True
2024-09-27
La corte che ha servito gli Elkann sull’eredità
Da sinistra, John Elkann e Gianluca Ferrero (Ansa)
Come ogni giallo finanziario che si rispetti, quello sulla successione ereditaria di Marella Caracciolo, moglie di Giovanni Agnelli, che secondo la Procura di Torino è stata sottratta al fisco italiano come anche le opere d’arte e i gioielli della defunta, con una operazione che avrebbe avvantaggiato i fratelli John, Ginevra e Lapo Elkann, presenta, tra indagati e testimoni, più di un attore protagonista. Dal notaio svizzero Urs Robert Von Gruenigen che ha amministrato il patrimonio e l’esecuzione testamentaria di donna Marella al commercialista e consulente fiscale Gianluca Ferrero, presidente della Juventus, che avrebbe fornito agli Elkann, secondo l’accusa, «gli strumenti necessari al raggiungimento degli intenti criminosi dei clienti». I due sono indagati per evasione fiscale e truffa e, nella narrazione dell’accusa, assumono, insieme agli Elkann (John è stato iscritto per evasione fiscale, mentre per tutti e cinque gli indagati si ipotizza anche la truffa), ruoli di primo piano. Più o meno nell’ombra, però, si sono mossi altri personaggi legati a donna Marella o a John Elkann che, con i loro consigli o le loro mansioni, hanno contribuito al grande progetto: evitare che la successione venisse tassata in Italia simulando una residenza svizzera.
E, così, gli investigatori, passo dopo passo, si sono trovati davanti una serie di nomi. Quello di Jean Patry, per esempio. Un avvocato con studio a Ginevra che aveva difeso Margherita Agnelli, la figlia dell’Avvocato saltata nella linea di successione che ha presentato l’esposto dal quale è partita l’indagine ma che, in passato, dopo essere stata assistita dal legale, gli aveva fatto causa. È lui che riceve da Ferrero quello che gli inquirenti definiscono «il primo vademecum della frode», ovvero un documento che ricostruiva la situazione successiva alla morte dell’Avvocato e che presenterebbe «l’intenzione», annotano gli investigatori, «di non rendere inverosimile la residenza svizzera» di donna Marella. Ci sono poi le due segretarie-aiutanti della Caracciolo: Paola Montaldo e Tiziana Russi che, dopo la morte della nonna, hanno lavorato per John. Nei loro computer gli investigatori hanno trovato il famoso appunto intitolato «Una vita di spostamenti» che è diventata la pistola fumante: un riepilogo dettagliato dal quale è emerso che la Caracciolo dimorava in pianta stabile a Torino.
Dalle mani della prima è anche passato l’inventario di opere d’arte e gioielli che, stando alle accuse, i tre Elkann si sarebbero spartiti dopo la morte della nonna, simulando di aver ricevuto regali quando era ancora in vita e associando ogni dono a eventi familiari come compleanni, anniversari e nascite di figli. È lei a riprendere John quando scopre «discrepanze» nella scelta dei regali. Alcuni erano stati scelti contemporaneamente da tutti e tre i fratelli. E sempre a John si rivolge per sapere se «i lingotti sono da tenere». Le due donne, sentite dagli investigatori, avrebbero assunto «un atteggiamento reticente» quando sono stati chiesti loro lumi sui documenti che custodivano.
La Montaldo, poi, ha avuto uno scambio di email che precede la morte della Caracciolo con Renate Elsasser, l’house manager dello chalet Icy di Lauenen, dove donna Marella aveva fissato la sua residenza (ritenuta fittizia). Per gli inquirenti, da quel carteggio si ricava che la Elsasser aveva chiesto di apporre alcune firme della Caracciolo su un documento e che la donna era a Torino. Quando i documenti vengono restituiti, però, l’indicazione del luogo di sottoscrizione miracolosamente diventa Luenen, Svizzera. Con la Elsasser viene anche firmato un «accordo di riservatezza», ha ricostruito l’accusa, con oggetto proprio «gli spostamenti della Caracciolo».
