2018-09-29
È ormai obbligatorio il seggiolino con dispositivo anti abbandono, può costare fino a 350 euro
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Le terribili parole sessiste sarebbero state udite dalla scrittrice Teresa Ciabatti, e - vere o meno - sono finite sui giornali. «Non ho mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mi sarei permesso», dice Mari a Repubblica. Il tribunale woke, però, è apparentemente inflessibile.
E conta fino a un certo punto che la Fondazione Bellonci, che gestisce lo Strega, ieri sera abbia confermato che lo scrittore resta in gara: «L’ipotesi di escluderlo non è consentita dal regolamento». Perché secondo i bene informati, l’editore Einaudi che pubblica il romanziere sta provando a trattare, ma dal trionfo annunciato sarà già tanto se si arriverà a una dignitosa sconfitta: il premio Strega è diventato premio Caccia alle Streghe. Insomma la santa inquisizione progressista si è messa in moto, e Mari potrebbe persino essere innocente, ma non importa più: come nei più efferati regimi, basta il pettegolezzo, il venticello del sospetto, e si diventa comunque colpevoli.
Come sempre accade, i toni degli articoli sui quotidiani che contano (Corriere, Repubblica e un po’ La Stampa, quelli frequentati dal bel mondo letterario) sono duri. Il Corriere ha ospitato un commento indignato di Bianca Pitzorno che se la prende con gli «scrittori maschi», rei di giudicare le colleghe «per l’aspetto», come se fossero tutti uguali e tutti colpevoli in quanto uomini. Di nuovo, sono riflessi condizionati, bagatelle per un massacro annunciato.
Stavolta, tuttavia, c’è anche qualcosa di estremamente diverso. Ci sono, dicevamo, le passioni ribollenti del linciaggio che si scatena ogni volta che il maschio bianco finisce nel tritacarne. Ma c’è anche un diffuso imbarazzo che s’accompagna al silenzio. E, soprattutto, c’è una sorprendente e inedita ondata di dissenso garantista. Se le cronache dei quotidiani sono tendenzialmente ruvide, i commenti delle grandi firme sono straordinariamente benevoli.
Michele Serra, per esempio. «Non sono tra quelli che pensano che non si può più dire niente, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato politicamente corretto», scrive. «Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Capito? Censurare va bene, ma con giudizio. Se si dovesse oscurare un orrendo sionista o un fascista, suggerisce Serra, non ci sarebbero problemi. Ma con uno dei buoni, con un venerato maestro come Mari, perbacco, bisogna usare un metro differente. La pensa così anche Aldo Cazzullo, che lamenta il «dileggio preventivo e sistematico» e la fine della privacy. «Le parole di Mari, sbagliate o meno, condivisibili o no, erano parole private», dice Cazzullo. «Pronunciate in una conversazione privata. Ora, non dico che sia bello dire una cosa in privato e il suo contrario in pubblico. Non nego che per un personaggio pubblico, com’è uno scrittore favorito per lo Strega, sia difficile mantenere una propria considerazione nella sfera privata. Però insomma tra privato e pubblico un minimo di diaframma dovrebbe essere salvaguardato». Ah, molto interessante. Quindi la prossima volta che un agente provocatore di Fanpage o di La7 si infiltrerà in una manifestazione di destra il Corriere invocherà il rispetto della privacy? La prossima volta che Vannacci parlerà del femminicidio si invocherà il rispetto delle opinioni diverse?
Il punto è esattamente questo. Michele Mari è innocente fino a prova contraria. E anche se avesse effettivamente detto ciò che lo accusano di aver detto, non si capisce perché dovrebbe essere bandito dallo Strega. Ma siamo certi che se al suo posto ci fosse stato un altro autore, magari non pubblicato da Einaudi e non annoverato fra i grandi nomi del salottino buono della cultura italica, a quest’ora sarebbe già stato crocifisso in sala mensa, i giornali gronderebbero commenti feroci, i social traboccherebbero di insulti. Invece, guarda un po’, stavolta c’è persino chi - su Facebook - avanza teorie del complotto: Mari era favorito e lo hanno fatto fuori, la Ciabatti ha scritto un libro sulla Murgia che così otterrà grande risalto... Dietrologie che altrimenti sarebbero derise.
