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2020-07-28
«È stata l'Armenia ad avviare attacchi contro l'Azerbaigian»
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Ansa
Ho letto con un certo disagio l'articolo "Nagorno Karabakh, una guerra per la libertà", in cui già dal titolo emerge una grave distorsione della realtà, acuita dai fatti degli ultimi giorni al confine di stato tra Armenia ed Azerbaigian. L'aggressione militare che l'Armenia ha avviato contro l'Azerbaigian da quasi 30 anni, e che ha portato all'occupazione di circa il 20% del territorio azerbaigiano, pari al Nagorno Karabakh, regione storica dell'Azerbaigian, e ai sette distretti adiacenti, non ha nulla a che fare con la ricerca della libertà, ma con una rivendicazione territoriale dell'Armenia contro l'Azerbaigian. Contrariamente a quanto afferma l'ex ambasciatore Bruno Scapini, mi preme evidenziare che durante il periodo sovietico il Nagorno Karabakh aveva lo status di provincia autonoma (Nkao) all'interno della Rss dell'Azerbaigian.
La procedura per cambiare i confini delle repubbliche sovietiche fu stabilita nelle costituzioni dell'Urss e delle repubbliche sovietiche e il territorio di una repubblica sovietica non poteva essere modificato senza il suo consenso e i confini tra le repubbliche dell'Unione potevano essere modificate solo con l'accordo reciproco delle repubbliche interessate e con l'approvazione dell'URSS, ma ciò non è accaduto per quanto riguarda la Nkao. Col crollo dell'Urss, la dottrina legale internazionale dell'uti possidetis juris garantì la legittimità internazionale, regionale e nazionale dei confini dei nuovi Stati indipendenti, per cui in base a questa dottrina legale, le ex frontiere amministrative della RSS dell'Azerbaigian, che includeva la NKAO, erano riconosciute dal diritto internazionale come le frontiere legittime della nuova Repubblica dell'Azerbaigian. Per quanto concerne il diritto all'autodeterminazione, ciò non può essere interpretato per includere il diritto di secessione. La secessione da un paese indipendente, come l'Azerbaigian, per motivi di autodeterminazione, viola la norma universalmente accettata di integrità territoriale degli Stati, nonché altri principi pertinenti del diritto internazionale.
Prima del conflitto, nel Nagorno Karabakh risiedeva una popolazione costituita da abitanti sia di origine armena che azerbaigiana, ma l'esercito dell'Armenia ha espulso totalmente gli azerbaigiani dalla regione. Se vogliamo parlare di libertà, dovremmo ad esempio evidenziare come a più di 1 milione di rifugiati e profughi azerbaigiani, vittime della politica armena di pulizia etnica, sia vietata la libertà anche solo di far visita alle tombe dei propri cari nei territori occupati dall'Armenia. Venendo ai fatti di questi giorni, contrariamente a quanto afferma l'ex ambasciatore Bruno Scapini, sono state le forze armate dell'Armenia ad avviare, a partire dal 12 luglio, attacchi contro l'Azerbaigian, colpendo posizioni militari, nonché territori densamente popolati.
Tali operazioni hanno causato l'uccisione di 12 militari azerbaigiani e di un civile di 76 anni. Per venire alle motivazioni che hanno portato a questi nuovi attacchi dalla parte armena, innanzi tutto emerge la volontà di conquistare nuove posizioni e contemporaneamente distogliere l'attenzione dai complessi problemi interni, causati dal fallimento della "rivoluzione di velluto" del primo ministro Nikol Pashinyan, che avrebbe dovuto portare ad una democratizzazione del paese, ma è sfociata in una dittatura rivoluzionaria, situazione già aggravata dai problemi socio-economici, deteriorati ulteriormente anche per la diffusione del covid-19. Bisogna poi riflettere sul fatto che le attuali provocazioni dell'Armenia non avvengono sulla linea di contatto nei territori occupati ma verso il nord, in direzione di Tovuz, sulla linea di confine di stato tra l'Azerbaigian e l'Armenia.
Lo scopo dell'Armenia era coinvolgere nel conflitto terze parti, in particolare l'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, ma ciò non è avvenuto. Importante ricordare anche che il distretto teatro dell'attacco è un'area di importanza strategica, perché attraversata dall'intera infrastruttura per la distribuzione delle risorse energetiche dell'Azerbaigian e del Mar Caspio nei paesi occidentali, in particolare in Italia (l'Azerbaigian è uno dei principali fornitori di petrolio per la penisola italiana e a partire dal prossimo anno sarà anche uno di maggiori fornitori di gas per l'Italia) e nel mercato mondiale, e per i collegamenti ferroviari e autostradali che connettono l'Est all'Ovest. Per cui l'obiettivo dell'Armenia è volto anche a destabilizzare questa area e impedire il funzionamento di questi progetti fondamentali, che creano accesso a nuovi mercati e a fonti di energia alternative per l'Europa.
