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2020-03-24
Spunta Cuomo e taglia la strada a Biden
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Andrew Cuomo (Ansa)
Eppure, negli ultimi giorni, l'attuale governatore dello Stato di New York risulta forse l'esponente democratico maggiormente soggetto all'attenzione dei media. Il coronavirus sta infatti colpendo duramente il cosiddetto Empire State, ragion per cui Cuomo è stato chiamato ad affrontare in prima persona l'emergenza. E, pur tenendo ovviamente conto della differenza dei ruoli, lo sta facendo con maggiore energia e capacità del sindaco della Grande Mela, Bill de Blasio: quel de Blasio che - candidatosi alle primarie democratiche del 2020 - ha dovuto ritirarsi lo scorso settembre, visti i pessimi risultati rimediati in termini di sondaggi e raccolta fondi. Tra l'altro, va anche detto che Cuomo stia fronteggiando l'emergenza, giocando di sponda con lo stesso Donald Trump. Mercoledì scorso, il governatore democratico ha non a caso elogiato il presidente americano, dichiarando: «Stiamo combattendo la stessa guerra, siamo nella stessa trincea. [Trump] è completamente coinvolto nel tentativo di aiutare. È molto creativo ed energico e lo ringrazio per la sua collaborazione». In particolare, il governatore ha espresso gratitudine per il fatto che la Casa Bianca abbia inviato una nave della Marina statunitense con mille posti letto a New York. Insomma, Cuomo sta mostrando uno spirito collaborativo con l'attuale amministrazione repubblicana. E, al momento, risulta l'esponente democratico maggiormente coinvolto nella lotta al coronavirus.
Un fattore, quest'ultimo, che invece non si addice minimamente a Biden. È pur vero che, in un primo momento, l'ex vicepresidente si era presentato come l'uomo giusto per fronteggiare la crisi pandemica: basti pensare che, appena poche settimane fa, avesse addirittura proposto un suo piano d'azione, essenzialmente basato sull'introduzione di tamponi gratuiti e di sussidi per la disoccupazione. Peccato per lui che, nel frattempo, si sia ritrovato bruciato sul tempo da Trump. L'attuale inquilino della Casa Bianca ha infatti imboccato una strada decisamente keynesiana, approvando lo stanziamento di cospicui fondi pubblici per il contrasto al morbo e alle sue conseguenze recessive sul fronte economico. Non solo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, sbloccando 50 miliardi di dollari grazie allo Stafford Act. Ma ha anche siglato un pacchetto di aiuti da oltre 100 miliardi, che include - tra le altre cose - tamponi gratuiti, sussidi, congedi lavorativi retribuiti e un incremento dei finanziamenti al sistema sanitario Medicaid. Il presidente americano ha inoltre invocato il Defense Production Act, una legge del 1950 con cui ha intenzione di incrementare drasticamente la produzione di materiale sanitario (a partire dalle mascherine): una misura per cui è stato pubblicamente elogiato anche da una sua storica avversaria, come al deputata democratica Ilhan Omar. In tutto questo, Trump sta anche spingendo affinché il Senato approvi un piano di aiuti economici dal valore complessivo di circa 2.000 miliardi di dollari.
Bisognerà ovviamente vedere se, nei prossimi mesi, questi provvedimenti si riveleranno fruttuosi. Ma è indubbio che, con queste mosse, il presidente stia efficacemente ribaltando la classica accusa che gli viene mossa, e cioè quella di essere uno spietato repubblicano contrario al welfare state. Le frecce nell'arco di Biden risultano infatti spuntate. E, anzi, è l'ex vicepresidente che adesso si vede costretto a starsene sulla difensiva, visto che - nei giorni scorsi - Trump lo ha duramente accusato di avere in passato difeso tagli alla sanità e alla previdenza sociale (soprattutto ai tempi del suo servizio come senatore del Delaware). Inoltre, al di là dello scontro politico contingente, va anche rilevato come Biden si trovi al momento in una posizione inevitabilmente scomoda. Non detiene al momento incarichi pubblici che gli permettano di dare un contributo effettivo nel contrasto al coronavirus, i suoi classici argomenti contro Trump vacillano e - come se non bastasse - alzare i toni polemici nel pieno dell'emergenza potrebbe per lui rivelarsi controproducente. Il punto è che, in questa situazione, l'ex vicepresidente è pressoché completamente sparito dai radar e si è fatto superare dallo stesso Bernie Sanders: il senatore socialista si è infatti ritagliato un suo spazio, utilizzando la struttura della propria campagna elettorale per raccogliere fondi volti al contrasto del Covid-19. In tutto questo, Trump sta anche salendo nei sondaggi, come testimoniato da una rilevazione di ABC News-Ipsos, diffusa lo scorso 20 marzo.
