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2023-05-31
E adesso le guerre in Europa diventano due
Getty images
«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».
Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile.
«L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba».
Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».
Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono».
Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington».
Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».
Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca
Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite.
Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi».
Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica».
Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina».
«Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca.
Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa.
Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine.
In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea.
In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«.
Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
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I droni ucraini colpiscono Mosca, che risponde. Ma intanto si infiammano anche i Balcani. Il segretario del Partito popolare serbo: «Patti violati, provocazioni continue dei kosovari. Così non può andare avanti».Per la prima volta anche la capitale russa viene investita in pieno. Londra: «Zelensky ha diritto a difendersi oltre confine». Washington non è d’accordo e l’Ue fa la gnorri.Lo speciale contiene due articoli«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile. «L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba». Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono». Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington». Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-adesso-le-guerre-in-europa-diventano-due-2660724274.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-scatena-la-guerra-dei-droni-putin-bombarda-lucraina-che-replica-e-colpisce-mosca" data-post-id="2660724274" data-published-at="1685480194" data-use-pagination="False"> Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite. Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi». Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica». Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina». «Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca. Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa. Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine. In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea. In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«. Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
Niente algoritmi, niente satelliti, niente highlights furbetti. Era l’istinto a dominare, quello che servirebbe per capire quali saranno i giocatori-sorpresa dei Mondiali trumpiani al via in Usa, Messico e Canada. Con 48 squadre (un luna park) vuoi non trovare un terzino di buon livello che costi meno dei 55 milioni non di un Camavinga ma di un Marco Palestra?
Ecco i calciatori da tenere d’occhio per le squadre italiane con le pezze al sedere, che fra settlement agreement Uefa (Juventus e Roma), debiti pregressi (Inter) e braccino delle proprietà straniere in confusione (Milan) non riescono più a ingaggiare campioni di prima fila. Un paniere di portieri, esterni a tutta fascia, mezze ali e punte più o meno spuntate che potrebbero fare al caso nostro. Con un avviso ai naviganti: sarebbero da opzionare al volo, prima che facciano passerella globale. Perché se uno sconosciuto segna un gol di gluteo o fa un assist di sponda ai Mondiali, il prezzo passa in automatico da due datteri a 20 milioni.
A custodire la porta svizzera c’è un tipaccio che può fare la differenza. Dopo gli exploit di Yann Sommer (ora bollito) ai mondiali di Russia e Qatar, tocca a Gregor Kobel. Armadio di Zurigo tutt’altro che ignoto, anche se non conosciutissimo dal tifoso canottierato da divano. È il numero uno del Borussia Dortmund e piace parecchio al Newcastle che potrebbe pure spendere 40 milioni per portarlo a casa. Sicuro fra i pali, felino in uscita e buono nel lavoro con i piedi, pur avendo 28 anni è un emotivo e talvolta entra in corto circuito con se stesso favorendo la papera. Per informazioni sulla sindrome, chiedere a Gigio Donnarumma.
Un altro portiere da tenere d’occhio è Yahia Fofana, francese naturalizzato ivoriano, estremo difensore della Costa D’Avorio. Ha 25 anni e ottimi riflessi, è esplosivo e nelle parate d’istinto somiglia ad André Onana. Come per il collega, i problemi cominciano quando deve pensare. Nonostante l’altezza (1.96) non è sicurissimo nelle uscite, nel senso che tende a sfarfallare. Per questo verrebbe via dal Caykur Rizespor (Turchia) a poco: meno di 10 milioni. Il terzo da segnalare è un turco vero e proprio, Ugurcan Cakir, estremo difensore del Galatasaray, 30 anni, esperto, pure pararigori. Servono 18 milioni come minimo.
Nel calcio woke tutto impostazione e gente multitasking i difensori rocciosi ormai sono pochi e chi li ha se li tiene. Tre comprimari di livello vanno però segnalati. Il primo è Julian Ryerson, vikingo di 31 anni del Borussia attorno al quale ruota la retroguardia della Norvegia. Le sue sono partite da mal di testa, visto che lo squadrone del grande Nord punta tutto su attaccanti del livello di Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa (quelli che hanno schiantato l’Italia), quindi spesso si sbilancia lasciando praterie per gli avversari. Costa 25 milioni, 12 in più del suo collega Leo Ostigard, che gioca nel Genoa e potrebbe diventare un fattore. Se la Norvegia si conferma, quest’ultimo potrebbe vedere il valore salire e diventare un uomo mercato. Occhio anche ad Armando Obispo, mastino del Psv Eindhoven, 26 anni, pilastro della cenerentola Curaçao. Secondo Transfertmarkt non costa più di 4 milioni, un affarone già prima del fischio d’inizio.
