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2024-09-27
La corte che ha servito gli Elkann sull’eredità
Da sinistra, John Elkann e Gianluca Ferrero (Ansa)
Come ogni giallo finanziario che si rispetti, quello sulla successione ereditaria di Marella Caracciolo, moglie di Giovanni Agnelli, che secondo la Procura di Torino è stata sottratta al fisco italiano come anche le opere d’arte e i gioielli della defunta, con una operazione che avrebbe avvantaggiato i fratelli John, Ginevra e Lapo Elkann, presenta, tra indagati e testimoni, più di un attore protagonista. Dal notaio svizzero Urs Robert Von Gruenigen che ha amministrato il patrimonio e l’esecuzione testamentaria di donna Marella al commercialista e consulente fiscale Gianluca Ferrero, presidente della Juventus, che avrebbe fornito agli Elkann, secondo l’accusa, «gli strumenti necessari al raggiungimento degli intenti criminosi dei clienti». I due sono indagati per evasione fiscale e truffa e, nella narrazione dell’accusa, assumono, insieme agli Elkann (John è stato iscritto per evasione fiscale, mentre per tutti e cinque gli indagati si ipotizza anche la truffa), ruoli di primo piano. Più o meno nell’ombra, però, si sono mossi altri personaggi legati a donna Marella o a John Elkann che, con i loro consigli o le loro mansioni, hanno contribuito al grande progetto: evitare che la successione venisse tassata in Italia simulando una residenza svizzera.
E, così, gli investigatori, passo dopo passo, si sono trovati davanti una serie di nomi. Quello di Jean Patry, per esempio. Un avvocato con studio a Ginevra che aveva difeso Margherita Agnelli, la figlia dell’Avvocato saltata nella linea di successione che ha presentato l’esposto dal quale è partita l’indagine ma che, in passato, dopo essere stata assistita dal legale, gli aveva fatto causa. È lui che riceve da Ferrero quello che gli inquirenti definiscono «il primo vademecum della frode», ovvero un documento che ricostruiva la situazione successiva alla morte dell’Avvocato e che presenterebbe «l’intenzione», annotano gli investigatori, «di non rendere inverosimile la residenza svizzera» di donna Marella. Ci sono poi le due segretarie-aiutanti della Caracciolo: Paola Montaldo e Tiziana Russi che, dopo la morte della nonna, hanno lavorato per John. Nei loro computer gli investigatori hanno trovato il famoso appunto intitolato «Una vita di spostamenti» che è diventata la pistola fumante: un riepilogo dettagliato dal quale è emerso che la Caracciolo dimorava in pianta stabile a Torino.
Dalle mani della prima è anche passato l’inventario di opere d’arte e gioielli che, stando alle accuse, i tre Elkann si sarebbero spartiti dopo la morte della nonna, simulando di aver ricevuto regali quando era ancora in vita e associando ogni dono a eventi familiari come compleanni, anniversari e nascite di figli. È lei a riprendere John quando scopre «discrepanze» nella scelta dei regali. Alcuni erano stati scelti contemporaneamente da tutti e tre i fratelli. E sempre a John si rivolge per sapere se «i lingotti sono da tenere». Le due donne, sentite dagli investigatori, avrebbero assunto «un atteggiamento reticente» quando sono stati chiesti loro lumi sui documenti che custodivano.
La Montaldo, poi, ha avuto uno scambio di email che precede la morte della Caracciolo con Renate Elsasser, l’house manager dello chalet Icy di Lauenen, dove donna Marella aveva fissato la sua residenza (ritenuta fittizia). Per gli inquirenti, da quel carteggio si ricava che la Elsasser aveva chiesto di apporre alcune firme della Caracciolo su un documento e che la donna era a Torino. Quando i documenti vengono restituiti, però, l’indicazione del luogo di sottoscrizione miracolosamente diventa Luenen, Svizzera. Con la Elsasser viene anche firmato un «accordo di riservatezza», ha ricostruito l’accusa, con oggetto proprio «gli spostamenti della Caracciolo».