Insomma, con Biden che non riesce a trovare una collocazione, non è escluso che le alte sfere del Partito democratico possano alla fine decidersi a puntare proprio su Cuomo. Il governatore potrebbe innanzitutto risultare elettoralmente spendibile per il suo impegno in prima linea nella lotta al virus e - in secondo luogo - non sarebbe un nome sgradito all'establishment: figlio dell'ex governatore di New York Mario Cuomo, è stato sposato con la figlia di Bob Kennedy, Kerry. Inoltre, al di là dei legami famigliari, è sempre stata una figura abbastanza integrata alle alte sfere dell'asinello e - pur nel suo orientamento liberal-progressista - appare lontano dalla carica antiestablishment di Bernie Sanders. Il fatto poi che non si sia candidato alle primarie non è un problema di troppo peso. In primo luogo, ricordiamo che numerosi Stati abbiano rimandato a giugno le proprie consultazioni elettorali: ragion per cui è difficilissimo che Biden riesca a conquistare formalmente il quorum di delegati necessario per la nomination prima di quel periodo. Se decidesse di puntare su Cuomo, l'establishment democratico avrebbe quindi tutto il tempo per spingere l'ex vicepresidente al ritiro. In secondo luogo, non dimentichiamo il precedente di Hubert Humphrey, che ottenne la nomination democratica nel 1968 senza partecipare alle primarie.
Attenzione: questo non vuol dire che, in caso, Cuomo avrebbe chissà quali chances di successo. Lo scorso febbraio, un sondaggio del Siena College mostrò che il governatore avesse riscontrato un brusco calo di otto punti in termini di popolarità popolarità. E il New York Times ravvisò che tale difficoltà fosse sopraggiunta dopo che aveva siglato una serie di leggi profondamente progressiste. Proprio il suo marcato progressismo sulle questioni etiche potrebbe renderlo inviso a gruppi elettorali trasversali, come i cattolici (pur essendo lui stesso cattolico). Ricordiamo poi che - come accennato - Cuomo sia molto vicino all'establishment del Partito democratico: un establishment che riscuote l'antipatia di larga parte della sinistra. Ragion per cui, pur essendo meno centrista di Biden, il governatore potrebbe comunque riscontrare problemi nel conquistare il sostegno dei sandersiani. Infine, ricordiamo che i politici newyorchesi spesso falliscano sul fronte nazionale, essendo sovente abituati a vivere in una sorta di autoreferenzialità che li rende attrattivi solo in determinate aree del Paese (dallo stesso New York alla California). Insomma, un'eventuale discesa in campo non sarebbe una passeggiata per Cuomo. Ma il punto è che, per l'asinello, Biden rischi di rivelarsi un'opzione ben peggiore.
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E se alla fine fosse Andrew Cuomo il candidato dei democratici alla Casa Bianca il prossimo novembre? È vero: l'asinello sembrerebbe aver già trovato il nome su cui puntare nell'ex vicepresidente americano, Joe Biden. Quel Biden che, pur non avendo ancora matematicamente blindato la nomination, detiene - nelle attuali primarie - un netto vantaggio in termini di delegati. Cuomo, invece, non è neppure candidato. Si era parlato molto di sue ambizioni presidenziali nel corso del 2018 ma alla fine ha deciso di non scendere in campo.Eppure, negli ultimi giorni, l'attuale governatore dello Stato di New York risulta forse l'esponente democratico maggiormente soggetto all'attenzione dei media. Il coronavirus sta infatti colpendo duramente il cosiddetto Empire State, ragion per cui Cuomo è stato chiamato ad affrontare in prima persona l'emergenza. E, pur tenendo ovviamente conto della differenza dei ruoli, lo sta facendo con maggiore energia e capacità del sindaco della Grande Mela, Bill de Blasio: quel de Blasio che - candidatosi alle primarie democratiche del 2020 - ha dovuto ritirarsi lo scorso settembre, visti i pessimi risultati rimediati in termini di sondaggi e raccolta fondi. Tra l'altro, va anche detto che Cuomo stia fronteggiando l'emergenza, giocando di sponda con lo stesso Donald Trump. Mercoledì scorso, il governatore democratico ha non a caso elogiato il presidente americano, dichiarando: «Stiamo combattendo la stessa guerra, siamo nella stessa trincea. [Trump] è completamente coinvolto nel tentativo di aiutare. È molto creativo ed energico e lo ringrazio per la sua collaborazione». In particolare, il governatore ha espresso gratitudine per il fatto che la Casa Bianca abbia inviato una nave della Marina statunitense con mille posti letto a New York. Insomma, Cuomo sta mostrando uno spirito collaborativo con l'attuale amministrazione repubblicana. E, al momento, risulta l'esponente democratico maggiormente coinvolto nella lotta al coronavirus.Un fattore, quest'ultimo, che invece non si addice minimamente a Biden. È pur vero che, in un primo momento, l'ex vicepresidente si era presentato come l'uomo giusto per fronteggiare la crisi pandemica: basti pensare che, appena poche settimane fa, avesse addirittura proposto un suo piano d'azione, essenzialmente basato sull'introduzione di tamponi gratuiti e di sussidi per la disoccupazione. Peccato per lui che, nel frattempo, si sia ritrovato bruciato sul tempo da Trump. L'attuale inquilino della Casa Bianca ha infatti imboccato una strada decisamente keynesiana, approvando