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2023-07-01
Il colosso tedesco ritira la barca. Stop alla campagna falsa sul Garda
La campagna di E.on ambientata sul Garda
La barchetta rossa sospesa a pelo d’acqua sul lago di Garda in località Manerba, in provincia di Brescia, finirà al molo prima del previsto: il 2 luglio. L’avventata campagna mediatica di propaganda che mirava a sensibilizzare sulla siccità, con la quale l’utility tedesca delle rinnovabili E.on pensava di fare leva sul cambiamento climatico, dopo essersi trasformata in un boomerang che ha visto tra i contestatori Regione Lombardia e Provincia autonoma di Trento, viene ritirata. Alle diffide inviate dagli uffici legali della Regione Lombardia e della Provincia autonoma di Trento, con le quali è stato intimato all’utility tedesca di rimuovere foto e video della campagna perché ritenuti lesivi dell’immagine del Garda, è seguita la ritirata di «Make Italy Green», così era stata denominata l’azione pubblicitaria. Gli ideatori, che per l’installazione si erano rivolti a Domenico Pellegrino, artista e scultore, e che ora si dicono sorpresi «per quanto riportato dai media», avevano stampigliato in bianco sulla barchetta rossa la didascalia che voleva il «livello del lago sceso di 75 centimetri».
E si sono beccati una serie di rimbrotti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alessandro Morelli ha bollato la campagna come «una grave fake news, che lede uno dei sistemi turistici migliori d’Europa». E l’assessore al Turismo della Provincia autonoma di Trento Roberto Failoni ha precisato che «il video e le foto che si vanno presentando (della barca sospesa in aria, ndr) sono lesive dell’immagine del Trentino e vanno a incidere sul programma di promozione turistica del lago per cui si sono investite ingenti somme, trasmettendo il deviante messaggio di lago/pozza, non praticabile e non balneabile». L’altra bomba l’ha lanciata Barbara Mazzali, assessore al Turismo della Regione Lombardia: «Siamo sicuri che la società tedesca farebbe lo stesso spot sul lago di Costanza, fino allo scorso anno in allarme siccità, tanto da dover recuperare barche arenate nella sabbia, oppure sul fiume Danubio, che, sempre lo scorso agosto nel mezzo del caldo record che colpì mezza Europa, riportò alla luce dozzine di navi dell’esercito tedesco affondate durante la seconda guerra mondiale? Ma soprattutto all’inizio dell’estate, quando tanti turisti tedeschi sognano i laghi italiani, come mai E.on lancia questa campagna?». Le acque, grazie alle piogge della tarda primavera, sono presto risalite.
La Verità già il 16 maggio scorso aveva evidenziato che già nei primi giorni di maggio i livelli dei fiumi e dei laghi si erano riavvicinati alle medie di lungo periodo. E il lago di Garda negli ultimi giorni è tornato in linea con la media che comprende il periodo 1950-2015. Uno schiaffo a chi ha abboccato a quello che si è rivelato un improvvisato specchietto per le allodole, con tanto di flashmob organizzato per il 31 maggio e che non ha raccolto grande attenzione dai media. Gli spot televisivi di Make Italy Green, con Caterina Balivo come testimonial, però, hanno fatto diversi passaggi sulle tv nazionali. Una voce fuori campo spiegava: «Questa barca è sospesa a 75 centimetri dall’acqua, quelli che il lago di Garda ha perso in media negli ultimi quattro anni. È solo una delle conseguenze dei fenomeni atmosferici estremi causati dal cambiamento climatico. Serve un cambiamento profondo che parta da noi, dalla scelta di soluzioni energetiche sostenibili come quelle di E.On». Secondo chi ha curato la campagna, i 75 centimetri di elevazione della barca fanno riferimento alla media del livello del lago nei primi quattro mesi del 2019 (circa 122 centimetri) confrontata con quattro mesi di quest’anno. Un parametro che è apparso subito come molto parziale. Come esempio basterebbe prendere i dati degli stessi quattro mesi del 2008 per scoprire che il livello dell’acqua, di poco sopra gli 80 centimetri, è dunque più basso di quello del 2019. Seguendo il ragionamento di E.on, quindi, si potrebbe affermare che tra il 2008 e il 2019 le acque si sono alzate. «Le immagini e i video utilizzati in questo contesto sono autentici poiché sono stati girati nei giorni 30 e 31 maggio, nei pressi del Comune di Manerba del Garda dove è stata realizzata l’opera artistica», si è poi difesa la compagnia tedesca. Per essere precisi, quindi, la barchetta andava posta a 32 centimetri dal pelo d’acqua e non a 75, poiché l’altezza idrometrica al 31 maggio era di 90 centimetri, contro i 122 della media dei primi quattro mesi del 2019 presi a riferimento da E.on. Il mix tra lo sfruttamento della propaganda climatica e quello che è apparso come uno sgambetto turistico si è trasformato in un cortocircuito per E.On, che alla fine ha dovuto staccare la spina.
Anche la cattiva stampa «inquina»
Li chiamerò giornalisti con la barba incolta o, se del gentil sesso, senza make up. Per radersi o, comunque, curare la barba o il viso, bisogna guardarsi allo specchio. Ne abbiamo visti e viste, recentemente, durante la pandemia e durante la guerra, più di quanto la decenza avrebbe consentito e, comunque, più di quanti ce ne saremmo, noi ingenui, attesi. Cito la pandemia e la guerra per la loro rilevanza planetaria. Come lo è quella climatica, col distinguo che, a differenza delle altre due citate, questa non sarebbe neanche una questione se non fosse detta tale e detta planetaria da chi il pianeta governa e, di conseguenza, dai giornalisti con barba incolta. Sono, questi, la voce - ma che dico, la voce, il megafono - dei governanti del mondo, sono cioè, essi, non voglio dire il contrario di ciò che dovrebbero essere, ma ci siamo vicini. A meno che io non abbia capito cosa il giornalista dovrebbe essere. Ma, per fissare le idee sulle cose che sto a ruota libera scrivendo, vediamo come operano i Nostri, in ordine al clima. E, per essere concreti, fatemi esemplificare su una recente articolessa a piena pagina pubblicata sul Piccolo di Trieste (gruppo Repubblica-L’Espresso, ça va sans dire). Il titolo è tutto un programma: «Le gravi colpe del negazionismo climatico».