C’è poi un uomo rimasto per ora molto sullo sfondo: in un documento trovato nella cantina dello studio Ferrero viene indicato come il «signor L» o il «signor A». Gli investigatori sono risaliti alla sua identità: si tratta del marchese Lodovico Antinori, nella cui abitazione a Gstaad la Caracciolo risulta aver davvero dimorato nel periodo estivo del 2010 e del 2011, dopo aver lasciato Saint Moritz. Il marchese aveva acconsentito a rendere la propria casa «indirizzo permanente», annotano gli investigatori, della Caracciolo. Uno stratagemma che, secondo l’accusa, sarebbe servito a dotare donna Marella «di un domicilio in territorio elvetico». Lì la Caracciolo stila il suo testamento indicando che risiedeva invece a Lauenen e che «sottoponeva la sua successione al diritto svizzero».
Per la residenza in Svizzera donna Marella deve aver avuto bisogno di consultarsi con un legale. Agli atti, infatti, c’è una email che gli inquirenti ritengono interessante a livello investigativo. L’ha inviata a John l’avvocato Peter Hafter. E mentre spiega come far passare la residenza da un Cantone all’altro, si lascia scappare qualche passaggio che ha fatto drizzare le antenne a chi indaga: «D’altra parte, vogliamo evitare che le autorità abbiano l’impressione che si tratti di una questione molto delicata e complicata […]». Poco dopo fa riferimento a «un possibile piano nascosto». Una comparsa la fa anche un avvocato molto noto nell’ambiente finanziario: Carlo Lombardini. Quando John, secondo la ricostruzione dell’accusa, per avallare la storiella della vita vissuta in svizzera dalla nonna decide di dare alle stampa il libro The last swan pubblicato in Italia con il titolo Ho coltivato il mio giardino, Lombardini e Hafter leggono le bozze, si complimentano con Marella Chia, la nipote della Caracciolo con la quale la nonna degli Elkann ha firmato il libro, e indicano le modifiche al testo per «presidiare in ogni modo la residenza elvetica». I suggerimenti: «Forse potremmo esprimere discretamente l’intenzione di vivere a L. con parole del tipo “non vedo l’ora che lo chalet Icy diventi ciò che Chesa Alkyone è stata per me negli ultimi 40 anni”. [...] È importante che venga firmata l’aggiunta dove viene espressa in modo chiaro, diretto e senza alcuna qualificazione l’intenzione di vivere a L.». E, come per magia, a pagina 188 del libro compare il testo indicato dagli avvocati.
Il ricorso è un boomerang e finisce nel freezer
I difensori di John, Ginevra e Lapo Elkann non hanno ancora impugnato davanti al tribunale del Riesame l’ordinanza con la quale il gip del tribunale di Torino, Antonio Borretta, ha congelato 74,8 milioni di euro nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta sottrazione alla tassazione italiana della successione ereditaria della nonna, Marella Caracciolo, moglie di Gianni Agnelli deceduta nel 2019. Gli Elkann sono difesi da Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi del foro di Milano. Dal collegio difensivo hanno subito ritenuto il «sequestro ingiustificato», precisando che «i fratelli Elkann hanno sempre assolto i loro oneri fiscali» e che «i loro beni sono alla luce del sole». Parole che lascerebbero pensare la volontà di discutere le esigenze valutate dal gip nel disporre il sequestro davanti a un collegio di toghe.
Il ricorso sarebbe stato anche annunciato. E alcune agenzie di stampa che risalgono al giorno del sequestro indicano questa circostanza. Ci sono, però, due questioni che probabilmente stanno facendo riflettere i difensori degli Elkann. La prima: al Riesame vengono depositati tutti gli atti allegati all’ordinanza e i legali hanno subito fatto presente che era in atto «uno stillicidio di documenti che dovrebbero essere discussi nelle aule giudiziarie e che vengono, invece, diffusi in modi che non consentono alcun giusto contraddittorio». E i difensori degli Elkann probabilmente stanno tenendo in conto la probabilità che lo stillicidio continui con gli atti del Riesame, una mole di documentazione ben più abbondante rispetto all’ordinanza di sequestro di sole cento pagine.