lo stanziamento di cospicui fondi pubblici per il contrasto al morbo e alle sue conseguenze recessive sul fronte economico. Non solo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, sbloccando 50 miliardi di dollari grazie allo Stafford Act. Ma ha anche siglato un pacchetto di aiuti da oltre 100 miliardi, che include - tra le altre cose - tamponi gratuiti, sussidi, congedi lavorativi retribuiti e un incremento dei finanziamenti al sistema sanitario Medicaid. Il presidente americano ha inoltre invocato il Defense Production Act, una legge del 1950 con cui ha intenzione di incrementare drasticamente la produzione di materiale sanitario (a partire dalle mascherine): una misura per cui è stato pubblicamente elogiato anche da una sua storica avversaria, come al deputata democratica Ilhan Omar. In tutto questo, Trump sta anche spingendo affinché il Senato approvi un piano di aiuti economici dal valore complessivo di circa 2.000 miliardi di dollari.Bisognerà ovviamente vedere se, nei prossimi mesi, questi provvedimenti si riveleranno fruttuosi. Ma è indubbio che, con queste mosse, il presidente stia efficacemente ribaltando la classica accusa che gli viene mossa, e cioè quella di essere uno spietato repubblicano contrario al welfare state. Le frecce nell'arco di Biden risultano infatti spuntate. E, anzi, è l'ex vicepresidente che adesso si vede costretto a starsene sulla difensiva, visto che - nei giorni scorsi - Trump lo ha duramente accusato di avere in passato difeso tagli alla sanità e alla previdenza sociale (soprattutto ai tempi del suo servizio come senatore del Delaware). Inoltre, al di là dello scontro politico contingente, va anche rilevato come Biden si trovi al momento in una posizione inevitabilmente scomoda. Non detiene al momento incarichi pubblici che gli permettano di dare un contributo effettivo nel contrasto al coronavirus, i suoi classici argomenti contro Trump vacillano e - come se non bastasse - alzare i toni polemici nel pieno dell'emergenza potrebbe per lui rivelarsi controproducente. Il punto è che, in questa situazione, l'ex vicepresidente è pressoché completamente sparito dai radar e si è fatto superare dallo stesso Bernie Sanders: il senatore socialista si è infatti ritagliato un suo spazio, utilizzando la struttura della propria campagna elettorale per raccogliere fondi volti al contrasto del Covid-19. In tutto questo, Trump sta anche salendo nei sondaggi, come testimoniato da una rilevazione di ABC News-Ipsos, diffusa lo scorso 20 marzo.Insomma, con Biden che non riesce a trovare una collocazione, non è escluso che le alte sfere del Partito democratico possano alla fine decidersi a puntare proprio su Cuomo. Il governatore potrebbe innanzitutto risultare elettoralmente spendibile per il suo impegno in prima linea nella lotta al virus e - in secondo luogo - non sarebbe un nome sgradito all'establishment: figlio dell'ex governatore di New York Mario Cuomo, è stato sposato con la figlia di Bob Kennedy, Kerry. Inoltre, al di là dei legami famigliari, è sempre stata una figura abbastanza integrata alle alte sfere dell'asinello e - pur nel suo orientamento liberal-progressista - appare lontano dalla carica antiestablishment di Bernie Sanders. Il fatto poi che non si sia candidato alle primarie non è un problema di troppo peso. In primo luogo, ricordiamo che numerosi Stati abbiano rimandato a giugno le proprie consultazioni elettorali: ragion per cui è difficilissimo che Biden riesca a conquistare formalmente il quorum di delegati necessario per la nomination prima di quel periodo. Se decidesse di puntare su Cuomo, l'establishment democratico avrebbe quindi tutto il tempo per spingere l'ex vicepresidente al ritiro. In secondo luogo, non dimentichiamo il precedente di Hubert Humphrey, che ottenne la nomination democratica nel 1968 senza partecipare alle primarie.Attenzione: questo non vuol dire che, in caso, Cuomo avrebbe chissà quali chances di successo. Lo scorso febbraio, un sondaggio del Siena College mostrò che il governatore avesse riscontrato un brusco calo di otto punti in termini di popolarità popolarità. E il New York Times ravvisò che tale difficoltà fosse sopraggiunta dopo che aveva siglato una serie di leggi profondamente progressiste. Proprio il suo marcato progressismo sulle questioni etiche potrebbe renderlo inviso a gruppi elettorali trasversali, come i cattolici (pur essendo lui stesso cattolico). Ricordiamo poi che - come accennato - Cuomo sia molto vicino all'establishment del Partito democratico: un establishment che riscuote l'antipatia di larga parte della sinistra. Ragion per cui, pur essendo meno centrista di Biden, il governatore potrebbe comunque riscontrare problemi nel conquistare il sostegno dei sandersiani. Infine, ricordiamo che i politici newyorchesi spesso falliscano sul fronte nazionale, essendo sovente abituati a vivere in una sorta di autoreferenzialità che li rende attrattivi solo in determinate aree del Paese (dallo stesso New York alla California). Insomma, un'eventuale discesa in campo non sarebbe una passeggiata per Cuomo. Ma il punto è che, per l'asinello, Biden rischi di rivelarsi un'opzione ben peggiore.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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