Non è un caso che l'Armenia abbia avviato un'operazione militare contro l'Azerbaigian tre mesi prima dell'inizio delle forniture di gas dell'Azerbaigian in Europa. Si legge che l'Azerbaigian abbia minacciato di attaccare la centrale nucleare di Metsamor, che si trova in Armenia. Ma ciò non corrisponde al vero, perché è l'Armenia a minacciare le strutture strategiche azerbaigiane e ciò che invece dovrebbe preoccupare di Metsamor è la natura obsoleta e rischiosa della centrale, che meriterebbe attenzione particolare in termini di sicurezza. Non possiamo dimenticare che le autorità dell'Armenia hanno minacciato varie volte di trasformare le città dell'Azerbaigian in rovine come Agdam, che da principale centro economico-culturale del Karabakh, è diventata una città fantasma, depredata e distrutta dall'esercito dell'Armenia e perciò definita "L'Hiroshima del Caucaso". Proprio oggi si ricordano i 27 anni dell'occupazione militare di Agdam da parte dell'esercito dell'Armenia. Spiace molto che, nonostante abbia invitato personalmente l'ex ambasciatore Scapini a visitare l'Azerbaigian, per conoscere l'apertura verso il prossimo e il carattere di multiculturalismo proprio del suo popolo, egli abbia preferito perseverare nelle sue posizioni: errare humanum est, perseverare autem diabolicum.
Ringraziando anticipatamente per l'attenzione, Cordiali saluti, Margherita Costa, ex Ambasciatore della Repubblica Italiana in Azerbaigian, Console Onorario della Repubblica dell'Azerbaigian in Genova, con giurisdizione sulle regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Valle d'Aosta
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La replica. Margherita Costa, ex ambasciatore della Repubblica Italiana in Azerbaigian risponde all'ex collega Bruno Scapini: «Obiettivo degli armeni è destabilizzare questa area e impedire il funzionamento di questi progetti fondamentali, che creano accesso a nuovi mercati e a fonti di energia alternative per l'Europa». Riportiamo la lettera.Ho letto con un certo disagio l'articolo "Nagorno Karabakh, una guerra per la libertà", in cui già dal titolo emerge una grave distorsione della realtà, acuita dai fatti degli ultimi giorni al confine di stato tra Armenia ed Azerbaigian. L'aggressione militare che l'Armenia ha avviato contro l'Azerbaigian da quasi 30 anni, e che ha portato all'occupazione di circa il 20% del territorio azerbaigiano, pari al Nagorno Karabakh, regione storica dell'Azerbaigian, e ai sette distretti adiacenti, non ha nulla a che fare con la ricerca della libertà, ma con una rivendicazione territoriale dell'Armenia contro l'Azerbaigian. Contrariamente a quanto afferma l'ex ambasciatore Bruno Scapini, mi preme evidenziare che durante il periodo sovietico il Nagorno Karabakh aveva lo status di provincia autonoma (Nkao) all'interno della Rss dell'Azerbaigian. La procedura per cambiare i confini delle repubbliche sovietiche fu stabilita nelle costituzioni dell'Urss e delle repubbliche sovietiche e il territorio di una repubblica sovietica non poteva essere modificato senza il suo consenso e i confini tra le repubbliche dell'Unione potevano essere modificate solo con l'accordo reciproco delle repubbliche interessate e con l'approvazione dell'URSS, ma ciò non è accaduto per quanto riguarda la Nkao. Col crollo dell'Urss, la dottrina legale internazionale dell'uti possidetis juris garantì la legittimità internazionale, regionale e nazionale dei confini dei nuovi Stati indipendenti, per cui in base a questa dottrina legale, le ex frontiere amministrative della RSS dell'Azerbaigian, che includeva la NKAO, erano riconosciute dal diritto internazionale come le frontiere legittime della nuova Repubblica dell'Azerbaigian. Per quanto concerne il diritto all'autodeterminazione, ciò non può essere interpretato per includere il diritto di secessione. La secessione da un paese indipendente, come l'Azerbaigian, per motivi di autodeterminazione, viola la norma universalmente accettata di integrità territoriale degli Stati, nonché altri principi pertinenti del diritto internazionale. Prima del conflitto, nel Nagorno Karabakh risiedeva una popolazione costituita da abitanti sia di origine armena