercettato. «Fallo pippare che gli fa bene, la cocaina è importante nella vita oh», dice a un altro. Lacerenza non cena neppure. «Io ho pippato, questa mangia, io continuo a pippare». E come lui a drogarsi sono anche i clienti, tanto che una sera uno si sarebbe fatto «una riga da 20 centimetri». C’è di tutto. Si fornisce hashish, marijuana (la purple) e cocaina rosa, un mix tra ketamina e Mdma. Poi ci sono le ragazze. «Ma tu fai la escort?», chiede Lacerenza a un’amica che risponde entusiasta: «Sì! Siamo escort di lusso». E allora Davide ribadisce: «Scopi per soldi? Qua ne trovi tanti. Qua c’è un mondo! Brava eh, qua puoi trovare chi cazzo vuoi. Poi tu mi dici questa cosa che vuoi andare a 25 euro vai, vuoi andare a 1.000, 2.000 vai [...]». I due parlano anche di un’altra ragazza. «È troia?». «È lassù con il cliente adesso e guadagna 700 euro», le dice ancora Lacerenza. «Eh ma senza fare un cazzo, perché lui pippa e non gli tira il cazzo capito? A parlare, c’ha il cazzo piccolissimo. Non gli tira il cazzo, cioè 700 euro così. C’è la gente che lavora per un mese hai capito?». Risposta: «Ma se cioè ieri. Ieri per mezz’ora, per farmi annusare i piedi: 180 euro senza fare un cazzo...». Una sera alla Gintoneria si presenta anche quello che viene definito il «sindaco ricco». Lacerenza ogni giorno telefona alle escort per offrirle ai clienti. Dopo aver scoperto che la sua preferita si trova in questura ad Ancona, ne contatta un’altra. «Amore dove sei, piccolina?». «A casa, devo venire?». «Quanto ci metti, che ho un cliente svizzero, che sta aprendo, ha preso 40.000 euro di bottiglie e subito pronto». «Ok amore, mi preparo veloce e arrivo mezz’oretta». Che la situazione fosse ormai fuori controllo, lo testimonia anche un’intercettazione tra Wanna Marchi e il figlio Maurizio. In pratica Lacerenza avrebbe offerto droga ed escort al proprietario dell’immobile dove ha sede la Gintoneria, che si era recato al locale. Dice la Marchi: «Ha fatto una roba terribile, dice che ha preso il proprietario dei muri e gli ha detto “Senti, vuoi una puttana? Vuoi della bamba? Vuoi darglielo in c...?”. Davanti a queste dell’agenzia». «Per me arriverà la polizia, li arresteranno tutti. Perché lui addirittura si porta dietro lo spacciatore». Dirà sempre la Wanna, una che di truffe se ne intende (celebre il suo motto «i coglioni vanno inculati»), che aveva capito che la situazione sarebbe degenerata in fretta. «Ma è quel Filippo Champagne lo spacciatore?», chiede Maurizio alla madre. «No, lui non si droga assolutamente: beve e basta».
Elly Schlein, Maurizio Landini e Nicola Fratoianni durante la manifestazione organizzata dalla Cgil per le strade di Amendolara marina dopo l'omicidio di 4 braccianti - tre afghani e un pachistano - avvenuto lunedì scorso (Ansa)
Pakistane e afghane le vittime, pakistani i caporali (meglio dire gli assassini), italianissime le code di paglia che reggono lo striscione del giorno: «Mai più. Chi reclama i propri diritti non può finire così».
Giusto, ci mancherebbe. Ma sarà il ventesimo «mai più» dell’ultimo decennio, dai tempi del ministro e sottosegretario Teresa Bellanova (governi Renzi e Conte 2) e Nunzia Catalfo (governo Conte 2) che dicevano: «Il contrasto al caporalato è una priorità sociale». La rete criminale non è invisibile, è qualcosa di evidente e squallido, è uno schiaffo quotidiano alla dignità del lavoro e non può diventare - con la magia di un transformer - «indignazione» e «manifestazione» solo in presenza dei cadaveri. Con il rischio scontato di ammainare le coscienze una volta ammainate le bandiere.
Quelle rosse sventolano attorno a Landini, Schlein, Nicola Fratoianni (Avs), Pasquale Tridico in rappresentanza del Movimento 5 stelle, con il consueto contorno di associazioni come Libera e Anpi. Non manca nessuno, a sinistra si marcano a uomo. E il campo largo è senza dubbio più comodo di un campo di fragole e di ortaggi a tre euro in nero all’ora. «I lavoratori invisibili, le braccia nei campi dietro le quali si sostiene la nostra agricoltura, necessitano di rispetto e dignità, non di ferocia e barbarie», tuona Landini come se fosse arrivato da Marte. E ancora: «Serve una rivolta morale»
Dov’era fino a ieri il segretario della Cgil, vale a dire il più importante difensore dei lavoratori? A occuparsi di pro Pal, di diritti Lgbtq+, di droni russi; a organizzare «la rivolta sociale» contro il governo, a dare a Giorgia Meloni della «cortigiana di Trump» in Tv. Per questo, pronunciate alla stazione di servizio Ip (luogo della strage) davanti ai 5.000 fedelissimi calati su Amendolara, le sue parole stridono. Lui si chiama fuori: «Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema». Dicano, gli altri. Sembra che la cosa non lo riguardi.