Naturalmente nessuno al mondo nega il cambiamento climatico, men che meno il clima. Il contendere è se esso sia responsabilità umana. C’è chi dice sì, chi dice che no, il clima e il suo cambiamento è responsabilità della Natura. Epperò il giornalista con la barba incolta non frena la propria pala e arriva il primo getto di fango con l’uso della parola negazionista. Peraltro, non gli sovviene che potrebbero essere tacciati di negazionismo coloro che negano l’origine naturale del clima. Ma il cervello dei giornalisti con la barba incolta è obnubilato dagli sforzi per sostenere l’insostenibile. Scrive il Nostro: «I negazionisti complottisti climatici stanno ricaricando il loro armamentario di teorie bislacche e, in alcuni casi, dollari sonanti dalle grandi compagnie di combustibili fossili per finanziare la disinformazione». Taccio sull’italiano criptico, ma a fronte dell’affermazione, nessun esempio di teoria «bislacca» è offerta al povero lettore che si affida - peggio per lui - a codeste barbe incolte. Anche perché la teoria «bislacca» sarebbe che è la Natura a governare il clima. Oltre ad avere la barba incolta questi giornalisti hanno il coraggio del coniglio: molto accortamente il Nostro si astiene dal produrre nomi di negazionisti pagati per dire menzogne. Per lo più costoro sono rispettabili professori - qualcuno è anche premio Nobel - e una querela per diffamazione è un obbligo. Insomma la palata di fango è gettata, ma niente nomi. La speranza è: del fango gettato qualcosa resterà. «Il dibattito sulla crisi climatica è chiuso da tempo tra gli scienziati del clima». Chi scrive queste parole ha la pretesa di dar lezioni, ma non ha ancora capito come funziona il metodo scientifico. Ove nessun dibattito è mai chiuso su niente. La scienza non ha un catechismo di domande e risposte. Nel caso in parola, poi: possibile che oltre 1500 tra geologi, geofisici, astrofisici, climatologi che hanno dichiarato, nero su bianco, «non v’è alcuna crisi climatica» non facciano venire alcun dubbio?
Ma il Nostro continua granitico: «Il fatto è - il fatto è! - che non si possono liquidare questi scienziati o sedicenti tali semplicemente ignorandoli. Perché c’è poco da ridere in quella parte del mondo dove l’impatto della crisi climatica è devastante in termini di migrazioni forzate». Tre concetti - questi sì, bislacchi - emergono. Primo, quel «sedicenti tali» manifesta ancora una volta l’incomprensione di cosa la scienza sia. Essere scienziato non è un aggettivo qualificativo, men che meno un merito, ma è una professione. Non si può essere «sedicenti» scienziati, come non si può essere sedicenti giornalisti o medici. Secondo - e questa è divertente -: non sovviene al Nostro che se nel pianeta vi sono aree ricettacolo di migrazioni a causa del clima ottimale, necessariamente devono esservi aree ove il clima è meno ottimale, anche sgradevole, fino ad essere miserabile. Il pianeta è tondo, gira attorno al Sole su orbita ellittica, con distanza tra afelio e perielio non costante, gira attorno ad un asse inclinato sul piano dell’eclittica, l’angolo di inclinazione non è costante, l’asse di rotazione non è fisso ma ruota di moto di precessione, ecc…
Emissioni antropiche o no, se migrazioni climatiche han da essere, migrazioni climatiche saranno. Infine, non si capisce come il solo fatto di dire - ripeto: dire - che il clima è una faccenda naturale e non antropica possa avere alcunché a che fare con eventi sgradevoli (siccità, inondazioni, migrazioni climatiche), tanto più che da quanto detto dai «negazionisti» i decisori politici del pianeta non sembrano minimamente scalfiti.
Con questa ultima stravagante visione delle cose, il giornalista evoca il «delitto d’opinione». Perché, a stare sul banco degli imputati è l’opinione. La parola usata è sua. Non val la pena scomodare la Costituzione (art. 21), ma basta la logica: come farebbe un’opinione, per di più dichiarata minoritaria, indegna di essere anche solo messa in discussione, ad essere un delitto è un mistero. A meno che il Nostro non abbia la stessa preoccupazione della moglie di quel vescovo protestante di oltre un secolo fa che, terrorizzata dalla prospettiva dell’affermazione della teoria evoluzionista, diceva con sgomento: «Oddio, speriamo che il signor Darwin abbia torto. E, dovesse mai avere ragione, speriamo che i fedeli non vengano mai a saperlo».
