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2020-02-29
Erdogan spinge i profughi verso l’Europa
(Ansa, Epa)
Recep Tayyip Erdogan torna a spaventare l'Europa. Nel mezzo delle tensioni che stanno sconvolgendo nelle ultime ore i rapporti tra Turchia e Russia, il Sultano ha permesso ai rifugiati siriani di dirigersi verso il Vecchio Continente. «Abbiamo deciso, con effetto immediato, di non impedire ai rifugiati siriani di raggiungere l'Europa via terra o via mare», ha riferito alla Reuters un alto funzionario turco, che ha preferito restare anonimo. La Bulgaria si è detta pronta ad inviare mille soldati alla frontiera, mentre la Grecia ha già bloccato centinaia di migranti. In particolare, Atene ha dichiarato che «non saranno tollerati arrivi illegali». La mossa di Ankara è arrivata dopo il bombardamento che le forze siriane hanno effettuato giovedì, uccidendo 33 soldati turchi, nell'area di Idlib: l'ultima roccaforte dei ribelli anti Assad, spalleggiati da Erdogan. Il Sultano ha quindi nei fatti sconfessato l'accordo stipulato nel 2016 con Bruxelles: un'intesa con cui, in cambio di sei miliardi di euro, si impegnava a bloccare i flussi dei profughi siriani diretti verso l'Unione europea. Un'intesa, ricordiamolo, che Erdogan ha spesso usato in questi anni come una vera e propria arma di ricatto verso il Vecchio Continente: non dimentichiamo che, lo scorso autunno, nel pieno della crisi nel Nordest siriano, il Sultano arrivò a minacciare di «aprire i cancelli», come reazione alle (deboli) critiche che gli erano piovute addosso da alcune cancellerie europee.
Con la mossa di ieri, Erdogan punta quindi a conseguire due obiettivi complementari. In primo luogo, il presidente turco si sta trovando ad affrontare un serio grattacapo in termini di politica interna. Non dimentichiamo che, dall'inizio del conflitto in Siria, la Turchia ospiti sul proprio territorio circa 3,7 milioni di rifugiati: un fattore che ha determinato non poche tensioni sociali in loco, con un crescente malcontento nei confronti del Sultano. A questo bisogna poi aggiungere che, dallo scorso dicembre, un ulteriore milione di profughi siriani si sia ammassato al confine con la Turchia. La pressione sta quindi crescendo e rischia di farsi insostenibile. Non a caso, ieri pomeriggio il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, ha significativamente affermato: «In seguito alla crisi in atto a Idlib tutti i confini sono sovraffollati. A questo punto sta alla comunità internazionale intervenire con passi concreti per fermare la crisi in atto a Idlib e in Siria». Una posizione che, poche ore prima, aveva espresso lo stesso ministero degli Esteri turco. Per Erdogan si tratta quindi di una questione delicata, perché chiama direttamente in causa dinamiche di stabilità interna. Il Sultano ha sempre cercare di creare delle aree in territorio siriano, da utilizzare per alleggerire il peso dei profughi ospitati: l'obiettivo dell'operazione militare «Primavera di Pace», attuata lo scorso autunno nel Nordest del Paese, era infatti quello di scacciare i curdi dall'area e rimpiazzarli con i profughi siriani. Il punto è che le finalità del presidente turco appaiono sempre più frustrate dalla campagna di riconquista, messa in atto da Bashar al-Assad (con il benestare del Cremlino).
In secondo luogo, è chiaro che, con questa mossa, Erdogan voglia anche mettere ulteriormente sotto pressione l'Unione europea: quell'Unione europea con cui non intrattiene rapporti particolarmente sereni su un gran numero di questioni (si pensi soltanto al dossier libico). Non è del resto escludibile che il Sultano voglia aumentare il suo potere contrattuale, magari proprio per rinegoziare l'accordo stipulato quattro anni fa con Bruxelles. La situazione che si è venuta a creare ieri ricorda, d'altronde, la crisi migratoria che si sviluppò nel 2015, quando oltre un milione di profughi raggiunse l'Europa occidentale, passando attraverso la Turchia e i Balcani. Se la situazione è preoccupante per l'Unione europea, risulta addirittura pessima per l'Italia. Non dimentichiamo che, soprattutto negli ultimi mesi, il ruolo di Ankara si sia progressivamente rafforzato in Libia. E che il nostro (sempre più teorico) alleato in loco, il premier libico Fayez al Serraj, si sia ormai stabilmente posto sotto l'egida turca. Il governo di Tripoli è quindi definitivamente caduto nelle mani di Erdogan: quell'Erdogan a cui nessuno può adesso impedire di ricattare l'Italia con i flussi migratori provenienti da Sud.