La seconda valutazione, invece, potrebbe essere legata alla precedente decisione del Riesame che, al momento del sequestro di documenti e apparati informatici lo scorso marzo, confermò l’ipotesi di truffa. «La frode», valutarono i giudici, «è stata verosimile oggetto di dolo in capo a tutti e tre i fratelli Elkann» che «di fronte al decesso della congiunta, è verosimile che abbiano avallato, con dolorosa volontà adesiva, le strategie già suggerite e realizzare con la fattiva consulenza di Gianluca Ferrero (commercialista di famiglia, anche lui indagato, ndr)». Parole che devono aver avuto un peso in Procura in vista del secondo sequestro. In quella occasione fu acquisita anche la documentazione relativa alla società Dicembre, la cassaforte della famiglia Agnelli. I giudici valutarono quel materiale «non pertinente» e lo restituirono agli Elkann. Nel decreto di sequestro, però, si scopre che le questioni legate della Dicembre (della quale Marella era socia), anche se non in modo centrale, avallerebbero la tesi dell’accusa. A un certo punto, infatti, la Caracciolo avrebbe mantenuto solo l’usufrutto delle quote, circostanza «funzionale», secondo l’accusa, «al ridimensionamento dei legami societari con l’Italia» e usata, quindi, per avallare la tesi della residenza in Svizzera. Ora al Riesame potrebbero finire anche le informative sulla Dicembre. E questo potrebbe essere il vero nodo.
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Nelle carte dell’inchiesta non c’è solamente la galassia degli Agnelli ma spuntano avvocati, notai, marchesi, segretarie e faccendieri che si sono prestati per evitare che la successione venisse tassata in Italia. Sono intervenuti anche per modificare il libro di Marella Caracciolo.Il sequestro non è stato ancora impugnato: al Riesame finirebbe il dossier Dicembre.Lo speciale contiene due articoli Come ogni giallo finanziario che si rispetti, quello sulla successione ereditaria di Marella Caracciolo, moglie di Giovanni Agnelli, che secondo la Procura di Torino è stata sottratta al fisco italiano come anche le opere d’arte e i gioielli della defunta, con una operazione che avrebbe avvantaggiato i fratelli John, Ginevra e Lapo Elkann, presenta, tra indagati e testimoni, più di un attore protagonista. Dal notaio svizzero Urs Robert Von Gruenigen che ha amministrato il patrimonio e l’esecuzione testamentaria di donna Marella al commercialista e consulente fiscale Gianluca Ferrero, presidente della Juventus, che avrebbe fornito agli Elkann, secondo l’accusa, «gli strumenti necessari al raggiungimento degli intenti criminosi dei clienti». I due sono indagati per evasione fiscale e truffa e, nella narrazione dell’accusa, assumono, insieme agli Elkann (John è stato iscritto per evasione fiscale, mentre per tutti e cinque gli indagati si ipotizza anche la truffa), ruoli di primo piano. Più o meno nell’ombra, però, si sono mossi altri personaggi legati a donna Marella o a John Elkann che, con i loro consigli o le loro mansioni, hanno contribuito al grande progetto: evitare che la successione venisse tassata in Italia simulando una residenza svizzera.E, così, gli investigatori, passo dopo passo, si sono trovati davanti una serie di nomi. Quello di Jean Patry, per esempio. Un avvocato con studio a Ginevra che aveva difeso Margherita Agnelli, la figlia dell’Avvocato saltata nella linea di successione che ha presentato l’esposto dal quale è partita l’indagine ma che, in passato, dopo essere stata assistita dal legale, gli aveva fatto causa. È lui che riceve da Ferrero quello che gli inquirenti definiscono «il primo vademecum della frode», ovvero un documento che ricostruiva la situazione successiva alla morte dell’Avvocato e che presenterebbe «l’intenzione», annotano