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2023-05-31
E adesso le guerre in Europa diventano due
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«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».
Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile.
«L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba».
Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».
Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono».
Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington».
Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».
Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca
Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite.
Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi».
Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica».
Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina».
«Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca.
Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa.
Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine.
In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea.
In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«.
Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
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I droni ucraini colpiscono Mosca, che risponde. Ma intanto si infiammano anche i Balcani. Il segretario del Partito popolare serbo: «Patti violati, provocazioni continue dei kosovari. Così non può andare avanti».Per la prima volta anche la capitale russa viene investita in pieno. Londra: «Zelensky ha diritto a difendersi oltre confine». Washington non è d’accordo e l’Ue fa la gnorri.Lo speciale contiene due articoli«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile. «L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba». Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono». Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington». Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-adesso-le-guerre-in-europa-diventano-due-2660724274.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-scatena-la-guerra-dei-droni-putin-bombarda-lucraina-che-replica-e-colpisce-mosca" data-post-id="2660724274" data-published-at="1685480194" data-use-pagination="False"> Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite. Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi». Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica». Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina». «Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca. Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa. Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine. In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea. In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«. Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
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Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, la Nazionale sperimentale di Silvio Baldini riparte da una vittoria. A Lussemburgo decide un colpo di testa di Pio Esposito. In campo tanti esordienti e qualche segnale incoraggiante per il futuro.
Rialzarsi dopo una caduta non è mai semplice. Specialmente se la ferita è ancora aperta e continua a bruciare. Dopo la terza mancata qualificazione ai Mondiali, l’Italia riparte dal Lussemburgo e lo fa vincendo 1-0 con un gol di Pio Esposito e con una ventata d’aria fresca portata da un gruppo composto quasi esclusivamente da debuttanti. Il ct Silvio Baldini ha scelto di dare fiducia ai «suoi» ragazzi dell’Under 21, puntando su un undici titolare in cui a parte il capitano Donnarumma, Pio Esposito e Pisilli, tutti gli altri erano all’esordio con la maglia della Nazionale maggiore. Una scelta che qualcuno ha definito simbolica e di impatto, ma che lo stesso ct rivendica come necessaria per riportare purezza in un ambiente che negli ultimi anni ha vissuto di forti pressioni.
L'impatto con la partita è stato quello che ci si poteva aspettare da una squadra costruita in pochi giorni e composta quasi interamente da esordienti. L'Italia ha tenuto il pallone fin dalle prime battute, cercando di prendere il controllo del gioco senza però riuscire a trovare subito ritmo e precisione negli ultimi metri. I segnali più incoraggianti sono arrivati dalla corsia sinistra, dove Koleosho si è rivelato il più vivace degli attaccanti azzurri, e da Lipani, ordinato nella gestione del possesso e spesso al centro della manovra. Le occasioni del primo tempo sono nate soprattutto attorno a Pio Esposito. L'attaccante dell'Inter ha prima sfiorato un gol di tacco su assist di Lipani e poi ha provato a sorprendere Moris con una spettacolare rovesciata, senza fortuna. L'Italia ha continuato a spingere, creando anche una buona opportunità con Pisilli e un'altra nel finale ancora con Koleosho, ma senza riuscire a sbloccare il risultato. Dall'altra parte il Lussemburgo si è visto soltanto a sprazzi, senza però impensierire seriamente Donnarumma. La partita si è decisa a inizio ripresa. Al 49' Pisilli ha disegnato dalla bandierina un pallone perfetto sul primo palo e Pio Esposito lo ha trasformato nell'1-0 con un colpo di testa preciso e potente. Un gol meritato per l'attaccante, tra i più propositivi per tutta la serata, e una liberazione per un'Italia che fino a quel momento aveva raccolto meno di quanto prodotto. Pochi minuti dopo gli azzurri hanno avuto l'occasione per chiudere definitivamente il discorso. Pisilli si è trovato davanti alla porta dopo una bella azione corale, ma il suo destro è terminato sul palo. Nel finale Baldini ha continuato a distribuire debutti e minuti ai giovani della sua rosa. Sono entrati Fortini, Fini, Camarda, Dagasso, Mane, Ahanor e Samuele Inacio.
Il risultato finale conta relativamente, anche perché il valore dell'avversario impone prudenza nei giudizi. Tuttavia, dopo settimane segnate da polemiche, processi e delusione per il fallimento della qualificazione mondiale, l'Italia aveva soprattutto bisogno di ripartire, in vista delle elezioni federali del 22 giugno dalle quali dipenderà poi anche il futuro della panchina azzurra e lo ha fatto con una vittoria, con un gruppo di ragazzi che ha mostrato entusiasmo e disponibilità al sacrificio e con qualche indicazione interessante su cui costruire il futuro. Elementi di questi tempi nemmeno così scontati.
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Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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