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2024-04-20
«Emiliano ha mentito sull’inchiesta». La Puglia travolge Conte e la Schlein
Michele Emiliano (Ansa)
L’ex commissario smentisce la versione data dal governatore sulle sue dimissioni. La notizia arrivava da «fonti romane».Michele Emiliano tace sulle ultime rivelazioni del suo ex assessore che lo coinvolgono e rischiano di costringerlo alle dimissioni Indiscrezioni parlano della tentazione di spostare il Consiglio regionale in programma martedì. Centrodestra sulle barricate.Lo speciale contiene due articoli
Il passo falso di Michele Emiliano nell’inchiesta che ha privato della libertà il suo ex assessore all’Urbanistica Alfonso Pisicchio, leader e fondatore del movimento Senso civico, è in uno scambio di messaggi Whatsapp che il governatore rosso avrebbe mandato al suo (ormai ex) vassallo e che l’indagato ha letto al giudice Ilaria Casu durante il suo interrogatorio di garanzia. E, così, le dimissioni a orologeria di Pisicchio dall’Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione solo poche ore prima della notifica dell’ordinanza (il 10 aprile scorso), che erano apparse come un estremo tentativo di far venire meno le esigenze cautelari, in realtà ora si trasformano in un tentativo di Emiliano di marcare una certa distanza dal perimetro dell’indagato.
Inoltre, quelle che erano state presentate come delle semplici coincidenze sarebbero state parte di un piano ben preciso. Emiliano era informato che qualcosa a livello giudiziario era imminente e Pisicchio è stato messo davanti a un bivio: le dimissioni o la revoca dell’incarico. «C’è una vecchia inchiesta che ti riguarda e che ha ripreso slancio», gli avrebbe scritto in sostanza Emiliano spiegandogli, ha ricostruito ieri La Gazzetta del Mezzogiorno, il motivo per il quale gli stava chiedendo di lasciare l’incarico nell’Agenzia, dove il governatore lo aveva nominato solo quattro mesi prima. E la vecchia inchiesta, stando alle accuse, vedeva Pisicchio sospettato di aver creato un sistema ben oliato per incamerare dalle aziende che avrebbe aiutato a ottenere appalti pubblici assunzioni in cambio di voti che sarebbero stati dirottati sulle liste a sostegno di Emiliano.
Le ore di libertà dell’ex assessore erano già contate, visto che il pm della Procura di Bari Claudio Pinto aveva depositato al gip, dove pendeva una richiesta di arresti, una comunicazione per specificare che le esigenze cautelari erano attuali. Quando Pisicchio avrebbe chiesto spiegazioni a Emiliano (sarebbero questi i contenuti del verbale d’interrogatorio con il gip) si sarebbe sentito rispondere che la notizia sarebbe giunta da «fonti romane». Molto bene informate, visto che l’8 febbraio, poco più di un mese prima rispetto agli arresti, il pm aveva depositato l’ultima informativa della Guardia di finanza che ridava slancio all’inchiesta partita tre anni fa. Il gip deposita l’ordinanza di custodia cautelare nel pomeriggio di lunedì 8 aprile e il pm, stando a quanto riportato sul frontespizio del documento con una sigla di «pervenuto» che lo attesta, la ritira il giorno successivo, ovvero il 9. Probabilmente l’organizzazione del blitz era prevista per la mattina dell’11. Il 10, però, lo scenario si è improvvisamente trasformato. A partire dalle prime ore della giornata.
«Possiamo vederci e parlarne?», avrebbe chiesto Pisicchio a Emiliano. E il governatore avrebbe risposto con un secco «no», aggiungendo l’aut aut: «O ti dimetti o ti revoco». Ed ecco le cinque tappe che erano note di questa storia: quella stessa mattina (dopo la conversazione con il governatore) Pisicchio firma le sue dimissioni; raggiunge il suo avvocato, Michele Laforgia (che poi rimetterà il mandato), e si sarebbe trattenuto con lui fino al pomeriggio; in tutta fretta, dopo l’ora di pranzo (la firma digitale del governatore risulta apposta alle 14.13), alle 15.48, viene pubblicizzata la nuova nomina al vertice dell’Agenzia; appresa la notizia, la Procura di Bari decide di anticipare l’esecuzione della misura cautelare che il gip aveva depositato 48 ore prima e delega la Guardia di finanza per la notifica (eseguita proprio la sera del 10); Emiliano spiega la mattina successiva che la scelta di nominare Pisicchio era stata legata alle rassicurazioni che lo stesso Pisicchio gli aveva fornito sull’archiviazione del procedimento a suo carico. Aggiungendo anche che «nel momento in cui era stato richiesto all’interessato di fornire un riscontro fattuale a queste sue assicurazioni, alla luce delle verifiche a 360 gradi che l’amministrazione regionale stava effettuando su tutte le eventuali situazioni giudiziariamente rilevanti, lo stesso non è stato in grado di dare tali riscontri».
