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2023-05-31
E adesso le guerre in Europa diventano due
Getty images
«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».
Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile.
«L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba».
Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».
Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono».
Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington».
Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».
Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca
Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite.
Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi».
Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica».
Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina».
«Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca.
Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa.
Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine.
In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea.
In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«.
Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
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I droni ucraini colpiscono Mosca, che risponde. Ma intanto si infiammano anche i Balcani. Il segretario del Partito popolare serbo: «Patti violati, provocazioni continue dei kosovari. Così non può andare avanti».Per la prima volta anche la capitale russa viene investita in pieno. Londra: «Zelensky ha diritto a difendersi oltre confine». Washington non è d’accordo e l’Ue fa la gnorri.Lo speciale contiene due articoli«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile. «L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba». Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono». Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington». Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-adesso-le-guerre-in-europa-diventano-due-2660724274.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-scatena-la-guerra-dei-droni-putin-bombarda-lucraina-che-replica-e-colpisce-mosca" data-post-id="2660724274" data-published-at="1685480194" data-use-pagination="False"> Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite. Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi». Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica». Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina». «Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca. Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa. Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine. In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea. In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«. Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Il ministro del Lavoro Marina Calderone
Intervistata dal direttore Maurizio Belpietro, il ministro del Lavoro Marina Calderone ha fatto il punto su salari, formazione e occupazione sul palco de Il giorno della Verità.
Salari, formazione e occupazione. Questi i temi fondamentali toccati dal ministro del Lavoro Marina Calderone, intervistata dal direttore Maurizio Belpietro in occasione de Il giorno della Verità.
Belpietro menziona innanzitutto i dati estremamente positivi sulla disoccupazione al 5,1% (ai minimi dal 2004). Questi risultati, secondo Calderone, derivano da tutto un insieme di fattori che funzionano, ma soprattutto dalla fiducia che le imprese hanno riacquisito grazie alla stabilità del governo Meloni. «Questo fattore è davvero importante quando un imprenditore vuole costruire qualcosa». Inoltre, afferma il ministro con orgoglio «sono in crescita i contratti a tempo indeterminato. Non è vero, come dicono le opposizioni, che il lavoro è precario. Quest'ultimo rappresenta una percentuale normale, che deriva dai periodi dell'anno in cui le aziende hanno bisogno di una certa flessibilità».
I quattro anni di governo, dunque «sono stati anni di dati positivi, costruiti gradualmente, numero su numero. Il governo, ora, deve continuare a dare fiducia e stabilità, a costruire norme che irrobustiscano il lavoro e diano prospettive ai giovani. Le condizioni del nostro mercato del lavoro ci permettono di tenere cinque generazioni diverse a lavorare. Il problema, invece, è trovare lavoratori per le aziende che li richiedono. Ma non bisogna alimentare la competizione fra giovani e anziani. Occorre far entrare prima i giovani nel mondo del lavoro».
Sul fronte dell’occupazione giovanile, Calderone si ritiene soddisfatta del fatto che negli ultimi anni la percentuale dei giovani che non lavorano si sia ridotta sensibilmente, mentre è aumentata quella delle giovani donne che lavorano. Un altro elemento positivo è il cambiamento della mentalità delle famiglie italiane: un tempo si insegnava che bisognava privilegiare i licei, mentre l’istituto professionale era considerato di Serie C. Ora, al contrario, i dati dimostrano che chi fa studi professionali ha possibilità molto elevate di trovare lavoro. Bisogna dunque spiegare ai giovani queste opportunità, al fine di valorizzare talenti diversi».
Stimolata sul tema dell'impresa privata dal direttore Belpietro, il ministro spiega che «esiste un percorso di adattamento a crisi profonde come è stato il Covid. Era già successo nel 2008 e 2010, quando c’era stata la bolla economica e il mondo del lavoro si era fermato. Per farlo ripartire ci vogliono anni. A ogni modo, negli ultimi due anni, l'Italia, anche a livello di salari, è cresciuta molto più di altri Paesi europei».