A Idlib Ankara risponde a Damasco. Così Mosca tiene tutti sotto scacco
Alta tensione tra Damasco e Ankara. Giovedì scorso, le forze siriane hanno effettuato un bombardamento nell'area di Idlib, roccaforte dei ribelli anti Assad. Nel corso dell'operazione, 33 soldati turchi sono stati uccisi. Ankara, per tutta risposta, ha attuato una rappresaglia, «neutralizzando» 329 militari siriani e colpendo 200 obiettivi nemici.
La fibrillazione resta quindi alle stelle. E la questione rischia di produrre significative ripercussioni nei rapporti tra Turchia e Russia. Non dimentichiamo infatti che il presidente siriano, Bashar al-Assad, sia nei fatti spalleggiato da Mosca nel suo intento di riconquistare Idlib: un'area, in cui le forze ostili a Damasco possono invece contare sul sostegno di Erdogan. Alla luce di tutto questo, si capisce come il rischio sia quello di uno scontro tra Russia e Turchia. Uno scontro per ora tuttavia soltanto ipotetico, visto che Ankara è stata la prima a cercare di gettare acqua sul fuoco. I turchi si sono infatti limitati ad accusare i siriani, preferendo non tirare in ballo direttamente i russi. Tutto questo, mentre anche dal Cremlino si è evitato di ricorrere alla voce grossa. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato che «i soldati turchi, essendo in unità di combattimento di gruppi terroristici, sono stati presi di mira dai soldati siriani», aggiungendo che le truppe turche «non avrebbero dovuto essere lì». Tutto questo, mentre Erdogan e Vladimir Putin hanno avuto ieri un colloquio telefonico relativamente cordiale sulla questione.
Non è del resto un mistero che Idlib costituisca un nodo significativo nelle relazioni tra i due leader. È dai tempi dell'operazione militare «Primavera di Pace» che la questione è tornata significativamente sul tavolo, mentre nelle scorse settimane si era addirittura pensato a una sorta di accordo sottobanco: accordo in virtù del quale Erdogan avrebbe lasciato la roccaforte ad Assad, ottenendo – in cambio – mano libera in Libia dalla Russia. Come che sia, è abbastanza improbabile ritenere che non ci fosse lo zampino di Mosca dietro il raid siriano di giovedì. Non è quindi affatto escludibile che la crisi sia stata provocata apposta da Putin, per mettere sotto pressione il Sultano. Il presidente russo è infatti fermamente deciso a sostenere Assad nella ricostituzione della Siria: scacchiere che, differentemente dalla Libia, lo Zar considera fondamentale per Mosca (soprattutto in termini di influenza nell'area mediorientale). Del resto, appena due settimane fa, il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, aveva accusato Ankara di non aver rispettato gli accordi di Sochi, che prevedevano la neutralizzazione dei gruppi terroristici stanziati a Idlib.
In tal senso, il leader russo potrebbe aver giocato su due binari. Da una parte, potrebbe aver fatto leva sull'instabilità interna della Turchia, causata dall'ingente presenza di profughi siriani: un problema che, dopo il bombardamento di Idlib, si è guarda caso aggravato. Dall'altra, potrebbe aver cercato di mettere Erdogan all'angolo sul piano internazionale. È vero che, sulla carta, un peggioramento dei rapporti con Mosca spingerebbe il Sultano nuovamente verso l'orbita statunitense. Non bisogna tuttavia dimenticare che, almeno dal 2017, Ankara si sia sempre più legata alla Russia, in termini economici, militari e diplomatici. Senza poi trascurare che probabilmente Putin scommetta moltissimo sullo scarso interesse, mostrato da Washington verso lo scacchiere siriano. Per quanto il Dipartimento di Stato americano abbia espresso ieri pieno sostegno alla Turchia contro Assad, ha tuttavia anche negato che vi sia una soluzione militare per il conflitto, scaricando infine l'intera questione sulle Nazione Unite. Anche nella telefonata intercorsa ieri tra Erdogan e Donald Trump sembra si sia principalmente parlato dei problemi legati alla crisi umanitaria e ben poco di mosse geopolitiche. Insomma, il Sultano potrebbe essersi avvicinato troppo a Mosca. E non si può adesso escludere che Putin stia facendo valere il proprio peso, per fiaccare definitivamente la sua presenza in Siria.