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Dopo le diffide della Regione Lombardia e della Provincia di Trento, la E.on ha deciso di annullare il piano pubblicitario sui danni provocati al lago dai cambiamenti climatici. E ora c’è chi urla al sabotaggio turistico.Il giornalismo schierato dalla parte del fanatismo green viene meno al suo ruolo informativo. La scienza non si decide a maggioranza e le opinioni non sono delitti.Lo speciale contiene due articoli.La barchetta rossa sospesa a pelo d’acqua sul lago di Garda in località Manerba, in provincia di Brescia, finirà al molo prima del previsto: il 2 luglio. L’avventata campagna mediatica di propaganda che mirava a sensibilizzare sulla siccità, con la quale l’utility tedesca delle rinnovabili E.on pensava di fare leva sul cambiamento climatico, dopo essersi trasformata in un boomerang che ha visto tra i contestatori Regione Lombardia e Provincia autonoma di Trento, viene ritirata. Alle diffide inviate dagli uffici legali della Regione Lombardia e della Provincia autonoma di Trento, con le quali è stato intimato all’utility tedesca di rimuovere foto e video della campagna perché ritenuti lesivi dell’immagine del Garda, è seguita la ritirata di «Make Italy Green», così era stata denominata l’azione pubblicitaria. Gli ideatori, che per l’installazione si erano rivolti a Domenico Pellegrino, artista e scultore, e che ora si dicono sorpresi «per quanto riportato dai media», avevano stampigliato in bianco sulla barchetta rossa la didascalia che voleva il «livello del lago sceso di 75 centimetri». E si sono beccati una serie di rimbrotti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alessandro Morelli ha bollato la campagna come «una grave fake news, che lede uno dei sistemi turistici migliori d’Europa». E l’assessore al Turismo della Provincia autonoma di Trento Roberto Failoni ha precisato che «il video e le foto che si vanno presentando (della barca sospesa in aria, ndr) sono lesive dell’immagine del Trentino e vanno a incidere sul programma di promozione turistica del lago per cui si sono investite ingenti somme, trasmettendo il deviante messaggio di lago/pozza, non praticabile e non balneabile». L’altra bomba l’ha lanciata Barbara Mazzali, assessore al Turismo della Regione Lombardia: «Siamo sicuri che la società tedesca farebbe lo stesso spot sul lago di Costanza, fino allo scorso anno in allarme siccità, tanto da dover recuperare barche arenate nella sabbia, oppure sul fiume Danubio, che, sempre lo scorso agosto nel mezzo del caldo record che colpì mezza Europa, riportò alla luce dozzine di navi dell’esercito tedesco affondate durante la seconda guerra mondiale? Ma soprattutto all’inizio dell’estate, quando tanti turisti tedeschi sognano i laghi italiani, come mai E.on lancia questa campagna?». Le acque, grazie alle piogge della tarda primavera, sono presto risalite. La Verità già il 16 maggio scorso aveva evidenziato che già nei primi giorni di maggio i livelli dei fiumi e dei laghi si erano riavvicinati alle medie di lungo periodo. E il lago di Garda negli ultimi giorni è tornato in linea con la media che comprende il periodo 1950-2015. Uno schiaffo a chi ha abboccato a quello che si è rivelato un improvvisato specchietto per le allodole, con tanto di flashmob organizzato per il 31 maggio e che non ha raccolto grande attenzione dai media. Gli spot televisivi di Make Italy Green, con Caterina Balivo come testimonial, però, hanno fatto diversi passaggi sulle tv nazionali. Una voce fuori campo spiegava: «Questa barca è sospesa a 75 centimetri dall’acqua, quelli che il lago di Garda ha perso in media negli ultimi quattro anni. È solo una delle conseguenze dei fenomeni atmosferici estremi causati dal cambiamento climatico. Serve un cambiamento profondo che parta da noi, dalla scelta di soluzioni energetiche sostenibili come quelle di E.On». Secondo chi ha curato la campagna, i 75 centimetri di elevazione della barca fanno riferimento alla media del livello del lago nei primi quattro mesi del 2019 (circa 122 centimetri) confrontata con quattro mesi di quest’anno. Un parametro che è apparso subito come molto parziale. Come esempio basterebbe prendere i dati degli stessi quattro mesi del 2008 per scoprire che il livello dell’acqua, di poco sopra gli 80 centimetri, è dunque più basso di quello del 2019. Seguendo il ragionamento di E.on, quindi, si potrebbe affermare che tra il 2008 e il 2019 le acque si sono alzate. «Le immagini e i video utilizzati in questo contesto sono autentici poiché sono stati girati nei giorni 30 e 31 maggio, nei pressi del Comune di Manerba del Garda dove è stata realizzata l’opera artistica», si è poi difesa la compagnia tedesca. Per essere precisi, quindi, la barchetta andava posta a 32 centimetri dal pelo d’acqua e non a 75, poiché l’altezza idrometrica al 31 maggio era di 90 centimetri, contro i 122 della media dei primi quattro mesi del 2019 presi a riferimento da E.on. Il mix tra lo sfruttamento della propaganda climatica e quello che è apparso come uno sgambetto turistico si è trasformato in un cortocircuito per E.On, che alla fine ha dovuto staccare la spina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eon-pubblicita-ritiro-garda-2662121072.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-la-cattiva-stampa-inquina" data-post-id="2662121072" data-published-at="1688203173" data-use-pagination="False"> Anche la cattiva stampa «inquina» Li chiamerò giornalisti con la barba incolta o, se del gentil sesso, senza make up. Per radersi o, comunque, curare la barba o il viso, bisogna guardarsi allo specchio. Ne abbiamo visti e viste, recentemente, durante la pandemia e durante la guerra, più di quanto la decenza avrebbe consentito e, comunque, più di quanti ce ne saremmo, noi ingenui, attesi. Cito la pandemia e la guerra per la loro rilevanza planetaria. Come lo è quella climatica, col distinguo che, a differenza delle altre due citate, questa non sarebbe neanche una questione se non fosse detta tale e detta planetaria da chi il pianeta governa e, di conseguenza, dai giornalisti con barba incolta. Sono, questi, la voce - ma che dico, la voce, il megafono - dei governanti del