Erdoğan rimane senza parole: ora rischia di perdere il suo impero
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ANSA
Il presidente turco si prepara alle elezioni del 24 giugno, da lui volute per rafforzare i suoi poteri. Ma la campagna elettorale è un disastro: durante un comizio il gobbo elettronico ha qualche problema e lui rimane muto. Stanco e senza idee, da grande oratore è diventato incapace di improvvisare. Le opposizioni compatte puntano a portarlo al secondo turno: la sua leadership non è a rischio al momento, ma il suo progetto di una nuova alba ottomana traballa.
A distanza di due anni dal fallito golpe militare del luglio 2016 - le cui vere ragioni politiche rimangono ancora circondate da un alone di mistero -, il presidente turco
Recep Tayyip Erdoğan appare stanco e senza verve nelle ultime battute della corsa verso le elezioni del 24 giugno prossimo. Il leader ha anticipato di oltre un anno il voto, previsto inizialmente per il 3 novembre 2019, per spingere sull'acceleratore delle riforme e rinsaldare la sua posizione, i cui poteri sono usciti già molto rafforzati dal referendum costituzionale dell'aprile 2017. L'emendamento costituzionale consente, tra le altre cose, a Erdoğan, 64 anni e da 15 al comando del Paese, prima da primo ministro poi da presidente, di candidarsi per due nuovi mandati presidenziali quinquennali.
In politica dagli anni Novanta,
Erdoğan ha iniziato a far campagna elettorale quando, nel 1994 puntava a diventare sindaco di Istanbul. Una carica ricoperta per un mandato di quattro anni. E anche l'opposizione non ha mai negato il fatto che sia un abile oratore, capace di affascinare le folle festanti presenti ai suoi comizi. Ma da qualche tempo quel'incantesimo sembra essersi rotto e la stampa nazionale d'opposizione - e i media internazionali sono sulla stessa lunghezza d'onda - racconta di un leader stanco e rabbioso, che ha perso il tocco magico e vede ora il consenso sfuggirgli di mano.
E' una situazione che sta favorendo i suoi sfidanti. Secondo la costituzione turca, il presidente deve essere in possesso di una laurea. Così, per rispondere alla campagna di
Muharrem İnce, leader del Partito popolare repubblicano, affinché Erdoğan mostrasse il suo attestato, l'Akp ha mandato in televisione un giornalista filogovernativo, Cemil Barlas, che ha accusato i seguaci del predicatore in esilio Fethullah Gülen (accusato dal presidente di aver organizzato il fallito golpe del 2016) di aver rubato e distrutto il diploma del presidente. E durante un comizio, İnce ha affondato il colpo scherzando: «Beh, gli uomini di Gulen hanno replicato: “Siamo andati lì per distruggerlo, ma non siamo riusciti a trovarlo"».
Erdoğan e i suoi sono apparsi nervosi e hanno adottato una strategia di comunicazione nostalgica, incentrata sui fasti dell'Impero ottomano (come racconta questo spot elettorale) e del periodo nazionalista tra gli anni Ottanta e Novanta. Una strategia che nasconde un leader rimasto senza alcun visione per il futuro, che non vede l'ora che l'incubo elettorale finisca. Erdoğan si è chiuso a riccio, rifiutando la partecipazione ai dibattiti televisivi con gli avversari. Come se non bastasse, i suoi comizi sono sempre meno partecipati nonostante gli sforzi dello staff per pubblicizzarli e organizzare trasporti gratuiti per l'occasione. Uno dei principali problemi per il futuro dell'aspirante sultano è l'assenza di giovani ai suoi eventi, dato che su 57 milioni di elettori in Turchia circa 19 hanno meno di 32 anni. A tal punto da spingere il leader a promesse elettorali da televendita, come quelle fatte nella provincia sudorientale di Hatay: «Se sarò eletto queste strane saranno piene di caffè. I giovani e gli anziani verranno e potranno leggere, mangiare la torta, bere caffè e tè. Sarà tutto gratis».
