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2020-02-29
Erdogan spinge i profughi verso l’Europa
(Ansa, Epa)
Recep Tayyip Erdogan torna a spaventare l'Europa. Nel mezzo delle tensioni che stanno sconvolgendo nelle ultime ore i rapporti tra Turchia e Russia, il Sultano ha permesso ai rifugiati siriani di dirigersi verso il Vecchio Continente. «Abbiamo deciso, con effetto immediato, di non impedire ai rifugiati siriani di raggiungere l'Europa via terra o via mare», ha riferito alla Reuters un alto funzionario turco, che ha preferito restare anonimo. La Bulgaria si è detta pronta ad inviare mille soldati alla frontiera, mentre la Grecia ha già bloccato centinaia di migranti. In particolare, Atene ha dichiarato che «non saranno tollerati arrivi illegali». La mossa di Ankara è arrivata dopo il bombardamento che le forze siriane hanno effettuato giovedì, uccidendo 33 soldati turchi, nell'area di Idlib: l'ultima roccaforte dei ribelli anti Assad, spalleggiati da Erdogan. Il Sultano ha quindi nei fatti sconfessato l'accordo stipulato nel 2016 con Bruxelles: un'intesa con cui, in cambio di sei miliardi di euro, si impegnava a bloccare i flussi dei profughi siriani diretti verso l'Unione europea. Un'intesa, ricordiamolo, che Erdogan ha spesso usato in questi anni come una vera e propria arma di ricatto verso il Vecchio Continente: non dimentichiamo che, lo scorso autunno, nel pieno della crisi nel Nordest siriano, il Sultano arrivò a minacciare di «aprire i cancelli», come reazione alle (deboli) critiche che gli erano piovute addosso da alcune cancellerie europee.
Con la mossa di ieri, Erdogan punta quindi a conseguire due obiettivi complementari. In primo luogo, il presidente turco si sta trovando ad affrontare un serio grattacapo in termini di politica interna. Non dimentichiamo che, dall'inizio del conflitto in Siria, la Turchia ospiti sul proprio territorio circa 3,7 milioni di rifugiati: un fattore che ha determinato non poche tensioni sociali in loco, con un crescente malcontento nei confronti del Sultano. A questo bisogna poi aggiungere che, dallo scorso dicembre, un ulteriore milione di profughi siriani si sia ammassato al confine con la Turchia. La pressione sta quindi crescendo e rischia di farsi insostenibile. Non a caso, ieri pomeriggio il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, ha significativamente affermato: «In seguito alla crisi in atto a Idlib tutti i confini sono sovraffollati. A questo punto sta alla comunità internazionale intervenire con passi concreti per fermare la crisi in atto a Idlib e in Siria». Una posizione che, poche ore prima, aveva espresso lo stesso ministero degli Esteri turco. Per Erdogan si tratta quindi di una questione delicata, perché chiama direttamente in causa dinamiche di stabilità interna. Il Sultano ha sempre cercare di creare delle aree in territorio siriano, da utilizzare per alleggerire il peso dei profughi ospitati: l'obiettivo dell'operazione militare «Primavera di Pace», attuata lo scorso autunno nel Nordest del Paese, era infatti quello di scacciare i curdi dall'area e rimpiazzarli con i profughi siriani. Il punto è che le finalità del presidente turco appaiono sempre più frustrate dalla campagna di riconquista, messa in atto da Bashar al-Assad (con il benestare del Cremlino).
