
Genova, 23 maggio 2024. Ore 10.20. Via Quinto, incrocio con via Majorana, una strada che divide in due un’area residenziale nel Levante del capoluogo, neppure troppo trafficata. Strisce pedonali, semaforo verde per i pedoni, rosso per le auto. In quel momento, S.D.C., 42 anni, sta attraversando la strada. Una Mini azzurra sopraggiunge all’improvviso. Al volante c’è Silvia Salis, ex atleta olimpica, vicepresidente vicario del Coni, volto noto del mondo sportivo e, in quel momento, futura candidata sindaco di Genova per la coalizione di centrosinistra. L’atleta abita a circa un chilometro da lì.
L’impatto è violentissimo. S.D.C. viene travolta. Il corpo sbatte sul cofano, poi sul parabrezza. Lo sfonda con la testa. Qualcuno chiama i soccorsi. L’ambulanza arriva in pochi minuti. Il codice è arancione. Ma al pronto soccorso dell’ospedale San Martino la diagnosi è pesante: trauma cranico, frattura al piede sinistro, ferita lacero-contusa al gomito. La donna viene ricoverata con una prognosi di 30 giorni. Scattano gli accertamenti. Esattamente un mese dopo, risulta alla Verità, viene stilato un verbale. Il passaggio chiave è questo: al semaforo la conducente non avrebbe dato la precedenza al pedone che aveva il via libera dal semaforo. Alla Salis viene notificata la violazione dell’articolo 146 del codice della strada, che si applica a chi non rispetta le indicazioni della segnaletica stradale (verticale, orizzontale o luminosa, come in questo caso). La sanzione amministrativa prevede il pagamento di una somma tra i 167 e i 665 euro. La vittima, dopo un primo tentativo di avviare la procedura di risarcimento assicurativo tramite raccomandata, non riceve risposta. La Salis, stando alle ricostruzioni dei procedimenti, non avrebbe mai ritirato la comunicazione. Nessun contatto, nessuna telefonata, nessun biglietto di scuse. Neppure formali.
A quel punto S.D.C. decide di sporgere denuncia direttamente alla Procura di Genova. E nei primi giorni di luglio viene aperto un procedimento per lesioni stradali. Reato, il 590 bis, contestabile «al conducente di un veicolo a motore», recita il codice penale, «che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi». Le pene previste vanno da 1 a 3 anni. Quando il semaforo è rosso si applica una aggravante specifica, che prevede l’aumento della condanna da un terzo fino alla metà della pena. Il numero del procedimento è il 946/25. L’iscrizione è a Modello 21, il registro delle notizie di reato contro persone note. La Salis è formalmente indagata. S.D.C., invece, risulta parte offesa. I fatti sono stati accertati il 23 maggio 2024. L’avvocato Marco Marino, difensore della vittima, raggiunto telefonicamente, conferma: «Abbiamo sporto querela».
C’è un altro dettaglio che fa la differenza, ma questa volta sul piano umano: dal giorno dell’incidente la Salis non avrebbe mai chiesto notizie sulla salute della donna che ha investito. Nessun gesto, né pubblico né privato, rivolto alla persona che ha lasciato ferita sull’asfalto. «Non è venuta in ospedale, non mi ha mai scritto una lettera, né un biglietto per accertarsi della mia salute e non ha neppure inviato due righe di scuse a un giornale», ribadisce la donna investita. La vittima, incalzata dal cronista, conferma: «Non c’è stato nessun contatto dal giorno dell’incidente». I ricordi di S.D.C. sono ancora nitidi: «Stavo attraversando sulle strisce pedonali con il verde acceso e con tutte le varie precauzioni che si possono avere quando si attraversa la strada e all’improvviso l’auto mi è venuta addosso». Ripete: «Io avevo il verde, lei il rosso». Il racconto continua: «Ho sfondato il parabrezza dell’auto e sono volata avanti di diversi metri, finendo sull’asfalto». Quindi, le chiediamo, la Mini arrivava a una certa velocità? Risposta: «Sì, abbastanza». E la conducente si è fermata per prestarle soccorso? «Si sono fermate altre persone, poi anche lei. Continuava a ripetermi: “Non l’ho fatto apposta, avevo fretta, dovevo andare”. Io ero per terra e, sinceramente, non seguivo proprio tutte le parole con attenzione». La conclusione: «È stata un’esperienza sconvolgente».
Ma non è finita. Il 2 maggio 2025, undici mesi dopo l’incidente, un’altra scena contribuisce a peggiorare la posizione pubblica dell’ex martellista. Durante una trasmissione andata in onda sulla tv genovese Primocanale la Salis viene accompagnata da una cronista in giro per Genova. Una giornata tipo. Tanto che la trasmissione si intitola «Una giornata con la candidata sindaca Silvia Salis». L’uscita di casa di primo mattino col marito e il bimbo nel passeggino, colazione al bar, viaggi in macchina, pausa pranzo, incontri da campagna elettorale. Ma c’è un dettaglio che buca lo schermo. A un certo punto si vede la Salis attraversare la strada con il figlio nel passeggino mentre il semaforo per i pedoni è clamorosamente di colore rosso. È proprio davanti a lei, a favore di telecamera (che riprende la Salis e la cronista che l’accompagna di spalle). La giornalista appare titubante. Lei no. La Salis passa come se nulla fosse. Ci è ricascata. Nessun rispetto della segnaletica stradale. Peraltro davanti alle telecamere. Un incrocio, un semaforo rosso e un errore già commesso. Per fortuna, però, durante il replay beffardo dell’incidente avvenuto undici mesi prima, nessuno si è fatto male. Ma quell’immagine resta lì, congelata tra i fotogrammi della trasmissione, e svela una predisposizione dell’ex atleta che era finora sconosciuta.
Di lei era noto il procedimento davanti al Tribunale antidoping (tra il 2011 e il 2012, insieme con dei colleghi, aveva saltato dei controlli), in cui è stata assolta. Oltre alle controversie federali per presunte violazioni dello statuto e del regolamento di giustizia del Coni. A oggi il danno fisico patito da S.D.C. è stato risarcito dall’assicurazione. Mentre la vicenda penale è nelle mani della magistratura. E chi, per anni, da simbolo dello sport, ha promosso i valori di lealtà, rispetto e fair play, con molta probabilità dovrà rispondere davanti alla legge. Forse anche all’opinione pubblica. E a una donna ferita, dimenticata per mesi, che aspettava solo due parole: «Mi dispiace».






