- Le forze di Atene schierate al confine: «Ankara aiuta i clandestini a passare con proiettili fumogeni e cesoie per tagliare le reti». Iniziato in Siria il cessate il fuoco ingoiato dal «Sultano» dopo le bombe di Putin su Idlib.
- Usano Ratzinger per la resa alla Cina. Avvenire schiera Benedetto XVI con Francesco sulla linea docile verso Pechino. Ma la sua Lettera ai cattolici del Paese rivela che il suo pensiero geopolitico è opposto.
Lo speciale comprende due articoli.
Non accenna a diminuire la tensione esplosa al confine tra Grecia e Turchia dopo che, la scorsa settimana, Recep Erdogan ha permesso a ingenti flussi di migranti di dirigersi verso Ovest: flussi che stanno cercando di forzare la frontiera greca, dove da giorni si verificano scontri. Atene ha infatti optato per la linea dura e ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di consentire arrivi illegali sul proprio territorio. La Grecia sostiene inoltre che Ankara starebbe cercando di aiutare i profughi ad accedere al suolo europeo. In particolare, dalla frontiera turca sarebbero partite bombe fumogene contro il confine greco. «Gli attacchi sono coordinati dai droni» ha affermato un funzionario greco all’agenzia Reuters. «Al di là dell’aspetto intimidatorio, la polizia turca attacca per aiutare i migranti ad attraversare la linea di frontiera». I turchi fornirebbero addirittura tenaglie ai profughi «per tagliare le reti».
Atene ha intanto sospeso le domande di asilo per un mese, attirandosi la condanna delle Nazioni unite. La situazione si sta tuttavia facendo sempre più insostenibile. Negli scorsi giorni, c’è stato un notevole incremento degli arrivi a Lesbo, Chio, Samo, Coo e Lero. In particolare Lesbo – isola di 86.000 abitanti – ospita al momento circa 20.000 profughi.
I ministri degli Esteri europei hanno frattanto criticato, a Zagabria, la linea di Erdogan. «L’Ue ribadisce la sua seria preoccupazione per la situazione al confine tra Grecia e Turchia e rifiuta fortemente l’uso della pressione migratoria da parte della Turchia per scopi politici», hanno affermato in una dichiarazione congiunta. «Questa situazione alle frontiere esterne dell’Ue non è accettabile», hanno proseguito, aggiungendo che «i migranti non dovrebbero essere incoraggiati a tentare attraversamenti illegali via terra o via mare». L’Europa, insomma, prova a fare la voce grossa. Peccato che il suo potere contrattuale non sia poi particolarmente significativo. Anche perché – come riportava ieri il Financial Times – pare che a Zagabria la linea dura della Grecia abbia incontrato le resistenze di Germania e Olanda, favorevoli a un atteggiamento più morbido verso Ankara. L’Ue appare quindi tutt’altro che coesa. Erdogan, dal canto suo, non sembra intenzionato a fare marcia indietro. «La questione è chiusa, abbiamo aperto le porte, non abbiamo più tempo di discutere», ha detto ieri, accusando inoltre la polizia greca di aver ucciso almeno 5 migranti al confine.
Sullo sfondo (ma neanche troppo) restano le delicate relazioni tra Ankara e il Cremlino. Quali fossero i rapporti di forza tra Russia e Turchia, nel corso del vertice tra Erdogan e Vladimir Putin dell’altro ieri a Mosca, è emerso da un dettaglio. Il capo del Cremlino ha accolto il Sultano in una sala in cui giganteggiava la statua di Caterina la Grande: la zarina che sconfisse militarmente l’Impero Ottomano, sottraendogli la Crimea nel 1792. Giovedì, i due presidenti hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco in Siria, entrato in vigore ieri. Nell’intesa, è stata inclusa la realizzazione di un corridoio di sicurezza di 6 chilometri lungo l’autostrada M4, nella zona di Idlib, mentre dovrebbero iniziare dei pattugliamenti russo-turchi dal prossimo 15 marzo. Che il vincitore alla fine sia Putin è testimoniato dal fatto che Erdogan abbia ottenuto ben poco. Congelando la situazione attuale, lo Zar ha nei fatti ribadito il suo netto appoggio al presidente siriano, Bashar al Assad, oltre a confermare le recenti conquiste territoriali delle truppe di Damasco.
Ricordiamo che le tensioni tra Mosca e Ankara sono esplose dopo che la settimana scorsa le forze di Damasco avevano bombardato, uccidendo oltre 30 militari turchi, proprio l’area di Idlib: l’ultimo baluardo dei ribelli siriani, appoggiati dalla Turchia. L’attacco aveva innescato la reazione di Ankara, che aveva risposto avviando l’operazione militare «Scudo di primavera», volta a contrastare la campagna di riconquista in Siria, attuata da Assad. È difficile credere che Putin non fosse coinvolto nel bombardamento contro Idlib. Anche perché il presidente russo – nelle scorse settimane – aveva accusato Ankara di non aver rispettato gli accordi di Sochi. Nulla di più verosimile dell’ipotesi che lo Zar abbia voluto dare a Erdogan una dimostrazione di forza, facendo leva sulla scarsa disponibilità americana a sostenere concretamente la politica siriana della Turchia. Il Sultano – che non può certo permettersi di tirare troppo la corda con Mosca – alla fine ha ceduto. E sta adesso cercando di far passare per un compromesso quella che – nei fatti – è stata una capitolazione. Ciononostante, se lo scenario resta per ora cristallizzato, non è che l’altro ieri siano emersi troppi dettagli su come si voglia procedere per sciogliere il nodo di Idlib. Il futuro resta pertanto incerto. O Erdogan si convincerà a chinare definitivamente la testa, acconsentendo alle pretese siriane (e russe) sull’area. Oppure, a breve, la tensione sarà destinata nuovamente a salire.
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