Pisicchio avrebbe letto al gip lo screenshot della conversazione con Emiliano, spiegando che era rimasto colpito al punto da decidere di fotografare quello scambio di messaggi e di girarlo ai familiari. Poi ne avrebbe parlato al telefono con sua moglie (che è un dato facilmente recuperabile tramite l’acquisizione dei tabulati telefonici). Quando i finanzieri si sono presentati a casa Pisicchio, gli investigatori l’hanno sorpreso proprio mentre tentava di cancellare dal suo smartphone alcune conversazioni. Che ora, ovviamente, gli inquirenti stanno cercando di recuperare tramite un consulente tecnico informatico. La Procura, nel frattempo, ha fatto acquisire la delibera con cui Emiliano ha revocato l’incarico a Pisicchio. E non è da escludere che ci siano già delle attività in corso per accertare la provenienza della notizia che ha innescato la conversazione tra il governatore e l’indagato.
Il governatore adesso si chiude nel mutismo
Che farà adesso, Michele Emiliano? La giornata di ieri è trascorsa senza che il solitamente ciarliero presidente della Regione Puglia pronunciasse verbo: evidentemente questa volta riuscire a uscire dal vicolo cieco non è facile. Nessuna smentita è arrivata da Emiliano in relazione ai Whatsapp mostrati agli inquirenti da Alfonso Pisicchio, ed è prevedibile che a questo punto i magistrati di Bari chiederanno al governatore da chi abbia ricevuto le notizie che poi avrebbe comunicato all’esponente politico poche ore prima del suo arresto, con relativa imposizione delle dimissioni. Dimissioni che, in un Paese serio, dovrebbe a questo punto presentare lo stesso Emiliano, la cui permanenza al vertice della Regione Puglia è sempre più simile a una missione impossibile tra scandali giudiziari, fughe dalla maggioranza, vicende inquietanti e fumose.
Le rivelazioni di Pisicchio rischiano di rendere pretestuosa la spiegazione data da Emiliano il giorno dopo l’arresto del suo ex assessore: «La nomina a commissario Arti di Alfonso Pisicchio», aveva scritto Emiliano, «è stata effettuata sulla base del fatto che il prof Pisicchio aveva dato assicurazioni che le indagini a suo carico erano state chiuse con archiviazione. Nel momento in cui è stato richiesto allo stesso prof Pisicchio di dare riscontro fattuale a queste sue assicurazioni, alla luce delle verifiche a 360 gradi che l’amministrazione regionale sta effettuando su tutte le eventuali situazioni giudiziariamente rilevanti», aveva aggiunto Emiliano, «lo stesso non è stato in grado di dare tali riscontri. Per questa ragione in data di ieri ho proposto alla giunta di sostituirlo con un dirigente della Regione Puglia». Secondo Emiliano quindi Pisicchio gli aveva mentito, inventandosi una archiviazione che non c’era. Quanto sostenuto ieri da Pisicchio smentisce completamente questa ricostruzione, e del resto che il prof fosse sotto inchiesta era riportato su tutti i media. Intanto, il centrodestra non concede tregua a Emiliano, e le voci che vorrebbero il presidente della Regione intenzionato a far slittare il prossimo Consiglio regionale, in programma il 23 aprile, convincono l’opposizione a intervenire. I capigruppo di centrodestra scrivono alla presidente del Consiglio regionale, Loredana Capone: «Abbiamo appreso da notizie di stampa», recita il documento, «che è sua intenzione e del presidente Emiliano, contrariamente a quanto concordato in conferenza dei presidenti dei gruppi consiliari,, di non convocare il Consiglio regionale già previsto per il 23 aprile. Ci auguriamo che sia una fake news. Pur comprendendo le difficoltà politiche della maggioranza, riteniamo che gli interessi dei cittadini pugliesi siano prioritari a tutto, anzi sono il motivo per cui siamo stati eletti. Pertanto, la invitiamo a convocare il Consiglio regionale già programmato, assolvendo in pieno al suo compito istituzionale così da evitarci di assumere determinazioni politiche anche eclatanti».