mondo, sono cioè, essi, non voglio dire il contrario di ciò che dovrebbero essere, ma ci siamo vicini. A meno che io non abbia capito cosa il giornalista dovrebbe essere. Ma, per fissare le idee sulle cose che sto a ruota libera scrivendo, vediamo come operano i Nostri, in ordine al clima. E, per essere concreti, fatemi esemplificare su una recente articolessa a piena pagina pubblicata sul Piccolo di Trieste (gruppo Repubblica-L’Espresso, ça va sans dire). Il titolo è tutto un programma: «Le gravi colpe del negazionismo climatico». Naturalmente nessuno al mondo nega il cambiamento climatico, men che meno il clima. Il contendere è se esso sia responsabilità umana. C’è chi dice sì, chi dice che no, il clima e il suo cambiamento è responsabilità della Natura. Epperò il giornalista con la barba incolta non frena la propria pala e arriva il primo getto di fango con l’uso della parola negazionista. Peraltro, non gli sovviene che potrebbero essere tacciati di negazionismo coloro che negano l’origine naturale del clima. Ma il cervello dei giornalisti con la barba incolta è obnubilato dagli sforzi per sostenere l’insostenibile. Scrive il Nostro: «I negazionisti complottisti climatici stanno ricaricando il loro armamentario di teorie bislacche e, in alcuni casi, dollari sonanti dalle grandi compagnie di combustibili fossili per finanziare la disinformazione». Taccio sull’italiano criptico, ma a fronte dell’affermazione, nessun esempio di teoria «bislacca» è offerta al povero lettore che si affida - peggio per lui - a codeste barbe incolte. Anche perché la teoria «bislacca» sarebbe che è la Natura a governare il clima. Oltre ad avere la barba incolta questi giornalisti hanno il coraggio del coniglio: molto accortamente il Nostro si astiene dal produrre nomi di negazionisti pagati per dire menzogne. Per lo più costoro sono rispettabili professori - qualcuno è anche premio Nobel - e una querela per diffamazione è un obbligo. Insomma la palata di fango è gettata, ma niente nomi. La speranza è: del fango gettato qualcosa resterà. «Il dibattito sulla crisi climatica è chiuso da tempo tra gli scienziati del clima». Chi scrive queste parole ha la pretesa di dar lezioni, ma non ha ancora capito come funziona il metodo scientifico. Ove nessun dibattito è mai chiuso su niente. La scienza non ha un catechismo di domande e risposte. Nel caso in parola, poi: possibile che oltre 1500 tra geologi, geofisici, astrofisici, climatologi che hanno dichiarato, nero su bianco, «non v’è alcuna crisi climatica» non facciano venire alcun dubbio? Ma il Nostro continua granitico: «Il fatto è - il fatto è! - che non si possono liquidare questi scienziati o sedicenti tali semplicemente ignorandoli. Perché c’è poco da ridere in quella parte del mondo dove l’impatto della crisi climatica è devastante in termini di migrazioni forzate». Tre concetti - questi sì, bislacchi - emergono. Primo, quel «sedicenti tali» manifesta ancora una volta l’incomprensione di cosa la scienza sia. Essere scienziato non è un aggettivo qualificativo, men che meno un merito, ma è una professione. Non si può essere «sedicenti» scienziati, come non si può essere sedicenti giornalisti o medici. Secondo - e questa è divertente -: non sovviene al Nostro che se nel pianeta vi sono aree ricettacolo di migrazioni a causa del clima ottimale, necessariamente devono esservi aree ove il clima è meno ottimale, anche sgradevole, fino ad essere miserabile. Il pianeta è tondo, gira attorno al Sole su orbita ellittica, con distanza tra afelio e perielio non costante, gira attorno ad un asse inclinato sul piano dell’eclittica, l’angolo di inclinazione non è costante, l’asse di rotazione non è fisso ma ruota di moto di precessione, ecc… Emissioni antropiche o no, se migrazioni climatiche han da essere, migrazioni climatiche saranno. Infine, non si capisce come il solo fatto di dire - ripeto: dire - che il clima è una faccenda naturale e non antropica possa avere alcunché a che fare con eventi sgradevoli (siccità, inondazioni, migrazioni climatiche), tanto più che da quanto detto dai «negazionisti» i decisori politici del pianeta non sembrano minimamente scalfiti. Con questa ultima stravagante visione delle cose, il giornalista evoca il «delitto d’opinione». Perché, a stare sul banco degli imputati è l’opinione. La parola usata è sua. Non val la pena scomodare la Costituzione (art. 21), ma basta la logica: come farebbe un’opinione, per di più dichiarata minoritaria, indegna di essere anche solo messa in discussione, ad essere un delitto è un mistero. A meno che il Nostro non abbia la stessa preoccupazione della moglie di quel vescovo protestante di oltre un secolo fa che, terrorizzata dalla prospettiva dell’affermazione della teoria evoluzionista, diceva con sgomento: «Oddio, speriamo che il signor Darwin abbia torto. E, dovesse mai avere ragione, speriamo che i fedeli non vengano mai a saperlo».
(Ansa)
Sia chiaro, non è una certezza, ma la probabilità è alta: anche perché il conto rischia di essere salato per i Paesi del Golfo tra attacchi alle infrastrutture energetiche, export rallentato, turismo colpito, premi assicurativi in aumento e spesa militare in salita. In più, il ministro dell’Energia del Qatar ha avvertito che, se il conflitto proseguisse ancora per settimane, tutti gli esportatori del Golfo potrebbero essere costretti a fermare le spedizioni.
Per l’Italia il punto è molto semplice: Roma ha scommesso una parte della sua politica industriale e geopolitica sul capitale del Golfo. A febbraio 2025 gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato investimenti per 40 miliardi di dollari in Italia, concentrati su intelligenza artificiale, data center, spazio, rinnovabili e materie prime critiche; nello stesso pacchetto sono stati firmati oltre 40 accordi. Un mese prima, l’Italia aveva siglato con l’Arabia Saudita accordi di cooperazione industriale per circa 10 miliardi di dollari, in settori che vanno dalle infrastrutture all’energia, dalla difesa al turismo. E a marzo 2025 Sace e il Public Investment Fund saudita hanno firmato un memorandum che prevede fino a tre miliardi di dollari di supporto a progetti guidati dal Pif e dalle sue partecipate.