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Si riaccende la guerra in Siria e la Turchia «apre le porte» ai migranti. La Bulgaria invia mille soldati al confine e la Grecia ne ferma centinaia. Ancora una volta, Recep Tayyip Erdogan sconfessa gli accordi con Bruxelles, per cui prese 6 miliardi, e «ricatta» l'Ue.A Idlib Ankara risponde a Damasco. Così Mosca tiene tutti sotto scacco. Vladimir Putin spinge Bashar al-Assad a intervenire per riconquistare la regione mentre tratta col Sultano.Lo speciale comprende due articoli. Recep Tayyip Erdogan torna a spaventare l'Europa. Nel mezzo delle tensioni che stanno sconvolgendo nelle ultime ore i rapporti tra Turchia e Russia, il Sultano ha permesso ai rifugiati siriani di dirigersi verso il Vecchio Continente. «Abbiamo deciso, con effetto immediato, di non impedire ai rifugiati siriani di raggiungere l'Europa via terra o via mare», ha riferito alla Reuters un alto funzionario turco, che ha preferito restare anonimo. La Bulgaria si è detta pronta ad inviare mille soldati alla frontiera, mentre la Grecia ha già bloccato centinaia di migranti. In particolare, Atene ha dichiarato che «non saranno tollerati arrivi illegali». La mossa di Ankara è arrivata dopo il bombardamento che le forze siriane hanno effettuato giovedì, uccidendo 33 soldati turchi, nell'area di Idlib: l'ultima roccaforte dei ribelli anti Assad, spalleggiati da Erdogan. Il Sultano ha quindi nei fatti sconfessato l'accordo stipulato nel 2016 con Bruxelles: un'intesa con cui, in cambio di sei miliardi di euro, si impegnava a bloccare i flussi dei profughi siriani diretti verso l'Unione europea. Un'intesa, ricordiamolo, che Erdogan ha spesso usato in questi anni come una vera e propria arma di ricatto verso il Vecchio Continente: non dimentichiamo che, lo scorso autunno, nel pieno della crisi nel Nordest siriano, il Sultano arrivò a minacciare di «aprire i cancelli», come reazione alle (deboli) critiche che gli erano piovute addosso da alcune cancellerie europee. Con la mossa di ieri, Erdogan punta quindi a conseguire due obiettivi complementari. In primo luogo, il presidente turco si sta trovando ad affrontare un serio grattacapo in termini di politica interna. Non dimentichiamo che, dall'inizio del conflitto in Siria, la Turchia ospiti sul proprio territorio circa 3,7 milioni di rifugiati: un fattore che ha determinato non poche tensioni sociali in loco, con un crescente malcontento nei confronti del Sultano. A questo bisogna poi aggiungere che, dallo scorso dicembre, un ulteriore milione di profughi siriani si sia ammassato al confine con la Turchia. La pressione sta quindi crescendo e rischia di farsi insostenibile. Non a caso, ieri pomeriggio il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, ha significativamente affermato: «In seguito alla crisi in atto a Idlib tutti i confini sono sovraffollati. A questo punto sta alla comunità internazionale intervenire con passi concreti per fermare la crisi in atto a Idlib e in Siria». Una posizione che, poche ore prima, aveva espresso lo stesso ministero degli Esteri turco. Per Erdogan si tratta quindi di una questione delicata, perché chiama direttamente in causa dinamiche di stabilità interna. Il Sultano ha sempre cercare di creare delle aree in territorio siriano, da utilizzare per alleggerire il peso dei profughi ospitati: l'obiettivo dell'operazione militare «Primavera di Pace», attuata lo scorso autunno nel Nordest del Paese, era infatti quello di scacciare i curdi dall'area e rimpiazzarli con i profughi siriani. Il punto è che le finalità del presidente turco appaiono sempre più frustrate dalla campagna di riconquista, messa in atto da Bashar al-Assad (con il benestare del Cremlino).In secondo luogo, è chiaro che, con questa mossa, Erdogan voglia anche mettere ulteriormente sotto pressione l'Unione europea: quell'Unione europea con cui non intrattiene rapporti particolarmente sereni su un gran numero di questioni (si pensi soltanto al dossier libico). Non è del resto escludibile che il Sultano voglia aumentare il suo potere contrattuale, magari proprio per rinegoziare l'accordo stipulato quattro anni fa con Bruxelles. La situazione che si è venuta a creare ieri ricorda, d'altronde, la crisi migratoria che si sviluppò nel 2015, quando oltre un milione di profughi raggiunse l'Europa occidentale, passando attraverso la Turchia e i Balcani. Se la situazione è preoccupante per l'Unione europea, risulta addirittura pessima per l'Italia. Non dimentichiamo che, soprattutto negli ultimi mesi, il ruolo di Ankara si sia progressivamente rafforzato in Libia. E che il nostro (sempre più teorico) alleato in loco, il premier libico Fayez al Serraj, si sia ormai stabilmente posto sotto l'egida turca. Il governo di Tripoli è quindi definitivamente caduto nelle mani di Erdogan: quell'Erdogan a cui nessuno può adesso impedire di ricattare l'Italia con i flussi migratori provenienti da Sud.