In secondo luogo, è chiaro che, con questa mossa, Erdogan voglia anche mettere ulteriormente sotto pressione l'Unione europea: quell'Unione europea con cui non intrattiene rapporti particolarmente sereni su un gran numero di questioni (si pensi soltanto al dossier libico). Non è del resto escludibile che il Sultano voglia aumentare il suo potere contrattuale, magari proprio per rinegoziare l'accordo stipulato quattro anni fa con Bruxelles. La situazione che si è venuta a creare ieri ricorda, d'altronde, la crisi migratoria che si sviluppò nel 2015, quando oltre un milione di profughi raggiunse l'Europa occidentale, passando attraverso la Turchia e i Balcani. Se la situazione è preoccupante per l'Unione europea, risulta addirittura pessima per l'Italia. Non dimentichiamo che, soprattutto negli ultimi mesi, il ruolo di Ankara si sia progressivamente rafforzato in Libia. E che il nostro (sempre più teorico) alleato in loco, il premier libico Fayez al Serraj, si sia ormai stabilmente posto sotto l'egida turca. Il governo di Tripoli è quindi definitivamente caduto nelle mani di Erdogan: quell'Erdogan a cui nessuno può adesso impedire di ricattare l'Italia con i flussi migratori provenienti da Sud.
A Idlib Ankara risponde a Damasco. Così Mosca tiene tutti sotto scacco
Alta tensione tra Damasco e Ankara. Giovedì scorso, le forze siriane hanno effettuato un bombardamento nell'area di Idlib, roccaforte dei ribelli anti Assad. Nel corso dell'operazione, 33 soldati turchi sono stati uccisi. Ankara, per tutta risposta, ha attuato una rappresaglia, «neutralizzando» 329 militari siriani e colpendo 200 obiettivi nemici.
La fibrillazione resta quindi alle stelle. E la questione rischia di produrre significative ripercussioni nei rapporti tra Turchia e Russia. Non dimentichiamo infatti che il presidente siriano, Bashar al-Assad, sia nei fatti spalleggiato da Mosca nel suo intento di riconquistare Idlib: un'area, in cui le forze ostili a Damasco possono invece contare sul sostegno di Erdogan. Alla luce di tutto questo, si capisce come il rischio sia quello di uno scontro tra Russia e Turchia. Uno scontro per ora tuttavia soltanto ipotetico, visto che Ankara è stata la prima a cercare di gettare acqua sul fuoco. I turchi si sono infatti limitati ad accusare i siriani, preferendo non tirare in ballo direttamente i russi. Tutto questo, mentre anche dal Cremlino si è evitato di ricorrere alla voce grossa. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato che «i soldati turchi, essendo in unità di combattimento di gruppi terroristici, sono stati presi di mira dai soldati siriani», aggiungendo che le truppe turche «non avrebbero dovuto essere lì». Tutto questo, mentre Erdogan e Vladimir Putin hanno avuto ieri un colloquio telefonico relativamente cordiale sulla questione.
Non è del resto un mistero che Idlib costituisca un nodo significativo nelle relazioni tra i due leader. È dai tempi dell'operazione militare «Primavera di Pace» che la questione è tornata significativamente sul tavolo, mentre nelle scorse settimane si era addirittura pensato a una sorta di accordo sottobanco: accordo in virtù del quale Erdogan avrebbe lasciato la roccaforte ad Assad, ottenendo – in cambio – mano libera in Libia dalla Russia. Come che sia, è abbastanza improbabile ritenere che non ci fosse lo zampino di Mosca dietro il raid siriano di giovedì. Non è quindi affatto escludibile che la crisi sia stata provocata apposta da Putin, per mettere sotto pressione il Sultano. Il presidente russo è infatti fermamente deciso a sostenere Assad nella ricostituzione della Siria: scacchiere che, differentemente dalla Libia, lo Zar considera fondamentale per Mosca (soprattutto in termini di influenza nell'area mediorientale). Del resto, appena due settimane fa, il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, aveva accusato Ankara di non aver rispettato gli accordi di Sochi, che prevedevano la neutralizzazione dei gruppi terroristici stanziati a Idlib.