gli investigatori, «di non rendere inverosimile la residenza svizzera» di donna Marella. Ci sono poi le due segretarie-aiutanti della Caracciolo: Paola Montaldo e Tiziana Russi che, dopo la morte della nonna, hanno lavorato per John. Nei loro computer gli investigatori hanno trovato il famoso appunto intitolato «Una vita di spostamenti» che è diventata la pistola fumante: un riepilogo dettagliato dal quale è emerso che la Caracciolo dimorava in pianta stabile a Torino.Dalle mani della prima è anche passato l’inventario di opere d’arte e gioielli che, stando alle accuse, i tre Elkann si sarebbero spartiti dopo la morte della nonna, simulando di aver ricevuto regali quando era ancora in vita e associando ogni dono a eventi familiari come compleanni, anniversari e nascite di figli. È lei a riprendere John quando scopre «discrepanze» nella scelta dei regali. Alcuni erano stati scelti contemporaneamente da tutti e tre i fratelli. E sempre a John si rivolge per sapere se «i lingotti sono da tenere». Le due donne, sentite dagli investigatori, avrebbero assunto «un atteggiamento reticente» quando sono stati chiesti loro lumi sui documenti che custodivano.La Montaldo, poi, ha avuto uno scambio di email che precede la morte della Caracciolo con Renate Elsasser, l’house manager dello chalet Icy di Lauenen, dove donna Marella aveva fissato la sua residenza (ritenuta fittizia). Per gli inquirenti, da quel carteggio si ricava che la Elsasser aveva chiesto di apporre alcune firme della Caracciolo su un documento e che la donna era a Torino. Quando i documenti vengono restituiti, però, l’indicazione del luogo di sottoscrizione miracolosamente diventa Luenen, Svizzera. Con la Elsasser viene anche firmato un «accordo di riservatezza», ha ricostruito l’accusa, con oggetto proprio «gli spostamenti della Caracciolo».C’è poi un uomo rimasto per ora molto sullo sfondo: in un documento trovato nella cantina dello studio Ferrero viene indicato come il «signor L» o il «signor A». Gli investigatori sono risaliti alla sua identità: si tratta del marchese Lodovico Antinori, nella cui abitazione a Gstaad la Caracciolo risulta aver davvero dimorato nel periodo estivo del 2010 e del 2011, dopo aver lasciato Saint Moritz. Il marchese aveva acconsentito a rendere la propria casa «indirizzo permanente», annotano gli investigatori, della Caracciolo. Uno stratagemma che, secondo l’accusa, sarebbe servito a dotare donna Marella «di un domicilio in territorio elvetico». Lì la Caracciolo stila il suo testamento indicando che risiedeva invece a Lauenen e che «sottoponeva la sua successione al diritto svizzero».Per la residenza in Svizzera donna Marella deve aver avuto bisogno di consultarsi con un legale. Agli atti, infatti, c’è una email che gli inquirenti ritengono interessante a livello investigativo. L’ha inviata a John l’avvocato Peter Hafter. E mentre spiega come far passare la residenza da un Cantone all’altro, si lascia scappare qualche passaggio che ha fatto drizzare le antenne a chi indaga: «D’altra parte, vogliamo evitare che le autorità abbiano l’impressione che si tratti di una questione molto delicata e complicata […]». Poco dopo fa riferimento a «un possibile piano nascosto». Una comparsa la fa anche un avvocato molto noto nell’ambiente finanziario: Carlo Lombardini. Quando John, secondo la ricostruzione dell’accusa, per avallare la storiella della vita vissuta in svizzera dalla nonna decide di dare alle stampa il libro The last swan pubblicato in Italia con il titolo Ho coltivato il mio giardino, Lombardini e Hafter leggono le bozze, si complimentano con Marella Chia, la nipote della Caracciolo con la quale la nonna degli Elkann ha firmato il libro, e indicano le modifiche al testo per «presidiare in ogni modo la residenza elvetica». I suggerimenti: «Forse potremmo esprimere discretamente l’intenzione di vivere a L. con parole del tipo “non vedo l’ora che lo chalet Icy diventi ciò che Chesa Alkyone è stata per me negli ultimi 40 anni”. [...] È importante che venga firmata l’aggiunta dove viene espressa in modo chiaro, diretto e senza alcuna qualificazione l’intenzione di vivere a L.». 