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/erdogan-spinge-i-profughi-verso-leuropa-2645330546.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-idlib-ankara-risponde-a-damasco-cosi-mosca-tiene-tutti-sotto-scacco" data-post-id="2645330546" data-published-at="1774469154" data-use-pagination="False"> A Idlib Ankara risponde a Damasco. Così Mosca tiene tutti sotto scacco Alta tensione tra Damasco e Ankara. Giovedì scorso, le forze siriane hanno effettuato un bombardamento nell'area di Idlib, roccaforte dei ribelli anti Assad. Nel corso dell'operazione, 33 soldati turchi sono stati uccisi. Ankara, per tutta risposta, ha attuato una rappresaglia, «neutralizzando» 329 militari siriani e colpendo 200 obiettivi nemici. La fibrillazione resta quindi alle stelle. E la questione rischia di produrre significative ripercussioni nei rapporti tra Turchia e Russia. Non dimentichiamo infatti che il presidente siriano, Bashar al-Assad, sia nei fatti spalleggiato da Mosca nel suo intento di riconquistare Idlib: un'area, in cui le forze ostili a Damasco possono invece contare sul sostegno di Erdogan. Alla luce di tutto questo, si capisce come il rischio sia quello di uno scontro tra Russia e Turchia. Uno scontro per ora tuttavia soltanto ipotetico, visto che Ankara è stata la prima a cercare di gettare acqua sul fuoco. I turchi si sono infatti limitati ad accusare i siriani, preferendo non tirare in ballo direttamente i russi. Tutto questo, mentre anche dal Cremlino si è evitato di ricorrere alla voce grossa. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato che «i soldati turchi, essendo in unità di combattimento di gruppi terroristici, sono stati presi di mira dai soldati siriani», aggiungendo che le truppe turche «non avrebbero dovuto essere lì». Tutto questo, mentre Erdogan e Vladimir Putin hanno avuto ieri un colloquio telefonico relativamente cordiale sulla questione. Non è del resto un mistero che Idlib costituisca un nodo significativo nelle relazioni tra i due leader. È dai tempi dell'operazione militare «Primavera di Pace» che la questione è tornata significativamente sul tavolo, mentre nelle scorse settimane si era addirittura pensato a una sorta di accordo sottobanco: accordo in virtù del quale Erdogan avrebbe lasciato la roccaforte ad Assad, ottenendo – in cambio – mano libera in Libia dalla Russia. Come che sia, è abbastanza improbabile ritenere che non ci fosse lo zampino di Mosca dietro il raid siriano di giovedì. Non è quindi affatto escludibile che la crisi sia stata provocata apposta da Putin, per mettere sotto pressione il Sultano. Il presidente russo è infatti fermamente deciso a sostenere Assad nella ricostituzione della Siria: scacchiere che, differentemente dalla Libia, lo Zar considera fondamentale per Mosca (soprattutto in termini di influenza nell'area mediorientale). Del resto, appena due settimane fa, il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, aveva accusato Ankara di non aver rispettato gli accordi di Sochi, che prevedevano la neutralizzazione dei gruppi terroristici stanziati a Idlib. In tal senso, il leader russo potrebbe aver giocato su due binari. Da una parte, potrebbe aver fatto leva sull'instabilità interna della Turchia, causata dall'ingente presenza di profughi siriani: un problema che, dopo il bombardamento di Idlib, si è guarda caso aggravato. Dall'altra, potrebbe aver cercato di mettere Erdogan all'angolo sul piano internazionale. È vero che, sulla carta, un peggioramento dei rapporti con Mosca spingerebbe il Sultano nuovamente verso l'orbita statunitense. Non bisogna tuttavia dimenticare che, almeno dal 2017, Ankara si sia sempre più legata alla Russia, in termini economici, militari e diplomatici. Senza poi trascurare che probabilmente Putin scommetta moltissimo sullo scarso interesse, mostrato da Washington verso lo scacchiere siriano. Per quanto il Dipartimento di Stato americano abbia espresso ieri pieno sostegno alla Turchia contro Assad, ha tuttavia anche negato che vi sia una soluzione militare per il conflitto, scaricando infine l'intera questione sulle Nazione Unite. Anche nella telefonata intercorsa ieri tra Erdogan e Donald Trump sembra si sia principalmente parlato dei problemi legati alla crisi umanitaria e ben poco di mosse geopolitiche. Insomma, il Sultano potrebbe essersi avvicinato troppo a Mosca. E non si può adesso escludere che Putin stia facendo valere il proprio peso, per fiaccare definitivamente la sua presenza in Siria.