In tal senso, il leader russo potrebbe aver giocato su due binari. Da una parte, potrebbe aver fatto leva sull'instabilità interna della Turchia, causata dall'ingente presenza di profughi siriani: un problema che, dopo il bombardamento di Idlib, si è guarda caso aggravato. Dall'altra, potrebbe aver cercato di mettere Erdogan all'angolo sul piano internazionale. È vero che, sulla carta, un peggioramento dei rapporti con Mosca spingerebbe il Sultano nuovamente verso l'orbita statunitense. Non bisogna tuttavia dimenticare che, almeno dal 2017, Ankara si sia sempre più legata alla Russia, in termini economici, militari e diplomatici. Senza poi trascurare che probabilmente Putin scommetta moltissimo sullo scarso interesse, mostrato da Washington verso lo scacchiere siriano. Per quanto il Dipartimento di Stato americano abbia espresso ieri pieno sostegno alla Turchia contro Assad, ha tuttavia anche negato che vi sia una soluzione militare per il conflitto, scaricando infine l'intera questione sulle Nazione Unite. Anche nella telefonata intercorsa ieri tra Erdogan e Donald Trump sembra si sia principalmente parlato dei problemi legati alla crisi umanitaria e ben poco di mosse geopolitiche. Insomma, il Sultano potrebbe essersi avvicinato troppo a Mosca. E non si può adesso escludere che Putin stia facendo valere il proprio peso, per fiaccare definitivamente la sua presenza in Siria.
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Si riaccende la guerra in Siria e la Turchia «apre le porte» ai migranti. La Bulgaria invia mille soldati al confine e la Grecia ne ferma centinaia. Ancora una volta, Recep Tayyip Erdogan sconfessa gli accordi con Bruxelles, per cui prese 6 miliardi, e «ricatta» l'Ue.A Idlib Ankara risponde a Damasco. Così Mosca tiene tutti sotto scacco. Vladimir Putin spinge Bashar al-Assad a intervenire per riconquistare la regione mentre tratta col Sultano.Lo speciale comprende due articoli. Recep Tayyip Erdogan torna a spaventare l'Europa. Nel mezzo delle tensioni che stanno sconvolgendo nelle ultime ore i rapporti tra Turchia e Russia, il Sultano ha permesso ai rifugiati siriani di dirigersi verso il Vecchio Continente. «Abbiamo deciso, con effetto immediato, di non impedire ai rifugiati siriani di raggiungere l'Europa via terra o via mare», ha riferito alla Reuters un alto funzionario turco, che ha preferito restare anonimo. La Bulgaria si è detta pronta ad inviare mille soldati alla frontiera, mentre la Grecia ha già bloccato centinaia di migranti. In particolare, Atene ha dichiarato che «non saranno tollerati arrivi illegali». La mossa di Ankara è arrivata dopo il bombardamento che le forze siriane hanno effettuato giovedì, uccidendo 33 soldati turchi, nell'area di Idlib: l'ultima roccaforte dei ribelli anti Assad, spalleggiati da Erdogan. Il Sultano ha quindi nei fatti sconfessato l'accordo stipulato nel 2016 con Bruxelles: un'intesa con cui, in cambio di sei miliardi di euro, si impegnava a bloccare i flussi dei profughi siriani diretti verso l'Unione europea. Un'intesa, ricordiamolo, che Erdogan ha spesso usato in questi anni come una vera e propria arma di ricatto verso il Vecchio Continente: non dimentichiamo che, lo scorso autunno, nel pieno della crisi nel Nordest siriano, il Sultano arrivò a minacciare di «aprire i cancelli», come reazione alle (deboli) critiche che gli erano piovute addosso da alcune cancellerie europee. Con la mossa di ieri, Erdogan punta quindi a conseguire due obiettivi complementari. In primo luogo, il presidente turco si sta trovando ad affrontare un serio grattacapo in termini di politica interna. Non dimentichiamo che, dall'inizio del conflitto in Siria, la Turchia ospiti sul proprio territorio circa 3,7 milioni di rifugiati: un fattore che ha determinato non poche tensioni sociali in loco, con un crescente malcontento nei confronti del Sultano. A questo bisogna poi aggiungere che, dallo scorso dicembre, un ulteriore milione di