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2021-08-04
La carica degli emendamenti leghisti sulla certificazione attiva tra 48 ore
Matteo Salvini (Ansa)
Si avvicina l'ora della verità sul green pass, e la Lega decide di giocare con le mani libere la battaglia in Parlamento. Il partito di Matteo Salvini ha depositato 916 emendamenti in commissione Affari sociali alla Camera al decreto che introduce tra 48 ore, dal 6 agosto, l'obbligo del green pass per accedere a ristoranti e bar al chiuso, grandi eventi, convegni, congressi, cinema e teatri, mentre domani alle 14 il Consiglio dei ministri dovrebbe riunirsi per varare nuove norme sul certificato vaccinale. In totale, gli emendamenti presentati al testo varato dal governo lo scorso 22 luglio sono 1.300: oltre a quelli della Lega, 40 sono del M5s, 37 del Pd e altri di varie forze politiche. «Abbiamo presentato tanti emendamenti quanti il M5s sulla giustizia», riferiscono fonti del Carroccio.
Dunque, Salvini passa dalle parole ai fatti e lancia un segnale preciso sia al premier, Mario Draghi, sia ai suoi alleati di maggioranza: il Carroccio, pur continuando a sostenere il governo con senso di responsabilità, non è disposto a ingoiare qualunque tipo di provvedimento, mentre altri partiti fanno i loro comodi mettendo in continua difficoltà l'esecutivo. «Ricordo», argomenta Salvini, riferendosi all'aumento degli sbarchi di clandestini sulle coste italiane, «che mentre si chiede il green pass per andare in pizzeria, coloro che sbarcano arrivano da Paesi non vaccinati e spesso scappano dai centri e girano, quindi è un problema anche sanitario oltre che economico, sociale e culturale».
Massimiliano Fedriga, governatore leghista del Friuli Venezia Giulia e presidente della Conferenza delle Regioni, scende nel dettaglio degli elementi di incertezza intorno al green pass: «Non c'è dubbio», sottolinea Fedriga a Sky Tg24, «che il green pass presenti ancora alcune criticità. Molti dei problemi sono stati risolti, a mio parere il tema è come effettuare i controlli», aggiunge Fedriga, «non sarà facile farlo per attività come bar o ristoranti, palestre e così via, hanno già sofferto e non è corretto dargli questo peso, inoltre il rischio è quello di causare confusione. L'ipotesi è di trattare il green pass come la patente: non è che un cittadino va in giro a chiedere la patente agli altri, ma se c'è un controllo deve mostrarla altrimenti va incontro a sanzioni».
Alcune criticità vengono messe in luce anche dal servizio studi della Camera. Tra le segnalazioni, quella relativa alla mancata inclusione delle mense aziendali e dei servizi di catering su base contrattuale, dei circoli associativi del terzo settore tra le attività che richiedono il green pass. Da sciogliere anche il dubbio per i concorsi pubblici; «al riguardo», si legge nella nota, «si valuti l'opportunità di specificare se si faccia riferimento a tutte le prove concorsuali, ivi comprese quelle che, come per esempio una prova orale, si svolgano in forma individuale e se il medesimo riferimento concerna solo le procedure bandite da pubbliche amministrazioni»; sulle sanzioni, il Servizio studi chiede di valutare «l'opportunità di chiarire se sia punita solo la violazione dell'obbligo di verifica del possesso delle certificazioni verdi o anche la condotta dell'utente che fruisca senza la prescritta certificazione di una delle attività o dei servizi per i quali è richiesta».
Intanto, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti, su un doppio campione di consumatori e imprenditori della ristorazione e dei bar, il 47% degli italiani si è già procurato il green pass, il 20% ha iniziato l'iter per ottenerlo e il 21% dichiara di non volerlo ottenere. Divisi anche gli imprenditori di bar e ristoranti: tra questi, infatti, la percentuale di favorevoli al green pass per i clienti è il 53%. Il 46% dei consumatori ritiene che non sia corretto affidare la responsabilità del controllo del green pass ai ristoratori, percentuale che sale al 54% tra i ristoratori stessi. Il 46% degli imprenditori della ristorazione teme che l'introduzione dell'obbligo «avrà un effetto negativo», con un aumento dei costi a carico dell'impresa, mentre solo il 29% spera in un effetto positivo.
L'Astoi, associazione di tour operator che aderisce a Confindustria, sollecita chiarimenti sull'utilizzo del green pass in hotel e in altre strutture turistico ricettive e chiede al ministero della Salute di non introdurre l'obbligo del certificato in ristoranti e teatri collocati all'interno delle strutture ricettive. Un tema già segnalato dalla Verità: per prenotare un soggiorno in hotel non è obbligatorio il green pass, che è invece necessario per eccedere a bar, ristoranti, piscine e palestre al chiuso delle strutture alberghiere. Una criticità che potrebbe produrre molte disdette da parte di nuclei familiari composti da persone munite di green pass e altre sprovviste.