C’è poi un uomo rimasto per ora molto sullo sfondo: in un documento trovato nella cantina dello studio Ferrero viene indicato come il «signor L» o il «signor A». Gli investigatori sono risaliti alla sua identità: si tratta del marchese Lodovico Antinori, nella cui abitazione a Gstaad la Caracciolo risulta aver davvero dimorato nel periodo estivo del 2010 e del 2011, dopo aver lasciato Saint Moritz. Il marchese aveva acconsentito a rendere la propria casa «indirizzo permanente», annotano gli investigatori, della Caracciolo. Uno stratagemma che, secondo l’accusa, sarebbe servito a dotare donna Marella «di un domicilio in territorio elvetico». Lì la Caracciolo stila il suo testamento indicando che risiedeva invece a Lauenen e che «sottoponeva la sua successione al diritto svizzero».
Per la residenza in Svizzera donna Marella deve aver avuto bisogno di consultarsi con un legale. Agli atti, infatti, c’è una email che gli inquirenti ritengono interessante a livello investigativo. L’ha inviata a John l’avvocato Peter Hafter. E mentre spiega come far passare la residenza da un Cantone all’altro, si lascia scappare qualche passaggio che ha fatto drizzare le antenne a chi indaga: «D’altra parte, vogliamo evitare che le autorità abbiano l’impressione che si tratti di una questione molto delicata e complicata […]». Poco dopo fa riferimento a «un possibile piano nascosto». Una comparsa la fa anche un avvocato molto noto nell’ambiente finanziario: Carlo Lombardini. Quando John, secondo la ricostruzione dell’accusa, per avallare la storiella della vita vissuta in svizzera dalla nonna decide di dare alle stampa il libro The last swan pubblicato in Italia con il titolo Ho coltivato il mio giardino, Lombardini e Hafter leggono le bozze, si complimentano con Marella Chia, la nipote della Caracciolo con la quale la nonna degli Elkann ha firmato il libro, e indicano le modifiche al testo per «presidiare in ogni modo la residenza elvetica». I suggerimenti: «Forse potremmo esprimere discretamente l’intenzione di vivere a L. con parole del tipo “non vedo l’ora che lo chalet Icy diventi ciò che Chesa Alkyone è stata per me negli ultimi 40 anni”. [...] È importante che venga firmata l’aggiunta dove viene espressa in modo chiaro, diretto e senza alcuna qualificazione l’intenzione di vivere a L.». E, come per magia, a pagina 188 del libro compare il testo indicato dagli avvocati.
Il ricorso è un boomerang e finisce nel freezer
I difensori di John, Ginevra e Lapo Elkann non hanno ancora impugnato davanti al tribunale del Riesame l’ordinanza con la quale il gip del tribunale di Torino, Antonio Borretta, ha congelato 74,8 milioni di euro nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta sottrazione alla tassazione italiana della successione ereditaria della nonna, Marella Caracciolo, moglie di Gianni Agnelli deceduta nel 2019. Gli Elkann sono difesi da Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi del foro di Milano. Dal collegio difensivo hanno subito ritenuto il «sequestro ingiustificato», precisando che «i fratelli Elkann hanno sempre assolto i loro oneri fiscali» e che «i loro beni sono alla luce del sole». Parole che lascerebbero pensare la volontà di discutere le esigenze valutate dal gip nel disporre il sequestro davanti a un collegio di toghe.
Il ricorso sarebbe stato anche annunciato. E alcune agenzie di stampa che risalgono al giorno del sequestro indicano questa circostanza. Ci sono, però, due questioni che probabilmente stanno facendo riflettere i difensori degli Elkann. La prima: al Riesame vengono depositati tutti gli atti allegati all’ordinanza e i legali hanno subito fatto presente che era in atto «uno stillicidio di documenti che dovrebbero essere discussi nelle aule giudiziarie e che vengono, invece, diffusi in modi che non consentono alcun giusto contraddittorio». E i difensori degli Elkann probabilmente stanno tenendo in conto la probabilità che lo stillicidio continui con gli atti del Riesame, una mole di documentazione ben più abbondante rispetto all’ordinanza di sequestro di sole cento pagine.