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Non solo. A emergere è anche un altro dato che smonta una certa narrazione dominante: le identità non binarie rappresentano una quota minoritaria, intorno al 16%. La grande maggioranza degli italiani si riconosce ancora in un’identità sessuale e di genere tradizionale. Numeri che restituiscono un Paese molto meno «fluido» di quanto spesso venga descritto. I dati che emergono, letti insieme, delineano un quadro più complesso di quanto spesso venga raccontato. La società cambia, ma lo fa con gradualità, mantenendo punti fermi che resistono nel tempo. Il rapporto evidenzia infatti una sessualità più aperta nelle pratiche e nei contesti, ma ancora fortemente legata alla dimensione della coppia. Le relazioni stabili restano centrali e, in molti casi, risultano anche le più soddisfacenti dal punto di vista della vita intima. Non mancano, però, segnali di trasformazione. Cresce il ricorso alle piattaforme digitali per conoscere nuove persone (oltre il 40% degli italiani dichiara di aver utilizzato almeno una volta app o social per finalità relazionali o sessuali), aumenta la diffusione del sesso mediato dalla tecnologia e si registra una maggiore curiosità verso esperienze diverse rispetto a quelle legate al passato. Il porno, ad esempio, entra sempre più spesso nella quotidianità di coppia, mentre i social diventano uno spazio di interazione anche sul piano relazionale. Si tratta di cambiamenti che non sostituiscono, ma affiancano i modelli tradizionali. Una sorta di doppio binario: da un lato la stabilità della coppia, dall’altro nuove forme di esplorazione e di espressione della sessualità. In questo contesto, la monogamia continua a rappresentare una scelta prevalente, non necessariamente per adesione a un modello rigido, ma spesso per una ricerca di equilibrio e continuità. Un dato che riflette anche un’esigenza più ampia di stabilità, in un periodo segnato da incertezze economiche e sociali. Il rapporto Censis suggerisce quindi una lettura meno ideologica e più aderente alla realtà: gli italiani non sono immobili, ma nemmeno così radicalmente trasformati come talvolta si tende a raccontare. Ma resta, nella maggioranza dei casi, ancorata a una dimensione relazionale riconoscibile, fatta di coppia, continuità e identità definite.
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Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha proseguito oggi il ciclo di visite sul territorio nazionale con una tappa in Lombardia, dove ha incontrato anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il prefetto Claudio Sgaraglia.
L’attività si inserisce nell’ambito dell’implementazione delle priorità strategiche della Difesa, in particolare quella relativa al «bilanciamento delle componenti», finalizzata a rafforzare la coerenza tecnologica tra le Forze armate. Un obiettivo ritenuto essenziale per garantire la capacità di operare in scenari multidominio, sia in ambito alleato sia su base nazionale.
Nel corso della giornata, il generale si è recato dapprima al Comando interregionale Pastrengo dell’Arma dei Carabinieri, dove ha espresso apprezzamento per il servizio svolto a tutela dei cittadini e per il contributo fornito nelle operazioni all’estero. In particolare, è stato evidenziato il ruolo dell’Arma non solo come polizia militare, ma anche nelle attività di stability policing nelle fasi post-conflitto, ambito in cui l’esperienza italiana è riconosciuta anche in sede Nato. Successivamente, Portolano ha visitato il 1° Reggimento trasmissioni dell’Esercito, reparto che fornisce supporto diretto al quartier generale multinazionale Nato NRDC-ITA, con sede in Italia e attualmente impegnato anche nella prontezza dell’Allied Reaction Force. Rivolgendosi al personale, ha sottolineato la professionalità, lo spirito di sacrificio e la dedizione dimostrati sia sul territorio nazionale sia nelle missioni all’estero, evidenziando il ruolo cruciale del reparto nel garantire collegamenti, continuità di comando e supporto alle strutture operative.
La giornata si è conclusa con gli incontri istituzionali a Milano, occasione per ribadire il legame tra la Difesa e le autorità locali, anche in relazione al contributo fornito alla sicurezza dei cittadini in coordinamento con le Forze di polizia. Domani è infine prevista la visita al 6° Stormo dell’Aeronautica militare, reparto di volo impegnato nella difesa aerea e nel controllo dello spazio nazionale già in tempo di pace.
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Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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