Nervosismo e stanchezza sono emersi chiaramente durante un discorso pubblico di
Erdoğan a Diyarbakır, città che sorge sulle sponde del Tigri nel Sud Est del Paese. Ormai il leader non parla più senza il suo teleprompter (il suggeritore elettronico). E a Diyarbakır, qualcosa è andato storto. Il teleprompter ha avuto dei problemi e lui ha smesso di parlare, in un mix di imbarazzo e nervosismo durante diversi di secondi (video). E anche in quell'occasione il presidente ha offerto il fianco alle battute degli avversari.
Mentre l'Akp, il Partito giustizia e sviluppo guidato dal presidente, e il suo alleato di estrema destra, il Partito del movimento nazionalista (il braccio politico dei Lupi grigi), sembrano aver perso la sintonia con l'elettore medio, le opposizioni avanzano grazie a due strategie di comunicazioni opposte e complementari: il porta a porta e i social media. Dei cinque partiti che sfidano l'Akp, il Partito democratico dei popoli, formazione curda, ha deciso di presentarsi alle urne in solitaria, mentre quattro hanno dato vita a un'alleanza: i kemalisti e progressisti del Partito popolare repubblicano, i conservatori laici del Partito buono, i conservatori islamisti del Partito della felicità e i nazionalisti di centrodestra del Partito democratico.
Questa coalizione è impegnata a superare il controllo che
Erdoğan e i suoi esercitano sui media tradizionali (tv e giornali) con eventi e iniziative popolari, ma anche con il supporto di esperti per la strategia sui social network. Basti pensare che, al fianco di Meral Akşener, ex esponente del Partito del movimento nazionalista e oggi leader del nuovo Partito buono, c'è Taylan Yıldız, tornato dalla California, dove si è occupato per anni di profilazione per Google. Il Partito buono ha iniziato così a utilizzare gli AdWorks di Google, il programma per inserzioni a pagamento nella pagina dei risultati delle ricerche, per sbeffeggiare Erdoğan. Nulla di illegale, soltanto astuzia. Se si cerca, infatti, il sito dell'Akp, il primo risultato che appare è il sito del Partito buono con la scritta «Adesso ne hai uno migliore». Cercando, invece, la parola «libertà» esce la scritta: «La libertà che hai cercato non è al momento disponibile. Riprova il 25 giugno», cioè il giorno dopo il voto. O ancora, cercando «camere libere», magari con il pensiero alle vacanze, il primo risultato è il pazzo presidenziale, con le sue 1.150 stanze.
Nei sondaggi
Erdoğan oscillerebbe tra il 42% e il 48%, numeri non sufficienti per evitare l'eventuale ballottaggio, dove comunque resta favorito. C'è qualche sondaggio più favorevole che gli attribuisce un consenso superiore al 50%, ma non così ampio da permettere sogni tranquilli. Difficilmente, comunque, Erdoğan rischia la sconfitta. Ma un flop elettorale potrebbe rallentare il suo progetto per un nuovo impero ottomano, già complicato dagli ultimi numeri sull'economia. Che sì è cresciuto dal 7,4% nel 2017, ma è stata accompagnata dal deficit delle partite correnti che si è ampliato al 6% del Pil e dall'inflazione che ha raggiunto quasi l'11%. Senza dimenticare, infine, un tasso di disoccupazione del 10,6% (19% tra i giovani), la debolezza della lira turca sul dollaro e il fatto che un'azienda turca su tre è indebitata in valuta estera ed è per questo soggetta alle variazioni dei tassi statunitensi e del dollaro.