La seconda valutazione, invece, potrebbe essere legata alla precedente decisione del Riesame che, al momento del sequestro di documenti e apparati informatici lo scorso marzo, confermò l’ipotesi di truffa. «La frode», valutarono i giudici, «è stata verosimile oggetto di dolo in capo a tutti e tre i fratelli Elkann» che «di fronte al decesso della congiunta, è verosimile che abbiano avallato, con dolorosa volontà adesiva, le strategie già suggerite e realizzare con la fattiva consulenza di Gianluca Ferrero (commercialista di famiglia, anche lui indagato, ndr)». Parole che devono aver avuto un peso in Procura in vista del secondo sequestro. In quella occasione fu acquisita anche la documentazione relativa alla società Dicembre, la cassaforte della famiglia Agnelli. I giudici valutarono quel materiale «non pertinente» e lo restituirono agli Elkann. Nel decreto di sequestro, però, si scopre che le questioni legate della Dicembre (della quale Marella era socia), anche se non in modo centrale, avallerebbero la tesi dell’accusa. A un certo punto, infatti, la Caracciolo avrebbe mantenuto solo l’usufrutto delle quote, circostanza «funzionale», secondo l’accusa, «al ridimensionamento dei legami societari con l’Italia» e usata, quindi, per avallare la tesi della residenza in Svizzera. Ora al Riesame potrebbero finire anche le informative sulla Dicembre. E questo potrebbe essere il vero nodo.
Continua a leggereRiduci
Nelle carte dell’inchiesta non c’è solamente la galassia degli Agnelli ma spuntano avvocati, notai, marchesi, segretarie e faccendieri che si sono prestati per evitare che la successione venisse tassata in Italia. Sono intervenuti anche per modificare il libro di Marella Caracciolo.Il sequestro non è stato ancora impugnato: al Riesame finirebbe il dossier Dicembre.Lo speciale contiene due articoli Come ogni giallo finanziario che si rispetti, quello sulla successione ereditaria di Marella Caracciolo, moglie di Giovanni Agnelli, che secondo la Procura di Torino è stata sottratta al fisco italiano come anche le opere d’arte e i gioielli della defunta, con una operazione che avrebbe avvantaggiato i fratelli John, Ginevra e Lapo Elkann, presenta, tra indagati e testimoni, più di un attore protagonista. Dal notaio svizzero Urs Robert Von Gruenigen che ha amministrato il patrimonio e l’esecuzione testamentaria di donna Marella al commercialista e consulente fiscale Gianluca Ferrero, presidente della Juventus, che avrebbe fornito agli Elkann, secondo l’accusa, «gli strumenti necessari al raggiungimento degli intenti criminosi dei clienti». I due sono indagati per evasione fiscale e truffa e, nella narrazione dell’accusa, assumono, insieme agli Elkann (John è stato iscritto per evasione fiscale, mentre per tutti e cinque gli indagati si ipotizza anche la truffa), ruoli di primo piano. Più o meno nell’ombra, però, si sono mossi altri personaggi legati a donna Marella o a John Elkann che, con i loro consigli o le loro mansioni, hanno contribuito al grande progetto: evitare che la successione venisse tassata in Italia simulando una residenza svizzera.E, così, gli investigatori, passo dopo passo, si sono trovati davanti una serie di nomi. Quello di Jean Patry, per esempio. Un avvocato con studio a Ginevra che aveva difeso Margherita Agnelli, la figlia dell’Avvocato saltata nella linea di successione che ha presentato l’esposto dal quale è partita l’indagine ma che, in passato, dopo essere stata assistita dal legale, gli aveva fatto causa. È lui che riceve da Ferrero quello che gli inquirenti definiscono «il primo vademecum della frode», ovvero un documento che ricostruiva la situazione successiva alla morte dell’Avvocato e che presenterebbe «l’intenzione», annotano gli investigatori, «di non rendere inverosimile la residenza svizzera» di donna Marella. Ci sono poi le due segretarie-aiutanti della Caracciolo: Paola Montaldo e Tiziana Russi che, dopo la morte della nonna, hanno lavorato per John. Nei loro computer gli investigatori hanno trovato il famoso appunto intitolato «Una vita di spostamenti» che è diventata la pistola fumante: un riepilogo dettagliato dal quale è emerso che la Caracciolo dimorava in pianta stabile a Torino.Dalle mani della prima è anche passato l’inventario di opere d’arte e gioielli che, stando alle accuse, i tre Elkann si sarebbero spartiti dopo la morte della nonna, simulando di aver ricevuto regali quando era ancora in vita e associando ogni dono a eventi familiari come compleanni, anniversari e nascite di figli. È lei a riprendere John quando scopre «discrepanze» nella scelta dei regali. Alcuni erano stati scelti contemporaneamente da tutti e tre i fratelli. E sempre a John si rivolge per sapere se «i lingotti sono da tenere». Le due donne, sentite dagli investigatori, avrebbero assunto «un atteggiamento reticente» quando sono stati chiesti loro lumi sui documenti che custodivano.La Montaldo, poi, ha avuto uno scambio di email che precede la morte della Caracciolo con Renate Elsasser, l’house manager dello chalet Icy di Lauenen, dove donna Marella aveva fissato la sua residenza (ritenuta fittizia). Per gli inquirenti, da quel carteggio si ricava che la Elsasser aveva chiesto di apporre alcune firme della Caracciolo su un documento e che la donna era a Torino. Quando i documenti vengono restituiti, però, l’indicazione del luogo di sottoscrizione miracolosamente diventa Luenen, Svizzera. Con la Elsasser viene anche firmato un «accordo di riservatezza», ha ricostruito l’accusa, con oggetto proprio «gli spostamenti della Caracciolo».C’è poi un uomo rimasto per ora molto sullo sfondo: in un documento trovato nella cantina dello studio Ferrero viene indicato come il «signor L» o il «signor A». Gli investigatori sono risaliti alla sua identità: si tratta del marchese Lodovico Antinori, nella cui abitazione a Gstaad la Caracciolo risulta aver davvero dimorato nel periodo estivo del 2010 e del 2011, dopo aver lasciato Saint Moritz. Il marchese aveva acconsentito a rendere la propria casa «indirizzo permanente», annotano gli investigatori, della Caracciolo. Uno stratagemma che, secondo l’accusa, sarebbe servito a dotare donna Marella «di un domicilio in territorio elvetico». Lì la Caracciolo stila il suo testamento indicando che risiedeva invece a Lauenen e che «sottoponeva la sua successione al diritto svizzero».Per la residenza in Svizzera donna Marella deve aver avuto bisogno di consultarsi con un legale. Agli atti, infatti, c’è una email che gli inquirenti ritengono interessante a livello investigativo. L’ha inviata a John l’avvocato Peter Hafter. E mentre spiega come far passare la residenza da un Cantone all’altro, si lascia scappare qualche passaggio che ha fatto drizzare le antenne a chi indaga: «D’altra parte, vogliamo evitare che le autorità abbiano l’impressione che si tratti di una questione molto delicata e complicata […]». Poco dopo fa riferimento a «un possibile piano nascosto». Una comparsa la fa anche un avvocato molto noto nell’ambiente finanziario: Carlo Lombardini. Quando John, secondo la ricostruzione dell’accusa, per avallare la storiella della vita vissuta in svizzera dalla nonna decide di dare alle stampa il libro The last swan pubblicato in Italia con il titolo Ho coltivato il mio giardino, Lombardini e Hafter leggono le bozze, si complimentano con Marella Chia, la nipote della Caracciolo con la quale la nonna degli Elkann ha firmato il libro, e indicano le modifiche al testo per «presidiare in ogni modo la residenza elvetica». I suggerimenti: «Forse potremmo esprimere discretamente l’intenzione di vivere a L. con parole del tipo “non vedo l’ora che lo chalet Icy diventi ciò che Chesa Alkyone è stata per me negli ultimi 40 anni”. [...] È importante che venga firmata l’aggiunta dove viene espressa in modo chiaro, diretto e senza alcuna qualificazione l’intenzione di vivere a L.». E, come per magia, a pagina 188 del libro compare il testo indicato dagli avvocati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elkann-eredita-agnelli-evasione-processo-2669282870.