Se c’è da imporre il patentino antifascista a una fiera o da insultare chi devia dall’ortodossia progressista, il circolino intellettuale si compatta. Ma se un esponente di spicco del giro che conta finisce sulla graticola, tocca giustificare, difendere, puntualizzare. E, stavolta più che mai, lo si può lasciare in gara essendoci in ballo Einaudi e lo Strega. Dopo tutto, sosteneva Thomas Bernhard, ritirare un premio letterario è come farsi cagare in testa. E proprio per questo tanti scrittori sono pronti a tutto per vincere. O per far vincere il proprio editore di riferimento.
Il tempo stringe e la discussione sul quadro finanziario pluriennale europeo si fa serrata. Il confronto sul nuovo quadro 2028-2034, cioè il bilancio di lungo periodo della Ue che fissa per sette anni i tetti di spesa e le priorità generali, è in cima all’agenda politica europea ed è stato discusso anche al Consiglio europeo del 18 e 19 giugno scorso.
Intanto, però, ci sono gli scampoli del vecchio quadro finanziario pluriennale 2021-2027, di cui il bilancio 2027 presentato il 10 giugno scorso dalla Commissione è espressione.
Le cifre principali sono notevoli, ovvero 199,9 miliardi di euro di impegni e 212 miliardi di euro di pagamenti. Gli impegni sono la spesa promessa, cioè le somme che la Ue si autorizza ad assegnare, contrattare o destinare a un programma, mentre i pagamenti sono la cassa effettiva, ovvero il denaro che effettivamente viene speso nell’anno.
Un progetto può essere approvato nel 2027 e pagato in più anni. Quindi, quando la Ue assume l’obbligo registra un impegno, e quando versa materialmente i soldi registra un pagamento. Nel 2027 i pagamenti supereranno gli impegni perché l’ultimo anno del quadro finanziario porta con sé diverse uscite legate a decisioni prese negli anni precedenti.
Osservare la distribuzione delle risorse è molto utile a mostrare la gerarchia reale del bilancio. La voce più grande nel bilancio 2027 è ancora «Coesione, resilienza e valori», con circa 75,8 miliardi di impegni e 81,8 miliardi di pagamenti. Seguono risorse naturali e ambiente, con circa 57,2 miliardi di impegni e 61,5 miliardi di pagamenti. Mercato unico, innovazione e digitale vale circa 21,9 miliardi di impegni, l’azione esterna arriva a circa 15,5 miliardi, la pubblica amministrazione europea pesa 13,7 miliardi, migrazione e frontiere valgono circa 5,8 miliardi e sicurezza e difesa circa 3,1 miliardi.
Questi numeri ridimensionano in gran parte la propaganda politica europea. Difesa, competitività, digitale e sicurezza economica occupano molto spazio nel linguaggio ufficiale, tra proclami e vesti stracciate, ma nel bilancio annuale pesano molto meno dei grandi capitoli tradizionali.
Coesione e risorse naturali assorbono la quota principale della spesa, mentre dentro le risorse naturali resta centrale la componente della politica agricola. L’azione esterna pesa più della difesa e la pubblica amministrazione europea costa più della rubrica sicurezza e difesa. La Ue si atteggia sempre più spesso a potenza geopolitica, ma la struttura del suo bilancio resta quella di un grande meccanismo di trasferimento, regolazione e indirizzo.
In effetti, il bilancio dell’Unione europea più che un elenco di spese è una sorta di geografia delle pretese politiche di Bruxelles.
L’Ue finanzia strumenti per orientare industria, transizione energetica, agricoltura, ricerca, ambiente, carbonio alle frontiere, classificazione delle attività verdi, media, società civile, Stato di diritto, difesa, migrazione, e mille altre voci. Le dimensioni (del bilancio) contano, ma conta di più l’ampiezza delle materie su cui Bruxelles pretende di intervenire.
La Ue spende tanto perché si assegna il compito di intervenire in molti settori e vuole spendere sempre di più. Ogni nuova priorità politica diventa programma, fondo, obiettivo, criterio di ammissibilità. In questo modo la spesa non serve soltanto a finanziare attività comuni, ma diventa uno strumento per indirizzare le politiche economiche e sociali degli Stati membri, al contempo ritagliando un ruolo essenziale per la Commissione svincolato da ogni responsabilità politica.
Il caso della coesione è indicativo. La coesione nasce per ridurre i divari territoriali, ma nel bilancio 2027 viene collegata anche a competitività, difesa, innovazione, decarbonizzazione, acqua e casa. Una politica nata per trasferire risorse verso territori meno sviluppati viene usata anche per sostenere altre priorità. La stessa logica riguarda l’agricoltura, sempre più legata a obiettivi ambientali, climatici, territoriali e regolatori. In questo passaggio si vede il metodo europeo, perché un capitolo di spesa esistente viene progressivamente caricato di nuove finalità politiche. Ha senso tutto ciò?