Oggi le partite si decidono sulle fasce, e allora via con la squadra dei velocisti da cento polmoni. Douglas Santos, brasiliano dello Zenit di San Pietroburgo, ha la sua bella età (32) ma garantisce corsa ed esperienza. Soprattutto è in saldo: 7,5 milioni. Per Europa League o Conference basta e avanza. Ben diverso lo scenario per un piccolo fenomeno come Valentín Barco, argentino dello Strasburgo, 21 anni, destinato alle platee più nobili. Vale 40 milioni e il Chelsea gli ha messo le mani sopra. Poiché gli inglesi hanno a bilancio una quarantina di calciatori, potrebbe essere un prestito vincente. Stessa squadra, destino simile per Guela Douè, (23) ai Mondiali con la maglia della Costa d’Avorio. Qualche giorno fa ha dato un dispiacere alla Francia in amichevole. È uno dei rookies più attesi: per puntarlo servono 20 milioni a salire, astenersi perditempo. Un nome di ritorno è Tajon Buchanan, canadese di 27 anni, che dopo il fallimento all’Inter ha vissuto una resurrezione divina al Villarreal come ala destra: 7 gol, quasi sempre titolare. Prezzo di partenza 12 milioni ma se la sua nazionale va avanti il valore lievita.
A centrocampo brillano tre stelline vecchie e nuove. Tomas Soucek (31) è un pilastro della Repubblica Ceca, mediano o regista senza problemi, specialista nei calci piazzati. È retrocesso con il West Ham, quindi è sul mercato per ripianare i debiti e costa poco: 10 milioni, un affare per chi lo prende. Ben altro profilo è quello di una baby star del Marocco, che arriva ai Mondiali con l’obiettivo di raggiungere almeno i quarti: Ayyoub Bouaddi ha 18 anni, un’enorme personalità, sembra Adrien Rabiot, gioca (per ora) nel Lille ed è sul taccuino di mezza Europa. Bayern, Arsenal, Manchester United. Base d’asta 40 milioni. Chi non può permetterselo dovrà consolarsi con Richard Rios, colombiano del Benfica, 26 anni, medianone dal dribbling letale. Si parte da 25 milioni.
I rifinitori alla Paulo Dybala sono merce rarissima. Accendiamo il lanternino per scoprire chi c’è oltre i grandi 10 da sogno, quindi fuori budget. Un profilo interessante sarebbe Lennart Karl, tedesco di 19 anni, che salterà i Mondiali per infortunio ma che il Bayern potrebbe mandare a farsi le ossa in una squadra italiana come ha fatto il Real Madrid con Nico Paz. Il ct Julian Nagelsmann ha convocato al suo posto Assane Ouedraogo (20 anni) del Lipsia; se ha spazio è un fattore sicuro. Per 30 milioni può fare felice qualunque tifoseria. Come Kerim Alajbegovic, il bosniaco che ci ha eliminato nello spareggio della vergogna: 18 anni e un grande futuro davanti a sé. Il Salisburgo lo valuta 22 milioni, avanti chi ha coraggio.
Poiché alcune signore hanno il diritto di guardarsi le partite in senso estetico, due consigli sexy: il portiere tedesco Kevin Trapp e il difensore olandese del Tottenham Mickey Vandeven sono tipacci da pubblicità della schiuma da barba. Dopo il siparietto, riflettori sulle punte, quelli che fanno gol e vedono lievitare il valore a ogni centro. Il più atteso è un bambino che arriva dall’Ecuador, Kendry Páez (19), con lampi da fenomeno e al River Plate utilizzato come fantasista. Il cartellino dice 8 milioni ma suona falso perché è già del solito Chelsea, la kinderheim d’Europa, che difficilmente se ne priverà. Un altro caratterino è Gianluca Prestianni (20), argentino del Benfica, protagonista della famosa rissa razzista con Vinicius junior, difeso a spada tratta da Josè Mourinho. Costa 20 milioni ma sembra avere bisogno di un tutor.
Si va sul sicuro con Folarin Balogun (24) centravanti del Monaco e degli Stati Uniti. Sarà l’idolo di casa, costo 40 milioni sempre che la sua gigantografia non finisca a Times Square. Un sogno impossibile per quasi tutti è Yan Diomandé (22) che indossa la maglia della Costa d’Avorio; nel Lipsia ha segnato 13 gol più 9 assist. Il club ha fatto il prezzo: 100 milioni. Per stizza verrebbe voglia di ripiegare sul più abbordabile Raul Jiménez, nonno messicano delle aree di rigore, puntero del Fulham, destinato a fare coppia con Santi Gimenez del Milan. E a consolarlo. Raul ha il record del saldo: 3 milioni. Anche perché ha 35 anni suonati.
Per chi ama il tutto gratis c’è un’occasione imperdibile. È un monumento panamense, idolo locale per aver segnato il gol che ha mandato la sua nazionale al Mondiale. Ha 37 anni e si chiama Cecilio Waterman. Andrebbe ingaggiato solo per il nome.
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@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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