Per questo la vera domanda non è se i Paesi arabi «venderanno l’Italia» domani mattina. La questione è un’altra: quanti dossier italiani rischiano di restare congelati prima ancora di arrivare a esecuzione? Se i governi del Golfo devono usare i fondi sovrani come cuscinetto interno, la priorità diventa stabilizzare casa propria. Lo scenario base non è quello di una svendita forzata di asset esteri, ma piuttosto di un rallentamento degli investimenti e di un riequilibrio silenzioso dei portafogli. Per l’Italia, che su molti dossier col Golfo è ancora nella fase delle promesse, questa è forse la minaccia più concreta.
Il rischio è particolarmente alto nei comparti dove il capitale del Golfo è strategico. Pensiamo all’energia e alle rinnovabili, dove la cooperazione con Masdar e altri soggetti emiratini è stata presentata come un asse chiave; pensiamo all’aerospazio e alla difesa, dove gli accordi Italia-Emirati e Italia-Arabia Saudita hanno una dimensione industriale, tecnologica e geopolitica; pensiamo all’Ia e ai data center, cioè esattamente quei settori che Palazzo Chigi aveva indicato come terreno privilegiato dei 40 miliardi annunciati da Abu Dhabi.
C’è poi un secondo livello, meno visibile ma più immediato: l’energia. Il Qatar vale circa 7 miliardi di metri cubi di gas all’anno per l’Italia, pari a circa l’11% dei consumi nazionali. Per ora Snam ha detto di non vedere interruzioni nel breve, perché le navi previste per marzo erano già partite prima dell’esplosione della crisi e avevano già superato Hormuz. Ma il messaggio politico ed economico è già arrivato: se il Golfo si blocca, l’Italia non subisce solo un eventuale rallentamento degli investimenti, ma anche uno choc sui prezzi energetici, sui costi logistici e sugli esportatori. Non a caso il ministro Antonio Tajani ha detto che il governo sta preparando misure per proteggere imprese e famiglie dall’impatto della crisi, sottolineando il peso strategico del Golfo per l’economia italiana.
Del resto, i fondi sovrani dell’area amministrano circa 5.000 miliardi di dollari e, in caso di crisi prolungata, la pressione politica per usarli a fini di stabilizzazione interna aumenterà inevitabilmente.
Ma, dove sono in Italia i fondi in arrivo dal Golfo? Nel 2025 i principali investimenti arabi in Italia si concentrano su lusso, immobiliare, energia e industria. Il Qatar è l’attore più visibile: tramite Qia controlla Porta Nuova a Milano, hotel iconici a Milano, Roma e Firenze e, con Smeralda Holding, la Costa Smeralda in Sardegna. Nella moda, Mayhoola resta centrale con Valentino, Pal Zileri e il fondo Iq Made in Italy, creato per sostenere imprese italiane di moda, food, arredo e tempo libero. Sul piano industriale il rapporto è sempre più strategico: Saipem ed Eni sono partner chiave del Qatar nell’energia e nel Gnl.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno, poi, messo il turbo negli investimenti nel 2025 con un piano da 40 miliardi di dollari: focus su data center, Ia, infrastrutture energetiche, difesa e aerospazio, con Leonardo. In Toscana e Versilia avanzano nel real estate di fascia alta, come mostra l’acquisto del Grand Hotel Imperiale di Forte dei Marmi da parte di Mohamed Alabbar.
L’Arabia Saudita, tramite Pif, punta invece su tecnologia, ospitalità e supporto alle imprese italiane coinvolte nei mega-progetti sauditi: l’accordo con Sace e l’ingresso nel capitale di Rocco Forte Hotels ne sono i segnali più forti. Kuwait e Bahrain restano presenti con partecipazioni più silenziose in grandi gruppi e nuove intese in salute e biotech.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Se la prendono comoda. Al centro del dibattito, il controverso meccanismo con cui vien determinato il prezzo dell’elettricità. Il sistema oggi in vigore prevede che i produttori di energia vengano chiamati a immettere elettricità nella rete in base al costo di produzione dal più basso al più alto. Il prezzo finale per tutti è dato dall’ultimo impianto necessario a soddisfare la domanda. Questo è spesso una centrale a gas con il risultato che anche l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili, finisce per essere pagata con prezzi più alti.
I gruppi dell’industria energivora sostengono che l’attuale sistema non è più adatto a rispondere a una crisi innescata dai combustibili fossili. Posizione non condivisa dai produttori di energia che invece sono contrari a una riforma del mercato. Una delle opzioni sul tavolo del Consiglio europeo è di separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas. Allo stesso modo circola l’opzione di sospendere o modificare profondamente l’Ets, ovvero il sistema di scambio di quote di emissioni di Co2 in vigore in Europa, rendendo più economico per le aziende elettriche e per l’industria, emettere gas. Una soluzione che consentirebbe di contenere gli incrementi delle bollette. Il governo italiano ha chiesto esplicitamente che il meccanismo venga congelato fino all’attuazione delle riforme e nel frattempo ha varato con il decreto Bollette, un provvedimento che mira ad azzerare i costi del carbonio. E punta ad andare fino in fondo anche da sola.
Prima dell’attacco in Iran la Commissione aveva prospettato una revisione del meccanismo Ets nel terzo trimestre dell’anno ma è evidente che la crisi geopolitica non può non modificare l’agenda anche se fino ad ora Bruxelles non ha brillato per decisioni veloci. Il timore è di uno scontro con i Paesi concentrati a cambiare il meccanismo di determinazione dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità. I ministri dell’energia di Danimarca, Finlandia, Lettonia, Lussemburgo, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia e Belgio avrebbero scritto, il 5 marzo, una lettera in tal senso alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Questa posizione contrasta con i Paesi a forte vocazione industriale come Germania, Francia e Italia. Al prossimo Consiglio Ue, ha detto la premier Giorgia Meloni, «proporremo la sospensione dell’Ets. Il problema che noi continuiamo a porre è che oggi si tiene conto anche degli Ets per determinare il prezzo di tutte le forme di energia anche di quelle che non sono inquinanti anche delle rinnovabili e questa cosa secondo noi non ha senso. Chiediamo da sempre di scorporare il costo degli Ets dalla determinazione del prezzo dell’energia rinnovabile, dell’idroelettrico e solare per abbassare i costi». A questo punto, sulla base della lettera dei Paesi che tifano per lasciare tutto così com’è, si preannuncia un Consiglio agitato, dove si misurerà la capacità dell’Europa di reagire in tempi utili ad una crisi che rischia di essere di grande impatto.
