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2021-08-04
La carica degli emendamenti leghisti sulla certificazione attiva tra 48 ore
Matteo Salvini (Ansa)
Si avvicina l'ora della verità sul green pass, e la Lega decide di giocare con le mani libere la battaglia in Parlamento. Il partito di Matteo Salvini ha depositato 916 emendamenti in commissione Affari sociali alla Camera al decreto che introduce tra 48 ore, dal 6 agosto, l'obbligo del green pass per accedere a ristoranti e bar al chiuso, grandi eventi, convegni, congressi, cinema e teatri, mentre domani alle 14 il Consiglio dei ministri dovrebbe riunirsi per varare nuove norme sul certificato vaccinale. In totale, gli emendamenti presentati al testo varato dal governo lo scorso 22 luglio sono 1.300: oltre a quelli della Lega, 40 sono del M5s, 37 del Pd e altri di varie forze politiche. «Abbiamo presentato tanti emendamenti quanti il M5s sulla giustizia», riferiscono fonti del Carroccio.
Dunque, Salvini passa dalle parole ai fatti e lancia un segnale preciso sia al premier, Mario Draghi, sia ai suoi alleati di maggioranza: il Carroccio, pur continuando a sostenere il governo con senso di responsabilità, non è disposto a ingoiare qualunque tipo di provvedimento, mentre altri partiti fanno i loro comodi mettendo in continua difficoltà l'esecutivo. «Ricordo», argomenta Salvini, riferendosi all'aumento degli sbarchi di clandestini sulle coste italiane, «che mentre si chiede il green pass per andare in pizzeria, coloro che sbarcano arrivano da Paesi non vaccinati e spesso scappano dai centri e girano, quindi è un problema anche sanitario oltre che economico, sociale e culturale».
Massimiliano Fedriga, governatore leghista del Friuli Venezia Giulia e presidente della Conferenza delle Regioni, scende nel dettaglio degli elementi di incertezza intorno al green pass: «Non c'è dubbio», sottolinea Fedriga a Sky Tg24, «che il green pass presenti ancora alcune criticità. Molti dei problemi sono stati risolti, a mio parere il tema è come effettuare i controlli», aggiunge Fedriga, «non sarà facile farlo per attività come bar o ristoranti, palestre e così via, hanno già sofferto e non è corretto dargli questo peso, inoltre il rischio è quello di causare confusione. L'ipotesi è di trattare il green pass come la patente: non è che un cittadino va in giro a chiedere la patente agli altri, ma se c'è un controllo deve mostrarla altrimenti va incontro a sanzioni».
Alcune criticità vengono messe in luce anche dal servizio studi della Camera. Tra le segnalazioni, quella relativa alla mancata inclusione delle mense aziendali e dei servizi di catering su base contrattuale, dei circoli associativi del terzo settore tra le attività che richiedono il green pass. Da sciogliere anche il dubbio per i concorsi pubblici; «al riguardo», si legge nella nota, «si valuti l'opportunità di specificare se si faccia riferimento a tutte le prove concorsuali, ivi comprese quelle che, come per esempio una prova orale, si svolgano in forma individuale e se il medesimo riferimento concerna solo le procedure bandite da pubbliche amministrazioni»; sulle sanzioni, il Servizio studi chiede di valutare «l'opportunità di chiarire se sia punita solo la violazione dell'obbligo di verifica del possesso delle certificazioni verdi o anche la condotta dell'utente che fruisca senza la prescritta certificazione di una delle attività o dei servizi per i quali è richiesta».
Intanto, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti, su un doppio campione di consumatori e imprenditori della ristorazione e dei bar, il 47% degli italiani si è già procurato il green pass, il 20% ha iniziato l'iter per ottenerlo e il 21% dichiara di non volerlo ottenere. Divisi anche gli imprenditori di bar e ristoranti: tra questi, infatti, la percentuale di favorevoli al green pass per i clienti è il 53%. Il 46% dei consumatori ritiene che non sia corretto affidare la responsabilità del controllo del green pass ai ristoratori, percentuale che sale al 54% tra i ristoratori stessi. Il 46% degli imprenditori della ristorazione teme che l'introduzione dell'obbligo «avrà un effetto negativo», con un aumento dei costi a carico dell'impresa, mentre solo il 29% spera in un effetto positivo.