Il capitolo mercato unico, innovazione e digitale segue lo stesso schema. Vi rientrano Horizon Europe, Connecting Europe Facility, Digital Europe, Chips Act, spazio, cybersicurezza, intelligenza artificiale, semiconduttori e investimenti strategici. Se vi siete persi a metà dell’elenco non vi preoccupate, è normale.
Alcune voci corrispondono a funzioni europee comprensibili, ma altre indicano una politica industriale definita da Bruxelles, con selezione di tecnologie, filiere, settori e obiettivi. Anche qui il bilancio non si limita a finanziare, ma sceglie una direzione politica.
Il capitolo ambientale è ancora più ampio, perché non riguarda solo la tutela dell’ambiente in senso stretto. Entra nella politica agricola, nella politica industriale, nella classificazione degli investimenti, nella finanza, nel commercio estero, nella politica energetica e nei fondi territoriali.
Dal lato delle entrate, il bilancio Ue non vive di una fiscalità europea autonoma. La voce principale resta il contributo diretto degli Stati basato sul Reddito nazionale lordo, che nel 2027 copre oltre il 70% delle entrate. Iva e plastica sono chiamate risorse proprie, ma in realtà sono contributi nazionali calcolati su basi armonizzate. I dazi doganali sono la risorsa propria dell’Ue più vicina al significato ordinario del termine. Per la quasi totalità, quindi, il bilancio europeo è alimentato dagli Stati membri.
Questo punto è decisivo per gli Stati contribuenti netti come l’Italia. Un aumento del bilancio significa automaticamente un aumento della spesa netta, che va a vantaggio di altri Stati membri, i quali crescono grazie ai sussidi degli Stati più grandi. Considerando che la competizione interna tra membri dell’Ue è incoraggiata dai Trattati, i Paesi contribuenti netti finanziano il proprio declino.
Al di là di questo effetto perverso, il problema riguarda il rapporto fra spesa europea e decisione democratica nazionale. Il bilancio europeo sposta una quota crescente di queste scelte verso un livello in cui la responsabilità politica è molto indiretta se non inesistente. Come avrebbe detto Mario Monti, «al riparo dal processo elettorale», cioè al riparo dalla democrazia.
Il costo amministrativo della sovrastruttura europea è parte dello stesso problema. La pubblica amministrazione europea costa 13,7 miliardi nel 2027 e comprende spese per il mantenimento delle istituzioni, pensioni dei funzionari, scuole europee e funzionamento dell’apparato. Più aumentano le politiche europee, più aumentano le strutture necessarie a gestirle.
Come Crono divorava i propri figli, l’Unione europea divora gli Stati che l’hanno voluta. Sono loro ad alimentarne il bilancio, ma ogni nuovo programma, ogni nuovo fondo e ogni nuova condizionalità riducono gli spazi di democrazia.
Viene voglia di citare il film su Batman, Il cavaliere oscuro: quella di Stefano Fassina, già viceministro dell’Economia nel governo Letta, ora presidente dell’associazione Patria e Costituzione, non è la sinistra che ci meritiamo, ma è quella di cui abbiamo bisogno.
Donald Trump ha offeso Giorgia Meloni.
«È preoccupante. Innanzitutto, per il comportamento dell’amministrazione Usa. Al di là dell’episodio di venerdì, la tregua siglata in Iran è l’ennesima prova che la Casa Bianca si muove senza consapevolezza dei danni che produce. Dopodiché, l’offesa, molto grave, non derubricabile a incidente, era rivolta al nostro popolo: la Meloni rappresentava la nazione intera».
Lei si è detta «allibita»
«È l’esito della sua accondiscendenza nei confronti di Trump: dai dazi, al Venezuela - Meloni è stata una delle poche leader occidentali a definire legittimo quel blitz - al “non condivido né condanno” sulla guerra in Iran. Questa condiscendenza, evidentemente, dall’altra parte dell’Atlantico ha generato aspettative che non potevano essere corrisposte quando il comportamento dell’amministrazione americana ha manifestamente colpito l’interesse nazionale».
Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer: non è che con gli altri leader europei Trump sia stato più gentile.
