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2023-05-31
E adesso le guerre in Europa diventano due
Getty images
«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».
Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile.
«L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba».
Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».
Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono».
Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington».
Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».
Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca
Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite.
Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi».
Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica».
Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina».
«Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca.
Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa.
Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine.
In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea.
In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«.
Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
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I droni ucraini colpiscono Mosca, che risponde. Ma intanto si infiammano anche i Balcani. Il segretario del Partito popolare serbo: «Patti violati, provocazioni continue dei kosovari. Così non può andare avanti».Per la prima volta anche la capitale russa viene investita in pieno. Londra: «Zelensky ha diritto a difendersi oltre confine». Washington non è d’accordo e l’Ue fa la gnorri.Lo speciale contiene due articoli«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile. «L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba». Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono». Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington». Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-adesso-le-guerre-in-europa-diventano-due-2660724274.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-scatena-la-guerra-dei-droni-putin-bombarda-lucraina-che-replica-e-colpisce-mosca" data-post-id="2660724274" data-published-at="1685480194" data-use-pagination="False"> Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite. Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi». Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica». Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina». «Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca. Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa. Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine. In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea. In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«. Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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