profughi siriani si sia ammassato al confine con la Turchia. La pressione sta quindi crescendo e rischia di farsi insostenibile. Non a caso, ieri pomeriggio il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, ha significativamente affermato: «In seguito alla crisi in atto a Idlib tutti i confini sono sovraffollati. A questo punto sta alla comunità internazionale intervenire con passi concreti per fermare la crisi in atto a Idlib e in Siria». Una posizione che, poche ore prima, aveva espresso lo stesso ministero degli Esteri turco. Per Erdogan si tratta quindi di una questione delicata, perché chiama direttamente in causa dinamiche di stabilità interna. Il Sultano ha sempre cercare di creare delle aree in territorio siriano, da utilizzare per alleggerire il peso dei profughi ospitati: l'obiettivo dell'operazione militare «Primavera di Pace», attuata lo scorso autunno nel Nordest del Paese, era infatti quello di scacciare i curdi dall'area e rimpiazzarli con i profughi siriani. Il punto è che le finalità del presidente turco appaiono sempre più frustrate dalla campagna di riconquista, messa in atto da Bashar al-Assad (con il benestare del Cremlino).In secondo luogo, è chiaro che, con questa mossa, Erdogan voglia anche mettere ulteriormente sotto pressione l'Unione europea: quell'Unione europea con cui non intrattiene rapporti particolarmente sereni su un gran numero di questioni (si pensi soltanto al dossier libico). Non è del resto escludibile che il Sultano voglia aumentare il suo potere contrattuale, magari proprio per rinegoziare l'accordo stipulato quattro anni fa con Bruxelles. La situazione che si è venuta a creare ieri ricorda, d'altronde, la crisi migratoria che si sviluppò nel 2015, quando oltre un milione di profughi raggiunse l'Europa occidentale, passando attraverso la Turchia e i Balcani. Se la situazione è preoccupante per l'Unione europea, risulta addirittura pessima per l'Italia. Non dimentichiamo che, soprattutto negli ultimi mesi, il ruolo di Ankara si sia progressivamente rafforzato in Libia. E che il nostro (sempre più teorico) alleato in loco, il premier libico Fayez al Serraj, si sia ormai stabilmente posto sotto l'egida turca. Il governo di Tripoli è quindi definitivamente caduto nelle mani di Erdogan: quell'Erdogan a cui nessuno può adesso impedire di ricattare l'Italia con i flussi migratori provenienti da Sud.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/erdogan-spinge-i-profughi-verso-leuropa-2645330546.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-idlib-ankara-risponde-a-damasco-cosi-mosca-tiene-tutti-sotto-scacco" data-post-id="2645330546" data-published-at="1781501480" data-use-pagination="False"> A Idlib Ankara risponde a Damasco. Così Mosca tiene tutti sotto scacco Alta tensione tra Damasco e Ankara. Giovedì scorso, le forze siriane hanno effettuato un bombardamento nell'area di Idlib, roccaforte dei ribelli anti Assad. Nel corso dell'operazione, 33 soldati turchi sono stati uccisi. Ankara, per tutta risposta, ha attuato una rappresaglia, «neutralizzando» 329 militari siriani e colpendo 200 obiettivi nemici. La fibrillazione resta quindi alle stelle. E la questione rischia di produrre significative ripercussioni nei rapporti tra Turchia e Russia. Non dimentichiamo infatti che il presidente siriano, Bashar al-Assad, sia nei fatti spalleggiato da Mosca nel suo intento di riconquistare Idlib: un'area, in cui le forze ostili a Damasco possono invece contare sul sostegno di Erdogan. Alla luce di tutto questo, si capisce come il rischio sia quello di uno scontro tra Russia e Turchia. Uno scontro per ora tuttavia soltanto ipotetico, visto che Ankara è stata la prima a cercare di gettare acqua sul fuoco. I turchi si sono infatti limitati ad accusare i siriani, preferendo non tirare in ballo direttamente i russi. Tutto questo, mentre anche dal Cremlino si è evitato di ricorrere alla voce grossa. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato che «i soldati turchi, essendo in unità di combattimento di gruppi terroristici, sono stati presi di mira dai soldati siriani», aggiungendo che le truppe turche «non avrebbero dovuto essere lì». Tutto questo, mentre Erdogan e Vladimir Putin hanno avuto ieri un colloquio telefonico relativamente cordiale sulla questione. Non è del resto un mistero che Idlib costituisca un nodo significativo nelle relazioni tra i due leader. È dai tempi dell'operazione militare «Primavera di Pace» che la questione è tornata significativamente sul tavolo, mentre nelle scorse settimane si era addirittura pensato a una sorta di accordo sottobanco: accordo in virtù del quale Erdogan avrebbe lasciato la roccaforte ad Assad, ottenendo – in cambio – mano libera in Libia dalla Russia. Come che sia, è abbastanza improbabile ritenere che non ci fosse lo zampino di Mosca dietro il raid siriano di giovedì. Non è quindi affatto escludibile che la crisi sia stata provocata apposta da Putin, per mettere sotto pressione il Sultano. Il presidente russo è infatti fermamente deciso a sostenere Assad nella ricostituzione della Siria: scacchiere che, differentemente dalla Libia, lo Zar considera fondamentale per Mosca (soprattutto in termini di influenza nell'area mediorientale). Del resto, appena due settimane fa, il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, aveva accusato Ankara di non aver rispettato gli accordi di Sochi, che prevedevano la neutralizzazione dei gruppi terroristici stanziati a Idlib. In tal senso, il leader russo potrebbe aver giocato su due binari. Da una parte, potrebbe aver fatto leva sull'instabilità interna della Turchia, causata dall'ingente presenza di profughi siriani: un problema che, dopo il bombardamento di Idlib, si è guarda caso aggravato. Dall'altra, potrebbe aver cercato di mettere Erdogan all'angolo sul piano internazionale. È vero che, sulla carta, un peggioramento dei rapporti con Mosca spingerebbe il Sultano nuovamente verso l'orbita statunitense. Non bisogna tuttavia dimenticare che, almeno dal 2017, Ankara si sia sempre più legata alla Russia, in termini economici, militari e diplomatici. Senza poi trascurare che probabilmente Putin scommetta moltissimo sullo scarso interesse, mostrato da Washington verso lo scacchiere siriano. Per quanto il Dipartimento di Stato americano abbia espresso ieri pieno sostegno alla Turchia contro Assad, ha tuttavia anche negato che vi sia una soluzione militare per il conflitto, scaricando infine l'intera questione sulle Nazione Unite. Anche nella telefonata intercorsa ieri tra Erdogan e Donald Trump sembra si sia principalmente parlato dei problemi legati alla crisi umanitaria e ben poco di mosse geopolitiche. Insomma, il Sultano potrebbe essersi avvicinato troppo a Mosca. E non si può adesso escludere che Putin stia facendo valere il proprio peso, per fiaccare definitivamente la sua presenza in Siria.
Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Come si è visto nel 2019, quando con una mossa del cavallo portò il Pd ad allearsi con i 5 stelle per dare vita al Conte bis, è nelle situazioni di incertezza che il Bullo dà il meglio di sé. Del resto, pur non avendo fatto il militare, Renzi sarebbe perfetto come capo del Genio guastatori. Non sa vincere le guerre e neppure è in grado di assicurare la stabilità necessaria una volta raggiunta una tregua, ma è bravissimo a distruggere. Dunque, non mi stupisce che adesso stia scommettendo su Vannacci. Futuro nazionale rappresenta anche il suo futuro. La strategia è chiara: Renzi vuole gettare scompiglio nelle linee nemiche. Come gli americani quando in Afghanistan diedero le armi ai Talebani nella speranza che sconfiggessero per conto loro i russi, il Rottamatore sogna che il generale sia in grado di mettere in campo una milizia che sconfigga Giorgia Meloni. Più lui cresce, è il ragionamento del senatore semplice di Rignano, più il presidente del Consiglio perde.