Ad ascoltarlo in prima fila c’è Elly Schlein, segretaria di un partito che nei dieci anni al governo non ha fatto nulla per arginare il fenomeno, se non moltiplicarlo con i porti aperti e l’accoglienza diffusa, autentiche fabbriche di disperati destinati alla schiavitù del lavoro clandestino. Lady Pd punta direttamente sulle aziende: «Non si può solo parlare di caporalato ma di padronato. Allora bisogna prevedere il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime del caporalato». Qualcuno dovrebbe spiegarle che alcune inchieste sono arrivate fino alle cooperative, alle società di accoglienza, a opache associazioni-carrozzone specializzate nel drenare fondi pubblici, a chi campa sul business del migrante. Il dramma riguarda tutti, anche chi ha aperto le porte del Parlamento ad Aboubakar Soumahoro con gli stivali infangati e le Vuitton della moglie.
Non basta. Bisogna allargare l’orizzonte a livello nazionale per vedere i danni del grande abbraccio all’immigrazione voluto dalla sinistra con la benedizione della Chiesa. Landini, Schlein, Fratoianni, Conte: quando la maestra spiegava la legge di «causa ed effetto» avevano tutti la varicella. Importare disperati senza regole e fingere di non vedere che sono destinati alla schiavitù 2.0 è colpevole. Chi è fortunato finisce per pedalare sulle rotaie del tram a Milano con la borsa frigo sulla schiena per portare gli «udon con verdure e gamberi» ai fighetti radical che si puliscono la coscienza col «restiamo umani». Chi è meno fortunato viene intruppato nei maranza. Chi non ha neppure la forza di delinquere si ferma a raccogliere arance e ortaggi a tre euro al giorno, sempre che il caporale pakistano sia di buon umore.
Nessuno può impartire lezioni ad Amendolara, neppure nel giorno del lutto. Forse l’unico è don Giacomo Panizza che da anni con «Progetto Sud» si impegna a umanizzare il lavoro nella piana di Sibari. E oggi dice: «La manifestazione non basta. C’è bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento. La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima? Una strage non nasce il giorno della strage».
«Basta morti e clandestinità», scandiscono i manifestanti. Slogan, solo vecchi slogan senza vergogna. Come «Abbraccia un cinese» prima della strage pandemica, come «abbraccia una nutria» prima della devastante alluvione in Emilia Romagna. Senza dimenticare un dettaglio: il progressista immacolato che oggi piange le quattro vittime arrivate dal mare, un mese fa ha applaudito alla grazia del Quirinale allo scafista Alaa Faraj, condannato a 30 anni per la morte di 49 persone trovate morte nella stiva. Il solito corto circuito dei buoni per decreto, che non s’accorgono di camminare - senza gli stivali di Soumahoro - dentro la palude.
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Ansa
La vittima, dopo una lite avvenuta circa mezz’ora prima, è stata colpita con coltelli o cocci di bottiglia almeno una trentina di volte. Lo si legge nel decreto di fermo emesso nei confronti di uno degli indagati, un giovane peruviano, dal pm Elio Ramondini che coordina le indagini sul delitto. Il decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura riguarda anche un secondo indagato, un ventunenne argentino, che al momento risulta irreperibile. Sono in corso le ricerche della polizia per rintracciarlo. Dalle prime informazioni la persona ricercata si troverebbe all’estero. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni.
Tra gli indagati c’è anche un giovare trapper, che è stato riconosciuto da alcuni testimoni che si trovavano alla stazione Milano Certosa la sera dell’omicidio. Si tratta di Oma Jair Rey Cordova, 20 anni, popolare sui social come Reyomar su Tiktok e Yo-Rey su Instagram oppure come Reystreetbandana con oltre 10.000 follower. Il ragazzo, raccontano i video delle telecamere, è stato ripreso oltre che notato da persone che hanno assistito in parte all’aggressione.
Dopo un diverbio con la vittima, suo fratello e un amico avvenuto alle 21.50 nel sottopasso e fuori dalla stazione, i 17 complici, che si definivano appartenenti ai Latin King, nome che evoca le gang sudamericane che controllano interi pezzi delle periferie degradate delle metropoli americane, avrebbero messo in atto una «azione preordinata dell’intero gruppo», muovendosi «in modo unitario e compatto».
Secondo la ricostruzione della Procura, che come detto contesta la premeditazione, il gruppo degli aggressori, dopo aver rincorso la vittima, il fratello e un amico «urlando in lingua spagnola “fermatevi, figli di puttana, stronzi”», ha iniziato a lanciare «sassi, bottiglie e coltelli» facendo cadere a terra il ventiduenne, sul quale si sono accaniti «accoltellandolo circa una trentina di volte». Successivamente il giovane ucciso sarebbe stato trascinato e scaraventato «nell’intercapedine esistente tra la sponda dei binari ferroviari e la parete di cinta della stazione ferroviaria».