L'Astoi, associazione di tour operator che aderisce a Confindustria, sollecita chiarimenti sull'utilizzo del green pass in hotel e in altre strutture turistico ricettive e chiede al ministero della Salute di non introdurre l'obbligo del certificato in ristoranti e teatri collocati all'interno delle strutture ricettive. Un tema già segnalato dalla Verità: per prenotare un soggiorno in hotel non è obbligatorio il green pass, che è invece necessario per eccedere a bar, ristoranti, piscine e palestre al chiuso delle strutture alberghiere. Una criticità che potrebbe produrre molte disdette da parte di nuclei familiari composti da persone munite di green pass e altre sprovviste.
Intanto ieri il Collegio dei questori della Camera ha adottato una deliberazione che prevede, dal 6 agosto, l'obbligo della certificazione verde per l'accesso alle strutture della ristorazione al chiuso con consumazione al tavolo; per la partecipazione a iniziative istituzionali, culturali e convegnistiche o a conferenze stampa che si svolgano nelle sedi della Camera; per l'accesso alle sedi della Biblioteca «Nilde Iotti» e dell'Archivio storico della Camera e per i candidati convocati presso le sedi della Camera per l'effettuazione di prove di concorso.
Lombardia, tamponi gratis ai bambini
Migliaia di famiglie lombarde non dovranno più sottoporsi a un salasso economico per adempiere ai nuovi obblighi decretati dal governo sul green pass. Il vicepresidente e assessore al Welfare del Pirellone, Letizia Moratti, ha infatti annunciato una delibera con cui l'accesso ai tamponi rapidi gratuiti, dal 23 agosto, sarà esteso alla fascia d'età dei giovanissimi (in larghissima parte non vaccinabili), e cioè dai 6 ai 13 anni.
Finora, i test antigenici rapidi gratuiti erano stati appannaggio degli studenti di età compresa tra i 14 e i 19 anni, con un problema non di poco conto per la fascia 12-14 anni, dato che gli ultimi provvedimenti governativi impongono l'obbligo del green pass anche per loro, visto che dispongono dell'opzione vaccinazione e in caso di rifiuto sono costretti a un tour de force di tamponi rapidi per poter viaggiare, entrare nei ristoranti e nei bar al chiuso o fare attività sportiva. La Verità aveva acceso i riflettori sul caso di una madre di una dodicenne, alla quale, magari in presenza di qualche preoccupazione sulla vaccinazione per la propria figlia, non restava che effettuare tamponi a ciclo continuo e a pagamento, non risultando sempre agevole ottenere una prescrizione per mettersi in coda nei drive through.
C'è da aggiungere che si tratta di un'operazione volta anche a evitare il caos dell'anno scorso, in vista della riapertura in presenza delle scuole. Uno sprone, dunque, dalla Lombardia al resto d'Italia, poiché sarebbe doppiamente colpevole, con alle spalle l'esperienza negativa di un anno fa, farsi trovare impreparati alla rentrée. I giovanissimi potranno effettuare nelle farmacie aderenti e nei centri di esecuzione tamponi delle Asst due test antigenici gratuiti al mese (uno ogni 15 giorni), fino a quando l'evoluzione del contagio lo renderà necessario e in ogni caso fino a ottobre.
«Un'attività di questo tipo rivolta alla popolazione scolastica», ha spiegato la vicepresidente Moratti, «può rivelarsi fondamentale sulla strada del controllo e della prevenzione. Ora che la copertura vaccinale nella nostra Regione ha raggiunto percentuali che ci avviano alla conclusione del nostro piano somministrazioni anti Covid, quello della scuola è un campo dove dobbiamo concentrare la massima attenzione per scongiurare colpi di coda del virus».