Intanto ieri il Collegio dei questori della Camera ha adottato una deliberazione che prevede, dal 6 agosto, l'obbligo della certificazione verde per l'accesso alle strutture della ristorazione al chiuso con consumazione al tavolo; per la partecipazione a iniziative istituzionali, culturali e convegnistiche o a conferenze stampa che si svolgano nelle sedi della Camera; per l'accesso alle sedi della Biblioteca «Nilde Iotti» e dell'Archivio storico della Camera e per i candidati convocati presso le sedi della Camera per l'effettuazione di prove di concorso.
Lombardia, tamponi gratis ai bambini
Migliaia di famiglie lombarde non dovranno più sottoporsi a un salasso economico per adempiere ai nuovi obblighi decretati dal governo sul green pass. Il vicepresidente e assessore al Welfare del Pirellone, Letizia Moratti, ha infatti annunciato una delibera con cui l'accesso ai tamponi rapidi gratuiti, dal 23 agosto, sarà esteso alla fascia d'età dei giovanissimi (in larghissima parte non vaccinabili), e cioè dai 6 ai 13 anni.
Finora, i test antigenici rapidi gratuiti erano stati appannaggio degli studenti di età compresa tra i 14 e i 19 anni, con un problema non di poco conto per la fascia 12-14 anni, dato che gli ultimi provvedimenti governativi impongono l'obbligo del green pass anche per loro, visto che dispongono dell'opzione vaccinazione e in caso di rifiuto sono costretti a un tour de force di tamponi rapidi per poter viaggiare, entrare nei ristoranti e nei bar al chiuso o fare attività sportiva. La Verità aveva acceso i riflettori sul caso di una madre di una dodicenne, alla quale, magari in presenza di qualche preoccupazione sulla vaccinazione per la propria figlia, non restava che effettuare tamponi a ciclo continuo e a pagamento, non risultando sempre agevole ottenere una prescrizione per mettersi in coda nei drive through.
C'è da aggiungere che si tratta di un'operazione volta anche a evitare il caos dell'anno scorso, in vista della riapertura in presenza delle scuole. Uno sprone, dunque, dalla Lombardia al resto d'Italia, poiché sarebbe doppiamente colpevole, con alle spalle l'esperienza negativa di un anno fa, farsi trovare impreparati alla rentrée. I giovanissimi potranno effettuare nelle farmacie aderenti e nei centri di esecuzione tamponi delle Asst due test antigenici gratuiti al mese (uno ogni 15 giorni), fino a quando l'evoluzione del contagio lo renderà necessario e in ogni caso fino a ottobre.
«Un'attività di questo tipo rivolta alla popolazione scolastica», ha spiegato la vicepresidente Moratti, «può rivelarsi fondamentale sulla strada del controllo e della prevenzione. Ora che la copertura vaccinale nella nostra Regione ha raggiunto percentuali che ci avviano alla conclusione del nostro piano somministrazioni anti Covid, quello della scuola è un campo dove dobbiamo concentrare la massima attenzione per scongiurare colpi di coda del virus».
Si sana un vulnus in Lombardia, rischia invece di aprirsene uno nel Lazio di Nicola Zingaretti, ancora alle prese con l'attacco degli hacker al sistema informatico della campagna vaccinale. All'ombra del Colosseo, infatti, Jacopo Marzetti, commissario straordinario di fiducia del sindaco, Virginia Raggi, nominato a capo di Farmacap, l'azienda che gestisce le 45 farmacie comunali romane, concordando sul fatto che i test rapidi dovrebbero essere gratuiti per i giovanissimi anche nel Lazio, pone l'accento sulla triste parabola dei test salivari, prima pubblicizzati con tanto di conferenze stampa dal governatore e dall'assessore Alessio D'Amato, poi abbandonati al proprio destino poiché ritenuti non affidabili.
Marzetti vorrebbe infatti stimolare vie più «dolci» al tracciamento per i bambini: «Ho fatto per anni il Garante per l'infanzia», afferma, «e mi chiedo se non sia il caso di continuare a investire sull'efficienza di strumenti come il test salivare, che così non serve a niente e che potrebbe essere, se ben implementato, l'ideale per evitare l'ospedalizzazione dei più piccoli. Accanto a questo», prosegue, «perché non cambiare paradigma e non ragionare, invece che su quanti milioni spendere nei banchi a rotelle, su una scuola alternativa, in termini di organizzazione degli spazi?».