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Dal collegio difensivo hanno subito ritenuto il «sequestro ingiustificato», precisando che «i fratelli Elkann hanno sempre assolto i loro oneri fiscali» e che «i loro beni sono alla luce del sole». Parole che lascerebbero pensare la volontà di discutere le esigenze valutate dal gip nel disporre il sequestro davanti a un collegio di toghe. Il ricorso sarebbe stato anche annunciato. E alcune agenzie di stampa che risalgono al giorno del sequestro indicano questa circostanza. Ci sono, però, due questioni che probabilmente stanno facendo riflettere i difensori degli Elkann. La prima: al Riesame vengono depositati tutti gli atti allegati all’ordinanza e i legali hanno subito fatto presente che era in atto «uno stillicidio di documenti che dovrebbero essere discussi nelle aule giudiziarie e che vengono, invece, diffusi in modi che non consentono alcun giusto contraddittorio». E i difensori degli Elkann probabilmente stanno tenendo in conto la probabilità che lo stillicidio continui con gli atti del Riesame, una mole di documentazione ben più abbondante rispetto all’ordinanza di sequestro di sole cento pagine. La seconda valutazione, invece, potrebbe essere legata alla precedente decisione del Riesame che, al momento del sequestro di documenti e apparati informatici lo scorso marzo, confermò l’ipotesi di truffa. «La frode», valutarono i giudici, «è stata verosimile oggetto di dolo in capo a tutti e tre i fratelli Elkann» che «di fronte al decesso della congiunta, è verosimile che abbiano avallato, con dolorosa volontà adesiva, le strategie già suggerite e realizzare con la fattiva consulenza di Gianluca Ferrero (commercialista di famiglia, anche lui indagato, ndr)». Parole che devono aver avuto un peso in Procura in vista del secondo sequestro. In quella occasione fu acquisita anche la documentazione relativa alla società Dicembre, la cassaforte della famiglia Agnelli. I giudici valutarono quel materiale «non pertinente» e lo restituirono agli Elkann. Nel decreto di sequestro, però, si scopre che le questioni legate della Dicembre (della quale Marella era socia), anche se non in modo centrale, avallerebbero la tesi dell’accusa. A un certo punto, infatti, la Caracciolo avrebbe mantenuto solo l’usufrutto delle quote, circostanza «funzionale», secondo l’accusa, «al ridimensionamento dei legami societari con l’Italia» e usata, quindi, per avallare la tesi della residenza in Svizzera. Ora al Riesame potrebbero finire anche le informative sulla Dicembre. E questo potrebbe essere il vero nodo.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.
Bernardo Lodispoto (Imagoecoenomica)
Secondo l’ipotesi investigativa, il presunto corruttore sarebbe un imprenditore della zona, piuttosto conosciuto, nonché quasi omonimo di un altro imprenditore già coinvolto in un’altra indagine che riguarda la Provincia. I due sarebbero legati da un rapporto di parentela. Le Fiamme gialle che hanno eseguito un decreto firmato dai pm della Procura di Trani, Marco Gambardella e Francesco Tosto, che coordinano un fascicolo aperto lo scorso anno e che si fonda su una serie di intercettazioni, cercavano in particolare una cartellina gialla, convinte, probabilmente dal contenuto delle conversazioni captate, che all’interno ci fosse il denaro, ovvero il corrispettivo di una possibile mazzetta.
Secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano locale, il contenitore sarebbe effettivamente stato trovato dai finanzieri che hanno effettuato la perquisizione, ma all’interno non ci sarebbero stati i contanti.
Proprio le intercettazioni avrebbero fatto emergere gli indizi di un presunto patto corruttivo che coinvolgerebbe Lodispoto, Marchio Rossi e il consigliere Sgarra, ai quali a vario titolo l’imprenditore si sarebbe rivolto per aggiudicarsi un appalto relativo a una strada sul territorio provinciale. Secondo quanto risulta a La Verità, alcuni degli indagati potrebbero aver presentato ricorso al tribunale del Riesame. E forse gli atti che verranno depositati in quella sede potranno rendere più chiare le singole responsabilità che i pm attribuiscono agli indagati. Lodispoto, che nella vita svolge la professione di avvocato, è alla guida della Provincia Bat dal 26 settembre 2019, con il sostegno anche di una parte del centrodestra, ed è una delle colonne della politica del territorio. Sindaco di Santa Margherita di Savoia per la prima volta dal 1987 al 1990, è stato poi eletto due volte, nel 1994 e nel 1998, consigliere della Provincia di Foggia. Incarico lasciato nel 1999 per andare a ricoprire la carica di assessore provinciale alle Risorse economiche e finanziarie. Nel 2008, racconta il suo curriculum, viene di nuovo eletto consigliere provinciale a Foggia, ruolo che ricopre contestualmente, tra il 2009 e il 2014, nella neonata Provincia Bat. Nel 2018 viene di nuovo eletto sindaco a Santa Margherita di Savoia e poi confermato nel 2023, in entrambi casi sostenuto da una coalizione civica.
Nel 2019, come detto, viene eletto presidente della Provincia Bat. Non senza tensioni, almeno nell’ultimo anno, visto che nel luglio scorso gli esponenti del Pd della giunta provinciale hanno rimesso le deleghe, chiedendo discontinuità su ambiente e rifiuti. Insomma, una carriera politica quasi quarantennale, finora senza inciampi giudiziari. Tanto che la notizia dell’indagine su di lui, filtrata un mese dopo le perquisizioni, ha colto molti di sorpresa. Nel 2020, però, Lodispoto era scivolato su una buccia di banana comunicativa, che aveva scatenato una polemica a livello nazionale.
In un video promozionale sulle iniziative della notte di San Silvestro, si vedeva Lodispoto che, imitando il dialetto siciliano con panama in testa e occhiali da sole specchiati, prometteva di lavorare bene per tutti. Una mossa che, in virtù del fatto che la che manifestazione era prevista in piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale ucciso dalla mafia, aveva scatenato le ire dei parlamentari di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato e Fabio Rampelli, che avevano anche presentato un’interrogazione parlamentare. Lodispoto si era difeso sostenendo di essere stato inserito nello spot a sua insaputa, ma la vicenda aveva portato a una polemica tra l’allora governatore della Puglia Michele Emiliano, che accusava i due deputati di Fdi di aver «inventato» un suo «coinvolgimento su una vicenda che non solo non mi riguarda ma di cui tutti ignoravano l’esistenza, me compreso, sino a poche ore fa. Io non ho problemi a dire che con la mafia non si scherza e che quel video non mi piace».
L’ormai ex presidente della Puglia aveva anche annunciato un’azione legale nei confronti di Gemmato e Rampelli: «Ci vediamo in tribunale». I due parlamentari si erano detti stupiti «della mancata reazione a questa vergogna del governatore Emiliano, magistrato in aspettativa che ha combattuto la mafia pugliese nella sua carriera togata forse perché sostenuto nelle elezioni primarie per la presidenza della Regione dallo stesso Lodispoto».
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 gennaio 2026. Il nostro Alessandro Rico commenta l'emergenza sicurezza: omicidi e delitti in serie ma non si riesce a mettere un argine.