L'ultimo tema affrontato è quello delIa denatalità e dell'intelligenza artificiale, che potrebbero mettere a rischio l'occupazione e l'Inps. Su questo tema, tuttavia, Calderone ha rassicurato, citando il Rapporto fine mandato consiglio vigilanza dell’Inps: «I conti sono in equilibrio, ma bisogna accompagnare la dinamica demografica che purtroppo non gioca a nostro favore. Bisogna far crescere i montanti contributivi, riducendo gli interventi a sostegno del reddito e trasformando le ore di cassa integrazione in ore di lavoro. Così facendo avremo la possibilità di sostenere il sistema delle pensioni».
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Al «Giorno della Verità» Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma; Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A; e Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, si sono confrontati sul ruolo delle infrastrutture strategiche tra sicurezza energetica, sostenibilità e innovazione tecnologica. Al centro del dibattito aeroporti, reti energetiche, gestione dell’acqua e intelligenza artificiale.
Sicurezza energetica, infrastrutture strategiche e innovazione tecnologica sono stati i temi al centro del panel Le reti della sovranità – Infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi, moderato dalla giornalista Rai Manuela Moreno al «Giorno della Verità».
Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma, ha illustrato il percorso di sostenibilità intrapreso dal gruppo, spiegando come la decarbonizzazione rappresenti non soltanto un obiettivo ambientale ma un approccio strutturale allo sviluppo delle infrastrutture aeroportuali.
Tra gli interventi già realizzati, Giordano ha ricordato l’installazione di oltre 55.000 pannelli fotovoltaici nell’area di Fiumicino, visibili anche durante le fasi di atterraggio. Un investimento che rientra nella strategia di riduzione delle emissioni e che viene sostenuto attraverso strumenti di finanza sostenibile.
Lo stesso manager ha poi affrontato il tema dello sviluppo dello scalo romano, evidenziando come il traffico dell’aeroporto cresca mediamente del 3% ogni anno. Secondo le previsioni di Aeroporti di Roma, dopo il 2040 Fiumicino potrebbe superare la soglia dei 100 milioni di passeggeri annui.
In questo quadro si inserisce il progetto di una nuova pista, che secondo Giordano potrebbe generare una ricaduta economica stimata in circa 18 miliardi di euro e migliaia di nuovi posti di lavoro. Una prospettiva che si lega anche alla crescente competizione con altri grandi hub internazionali del Mediterraneo e d’Europa, da Istanbul a Barcellona fino a Londra.
Sul fronte della sicurezza delle infrastrutture è intervenuto Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, che ha sottolineato come oggi la protezione delle reti non possa più essere considerata soltanto in termini fisici.
«La sicurezza ha ormai anche una dimensione digitale», ha spiegato, soffermandosi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella gestione delle infrastrutture idriche. Secondo Naranjo, le nuove tecnologie consentono di passare da un approccio reattivo a uno preventivo, grazie alla capacità di monitorare i sistemi, individuare anomalie e segnalare possibili criticità prima che si trasformino in guasti o interruzioni del servizio.
In collegamento video è intervenuto anche Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A, che ha affrontato il tema dell’autonomia energetica. Secondo Giussani, l’obiettivo deve essere quello di rendere il sistema energetico meno esposto a condizionamenti esterni e più resiliente rispetto alle crisi.
Per raggiungere questo risultato, ha osservato, occorre puntare sulle fonti rinnovabili, che oggi presentano costi inferiori rispetto a quelle fossili, ma che necessitano di infrastrutture e investimenti adeguati per garantire stabilità e continuità della produzione.
Dal confronto è emersa una visione comune: infrastrutture moderne, innovazione tecnologica e investimenti rappresentano elementi essenziali per rafforzare la competitività del Paese e affrontare le sfide energetiche e industriali dei prossimi anni.
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