Il presidente turco si prepara alle elezioni del 24 giugno, da lui volute per rafforzare i suoi poteri. Ma la campagna elettorale è un disastro: durante un comizio il gobbo elettronico ha qualche problema e lui rimane muto. Stanco e senza idee, da grande oratore è diventato incapace di improvvisare. Le opposizioni compatte puntano a portarlo al secondo turno: la sua leadership non è a rischio al momento, ma il suo progetto di una nuova alba ottomana traballa. A distanza di due anni dal fallito golpe militare del luglio 2016 - le cui vere ragioni politiche rimangono ancora circondate da un alone di mistero -, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan appare stanco e senza verve nelle ultime battute della corsa verso le elezioni del 24 giugno prossimo. Il leader ha anticipato di oltre un anno il voto, previsto inizialmente per il 3 novembre 2019, per spingere sull'acceleratore delle riforme e rinsaldare la sua posizione, i cui poteri sono usciti già molto rafforzati dal referendum costituzionale dell'aprile 2017. L'emendamento costituzionale consente, tra le altre cose, a Erdoğan, 64 anni e da 15 al comando del Paese, prima da primo ministro poi da presidente, di candidarsi per due nuovi mandati presidenziali quinquennali. In politica dagli anni Novanta, Erdoğan ha iniziato a far campagna elettorale quando, nel 1994 puntava a diventare sindaco di Istanbul. Una carica ricoperta per un mandato di quattro anni. E anche l'opposizione non ha mai negato il fatto che sia un abile oratore, capace di affascinare le folle festanti presenti ai suoi comizi. Ma da qualche tempo quel'incantesimo sembra essersi rotto e la stampa nazionale d'opposizione - e i media internazionali sono sulla stessa lunghezza d'onda - racconta di un leader stanco e rabbioso, che ha perso il tocco magico e vede ora il consenso sfuggirgli di mano. E' una situazione che sta favorendo i suoi sfidanti. Secondo la costituzione turca, il presidente deve essere in possesso di una laurea. Così, per rispondere alla campagna di Muharrem İnce, leader del Partito popolare repubblicano, affinché Erdoğan mostrasse il suo attestato, l'Akp ha mandato in televisione un giornalista filogovernativo, Cemil Barlas, che ha accusato i seguaci del predicatore in esilio Fethullah Gülen (accusato dal presidente di aver organizzato il fallito golpe del 2016) di aver rubato e distrutto il diploma del presidente. E durante un comizio, İnce ha affondato il colpo scherzando: «Beh, gli uomini di Gulen hanno replicato: “Siamo andati lì per distruggerlo, ma non siamo riusciti a trovarlo"». Erdoğan e i suoi sono apparsi nervosi e hanno adottato una strategia di comunicazione nostalgica, incentrata sui fasti dell'Impero ottomano (come racconta questo spot elettorale) e del periodo nazionalista tra gli anni Ottanta e Novanta. Una strategia che nasconde un leader rimasto senza alcun visione per il futuro, che non vede l'ora che l'incubo elettorale finisca. Erdoğan si è chiuso a riccio, rifiutando la partecipazione ai dibattiti televisivi con gli avversari. Come se non bastasse, i suoi comizi sono sempre meno partecipati nonostante gli sforzi dello staff per pubblicizzarli e organizzare trasporti gratuiti per l'occasione. Uno dei principali problemi per il futuro dell'aspirante sultano è l'assenza di giovani ai suoi eventi, dato che su 57 milioni di elettori in Turchia circa 19 hanno meno di 32 anni. A tal punto da spingere il leader a promesse elettorali da televendita, come quelle fatte nella provincia sudorientale di Hatay: «Se sarò eletto queste strane saranno piene di caffè. I giovani e gli anziani verranno e potranno leggere, mangiare la torta, bere caffè e tè. Sarà tutto gratis». Nervosismo e stanchezza sono emersi chiaramente durante un discorso pubblico di Erdoğan a Diyarbakır, città che sorge sulle sponde del Tigri nel Sud Est del Paese. Ormai il leader non parla più senza il suo teleprompter (il suggeritore elettronico). E a Diyarbakır, qualcosa è andato storto. Il teleprompter ha avuto dei problemi e lui ha smesso di parlare, in un mix di imbarazzo e nervosismo durante diversi di secondi (video). E anche in quell'occasione il presidente ha