Fin qui nulla da dire: fa parte delle regole del gioco. E quella in cui si è specializzato Renzi è una partita spregiudicata, dove ogni sgambetto e qualsiasi giravolta valgono. Detto ciò, però io non capisco perché il centrodestra si stia dando tanto da fare per demonizzare Vannacci. Le critiche contro il generale e contro la sua banda di descamisados non credo riusciranno a ottenere il risultato che ci si aspetta. Anzi: semmai contribuiranno a rafforzare Fn, dando a Vannacci e agli straccioni (la definizione è sua) che ha raccolto, maggiore visibilità. Attaccarlo, criminalizzarlo, definirlo un utile idiota pronto ad aiutare la sinistra, non servirà a fermarlo, ma semmai a innalzarlo a nemico numero uno. Nel centrodestra dovrebbero saperlo bene, perché per anni sono stati all’opposizione. Il gioco dell’uno contro tutti, contro la sinistra perché si dicono cose controcorrente, ma anche contro la destra perché non ci si è allineati, premia.
L’attuale maggioranza ha due modi per disinnescare Vannacci. Il primo è riuscire a rinchiudere il consenso del generale in un recinto che gli impedisca di andare oltre il 4%. Il secondo è raggiungere con lui un accordo. A mio parere, la prima possibilità è ormai sfumata, perché i sondaggi danno l’ex parà della Folgore già vicino al 5% e nei prossimi mesi potrebbe ancora salire. Dunque, escluderlo dalla competizione, con una legge elettorale che fissi una soglia di sbarramento oltre il 5%, pare impossibile. A questo punto resta, perciò, una sola strada: raggiungere un’intesa affinché il nuovo partito non contribuisca involontariamente alla vittoria della sinistra.
Lo so che è molto più facile stare all’opposizione che al governo. Dire che si devono smantellare le stupide regole europee che stanno condannando il nostro Paese alla deindustrializzazione è semplicissimo: la parte difficile consiste nello stabilire come fermare le politiche green della Ue e, soprattutto, evitare le sanzioni che Bruxelles ha escogitato per impedire a ogni singolo Stato di sottrarsi alle follie comunitarie. Non comporta grandi difficoltà, salvo replicare alle polemiche e alle accuse di xenofobia, neppure parlare di remigrazione: il problema è riuscire a farla, districandosi fra norme costituzionali, regole della magistratura e impedimenti dei trattati internazionali. Quando Giorgia Meloni stava all’opposizione, voleva attuare un blocco navale contro i migranti ma, una volta giunta nella stanza dei bottoni, si è resa conto che la magistratura, la presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, l’Europa e pure l’Onu non le avrebbero consentito nulla di tutto ciò. Dunque, si è dovuta barcamenare tra le difficoltà, riuscendo comunque a frenare gli sbarchi e ad aumentare i rimpatri. Ora, non avendo un trascorso al governo che gli possa venire rimproverato, Vannacci rilancia il blocco navale e la remigrazione, promettendo anche di dichiarare guerra all’Europa e al Green deal di Ursula von der Leyen. Nessuno sa dire come intenda fare tutto ciò e lui si guarda bene dal svelarlo. Critica la deriva woke e Lgbt, con un linguaggio che alcuni ritengono provocatorio? Ma per tre quarti e forse più è ciò che pensa l’opinione pubblica che, per quieto vivere, non si azzarda ad ammetterlo. Il generale, anche se non offre ricette concrete, sostiene ciò che gran parte dell’elettorato reputa giusto, sia in fatto di immigrazione che di transizione energetica o di politically correct.