che azerbaigiana, ma l'esercito dell'Armenia ha espulso totalmente gli azerbaigiani dalla regione. Se vogliamo parlare di libertà, dovremmo ad esempio evidenziare come a più di 1 milione di rifugiati e profughi azerbaigiani, vittime della politica armena di pulizia etnica, sia vietata la libertà anche solo di far visita alle tombe dei propri cari nei territori occupati dall'Armenia. Venendo ai fatti di questi giorni, contrariamente a quanto afferma l'ex ambasciatore Bruno Scapini, sono state le forze armate dell'Armenia ad avviare, a partire dal 12 luglio, attacchi contro l'Azerbaigian, colpendo posizioni militari, nonché territori densamente popolati. Tali operazioni hanno causato l'uccisione di 12 militari azerbaigiani e di un civile di 76 anni. Per venire alle motivazioni che hanno portato a questi nuovi attacchi dalla parte armena, innanzi tutto emerge la volontà di conquistare nuove posizioni e contemporaneamente distogliere l'attenzione dai complessi problemi interni, causati dal fallimento della "rivoluzione di velluto" del primo ministro Nikol Pashinyan, che avrebbe dovuto portare ad una democratizzazione del paese, ma è sfociata in una dittatura rivoluzionaria, situazione già aggravata dai problemi socio-economici, deteriorati ulteriormente anche per la diffusione del covid-19. Bisogna poi riflettere sul fatto che le attuali provocazioni dell'Armenia non avvengono sulla linea di contatto nei territori occupati ma verso il nord, in direzione di Tovuz, sulla linea di confine di stato tra l'Azerbaigian e l'Armenia. Lo scopo dell'Armenia era coinvolgere nel conflitto terze parti, in particolare l'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, ma ciò non è avvenuto. Importante ricordare anche che il distretto teatro dell'attacco è un'area di importanza strategica, perché attraversata dall'intera infrastruttura per la distribuzione delle risorse energetiche dell'Azerbaigian e del Mar Caspio nei paesi occidentali, in particolare in Italia (l'Azerbaigian è uno dei principali fornitori di petrolio per la penisola italiana e a partire dal prossimo anno sarà anche uno di maggiori fornitori di gas per l'Italia) e nel mercato mondiale, e per i collegamenti ferroviari e autostradali che connettono l'Est all'Ovest. Per cui l'obiettivo dell'Armenia è volto anche a destabilizzare questa area e impedire il funzionamento di questi progetti fondamentali, che creano accesso a nuovi mercati e a fonti di energia alternative per l'Europa. Non è un caso che l'Armenia abbia avviato un'operazione militare contro l'Azerbaigian tre mesi prima dell'inizio delle forniture di gas dell'Azerbaigian in Europa. Si legge che l'Azerbaigian abbia minacciato di attaccare la centrale nucleare di Metsamor, che si trova in Armenia. Ma ciò non corrisponde al vero, perché è l'Armenia a minacciare le strutture strategiche azerbaigiane e ciò che invece dovrebbe preoccupare di Metsamor è la natura obsoleta e rischiosa della centrale, che meriterebbe attenzione particolare in termini di sicurezza. Non possiamo dimenticare che le autorità dell'Armenia hanno minacciato varie volte di trasformare le città dell'Azerbaigian in rovine come Agdam, che da principale centro economico-culturale del Karabakh, è diventata una città fantasma, depredata e distrutta dall'esercito dell'Armenia e perciò definita "L'Hiroshima del Caucaso". Proprio oggi si ricordano i 27 anni dell'occupazione militare di Agdam da parte dell'esercito dell'Armenia. Spiace molto che, nonostante abbia invitato personalmente l'ex ambasciatore Scapini a visitare l'Azerbaigian, per conoscere l'apertura verso il prossimo e il carattere di multiculturalismo proprio del suo popolo, egli abbia preferito perseverare nelle sue posizioni: errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Ringraziando anticipatamente per l'attenzione, Cordiali saluti, Margherita Costa, ex Ambasciatore della Repubblica Italiana in Azerbaigian, Console Onorario della Repubblica dell'Azerbaigian in Genova, con giurisdizione sulle regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Valle d'Aosta
Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.
«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.