Si sana un vulnus in Lombardia, rischia invece di aprirsene uno nel Lazio di Nicola Zingaretti, ancora alle prese con l'attacco degli hacker al sistema informatico della campagna vaccinale. All'ombra del Colosseo, infatti, Jacopo Marzetti, commissario straordinario di fiducia del sindaco, Virginia Raggi, nominato a capo di Farmacap, l'azienda che gestisce le 45 farmacie comunali romane, concordando sul fatto che i test rapidi dovrebbero essere gratuiti per i giovanissimi anche nel Lazio, pone l'accento sulla triste parabola dei test salivari, prima pubblicizzati con tanto di conferenze stampa dal governatore e dall'assessore Alessio D'Amato, poi abbandonati al proprio destino poiché ritenuti non affidabili.
Marzetti vorrebbe infatti stimolare vie più «dolci» al tracciamento per i bambini: «Ho fatto per anni il Garante per l'infanzia», afferma, «e mi chiedo se non sia il caso di continuare a investire sull'efficienza di strumenti come il test salivare, che così non serve a niente e che potrebbe essere, se ben implementato, l'ideale per evitare l'ospedalizzazione dei più piccoli. Accanto a questo», prosegue, «perché non cambiare paradigma e non ragionare, invece che su quanti milioni spendere nei banchi a rotelle, su una scuola alternativa, in termini di organizzazione degli spazi?».
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Il Carroccio presenta 916 correttivi al lasciapassare (su 1.300) e lancia un segnale politico: «Facciamo come il M5s sulla giustizia». Ma a evidenziare criticità su mense e concorsi c'è anche il servizio studi della Camera.In vista del rientro a scuola, la Lombardia aiuta chi ha figli tra 6 e 13 anni. Nel Lazio invece monta la polemica sui test salivari. Farmacap: «Strada abbandonata da Zingaretti».Lo speciale contiene due articoli.Si avvicina l'ora della verità sul green pass, e la Lega decide di giocare con le mani libere la battaglia in Parlamento. Il partito di Matteo Salvini ha depositato 916 emendamenti in commissione Affari sociali alla Camera al decreto che introduce tra 48 ore, dal 6 agosto, l'obbligo del green pass per accedere a ristoranti e bar al chiuso, grandi eventi, convegni, congressi, cinema e teatri, mentre domani alle 14 il Consiglio dei ministri dovrebbe riunirsi per varare nuove norme sul certificato vaccinale. In totale, gli emendamenti presentati al testo varato dal governo lo scorso 22 luglio sono 1.300: oltre a quelli della Lega, 40 sono del M5s, 37 del Pd e altri di varie forze politiche. «Abbiamo presentato tanti emendamenti quanti il M5s sulla giustizia», riferiscono fonti del Carroccio. Dunque, Salvini passa dalle parole ai fatti e lancia un segnale preciso sia al premier, Mario Draghi, sia ai suoi alleati di maggioranza: il Carroccio, pur continuando a sostenere il governo con senso di responsabilità, non è disposto a ingoiare qualunque tipo di provvedimento, mentre altri partiti fanno i loro comodi mettendo in continua difficoltà l'esecutivo. «Ricordo», argomenta Salvini, riferendosi all'aumento degli sbarchi di clandestini sulle coste italiane, «che mentre si chiede il green pass per andare in pizzeria, coloro che sbarcano arrivano da Paesi non vaccinati e spesso scappano dai centri e girano, quindi è un problema anche sanitario oltre che economico, sociale e culturale».Massimiliano Fedriga, governatore leghista del Friuli Venezia Giulia e presidente della Conferenza delle Regioni, scende nel dettaglio degli elementi di incertezza intorno al green pass: «Non c'è dubbio», sottolinea Fedriga a Sky Tg24, «che il green pass presenti ancora alcune criticità. Molti dei problemi sono stati risolti, a mio parere il tema è come effettuare i controlli», aggiunge Fedriga, «non sarà facile farlo per attività come bar o ristoranti, palestre e così via, hanno già sofferto e non è corretto dargli questo peso, inoltre il rischio è quello di causare confusione. L'ipotesi è di trattare il green pass come la patente: non è che un cittadino va in giro a chiedere la patente agli altri, ma se c'è un controllo deve mostrarla altrimenti va incontro a