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Il Carroccio presenta 916 correttivi al lasciapassare (su 1.300) e lancia un segnale politico: «Facciamo come il M5s sulla giustizia». Ma a evidenziare criticità su mense e concorsi c'è anche il servizio studi della Camera.In vista del rientro a scuola, la Lombardia aiuta chi ha figli tra 6 e 13 anni. Nel Lazio invece monta la polemica sui test salivari. Farmacap: «Strada abbandonata da Zingaretti».Lo speciale contiene due articoli.Si avvicina l'ora della verità sul green pass, e la Lega decide di giocare con le mani libere la battaglia in Parlamento. Il partito di Matteo Salvini ha depositato 916 emendamenti in commissione Affari sociali alla Camera al decreto che introduce tra 48 ore, dal 6 agosto, l'obbligo del green pass per accedere a ristoranti e bar al chiuso, grandi eventi, convegni, congressi, cinema e teatri, mentre domani alle 14 il Consiglio dei ministri dovrebbe riunirsi per varare nuove norme sul certificato vaccinale. In totale, gli emendamenti presentati al testo varato dal governo lo scorso 22 luglio sono 1.300: oltre a quelli della Lega, 40 sono del M5s, 37 del Pd e altri di varie forze politiche. «Abbiamo presentato tanti emendamenti quanti il M5s sulla giustizia», riferiscono fonti del Carroccio. Dunque, Salvini passa dalle parole ai fatti e lancia un segnale preciso sia al premier, Mario Draghi, sia ai suoi alleati di maggioranza: il Carroccio, pur continuando a sostenere il governo con senso di responsabilità, non è disposto a ingoiare qualunque tipo di provvedimento, mentre altri partiti fanno i loro comodi mettendo in continua difficoltà l'esecutivo. «Ricordo», argomenta Salvini, riferendosi all'aumento degli sbarchi di clandestini sulle coste italiane, «che mentre si chiede il green pass per andare in pizzeria, coloro che sbarcano arrivano da Paesi non vaccinati e spesso scappano dai centri e girano, quindi è un problema anche sanitario oltre che economico, sociale e culturale».Massimiliano Fedriga, governatore leghista del Friuli Venezia Giulia e presidente della Conferenza delle Regioni, scende nel dettaglio degli elementi di incertezza intorno al green pass: «Non c'è dubbio», sottolinea Fedriga a Sky Tg24, «che il green pass presenti ancora alcune criticità. Molti dei problemi sono stati risolti, a mio parere il tema è come effettuare i controlli», aggiunge Fedriga, «non sarà facile farlo per attività come bar o ristoranti, palestre e così via, hanno già sofferto e non è corretto dargli questo peso, inoltre il rischio è quello di causare confusione. L'ipotesi è di trattare il green pass come la patente: non è che un cittadino va in giro a chiedere la patente agli altri, ma se c'è un controllo deve mostrarla altrimenti va incontro a sanzioni».Alcune criticità vengono messe in luce anche dal servizio studi della Camera. Tra le segnalazioni, quella relativa alla mancata inclusione delle mense aziendali e dei servizi di catering su base contrattuale, dei circoli associativi del terzo settore tra le attività che richiedono il green pass. Da sciogliere anche il dubbio per i concorsi pubblici; «al riguardo», si legge nella nota, «si valuti l'opportunità di specificare se si faccia riferimento a tutte le prove concorsuali, ivi comprese quelle che, come per esempio una prova orale, si svolgano in forma individuale e se il medesimo riferimento concerna solo le procedure bandite da pubbliche amministrazioni»; sulle sanzioni, il Servizio studi chiede di valutare «l'opportunità di chiarire se sia punita solo la violazione dell'obbligo di verifica del possesso delle certificazioni verdi o anche la condotta dell'utente che fruisca senza la prescritta certificazione di una delle attività o dei servizi per i quali è richiesta».Intanto, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti, su un doppio campione di consumatori e imprenditori della ristorazione e dei bar, il 47% degli italiani si è già procurato il green pass, il 20% ha iniziato l'iter per ottenerlo e il 21% dichiara di non volerlo ottenere. Divisi anche gli imprenditori di bar e ristoranti: tra questi, infatti, la percentuale di favorevoli al green pass per i clienti è il 53%. Il 46% dei consumatori ritiene che non sia corretto affidare la responsabilità del controllo del green pass ai ristoratori, percentuale che sale al 54% tra i ristoratori stessi. Il 46% degli imprenditori della ristorazione teme che l'introduzione dell'obbligo «avrà un effetto negativo», con un aumento dei costi a carico dell'impresa, mentre solo il 29% spera in un effetto positivo. L'Astoi, associazione di tour operator che aderisce a Confindustria, sollecita chiarimenti sull'utilizzo del green pass in hotel e in altre strutture turistico ricettive e chiede al ministero della Salute di non introdurre l'obbligo del certificato in ristoranti e teatri collocati all'interno delle strutture ricettive. Un tema già segnalato dalla