Martedì prossimo il Consiglio regionale rischia di essere assai insidioso per Emiliano: il M5s è uscito dalla maggioranza; Sinistra italiana non si accontenta della sostituzione di due assessori esterni; il Pd nazionale vorrebbe l’azzeramento della giunta e Azione, per continuare a sostenere il governo regionale, chiede la rotazione simultanea e immediata di tutti i dirigenti di sezione e servizio di tutti gli assessorati in carica da più di tre anni, la rotazione simultanea e immediata di tutti i direttori dei dipartimenti e la rotazione simultanea e immediata dei direttori generali delle Asl. La situazione rischia di precipitare, una crisi non sembra più ipotesi remota, anche se bisogna sempre fare i conti con la proverbiale ritrosia dei consiglieri regionali di andare a casa prima della scadenza della legislatura.
Un elemento in più: lo scorso 10 aprile, nel primo pomeriggio, arriva la notizia delle dimissioni di Alfonso Pisicchio dalla guida dell’Arti, l’Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione. Pisicchio, profetico, nel motivare le sue dimissioni chiarisce che alla base della sua decisione non c’è «nessuna scelta politica o connessa a qualsivoglia dietrologia, che pure immagino abbonderà nei prossimi giorni, ma non importa». Una decisione, precisa Pisicchio, nominato appena lo scorso dicembre alla guida dell’Arti, «che ho ormai maturato da tempo». Chi scrive però nota una curiosità, che riporta nell’articolo uscito l’11 aprile: Pisicchio, in qualità di commissario straordinario di Arti, era tra i relatori dell’evento in programma due giorni dopo, il 12 aprile, a Bari, dal titolo Oltre i confini: la mobilità transnazionale come opportunità di crescita del territorio regionale, seconda tappa del percorso di approfondimento organizzato da Regione Puglia e appunto da Arti. In serata arriva la notizia: l’ex assessore della Regione Puglia, Alfonso Pisicchio, e suo fratello Enzo sono agli arresti domiciliari. Ma il nome di Pisicchio resta sulle brochure dell’evento.
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L’ex commissario smentisce la versione data dal governatore sulle sue dimissioni. La notizia arrivava da «fonti romane».Michele Emiliano tace sulle ultime rivelazioni del suo ex assessore che lo coinvolgono e rischiano di costringerlo alle dimissioni Indiscrezioni parlano della tentazione di spostare il Consiglio regionale in programma martedì. Centrodestra sulle barricate.Lo speciale contiene due articoliIl passo falso di Michele Emiliano nell’inchiesta che ha privato della libertà il suo ex assessore all’Urbanistica Alfonso Pisicchio, leader e fondatore del movimento Senso civico, è in uno scambio di messaggi Whatsapp che il governatore rosso avrebbe mandato al suo (ormai ex) vassallo e che l’indagato ha letto al giudice Ilaria Casu durante il suo interrogatorio di garanzia. E, così, le dimissioni a orologeria di Pisicchio dall’Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione solo poche ore prima della notifica dell’ordinanza (il 10 aprile scorso), che erano apparse come un estremo tentativo di far venire meno le esigenze cautelari, in realtà ora si trasformano in un tentativo di Emiliano di marcare una certa distanza dal perimetro dell’indagato. Inoltre, quelle che erano state presentate come delle semplici coincidenze sarebbero state parte di un piano ben preciso. Emiliano era informato che qualcosa a livello giudiziario era imminente e Pisicchio è stato messo davanti a un bivio: le dimissioni o la revoca dell’incarico. «C’è una vecchia inchiesta che ti riguarda e che ha ripreso slancio», gli avrebbe scritto in sostanza Emiliano spiegandogli, ha ricostruito ieri La Gazzetta del Mezzogiorno, il motivo per il quale gli stava chiedendo di lasciare l’incarico nell’Agenzia, dove il governatore lo aveva nominato solo quattro mesi prima. E la vecchia inchiesta, stando alle accuse, vedeva Pisicchio sospettato di aver creato un sistema ben oliato per incamerare dalle aziende che avrebbe aiutato a ottenere appalti pubblici assunzioni in cambio di voti che sarebbero stati dirottati sulle liste a sostegno di Emiliano. Le ore di libertà dell’ex assessore erano già contate, visto che il pm della Procura di Bari Claudio Pinto aveva depositato al gip, dove pendeva una richiesta di arresti, una