sanzioni».Alcune criticità vengono messe in luce anche dal servizio studi della Camera. Tra le segnalazioni, quella relativa alla mancata inclusione delle mense aziendali e dei servizi di catering su base contrattuale, dei circoli associativi del terzo settore tra le attività che richiedono il green pass. Da sciogliere anche il dubbio per i concorsi pubblici; «al riguardo», si legge nella nota, «si valuti l'opportunità di specificare se si faccia riferimento a tutte le prove concorsuali, ivi comprese quelle che, come per esempio una prova orale, si svolgano in forma individuale e se il medesimo riferimento concerna solo le procedure bandite da pubbliche amministrazioni»; sulle sanzioni, il Servizio studi chiede di valutare «l'opportunità di chiarire se sia punita solo la violazione dell'obbligo di verifica del possesso delle certificazioni verdi o anche la condotta dell'utente che fruisca senza la prescritta certificazione di una delle attività o dei servizi per i quali è richiesta».Intanto, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti, su un doppio campione di consumatori e imprenditori della ristorazione e dei bar, il 47% degli italiani si è già procurato il green pass, il 20% ha iniziato l'iter per ottenerlo e il 21% dichiara di non volerlo ottenere. Divisi anche gli imprenditori di bar e ristoranti: tra questi, infatti, la percentuale di favorevoli al green pass per i clienti è il 53%. Il 46% dei consumatori ritiene che non sia corretto affidare la responsabilità del controllo del green pass ai ristoratori, percentuale che sale al 54% tra i ristoratori stessi. Il 46% degli imprenditori della ristorazione teme che l'introduzione dell'obbligo «avrà un effetto negativo», con un aumento dei costi a carico dell'impresa, mentre solo il 29% spera in un effetto positivo. L'Astoi, associazione di tour operator che aderisce a Confindustria, sollecita chiarimenti sull'utilizzo del green pass in hotel e in altre strutture turistico ricettive e chiede al ministero della Salute di non introdurre l'obbligo del certificato in ristoranti e teatri collocati all'interno delle strutture ricettive. Un tema già segnalato dalla Verità: per prenotare un soggiorno in hotel non è obbligatorio il green pass, che è invece necessario per eccedere a bar, ristoranti, piscine e palestre al chiuso delle strutture alberghiere. Una criticità che potrebbe produrre molte disdette da parte di nuclei familiari composti da persone munite di green pass e altre sprovviste. Intanto ieri il Collegio dei questori della Camera ha adottato una deliberazione che prevede, dal 6 agosto, l'obbligo della certificazione verde per l'accesso alle strutture della ristorazione al chiuso con consumazione al tavolo; per la partecipazione a iniziative istituzionali, culturali e convegnistiche o a conferenze stampa che si svolgano nelle sedi della Camera; per l'accesso alle sedi della Biblioteca «Nilde Iotti» e dell'Archivio storico della Camera e per i candidati convocati presso le sedi della Camera per l'effettuazione di prove di concorso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/emendamenti-leghisti-certificazione-attiva-2654423817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombardia-tamponi-gratis-ai-bambini" data-post-id="2654423817" data-published-at="1628028923" data-use-pagination="False"> Lombardia, tamponi gratis ai bambini Migliaia di famiglie lombarde non dovranno più sottoporsi a un salasso economico per adempiere ai nuovi obblighi decretati dal governo sul green pass. Il vicepresidente e assessore al Welfare del Pirellone, Letizia Moratti, ha infatti annunciato una delibera con cui l'accesso ai tamponi rapidi gratuiti, dal 23 agosto, sarà esteso alla fascia d'età dei giovanissimi (in larghissima parte non vaccinabili), e cioè dai 6 ai 13 anni. Finora, i test antigenici rapidi gratuiti erano stati appannaggio degli studenti di età compresa tra i 14 e i 19 anni, con un problema non di poco conto per la fascia 12-14 anni, dato che gli ultimi provvedimenti governativi impongono l'obbligo del green pass anche per loro, visto