Lo scenario ricostruito dagli inquirenti si basa il larga misura sulla testimonianza del fratello della vittima il quale dal «suo nascondiglio, attratto dalle urla del fratello aggredito, vedeva a pochi metri di distanza che il gruppo aveva raggiunto» Gianluca «facendolo cadere in avanti e circondandolo, colpendolo con pietre, coltelli e cocci di bottiglie, e dopo che si era girato dalla posizione prona a quella supina, attingendolo ulteriormente con fendenti al tronco ed agli arti superiori e inferiori e, alla fine dell’aggressione, trascinandolo per alcuni metri per buttarlo all’interno di una stretta e profonda intercapedine».
Inquirenti e investigatori stanno cercando di far luce sui motivi che hanno scatenato la furia omicida. Il dato da cui partono è il fatto che durante il diverbio tra due gruppi, gli aggressori, come detto, si sarebbero accreditati come componenti dei Latin King. Sulla loro appartenenza alla pandillas sono in corso approfondimenti.
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Il punto è che da anni, sistematicamente, si cerca di mettere in croce quello che Pascal Bruckner ha definito «il colpevole quasi perfetto», ovvero l’uomo bianco. Apprendiamo dai giornali inglesi che la polizia dell’Hampshire e dell’Isola di Wight - cioè quella di cui fanno parte gli agenti che hanno fermando Nowak - ha costretto il personale a seguire corsi di formazione sulla cosiddetta «diversità». Il programma obbligatorio dedicato a «uguaglianza e inclusione» è costato complessivamente 861.737 sterline in tre anni. Vi hanno partecipato 6.250 membri del corpo di polizia dell’Hampshire, che sono stati allenati a a riconoscere il razzismo, a combattere i pregiudizi (compresi quelli «inconsci») e a riconoscere i «privilegi» in base alla nota «teoria critica della razza». Questo è esattamente il problema: le idee infettive sulla colpevolezza occidentale, sul «razzismo sistemico» e il «privilegio bianco» vengono alimentate da decenni e negli ultimi anni hanno raggiunto un livello micidiale di diffusione. All’inizio erano presenti soltanto nelle università, poi ne sono strisciate fuori e hanno invaso i media, l’industria dell’intrattenimento, i social network, le strutture pubbliche. E si potrebbe pensare che queste storture siano soltanto statunitensi e anglosassoni, ma non è esattamente così. È certamente vero che in Italia il fenomeno woke non ha attecchito come altrove. Ma comunque è arrivato e si è saldato con la già nota e antica pretesa di superiorità morale e antropologica della sinistra, oltre che all’atavica ossessione per il «fascismo eterno». In più, negli ambienti accademici e a livello mediatico, anche le temibili teorie critiche della razza si manifestano da un po’ e contagiano anche il discorso progressista dominante sui social network.
Un piccolo ma efficace esempio lo offre in questi giorni la prestigiosa Fondazione Feltrinelli, tempietto della cultura progressista, tramite la newsletter Pubblico, una rivista online che ospita interventi di intellettuali anche molto noti. L’ultimo numero è dedicato proprio al razzismo e l’editoriale sul tema è affidato a Djarah Kan, scrittrice italo-ghanese, nata in Italia e cresciuta a Castel Volturno (terra nota per le tensioni feroci anche a sfondo etnico). Ebbene, la tesi dell’autrice in questione è che «siamo ancora razzisti». Lo siamo noi italiani, e lo dimostra il fatto che a Taranto è stato ucciso da un gruppo di adolescenti italiani l’operaio agricolo straniero Bakary Sako. Chiaro: in questo caso non valgono le spiegazioni sociologiche sul disagio, l’adolescenza problematica e il malessere sociale. Qui è chiaramente razzismo, perché appunto gli aggressori sono bianchi. E va bene. Il problema vero sorge quando la Kan si mette a parlare di Salim El Koudry, lo stragista di Modena. «L’aggressore è italiano ma le sue origini contano - forse - più delle sue azioni scellerate», spiega la scrittrice. «L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica». La responsabilità dell’omicidio di Taranto di chi è? Forse di un gruppo di giovani criminali razzisti? No, di tutta la destra, di tutti gli italiani. Quell’atto omicida deriva «da anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. [...] Quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico». A parte che a definire gli immigrati risorse non è certo stata la destra, è curioso notare come la responsabilità di un omicidio venga attribuita al contesto soltanto se serve a dimostrare la crudeltà degli italiani bianchi. Sul caso di Modena, ovviamente, il contesto non si può richiamare. Il problema è uno e uno soltanto: la pelle bianca. «Il razzismo, a oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica», dice Kan. «Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie. La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico».
Ed eccoci finalmente al nodo centrale: la bianchezza. Causa di ogni male, ricettacolo di ogni orrore. Gli stranieri che commettono omicidi, stupri e reati non contano: anzi anche loro sono vittime in qualche modo del razzismo sistemico. Si comincia così, dalla critica della bianchezza. E si finisce a lasciare morire un ragazzo bianco che sputa sangue proprio perché, in quanto bianco, è da considerarsi esponente del male assoluto.
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