«E non è che questi leader siano stati meno accondiscendenti della Meloni. Di Merz, ricordo l’imbarazzante siparietto alla Casa Bianca: quando Trump attaccava pesantemente Pedro Sánchez, che aveva tenuto la schiena dritta sull’Iran, il cancelliere non aveva proferito parola».
E ora gli ha regalato la maglietta della Germania con il numero 47 (Trump è il quarantasettesimo presidente, ndr).
«Nemmeno Starmer ha compiuto atti di particolare autonomia».
Sánchez che li ha compiuti - sulle basi, Spagna e Italia hanno fatto la stessa cosa - ha preso sberle lo stesso.
«La differenza non sta nell’attacco in sé, quanto nelle parole usate da Trump, che ha dipinto la presidente del Consiglio come una questuante. Come se, appunto, si fosse sentito tradito nelle sue attese».
La potenza americana in declino, dinanzi all’ascesa cinese, si ritrincera, scarica gli alleati, o almeno li induce, anche violentemente, a responsabilizzarsi. C’era da aspettarselo, ma a questo passaggio storico le classi dirigenti europee sono arrivate impreparate.
«Qui si tende a rimuovere la realtà, proprio in senso psicologico: quando non riesci a rapportarti con un evento, fai finta che non esista o che sia un incidente di percorso. Era già evidente nella vicenda dei dazi».
Sì?
«Gli Stati Uniti non possono più essere i compratori di ultima istanza per il resto del mondo. Quello schema è tramontato, per ragioni macroeconomiche e geopolitiche strutturali. E invece gli europei provano a tenerlo in piedi».
Finito Trump, cambieranno le cose?
«Ma no: anche l’amministrazione Biden è stata protezionista, anche se con più stile. Primo: non ha smantellato nessuna delle chiusure di Trump. Secondo: con gli interventi di agevolazione agli investimenti in America, ha condotto un’operazione che aveva obiettivi analoghi. Dopo Trump, non cambierà il segno, nemmeno in termini del livello di attenzione alle varie aree del mondo».
La priorità è l’Indo-Pacifico?
«È evidente. Ma in Europa c’è una enorme difficoltà a riconoscere la necessità di una correzione radicale di rotta nella politica estera ed economica».
Di che tipo?
«Non si tratta di diventare nemici degli Usa. Ma vanno costruite relazioni strategiche con i Brics per un ordine multilaterale simmetrico».
Dove la parte del leone la fa la lettera «C» di Cina. I rapporti economici con Pechino nascondono le loro insidie.
«Infatti, non abbiamo dinanzi delle passeggiate di salute. Il punto però è un altro. E le conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo lo rafforzano».
A che si riferisce?
«Se continui a considerare la Russia una “minaccia esistenziale” e a coprire il criminale governo israeliano ti poni in una condizione inevitabile di subalternità agli Stati Uniti e ti precludi quel rapporto con i Brics. Non è solo un problema cinese. Nessuno dei Brics ti verrebbe dietro: l’India, il Brasile, il Sudafrica. Se questo passaggio storico non è affrancato da una lettura suicida della Russia, finiremo privi di una prospettiva da coltivare. Al netto delle difficoltà che ognuna di esse comporta».
Che pensa dell’Ucraina nell’Ue?
«Cosa è avvenuto quando nell’Ue sono entrati gli altri Paesi dell’Est? Non è una congettura maliziosa e sovranista: se, in un mercato che non ha protezioni, infili milioni di lavoratori abituati a prendere 400 euro al mese e giurisdizioni con tassazioni da paradiso fiscale, induci delocalizzazioni e dumping salariale. Soprattutto a danno di chi percepisce salari più bassi, tanto più che la forza lavoro che proviene dall’Est è altamente scolarizzata».
Ha sentito la sinistra parlarne?
«Poco».
Dov’è la difficoltà?
«In un europeismo astratto, che considera qualunque iniziativa che vada verso l’integrazione positiva a prescindere, senza una valutazione del suo impatto economico, sociale e geopolitico. Perché è un fatto che l’allargamento abbia reso all’Europa più difficile svolgere la funzione di ponte tra Est e Ovest e Nord e Sud che le spetta. Ciò spiega perché ci sia stata la Brexit e perché la destra abbia continuato ad acquistare consenso».
A proposito di idee astratte: Elly Schlein si dice favorevole alla difesa comune e contraria al riarmo dei singoli Stati.
«Non c’è dubbio che sia una fase in cui è opportuno ripensare la difesa, sapendo che la difesa unica, l’esercito unico, il comando unico, non possono esistere. Quello che si può fare è coordinare gli eserciti nazionali e i sistemi d’armi nazionali. Il punto, però, è che tutto ciò deve arrivare dopo che sia stata compiuta una scelta geopolitica».