Verità: per prenotare un soggiorno in hotel non è obbligatorio il green pass, che è invece necessario per eccedere a bar, ristoranti, piscine e palestre al chiuso delle strutture alberghiere. Una criticità che potrebbe produrre molte disdette da parte di nuclei familiari composti da persone munite di green pass e altre sprovviste. Intanto ieri il Collegio dei questori della Camera ha adottato una deliberazione che prevede, dal 6 agosto, l'obbligo della certificazione verde per l'accesso alle strutture della ristorazione al chiuso con consumazione al tavolo; per la partecipazione a iniziative istituzionali, culturali e convegnistiche o a conferenze stampa che si svolgano nelle sedi della Camera; per l'accesso alle sedi della Biblioteca «Nilde Iotti» e dell'Archivio storico della Camera e per i candidati convocati presso le sedi della Camera per l'effettuazione di prove di concorso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/emendamenti-leghisti-certificazione-attiva-2654423817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombardia-tamponi-gratis-ai-bambini" data-post-id="2654423817" data-published-at="1628028923" data-use-pagination="False"> Lombardia, tamponi gratis ai bambini Migliaia di famiglie lombarde non dovranno più sottoporsi a un salasso economico per adempiere ai nuovi obblighi decretati dal governo sul green pass. Il vicepresidente e assessore al Welfare del Pirellone, Letizia Moratti, ha infatti annunciato una delibera con cui l'accesso ai tamponi rapidi gratuiti, dal 23 agosto, sarà esteso alla fascia d'età dei giovanissimi (in larghissima parte non vaccinabili), e cioè dai 6 ai 13 anni. Finora, i test antigenici rapidi gratuiti erano stati appannaggio degli studenti di età compresa tra i 14 e i 19 anni, con un problema non di poco conto per la fascia 12-14 anni, dato che gli ultimi provvedimenti governativi impongono l'obbligo del green pass anche per loro, visto che dispongono dell'opzione vaccinazione e in caso di rifiuto sono costretti a un tour de force di tamponi rapidi per poter viaggiare, entrare nei ristoranti e nei bar al chiuso o fare attività sportiva. La Verità aveva acceso i riflettori sul caso di una madre di una dodicenne, alla quale, magari in presenza di qualche preoccupazione sulla vaccinazione per la propria figlia, non restava che effettuare tamponi a ciclo continuo e a pagamento, non risultando sempre agevole ottenere una prescrizione per mettersi in coda nei drive through. C'è da aggiungere che si tratta di un'operazione volta anche a evitare il caos dell'anno scorso, in vista della riapertura in presenza delle scuole. Uno sprone, dunque, dalla Lombardia al resto d'Italia, poiché sarebbe doppiamente colpevole, con alle spalle l'esperienza negativa di un anno fa, farsi trovare impreparati alla rentrée. I giovanissimi potranno effettuare nelle farmacie aderenti e nei centri di esecuzione tamponi delle Asst due test antigenici gratuiti al mese (uno ogni 15 giorni), fino a quando l'evoluzione del contagio lo renderà necessario e in ogni caso fino a ottobre. «Un'attività di questo tipo rivolta alla popolazione scolastica», ha spiegato la vicepresidente Moratti, «può rivelarsi fondamentale sulla strada del controllo e della prevenzione. Ora che la copertura vaccinale nella nostra Regione ha raggiunto percentuali che ci avviano alla conclusione del nostro piano somministrazioni anti Covid, quello della scuola è un campo dove dobbiamo concentrare la massima attenzione per scongiurare colpi di coda del virus». Si sana un vulnus in Lombardia, rischia invece di aprirsene uno nel Lazio di Nicola Zingaretti, ancora alle prese con l'attacco degli hacker al sistema informatico della campagna vaccinale. All'ombra del Colosseo, infatti, Jacopo Marzetti, commissario straordinario di fiducia del sindaco, Virginia Raggi, nominato a capo di Farmacap, l'azienda che gestisce le 45 farmacie comunali romane, concordando sul fatto che i test rapidi dovrebbero essere gratuiti per i giovanissimi anche nel Lazio, pone l'accento sulla triste parabola dei test salivari, prima pubblicizzati con tanto di conferenze stampa dal governatore e dall'assessore Alessio D'Amato, poi abbandonati al proprio destino poiché ritenuti non affidabili. Marzetti vorrebbe infatti stimolare vie più «dolci» al tracciamento per i bambini: «Ho fatto per anni il Garante per l'infanzia», afferma, «e mi chiedo se non sia il caso di continuare a investire sull'efficienza di strumenti come il test salivare, che così non serve a niente e che potrebbe essere, se ben implementato, l'ideale per evitare l'ospedalizzazione dei più piccoli. Accanto a questo», prosegue, «perché non cambiare paradigma e non ragionare, invece che su quanti milioni spendere nei banchi a rotelle, su una scuola alternativa, in termini di organizzazione degli spazi?».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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