«Questi brutali attacchi, che hanno preso di mira le strutture di sorveglianza costiera iraniane, costituiscono una palese violazione del memorandum d’intesa», ha tuonato Teheran, che ha lanciato, in rappresaglia, dei droni contro il Bahrain. Dura la reazione del governo di Manama, che ha accusato l’Iran di «sabotare gli sforzi di pace». Gli attacchi di Teheran contro il Bahrain sono stati condannati «con la massima fermezza» anche dal segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jasem Mohamed Albudaiwi.
«L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno disaccordi su come viene applicato il memorandum d’intesa, possono chiamarci. Ma alla violenza si risponderà con la violenza», ha affermato, dal canto suo, JD Vance. «L’America, sostenendo le azioni delle sue forze per procura nella regione, ha violato il primo articolo del memorandum d’intesa e, continuando a creare tensioni nello Stretto di Hormuz, ha violato il quinto articolo», ha, nel frattempo, dichiarato il consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, Mohsen Rezaei, che ha promesso anche una risposta «rapida e decisa». Frattanto, ieri, una petroliera ha reso noto di essere stata colpita da un proiettile non identificato nello Stretto di Hormuz. Dall’altra parte, sempre ieri, un funzionario statunitense ha riferito alla Cnn che i droni iraniani non avrebbero raggiunto i loro obiettivi. Nel mentre, gli Stati Uniti hanno alzato il livello di allerta nello Stretto di Hormuz.
Insomma, cresce la tensione militare. E il destino del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran appare sempre più appeso a un filo. Questo non significa tuttavia che la diplomazia si sia interrotta. Ieri è stato reso noto che, venerdì, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si è sentito telefonicamente con l’omologo egiziano, Badr Abdelatty, per parlare dei negoziati tra gli Usa e la Repubblica islamica. Nell’occasione, secondo una nota del governo del Cairo, Abdelatty ha «sottolineato l’importanza di proseguire i colloqui tra Stati Uniti e Iran con serietà e buona fede, al fine di raggiungere un accordo definitivo che tenga conto degli interessi e delle preoccupazioni di tutte le parti». Ieri, Araghchi ha avuto una telefonata anche con l’omologo emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed, il quale ha chiesto che venga garantita la libertà di navigazione a Hormuz e che sia rispettato il memorandum tra Washington e Teheran. Non solo. Sempre ieri, Al Arabiya ha altresì rivelato che il prossimo ciclo di negoziati tra americani e iraniani dovrebbe tenersi a Doha e che, in particolare, dovrebbe concentrarsi sul tema dei fondi congelati della Repubblica islamica. La stessa testata ha riportato che si dovrebbe tenere un ulteriore incontro in Pakistan dedicato allo spinoso dossier del nucleare.
Nel frattempo, ieri Vance ha difeso la strategia statunitense nei confronti dell’Iran. «Se raggiungiamo l’accordo finale, allora bene. Se non lo raggiungiamo, il loro programma nucleare sarà comunque distrutto. Saranno comunque un Paese molto più debole», ha dichiarato. «Quindi, secondo me, l’America vince in ogni caso», ha aggiunto. «Se guardiamo al petrolio in questo momento, è sceso di nuovo a 73 dollari al barile, per poi risalire a 126 dollari al barile. Quindi, c’è un segnale che qualcosa di reale sta succedendo qui», ha continuato. Ricordiamo che, oltre a essere a capo del team negoziale americano, il vicepresidente è, nell’amministrazione Trump, probabilmente la figura più favorevole a raggiungere una soluzione diplomatica con Teheran. Maggiore scetticismo viene invece nutrito dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, e dal direttore della Cia, John Ratcliffe. Come che sia, almeno per il momento, Trump propende per la via diplomatica. E questo per due ragioni principali: vuole evitare il pantano in Iran e portare a un rapido abbassamento del costo della benzina negli Stati Uniti per rafforzare politicamente il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Fratture si registrano anche nel regime khomeinista. Se i pasdaran premono ancora per la linea dura con Washington, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, auspica un accordo per far fronte alla situazione economica disastrosa in cui versa la Repubblica islamica: secondo dati diffusi ieri, a giugno l’inflazione in Iran è aumentata vertiginosamente. Una situazione, questa, che mette il governo di Teheran ulteriormente sotto pressione.
Bisognerà quindi adesso comprendere se la tensione militare tra Stati Uniti e Iran aumenterà o diminuirà. Da questo dipenderà il destino del memorandum d’intesa sottoscritto dai due rivali. In questo senso, sarà interessante valutare il peso degli ultimi avvenimenti bellici sul prosieguo dei negoziati relativi ai fondi iraniani congelati e, soprattutto, all’uranio arricchito detenuto dal regime khomeinista. Solo il tempo ci dirà se la diplomazia muoverà dei passi avanti. E chi uscirà vincitore dal complicato braccio di ferro in corso tra Washington e Teheran.