Cioè?
«Il riarmo è uno strumento. Ma cosa vuoi farci con le armi? Qual è l’obiettivo? Lo stato di guerra permanente, in base alla lettura della Russia come minaccia esistenziale? Questi interrogativi sono stati rimossi. Quale politica estera vuoi condurre? Quella di Kaja Kallas? O una politica estera che ricostruisca relazioni con la Russia? Il comunicato finale del Consiglio Ue sembrava scritto quattro anni fa. L’Unione europea si limita ad affermare che sosterrà i negoziati. Ma chi li deve portare avanti?».
La Meloni parla di un mediatore che venga da un Paese di media potenza.
«Parla esattamente di quello che andrebbe fatto, ma nel testo non c’è una riga. Francia e Germania hanno criticato António Costa perché ha aperto un canale con il Cremlino. Così si snatura l’Europa, che sta diventando l’Europa della guerra, non più l’Europa del welfare e del lavoro».
Intanto l’Ucraina martella le metropoli russe con i droni.
«Con questi raid e con gli atteggiamenti dei cosiddetti volenterosi, si sta promuovendo l’escalation».
Ma al netto delle incursioni simboliche, rimane difficile che Kiev riconquisti i territori perduti.
«Le previsioni del Fondo monetario e della Commissione europea, soggetti non sospettabili di putinismo, sono chiare: la Russia, che dovrebbe avere un’economia prossima al collasso, crescerà più della media dell’Eurozona nei prossimi due anni; avrà un deficit nettamente al di sotto del 3% e un debito pubblico al 20% del Pil; il rublo si è rivalutato, tornando ai livelli pre-guerra; e la bilancia commerciale ha un avanzo doppio rispetto a quello dell’Ue. Scommettere, dopo quattro anni, sul collasso di Mosca e sulla vittoria sul campo, è fuori dalla realtà. E siccome le classi dirigenti conoscono questi dati meglio di noi, temo che l’intenzione sia di alimentare l’escalation per mobilitare opinioni pubbliche fredde».
La logica del nemico esterno?
«Esatto. E l’iniziativa è di tre signori - Macron, Merz e Starmer - che sono, nelle rispettive nazioni, parecchio malmessi».
Negli ultimi anni, la sinistra si è incagliata su immigrazione e sicurezza. Che dovrebbe fare?
«Affermare che regolare i flussi è necessario per renderli sostenibili. Affrontare le cause strutturali delle migrazioni. Sa, quando iniziai a frequentare le sezioni del Pci, la cooperazione allo sviluppo era considerata essenziale».
Tradotto: aiutiamoli a casa loro?
«Uso le parole della Dottrina sociale della Chiesa: esiste il diritto a non emigrare».
L’ha ripetuto papa Leone XIV, davanti a Sánchez.
«D’altronde, noi soffriamo quando i nostri giovani migliori se ne vanno; non è che per gli altri sia una benedizione. L’accoglienza deve essere seguita da politiche di integrazione: sono costose, richiedono capacità amministrative, ma sono necessarie. Altrimenti, soprattutto nelle aree più complicate delle città, i conflitti esplodono. A me piacerebbe che la coalizione progressista comunicasse che è pronta ad assumersi fino in fondo tale responsabilità. Su questo, come sul problema demografico».
Secondo Francesco Boccia, non si risolve facendo fare più figli agli italiani. Sarà…
«Gli orizzonti della demografia sono molto lunghi: in senso strettamente tecnico, Boccia ha anche ragione. Ma a me interesserebbe capire perché non si fanno più figli. Non penso solo alla dimensione economica. C’è un’emergenza antropologica di cui anche la politica dovrebbe farsi carico».
Alberto Mingardi, direttore generale dell’istituto Bruno Leoni: perché in Italia la patrimoniale torna sempre di moda?
«Perché quando parliamo di patrimoniale non parliamo di fisco. La patrimoniale è un osso che la sinistra lancia ai suoi militanti. Trasforma un problema complicato - far tornare i conti - in una favola con un cattivo già pronto. Non c’è un problema di qualità ed efficienza della spesa pubblica, non bisogna ragionare su quale dev’essere il perimetro dello Stato. C’è la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno, basta andarla prendere…».
Crescono le disuguaglianze, possiamo restare a guardare?