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ricorso-e-un-boomerang-e-finisce-nel-freezer" data-post-id="2669282870" data-published-at="1727428394" data-use-pagination="False"> Il ricorso è un boomerang e finisce nel freezer I difensori di John, Ginevra e Lapo Elkann non hanno ancora impugnato davanti al tribunale del Riesame l’ordinanza con la quale il gip del tribunale di Torino, Antonio Borretta, ha congelato 74,8 milioni di euro nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta sottrazione alla tassazione italiana della successione ereditaria della nonna, Marella Caracciolo, moglie di Gianni Agnelli deceduta nel 2019. Gli Elkann sono difesi da Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi del foro di Milano. Dal collegio difensivo hanno subito ritenuto il «sequestro ingiustificato», precisando che «i fratelli Elkann hanno sempre assolto i loro oneri fiscali» e che «i loro beni sono alla luce del sole». Parole che lascerebbero pensare la volontà di discutere le esigenze valutate dal gip nel disporre il sequestro davanti a un collegio di toghe. Il ricorso sarebbe stato anche annunciato. E alcune agenzie di stampa che risalgono al giorno del sequestro indicano questa circostanza. Ci sono, però, due questioni che probabilmente stanno facendo riflettere i difensori degli Elkann. La prima: al Riesame vengono depositati tutti gli atti allegati all’ordinanza e i legali hanno subito fatto presente che era in atto «uno stillicidio di documenti che dovrebbero essere discussi nelle aule giudiziarie e che vengono, invece, diffusi in modi che non consentono alcun giusto contraddittorio». E i difensori degli Elkann probabilmente stanno tenendo in conto la probabilità che lo stillicidio continui con gli atti del Riesame, una mole di documentazione ben più abbondante rispetto all’ordinanza di sequestro di sole cento pagine. La seconda valutazione, invece, potrebbe essere legata alla precedente decisione del Riesame che, al momento del sequestro di documenti e apparati informatici lo scorso marzo, confermò l’ipotesi di truffa. «La frode», valutarono i giudici, «è stata verosimile oggetto di dolo in capo a tutti e tre i fratelli Elkann» che «di fronte al decesso della congiunta, è verosimile che abbiano avallato, con dolorosa volontà adesiva, le strategie già suggerite e realizzare con la fattiva consulenza di Gianluca Ferrero (commercialista di famiglia, anche lui indagato, ndr)». Parole che devono aver avuto un peso in Procura in vista del secondo sequestro. In quella occasione fu acquisita anche la documentazione relativa alla società Dicembre, la cassaforte della famiglia Agnelli. I giudici valutarono quel materiale «non pertinente» e lo restituirono agli Elkann. Nel decreto di sequestro, però, si scopre che le questioni legate della Dicembre (della quale Marella era socia), anche se non in modo centrale, avallerebbero la tesi dell’accusa. A un certo punto, infatti, la Caracciolo avrebbe mantenuto solo l’usufrutto delle quote, circostanza «funzionale», secondo l’accusa, «al ridimensionamento dei legami societari con l’Italia» e usata, quindi, per avallare la tesi della residenza in Svizzera. Ora al Riesame potrebbero finire anche le informative sulla Dicembre. E questo potrebbe essere il vero nodo.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
Continua a leggereRiduci
«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
Continua a leggereRiduci
Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
Continua a leggereRiduci
In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.