che dispongono dell'opzione vaccinazione e in caso di rifiuto sono costretti a un tour de force di tamponi rapidi per poter viaggiare, entrare nei ristoranti e nei bar al chiuso o fare attività sportiva. La Verità aveva acceso i riflettori sul caso di una madre di una dodicenne, alla quale, magari in presenza di qualche preoccupazione sulla vaccinazione per la propria figlia, non restava che effettuare tamponi a ciclo continuo e a pagamento, non risultando sempre agevole ottenere una prescrizione per mettersi in coda nei drive through. C'è da aggiungere che si tratta di un'operazione volta anche a evitare il caos dell'anno scorso, in vista della riapertura in presenza delle scuole. Uno sprone, dunque, dalla Lombardia al resto d'Italia, poiché sarebbe doppiamente colpevole, con alle spalle l'esperienza negativa di un anno fa, farsi trovare impreparati alla rentrée. I giovanissimi potranno effettuare nelle farmacie aderenti e nei centri di esecuzione tamponi delle Asst due test antigenici gratuiti al mese (uno ogni 15 giorni), fino a quando l'evoluzione del contagio lo renderà necessario e in ogni caso fino a ottobre. «Un'attività di questo tipo rivolta alla popolazione scolastica», ha spiegato la vicepresidente Moratti, «può rivelarsi fondamentale sulla strada del controllo e della prevenzione. Ora che la copertura vaccinale nella nostra Regione ha raggiunto percentuali che ci avviano alla conclusione del nostro piano somministrazioni anti Covid, quello della scuola è un campo dove dobbiamo concentrare la massima attenzione per scongiurare colpi di coda del virus». Si sana un vulnus in Lombardia, rischia invece di aprirsene uno nel Lazio di Nicola Zingaretti, ancora alle prese con l'attacco degli hacker al sistema informatico della campagna vaccinale. All'ombra del Colosseo, infatti, Jacopo Marzetti, commissario straordinario di fiducia del sindaco, Virginia Raggi, nominato a capo di Farmacap, l'azienda che gestisce le 45 farmacie comunali romane, concordando sul fatto che i test rapidi dovrebbero essere gratuiti per i giovanissimi anche nel Lazio, pone l'accento sulla triste parabola dei test salivari, prima pubblicizzati con tanto di conferenze stampa dal governatore e dall'assessore Alessio D'Amato, poi abbandonati al proprio destino poiché ritenuti non affidabili. Marzetti vorrebbe infatti stimolare vie più «dolci» al tracciamento per i bambini: «Ho fatto per anni il Garante per l'infanzia», afferma, «e mi chiedo se non sia il caso di continuare a investire sull'efficienza di strumenti come il test salivare, che così non serve a niente e che potrebbe essere, se ben implementato, l'ideale per evitare l'ospedalizzazione dei più piccoli. Accanto a questo», prosegue, «perché non cambiare paradigma e non ragionare, invece che su quanti milioni spendere nei banchi a rotelle, su una scuola alternativa, in termini di organizzazione degli spazi?».
(IStock)
Ieri, a un processo in corso a Torino, un colonnello dei carabinieri ha raccontato come testimone una storia allucinante. Una storia di bambini che sarebbero stati manipolati per pilotare i giudici. Quei bambini erano stati affidati a una coppia di donne e alla vigoria di un’udienza sarebbe stato fatto vedere loro un documentario sui lager e su come i nazisti strappavano le mamme ai figlioletti.
La testimonianza choc è stata resa in aula dal colonnello Vincenzo Bertè, l’ufficiale dell’Arma che ha coordinato le indagini, al processo per le irregolarità nelle procedure di affidamento di due bambini nigeriani a una coppia di donne gay, entrambe imputate insieme alla psicoterapeuta Nadia Bolognini. La dottoressa è l’ex moglie di Claudio Foti, lo specialista processato e poi assolto per lo scandalo Bibbiano. Il colonnello ha raccontato che «le affidatarie dei bambini hanno tentato di manipolarne le menti per pilotare le decisioni del giudice. Una volta, alla vigilia di un’udienza, gli fecero vedere un docufilm su un campo di concentramento: c’erano dei bimbi che volevano la mamma, e un uomo in camice bianco arrivava e li mandava nei forni crematori».