Attaccarlo, dunque, a mio parere non serve a nulla. Anzi, rischia perfino di essere controproducente per i partiti che compongono il centrodestra, perché significa lasciare aperta a Vannacci la strada della grande prateria dei moderati, che certo vogliono la remigrazione, considerano il Green deal un suicidio e si augurano di poter fermare la propaganda Lgbt. Capisco che nella maggioranza lo considerino un populista e comprendo che qualcuno desidererebbe farlo sparire con un colpo di bacchetta magica, oppure silenziarlo (o imbavagliare i giornali) affinché smetta di parlare. Ma non è possibile. Il generale ha conquistato un’enclave nel centrodestra ed è intenzionato a difenderla con le unghie e i denti. Dunque, per non indebolire la maggioranza e perdere le elezioni (con i risultati horror di cui ho parlato ieri), resta una una sola possibilità: fare un accordo con lui. Piaccia o non piaccia (a Forza Italia o ad altri), un’altra via non c’è. Non ricordo più quale stratega lo dicesse, ma se non puoi battere l’avversario devi necessariamente scendere a patti.
Ps. La discesa in campo del generale può anche essere un’opportunità. Alla fine, si discute di remigrazione, sicurezza, Green deal, deriva woke senza più nessun timore. Paradossalmente, l’effetto Vannacci potrebbe portare allo stesso risultato visto in Ungheria, con una sfida tutta a destra che ha cancellato la sinistra.
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Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, saluta i militanti chiudendo l'assemblea costituente durante il quale ha esposto i punti del programma del suo partito (Ansa)
Le note di Futura di Lucio Dalla hanno chiuso l’assemblea costituente di Futuro nazionale dopo il lungo intervento con cui Roberto Vannacci ha illustrato il programma del suo partito. A scatenare le polemiche un’affermazione fatta dal palco: «Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri, uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità. Con femminicidio e omofobia si fa il lavaggio del cervello». Affermazione che è diventato un caso politico con le reazioni da destra a sinistra. Per Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato, della Lega: «Il punto non è che la morte di una donna “pesa” più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Fn è totalmente fuorviante. Spero non ci sia nostalgia per il delitto d’onore». «Ci ritroveremo alle elezioni quando bisognerà presentare proposte credibili, realizzabili e non destinate a placare la fame di chi vuole governare senza idee e trovare un posto in Parlamento per chiunque», ha affermato la leghista ed ex magistrato Simonetta Matone. «A Vannacci diciamo solo di rassegnarsi: il reato di femminicidio esiste e non sarà certo lui a cancellarlo dal Codice penale», ha affermato Mara Carfagna, segretaria di Noi moderati. Nel punto stampa, l’eurodeputato ha anche contestato le quote rosa e i criteri di rappresentanza nel mondo del lavoro: «Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità». Nella maratona oratoria, l’ex generale ha spinto sulla remigrazione: «Il centrodestra non riesce a farla. Mandateci al governo e ci riusciremo». Poi stop ai flussi, Italia agli italiani con un tetto del 4% di stranieri e, naturalmente, «espulsione di chi non ha titolo e revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati». Inoltre, «per uccidere, per rubare e stuprare nessuna libertà, ma solo carceri e tolleranza zero». La scuola «deve essere dura e selettiva, dando priorità a quella pubblica, senza togliere nulla a quella privata. Deve formare il futuro del Paese evitando che sia un centro di bivacco della gioventù e centro formazione del Pd dove abbondano bagni neutri, Bella ciao, progetti gender». Per salvare le pensioni Fn promuove «la rinascita demografica dell’Italia», introducendo «il quoziente familiare e una drastica riduzione Irpef per ogni figlio. Al reddito improduttivo di cittadinanza vogliamo il reddito produttivo di maternità».
La giustizia per Fn è «quella che tutela le vittime e non i criminali», mentre sarà introdotto «il requisito della cittadinanza per le case popolari e il mutuo tricolore per chi deve acquistare la prima casa». Poi la sanità, che «non è di sinistra e gli ospedali non sono nati per uccidere anziani e malati, per dare medicine agli adolescenti per bloccare il loro sviluppo o fare le falloplastiche». E l’energia: «Per un risparmio energetico di 180 milioni annui, si passi all’ora legale permanente, togliere gli incentivi in bolletta alle rinnovabili».
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