comunicazione per specificare che le esigenze cautelari erano attuali. Quando Pisicchio avrebbe chiesto spiegazioni a Emiliano (sarebbero questi i contenuti del verbale d’interrogatorio con il gip) si sarebbe sentito rispondere che la notizia sarebbe giunta da «fonti romane». Molto bene informate, visto che l’8 febbraio, poco più di un mese prima rispetto agli arresti, il pm aveva depositato l’ultima informativa della Guardia di finanza che ridava slancio all’inchiesta partita tre anni fa. Il gip deposita l’ordinanza di custodia cautelare nel pomeriggio di lunedì 8 aprile e il pm, stando a quanto riportato sul frontespizio del documento con una sigla di «pervenuto» che lo attesta, la ritira il giorno successivo, ovvero il 9. Probabilmente l’organizzazione del blitz era prevista per la mattina dell’11. Il 10, però, lo scenario si è improvvisamente trasformato. A partire dalle prime ore della giornata. «Possiamo vederci e parlarne?», avrebbe chiesto Pisicchio a Emiliano. E il governatore avrebbe risposto con un secco «no», aggiungendo l’aut aut: «O ti dimetti o ti revoco». Ed ecco le cinque tappe che erano note di questa storia: quella stessa mattina (dopo la conversazione con il governatore) Pisicchio firma le sue dimissioni; raggiunge il suo avvocato, Michele Laforgia (che poi rimetterà il mandato), e si sarebbe trattenuto con lui fino al pomeriggio; in tutta fretta, dopo l’ora di pranzo (la firma digitale del governatore risulta apposta alle 14.13), alle 15.48, viene pubblicizzata la nuova nomina al vertice dell’Agenzia; appresa la notizia, la Procura di Bari decide di anticipare l’esecuzione della misura cautelare che il gip aveva depositato 48 ore prima e delega la Guardia di finanza per la notifica (eseguita proprio la sera del 10); Emiliano spiega la mattina successiva che la scelta di nominare Pisicchio era stata legata alle rassicurazioni che lo stesso Pisicchio gli aveva fornito sull’archiviazione del procedimento a suo carico. Aggiungendo anche che «nel momento in cui era stato richiesto all’interessato di fornire un riscontro fattuale a queste sue assicurazioni, alla luce delle verifiche a 360 gradi che l’amministrazione regionale stava effettuando su tutte le eventuali situazioni giudiziariamente rilevanti, lo stesso non è stato in grado di dare tali riscontri». Pisicchio avrebbe letto al gip lo screenshot della conversazione con Emiliano, spiegando che era rimasto colpito al punto da decidere di fotografare quello scambio di messaggi e di girarlo ai familiari. Poi ne avrebbe parlato al telefono con sua moglie (che è un dato facilmente recuperabile tramite l’acquisizione dei tabulati telefonici). Quando i finanzieri si sono presentati a casa Pisicchio, gli investigatori l’hanno sorpreso proprio mentre tentava di cancellare dal suo smartphone alcune conversazioni. Che ora, ovviamente, gli inquirenti stanno cercando di recuperare tramite un consulente tecnico informatico. La Procura, nel frattempo, ha fatto acquisire la delibera con cui Emiliano ha revocato l’incarico a Pisicchio. E non è da escludere che ci siano già delle attività in corso per accertare la provenienza della notizia che ha innescato la conversazione tra il governatore e l’indagato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/emiliano-ha-mentito-sullinchiesta-la-puglia-travolge-conte-e-la-schlein-2667821647.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governatore-adesso-si-chiude-nel-mutismo" data-post-id="2667821647" data-published-at="1713557672" data-use-pagination="False"> Il governatore adesso si chiude nel mutismo Che farà adesso, Michele Emiliano? La giornata di ieri è trascorsa senza che il solitamente ciarliero presidente della Regione Puglia pronunciasse verbo: evidentemente questa volta riuscire a uscire dal vicolo cieco non è facile. Nessuna smentita è arrivata da Emiliano in relazione ai Whatsapp mostrati agli inquirenti da Alfonso Pisicchio, ed è prevedibile che a questo punto i magistrati di Bari chiederanno al governatore da chi abbia ricevuto le notizie che poi avrebbe comunicato all’esponente politico poche ore prima del suo arresto, con relativa imposizione delle dimissioni. Dimissioni che, in un Paese serio, dovrebbe a questo punto presentare lo stesso Emiliano, la cui permanenza al vertice della Regione Puglia è