I fatti si sono svolti tra il 2013 e il 2021 e il processo di questi giorni non ha avuto vita facile. Il procedimento non ha sposato la tesi iniziale della Procura sull’esistenza di un «sistema Bibbiano» anche nel capoluogo piemontese. All’udienza preliminare, nel 2024, il gup decise il non luogo a procedere per alcune operatrici e per i dirigenti dei servizi sociali del Comune. Tuttavia, sono rimaste in piedi le accuse di maltrattamenti e di frode processuale per la singola vicenda dei bimbi nigeriani affidati alla coppia di signore torinesi. Quando in aula sono risuonate le accuse dell’ufficiale dei carabinieri, le difese degli imputati hanno contestato l’andamento della testimonianza. «Le sue sono interpretazioni personali», hanno detto i difensori, e «lei sta omettendo una parte della storia per costruire una narrazione differente». Il pm Giulia Rizzo invece ha fatto notare che il colonnello «sta soltanto riassumendo le evidenze da cui sono state tratte le notizie di reato», ricordando che «noi abbiamo il dovere di spiegare come è nato il procedimento in corso». Il tribunale ha sostanzialmente recepito le obiezioni degli avvocati, ma ha voluto che il testimone, senza indugiare in valutazioni, leggesse il contenuto di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche. E i giudici hanno anche sottolineato che il materiale proveniente dalle indagini della procura di Reggio Emilia sul caso Bibbiano non è di interesse, a meno che non riguardi l’episodio specifico di Torino. Insomma, niente rivincite, in un senso o nell’altro.
Ad ottobre del 2022, quando la Procura di Torino aveva chiuso le indagini, aveva segnalato la manipolazione dei bambini contro i genitori naturali e oltre a non meglio specificate «testimonianze pilotate» (oggi si è scoperto come) aveva parlato di «relazioni infondate». Il proscioglimento di nove persone tra poliziotti, assistenti sociali e personale del Comune ha portato a escludere l’esistenza di una «Bibbiano piemontese» e questo processo è andato avanti nel silenzio e nel disinteresse generale, ma ora rischia di presentare il conto anche a un certo modo di concepire la famiglia e la genitorialità «diffusa». La dottoressa Bolognini era stata chiamata in causa come consulente dalle due signore affidatarie e aveva ipotizzato nientemeno che una condotta sessualizzata dei bambini. Un esito decisamente imprevedibile per la vera madre nigeriana, che aveva chiesto aiuto semplicemente perché non riusciva più a mantenerli. Stando alle indagini dei carabinieri, poi, a dare una mano alle due nuove mamme nella loro battaglia sarebbero stati anche alcuni poliziotti (prosciolti), colleghi di una delle due donne affidatarie. Scrivevano i pm che avrebbero assunto informazioni sui genitori naturali dei bambini così da «screditarli e dimostrare l’incapacità genitoriale».
Una vicenda, come si vede, complicata e dolorosa e dove, come insegna il passato, gli imputati possono diventare vittime e viceversa. Tuttavia, oggi fanno riflettere le parole, calibratissime, scritte ieri dal giudice Antonio Sangermano parlando di tutt’altro, ovvero del referendum sulla riforma Nordio. La toga toscana, che è favore del «sì», spiegava i mali delle correnti politicizzate dell’Anm «che si autodefiniscono orgogliosamente «progressiste», le quali teorizzano e rivendicano la cosiddetta «militanza civica» e che mostrano, in alcuni loro esponenti, evidenti tratti di ideologicizzazione». E poi faceva un esempio di questi campi di battaglia parlando di «propensione a egemonizzare culturalmente interi settori strategici della giurisdizione, quali almeno la materia della famiglia, dei cosiddetti «nuovi diritti», dell’immigrazione e del diritto minorile». Sono quattro temi e sono tutti e quattro presenti in questa orrenda storia torinese.
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(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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