Sul tema è molto impegnato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini che ha lanciato un appello alle istituzioni europee e al governo italiano perché intervengano rapidamente sulla speculazione in atto sui rezzi dell’energia e rivedano il sistema Ets. Secondo Orsini «l’Europa rischia di compromettere la competitività della propria industria se non affronta con decisione l’aumento dei costi energetici».
Sulla stessa linea il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi: «È necessario valutare con attenzione l’impatto del sistema Ets. Per una Paese come l’Italia, dove il prezzo dell’elettricità è fortemente influenzato dal costo del gas, una sospensione temporanea dell’Ets contribuirebbe a ridurre il prezzo dell’energia anche di 25 euro al MgW in attesa di una revisione strutturale del meccanismo a livello europeo».
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Vladimir Putin (Ansa)
Il petrolio accelera, e i trader guardano i grafici con la sensazione che qualcuno dovrebbe chiamare i pompieri.
Così mentre la Casa Bianca cerca di raffreddare il mercato, il barile prende supera quota 94 dollari. In una sola seduta è balzato di oltre il 10%. Panico. È in questo clima che Donald Trump decide di giocare la sua carta geopolitica: concede all’India (dopo la Germania) una deroga di trenta giorni per continuare ad acquistare greggio da Mosca. Sembra un paradosso diplomatico: gli Stati Uniti sanzionano il petrolio russo, ma allo stesso tempo autorizzano uno dei più grandi raffinatori del mondo a comprarlo. Il motivo è semplice e molto poco ideologico. Il prezzo del petrolio sta correndo troppo velocemente. I costi energetici iniziano a diventare un problema serio per l’economia globale. E soprattutto per gli Stati Uniti, dove il prezzo della benzina è sempre stato uno dei termometri più sensibili della politica interna. Da qui la scelta di aprire una finestra sull’India. Nuova Delhi non è un cliente qualunque. È il quarto raffinatore del pianeta e uno dei principali esportatori di carburanti raffinati. In pratica, una gigantesca macchina industriale che trasforma petrolio in benzina, diesel e carburante per mezzo mondo. Negli ultimi mesi, sotto pressione americana, l’India aveva iniziato a ridurre gli acquisti di greggio russo per sostituirli con forniture provenienti dal Golfo Persico. Ma con la crisi mediorientale che minaccia proprio quelle rotte, il sistema energetico asiatico rischia di trovarsi improvvisamente scoperto. Ecco quindi la soluzione americana: trenta giorni di tolleranza per comprare petrolio russo. Per Putin una notizia tanto gradita quanto inattesa. Di colpo viene legalizzata una flotta fantasma. Petroliere con bandiere di comodo, assicurazioni difficili da tracciare e itinerari che cambiano all’ultimo momento. Secondo le stime degli analisti, circa 150 milioni di barili di petrolio russo navigano in questa zona grigia.
La deroga concessa all’India ha un effetto piuttosto immediato: quel petrolio improvvisamente trova un acquirente legittimo. Una piccola magia diplomatica che, nel tentativo di calmierare il prezzo del barile, finisce inevitabilmente per dare una mano anche al Cremlino.
La mossa americana ha anche un altro destinatario, meno visibile ma altrettanto importante: la Cina. Pechino osserva con grande attenzione tutto ciò che accade nel mercato energetico globale. E negli ultimi anni ha costruito un sistema di approvvigionamento estremamente flessibile, capace di muoversi tra sanzioni, sconti e rotte alternative. Aprire temporaneamente il mercato indiano al petrolio russo significa anche impedire che tutta quella massa di greggio finisca esclusivamente nelle raffinerie cinesi.
È una partita sottile, dove ogni barile ha un significato geopolitico. Il problema è che mentre la diplomazia prova a fare i suoi calcoli, la realtà del Medio Oriente continua a complicare il quadro. La tensione con l’Iran resta altissima. Teheran non sembra avere alcuna intenzione di sedersi al tavolo dei negoziati e il conflitto rischia di allargarsi. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche stanno alimentando un clima di incertezza che i mercati non sopportano. Il bombardamento dell’area petrolifera di Bassora è stato interpretato dagli operatori come un segnale inquietante: quando i giacimenti diventano obiettivi militari, la sicurezza energetica mondiale entra in discussione. E poi c’è la questione più delicata di tutte: lo Stretto di Hormuz. Se quel rubinetto si chiude, anche solo parzialmente, il mercato globale entra immediatamente in crisi. Le minacce iraniane e l’impennata dei premi assicurativi per le petroliere hanno già rallentato il traffico.
Gli esportatori del Golfo iniziano a preoccuparsi sul serio. Alcuni Paesi stanno già riducendo la produzione semplicemente perché non hanno più spazio dove stoccare il petrolio. È il lato meno spettacolare ma più concreto delle crisi energetiche: quando il trasporto si blocca, tutta la catena produttiva si inceppa. Le raffinerie asiatiche iniziano a prepararsi a un possibile razionamento delle forniture. La Cina ha già chiesto ai propri impianti di sospendere le esportazioni di carburanti per conservare scorte interne. Una misura prudenziale che ricorda molto da vicino le strategie adottate durante le grandi crisi petrolifere del passato. La Casa Bianca prova a rassicurare i mercati. Trump ha promesso nuovi interventi per stabilizzare il prezzo del petrolio e ridurre la pressione sulle quotazioni. Ma nello stesso messaggio ha anche ribadito che la guerra non si fermerà fino alla resa incondizionata dell’Iran. È un equilibrio curioso.