«Possiamo, intanto, evitare di scambiare uno slogan per un dato. I rapporti Oxfam, che segnalano ogni anno l’aumento delle disuguaglianze, misurano la ricchezza netta, e quella misura ha un difetto comico: il giovane medico americano che si è indebitato per fare la scuola di specializzazione, e che quindi ha un patrimonio netto negativo, risulta “più povero” del contadino del Nepal che mangia quel che coltiva ma non ha debiti. Concentrare l’attenzione sulla quota di patrimonio detenuta dal 5% dice poco su come stia il 95%. Se il 95% sta meglio, è davvero un problema se il 5% ha un patrimonio con tantissimi zeri? I patrimoni non crescono per caso: aumentano se quelle risorse sono impiegate in attività produttive. Se diventano capitale per imprese che producono beni e servizi che servono alle persone, e che danno lavoro ad altre persone…»
L’economista francese Zucman propone di tassare al 2% i patrimoni sopra i 100 milioni.
«La proposta Zucman è stata approvata dall’Assemblea nazionale nel febbraio 2025 e poi respinta dal Senato nel giugno successivo, e di nuovo bocciata in autunno. Se la importassimo da noi, il gettito sarebbe una frazione di quello sbandierato - in Francia le stime serie dividevano per quattro o cinque quelle dei sostenitori. Chi detiene grandi capitali di solito ha meno problemi a spostarsi o a costruire strumenti societari che gli consentono di proteggersi. Inoltre, colpirebbe il capitalismo familiare, la spina dorsale produttiva italiana: quando la gente legge “100 milioni di patrimonio” pensa ai megayacht. Molto spesso quei 100 milioni sono il pacchetto di controllo di un’azienda manifatturiera illiquida. Il fatto stesso che Zucman debba prevedere una exit tax di cinque anni per chi espatria è emblematico: è una tassa che funziona solo se si stende un recinto per non far scappare i tassati».
Però in Italia il fisco colpisce più il lavoro che la ricchezza: non serve un riequilibrio?
«Il cuneo fiscale è tra i più pesanti dell’area Ocse. Ma la stessa parola “riequilibrio” nasconde l’assunto che il totale prelevato debba restare al medesimo livello, dunque per togliere di qui bisogna aggiungere di là. Se il lavoro è tassato troppo, cerchiamo di capire come è possibile abbassare le tasse sul lavoro (spoiler: riducendo la spesa pubblica). Non bisogna mai dimenticare che il patrimonio è reddito che è già stato tassato quando veniva prodotto e che qualcuno ha scelto di non consumare. Tassarlo significa disincentivare il risparmio, come spiegava Luigi Einaudi».
Si bada più al prelievo che alla ragionevolezza della spesa?
«È la madre di tutte le rimozioni del dibattito italiano. Parliamo di come raccogliere un altro miliardo e non discutiamo mai se quel miliardo, una volta speso, serva a qualcosa. Con una pressione fiscale al 43% del Pil, l’idea che in Italia serva una tassa in più è una follia. Dobbiamo imparare a chiederci “questa spesa pubblica vale ciò che costa al contribuente?”. Non tutto quello che fa lo Stato merita di essere finanziato».
Molte ricchezze sono ereditate. Alziamo la tassa di successione?
«Produce un gettito modesto. Chi ha un grande patrimonio ha a disposizione tutti gli strumenti per costruirsi protezioni ad hoc. O semplicemente con una donazione in vita. I billionaire americani di solito, anche per ragioni “pedagogiche”, decidono di non lasciare ai figli più di una certa somma. Scelta ammirevole. Però il patrimonio è di chi se lo costruisce: complimenti se decide di donarlo, portarglielo via non è diverso che rapinarlo…».
Gli ultraricchi di oggi non mettono in pericolo la democrazia, condizionando la politica?
«Che il denaro catturi le regole, crei monopoli, compri l’opinione pubblica è un rischio reale. Ma la guarderei da un altro punto di vista: il problema è il potere discrezionale che la ricchezza può comprare. Più lo Stato è grande, più conviene catturarlo, perché il bottino è maggiore».
Quindi?
«Accrescere le risorse a disposizione dello Stato - che è quello che vuole chi invoca nuove tasse - non riduce l’influenza dei pochi: anzi alza semmai la posta in gioco. Aumenta l’incentivo a controllarlo».
Come se ne esce?
«Provando almeno a darsi l’obiettivo di restringere il perimetro dello Stato. E rifiutando le narrazioni a senso unico».