offerto il fianco alle battute degli avversari. Mentre l'Akp, il Partito giustizia e sviluppo guidato dal presidente, e il suo alleato di estrema destra, il Partito del movimento nazionalista (il braccio politico dei Lupi grigi), sembrano aver perso la sintonia con l'elettore medio, le opposizioni avanzano grazie a due strategie di comunicazioni opposte e complementari: il porta a porta e i social media. Dei cinque partiti che sfidano l'Akp, il Partito democratico dei popoli, formazione curda, ha deciso di presentarsi alle urne in solitaria, mentre quattro hanno dato vita a un'alleanza: i kemalisti e progressisti del Partito popolare repubblicano, i conservatori laici del Partito buono, i conservatori islamisti del Partito della felicità e i nazionalisti di centrodestra del Partito democratico. Questa coalizione è impegnata a superare il controllo che Erdoğan e i suoi esercitano sui media tradizionali (tv e giornali) con eventi e iniziative popolari, ma anche con il supporto di esperti per la strategia sui social network. Basti pensare che, al fianco di Meral Akşener, ex esponente del Partito del movimento nazionalista e oggi leader del nuovo Partito buono, c'è Taylan Yıldız, tornato dalla California, dove si è occupato per anni di profilazione per Google. Il Partito buono ha iniziato così a utilizzare gli AdWorks di Google, il programma per inserzioni a pagamento nella pagina dei risultati delle ricerche, per sbeffeggiare Erdoğan. Nulla di illegale, soltanto astuzia. Se si cerca, infatti, il sito dell'Akp, il primo risultato che appare è il sito del Partito buono con la scritta «Adesso ne hai uno migliore». Cercando, invece, la parola «libertà» esce la scritta: «La libertà che hai cercato non è al momento disponibile. Riprova il 25 giugno», cioè il giorno dopo il voto. O ancora, cercando «camere libere», magari con il pensiero alle vacanze, il primo risultato è il pazzo presidenziale, con le sue 1.150 stanze. Nei sondaggi Erdoğan oscillerebbe tra il 42% e il 48%, numeri non sufficienti per evitare l'eventuale ballottaggio, dove comunque resta favorito. C'è qualche sondaggio più favorevole che gli attribuisce un consenso superiore al 50%, ma non così ampio da permettere sogni tranquilli. Difficilmente, comunque, Erdoğan rischia la sconfitta. Ma un flop elettorale potrebbe rallentare il suo progetto per un nuovo impero ottomano, già complicato dagli ultimi numeri sull'economia. Che sì è cresciuto dal 7,4% nel 2017, ma è stata accompagnata dal deficit delle partite correnti che si è ampliato al 6% del Pil e dall'inflazione che ha raggiunto quasi l'11%. Senza dimenticare, infine, un tasso di disoccupazione del 10,6% (19% tra i giovani), la debolezza della lira turca sul dollaro e il fatto che un'azienda turca su tre è indebitata in valuta estera ed è per questo soggetta alle variazioni dei tassi statunitensi e del dollaro.
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Grazie ai fondi del Recovery, il prodotto interno lordo pro capite è aumentato (tra il 2021 e il 2026) del 2,2%. Nel Centro Nord l’incremento è stato dell’1,5%, più marcato l’impatto su ricchezza e occupazione al Sud.
La montagna (di debiti) del Pnrr ha partorito il topolino. Sembra la sintesi più appropriata dopo aver letto ieri sul Sole 24 Ore le stime della crescita aggiuntiva cumulata del Pil pro capite tra il 2021-2026, generata dalla spesa del Pnrr.
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
A Tunisi il secondo vertice «4+4» tra rappresentanti della Tripolitania e della Cirenaica sotto la regia dell’Onu. Sul tavolo elezioni e riunificazione, ma milizie, rivalità interne e il peso di Haftar frenano ogni svolta.
Il secondo incontro del cosiddetto vertice «4+4» dedicato alla Libia ha avuto come sede Tunisi, la città che in passato era stata scelta dal governo di Tripoli come sede provvisoria nei momenti più bui della storia libica. Quattro rappresentanti di Tobruch e quattro di Tripoli hanno affrontato alcuni dei temi più complessi della nazione affacciata sul mar Mediterraneo, che dal 2014 rimane divisa a metà con due governi che si accusano di illegittimità.
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.