Il risultato è che il petrolio continua a salire. La deroga concessa all’India è una valvola di sfogo, non una soluzione. Serve a guadagnare tempo mentre il mercato prova a capire se lo Stretto di Hormuz tornerà operativo.
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Pedro, Pedro, Pedro. Come avrebbe detto Raffaella Carrà, sembrava tanto perbenino… E invece è un bel filone. Il premier spagnolo, il mito di Elly Schlein e della sinistra radicale italiana, continua a sbandierare la sua presunta autonomia strategica dall’America di Donald Trump. Negare l’uso delle basi in territorio iberico, ha ribadito ieri Sánchez, «è un nostro diritto in quanto Paese sovrano». È il nazionalismo che piace ai progressisti che piacciono. Ma se si gratta sotto la superficie barricadera, ecco che viene fuori la realtà che già il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva indicato durante le sue comunicazioni alla Camera di giovedì: le regole sull’utilizzo delle piattaforme statunitensi sono le stesse in Italia e in Spagna, «perché il trattato è identico». E ciò che abbiamo dovuto concedere noi - il loro impiego per operazioni «non cinetiche», che non riguardano la mobilitazione di mezzi direttamente coinvolti nel conflitto in Iran - «è lo stesso uso che sta concedendo Sánchez». Madrid, anzi, potrebbe essersi spinta persino un po’ più in là.
«scalo a sigonella»
Lo ha scritto la testata El Español: «Almeno due navi e una decina di aerei sono partiti da Rota», in Andalusia, dove sorge l’hub Usa, «in direzione dell’Iran, da quando Sánchez ha posto il veto all’uso delle basi». Il quotidiano ha fornito dettagli molto precisi: l’altro ieri, «due Lockheed Martin KC-130J Super Hercules, noti per la loro capacità di rifornire sia velivoli ad ala fissa che ad ala rotante, sono partiti per il Mediterraneo orientale, una posizione strategica per sostenere l’operazione e rafforzare le difese di Israele contro una potenziale risposta iraniana. Mercoledì 4 marzo, alle 21.00, un aereo da trasporto pesante statunitense C-17° Globemaster III è partito dalla base navale di Rota. La sua destinazione? La base Nato di Sigonella, in Italia. Ha fatto scalo lì e poi ha proseguito per Camp Lemonnier a Gibuti, un piccolo paese costiero di fronte allo Yemen». Se è così, vanno riqualificate pure le affermazioni del nostro governo: ad esempio, secondo il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, le basi presenti nel nostro Paese non sono coinvolte neppure in operazioni logistiche. Ma soprattutto, la ricostruzione dell’Español smonta la prosopopea del primo ministro socialista.
È persino più imbarazzante la testimonianza del Mundo: dal 27 febbraio al 5 marzo, ha rivelato il giornale, da Rota e Morón ci sono stati «non meno di 40» voli. E almeno 24 apparecchi, dopo uno scalo in Germania o in Italia, sarebbero andati ad attaccare l’Iran, «mentre Sánchez si vantava nel “No alla guerra”».
Che i fatti siano diversi da come li racconta il prezzemolino di Pd, Avs e M5s, lo ha confermato ieri anche il sindaco di Rota, José Javier Ruiz Arana, compagno di partito del premier. In un’intervista a Canal Sur Radio, il primo cittadino ha sostenuto che nella struttura si registrano «movimenti quotidiani di aerei e navi». Egli non è in grado di affermare se il traffico sia legato alla missione in Medio Oriente, perché «non ci informano mai e tanto meno vengono informati i Comuni». Gli americani agiscono nella riservatezza e le autorità non si sognano di disturbarli. «Continuiamo a vedere ogni giorno il movimento di aerei e navi», ha riferito Arana, «ma non chiediamo mai dove vanno né da dove vengono». Il sindaco, peraltro, è uno che alla base Usa ci tiene, visto il suo «enorme impatto» sull’«economia locale»: circa 3.000 posti di lavoro.
Può darsi che fosse a questa situazione cui si riferiva la Casa Bianca, quando ha assicurato che Madrid, archiviate le iniziali titubanze, si era messa a collaborare. Il governo spagnolo aveva subito smentito, suscitando l’ira di Trump, che ha minacciato un embargo totale sull’export iberico. Non sarebbe una perdita irreparabile: solo il 5% dei prodotti della Spagna viaggia Oltreoceano, contro l’11% di quelli italiani e il 10% di quelli tedeschi.
la fregata colón
Nonostante sia stato colto con le mani nella marmellata, Sánchez ha proseguito a impartire lezioni di moralità: ieri, pur confermando un «enorme rispetto per la presidenza Usa», ha rivendicato un «atlantismo su base paritaria», ben sapendo che si tratta di una pia illusione, indipendentemente da chi si trovi nello Studio ovale. E ha ribadito che per lui - e per l’omologo portoghese, Luís Montenegro - questa guerra è «uno straordinario errore che pagheremo. E difatti stiamo già pagando con l’aumento del prezzo del petrolio, del prezzo del gas, senza dimenticare il numero di vittime». Tutto vero. Peccato che nessuno se ne sia preoccupato quando un altro presidente americano, Joe Biden, aveva preteso di partecipare a un conflitto per procura contro la Russia a due passi da casa nostra, in Ucraina. Obbligandoci a corrergli dietro e scaricando su noi europei le conseguenze economiche. Sarà che, nel 2022, Sánchez aveva potuto tenere la mente sgombra: in virtù della cosiddetta «eccezione iberica», l’Ue permise a Madrid e Lisbona di disapplicare le regole del mercato comunitario e di introdurre un tetto al costo dell’energia.