sempre più simile a una missione impossibile tra scandali giudiziari, fughe dalla maggioranza, vicende inquietanti e fumose. Le rivelazioni di Pisicchio rischiano di rendere pretestuosa la spiegazione data da Emiliano il giorno dopo l’arresto del suo ex assessore: «La nomina a commissario Arti di Alfonso Pisicchio», aveva scritto Emiliano, «è stata effettuata sulla base del fatto che il prof Pisicchio aveva dato assicurazioni che le indagini a suo carico erano state chiuse con archiviazione. Nel momento in cui è stato richiesto allo stesso prof Pisicchio di dare riscontro fattuale a queste sue assicurazioni, alla luce delle verifiche a 360 gradi che l’amministrazione regionale sta effettuando su tutte le eventuali situazioni giudiziariamente rilevanti», aveva aggiunto Emiliano, «lo stesso non è stato in grado di dare tali riscontri. Per questa ragione in data di ieri ho proposto alla giunta di sostituirlo con un dirigente della Regione Puglia». Secondo Emiliano quindi Pisicchio gli aveva mentito, inventandosi una archiviazione che non c’era. Quanto sostenuto ieri da Pisicchio smentisce completamente questa ricostruzione, e del resto che il prof fosse sotto inchiesta era riportato su tutti i media. Intanto, il centrodestra non concede tregua a Emiliano, e le voci che vorrebbero il presidente della Regione intenzionato a far slittare il prossimo Consiglio regionale, in programma il 23 aprile, convincono l’opposizione a intervenire. I capigruppo di centrodestra scrivono alla presidente del Consiglio regionale, Loredana Capone: «Abbiamo appreso da notizie di stampa», recita il documento, «che è sua intenzione e del presidente Emiliano, contrariamente a quanto concordato in conferenza dei presidenti dei gruppi consiliari,, di non convocare il Consiglio regionale già previsto per il 23 aprile. Ci auguriamo che sia una fake news. Pur comprendendo le difficoltà politiche della maggioranza, riteniamo che gli interessi dei cittadini pugliesi siano prioritari a tutto, anzi sono il motivo per cui siamo stati eletti. Pertanto, la invitiamo a convocare il Consiglio regionale già programmato, assolvendo in pieno al suo compito istituzionale così da evitarci di assumere determinazioni politiche anche eclatanti». Martedì prossimo il Consiglio regionale rischia di essere assai insidioso per Emiliano: il M5s è uscito dalla maggioranza; Sinistra italiana non si accontenta della sostituzione di due assessori esterni; il Pd nazionale vorrebbe l’azzeramento della giunta e Azione, per continuare a sostenere il governo regionale, chiede la rotazione simultanea e immediata di tutti i dirigenti di sezione e servizio di tutti gli assessorati in carica da più di tre anni, la rotazione simultanea e immediata di tutti i direttori dei dipartimenti e la rotazione simultanea e immediata dei direttori generali delle Asl. La situazione rischia di precipitare, una crisi non sembra più ipotesi remota, anche se bisogna sempre fare i conti con la proverbiale ritrosia dei consiglieri regionali di andare a casa prima della scadenza della legislatura. Un elemento in più: lo scorso 10 aprile, nel primo pomeriggio, arriva la notizia delle dimissioni di Alfonso Pisicchio dalla guida dell’Arti, l’Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione. Pisicchio, profetico, nel motivare le sue dimissioni chiarisce che alla base della sua decisione non c’è «nessuna scelta politica o connessa a qualsivoglia dietrologia, che pure immagino abbonderà nei prossimi giorni, ma non importa». Una decisione, precisa Pisicchio, nominato appena lo scorso dicembre alla guida dell’Arti, «che ho ormai maturato da tempo». Chi scrive però nota una curiosità, che riporta nell’articolo uscito l’11 aprile: Pisicchio, in qualità di commissario straordinario di Arti, era tra i relatori dell’evento in programma due giorni dopo, il 12 aprile, a Bari, dal titolo Oltre i confini: la mobilità transnazionale come opportunità di crescita del territorio regionale, seconda tappa del percorso di approfondimento organizzato da Regione Puglia e appunto da Arti. In serata arriva la notizia: l’ex assessore della Regione Puglia, Alfonso Pisicchio, e suo fratello Enzo sono agli arresti domiciliari. Ma il nome di Pisicchio resta sulle brochure dell’evento.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.