Intanto, sull’invio della fregata Colón a Cipro, Sánchez agisce d’imperio, suscitando le proteste del leader dei popolari, Alberto Núñex Feijóo: in nome della legge sulla Difesa nazionale, non vuole chiedere un voto al Parlamento. Pedro, Pedro, Pedro: altro che perbenino…
L’ok del governo serve per i raid. Ma non per sganciare l’atomica
Dieci, nove, sette. Nessuno sa con precisione quante siano le basi statunitensi in Italia. Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, dove Washington tiene parte della sua aeronautica e alcune armi atomiche. Sigonella in Sicilia, Gaeta nel Lazio. E poi Camp Darby in Toscana. Camp Ederle a Vicenza ospita la 173ª Brigata paracadutisti di pronto impiego per il fronte Sud (Africa), mentre la Caserma Del Din, sempre in Veneto, è base di truppe terrestri. Non tutte le sedi però sono note perché alcune di loro si mischiano ospitando personale italiano, statunitense e Nato. Dovrebbe essere composto invece da circa 30.000 unità, tra reclute e ufficiali, l’esercito statunitense di stanza in Italia: 13.000 militari americani nelle basi, altri 21.000 fanno parte invece della VI flotta della Us Navy, dove ci sono 40 navi e 175 aerei di combattimento e di trasporto. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dopo che lo aveva già fatto Giorgia Meloni, ha assicurato che «i trattati internazionali prevedono soltanto motivi logistici, non sono basi per far partire azioni di bombardamento».
Concetto ribadito anche da Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia: «La concessione di basi militari italiane può riguardare solo atti non cinetici, cioè non di guerra, ma solo per supporto tecnico e logistico». Così come «l’invio di truppe di cui si parla in realtà non sussiste, sussiste la votazione che si è svolta lo scorso anno di una scheda parlamentare votata da tutti con cui si chiede di mettere in sicurezza gli italiani militari e civili già presenti sul territorio». Eppure nonostante le ripetute rassicurazioni del governo, arrivano le intimidazioni di Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore iraniano in Italia: «Qualsiasi cooperazione o sostegno di terze parti agli attacchi sarà considerata come un atto di assistenza e ostilità e riceverà una risposta proporzionata». Reza ha poi aggiunto: «Non è una minaccia, è soltanto un monito, la capacità missilistica della Repubblica Islamica è stata sviluppata esclusivamente come legittima difesa. L’Iran ha sempre considerato l’Italia un Paese amico e un ponte di dialogo, diplomazia e pace in Europa. Allo stesso tempo, l’Iran è preparato a tutti i possibili scenari e, qualora si trovi di fronte a qualsiasi minaccia, difenderà con decisione se stesso». Nelle basi, di norma, valgono le leggi italiane, anche se nella prassi nelle aree militari le leggi civili possono essere ignorate nel caso sia in ballo la sicurezza nazionale. Di fatto, quindi, è come se si trattasse di un territorio franco.
I primi patti che regolamentano l’utilizzo delle basi sono stati siglati dopo la Seconda guerra mondiale. Il Nato Sofa del 1951, conosciuto come Convenzione di Londra, e poi il Bilateral infrastructure agreement (Bia), stipulato tra Italia e Stati Uniti il 20 ottobre 1954.
Tra gli addetti ai lavori lo chiamano Accordo Ombrello e il suo contenuto non si conosce. Accordo che poi è stato aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995. Normalmente si parla di «bilateralizzazione» dell’art. 3 del Trattato Nato che impegna le parti a sviluppare le loro capacità di difesa, individualmente e congiuntamente, e a prestarsi reciproca assistenza per sviluppare le loro capacità di legittima difesa individuale e collettiva. Siti militari Usa in Italia sono già stati utilizzati nei conflitti diverse volte. Nel 1999, con Massimo D’Alema premier, l’Italia ha concesso le basi per i bombardamenti in Kosovo nell’operazione Allied force della Nato a cui prese anche parte direttamente, senza passare per il Parlamento.
Governo e Parlamento nel 2003 (Berlusconi II) durante la seconda Guerra del Golfo condotta dagli Usa approvarono l’invio verso Erbil, in Iraq, dei paracadutisti della diciassettesima Brigata da Camp Ederle. Era una missione non Nato.
Adesso sono in molti a chiedersi cosa succederà. Per quanto riguarda l’uso delle armi atomiche presenti in Italia va ricordato che essendo la Nato un’alleanza difensiva, possono essere usate solo se un Paese alleato fosse attaccato. Un paese Nato, non necessariamente l’Italia. E se la Nato dovesse decidere di usare la bomba atomica che si trova ad Aviano non dovrebbe chiedere il permesso di farlo al governo italiano, ma al Consiglio dell’Alleanza Atlantica. Se questo dovesse dare parere favorevole, allora nulla potrebbe impedire l’uso di quell’arma. Invece nel caso in cui gli Stati Uniti intendano utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici, come gli attacchi a Teheran, serve l’ok del governo italiano.
Nello scalo militare di Sigonella in Sicilia si è intensificato il traffico di droni e aerei americani, ma solo per rifornimento, logistica e sorveglianza aerea mentre una dozzina di F-16 sarebbero già stati trasferiti ad Aviano. Ma mentre le opposizioni si preoccupano di eventuali attacchi all’Iran dall’Italia, il governo si concentra su una minaccia reale: la presenza di infrastrutture statunitensi militari è un elemento sensibile rispetto ad eventuali minacce terroristiche in Italia, tanto che in queste ore il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha inviato a prefetti e questori una circolare per il rafforzamento della vigilanza sulle stesse basi e sui siti sensibili riconducibili alla filiera di produzione a interesse militare americano.
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