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2023-05-31
E adesso le guerre in Europa diventano due
Getty images
«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».
Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile.
«L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba».
Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».
Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono».
Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington».
Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».
Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca
Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite.
Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi».
Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica».
Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina».
«Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca.
Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa.
Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine.
In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea.
In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«.
Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
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I droni ucraini colpiscono Mosca, che risponde. Ma intanto si infiammano anche i Balcani. Il segretario del Partito popolare serbo: «Patti violati, provocazioni continue dei kosovari. Così non può andare avanti».Per la prima volta anche la capitale russa viene investita in pieno. Londra: «Zelensky ha diritto a difendersi oltre confine». Washington non è d’accordo e l’Ue fa la gnorri.Lo speciale contiene due articoli«Le forze speciali della polizia kosovara devono lasciare il nord della regione, perché la loro presenza viola l’accordo di Bruxelles del 2013. Poi le autorità albanesi devono rispettare l’obbligo di organizzare la Comunità delle municipalità serbe e ovviamente indire nuove elezioni». Jovan Palalic, segretario del Partito popolare serbo, sintetizza le condizioni indispensabili per ottenere un abbassamento della tensione in Kosovo. Non è certo la prima volta che i serbi richiedono il rispetto dei patti: lo fanno ininterrottamente da mesi e con particolare vigore dopo che il 24 aprile scorso sono stati resi noti i risultati delle elezioni nei quattro maggiori Comuni del nord del Kosovo. Stiamo parlando di zone in cui il clima si è costantemente surriscaldato negi ultimi tempi, fino all’esplosione degli scontri di lunedì fra la polizia, le forze Nato e i manifestanti serbi. Inutile nascondersi: si è trattato di una deflagrazione più che annunciata. In aprile, i serbi del nord - rappresentati soprattutto dal partito Srpska lista - avevano deciso di boicottare le elezioni comunali. La protesta, in realtà, era iniziata già lo scorso novembre, con le dimissioni in massa degli esponenti dell’etnia serba da tutte le istituzioni kosovare. Le ragioni sono le stesse rimarcate da Palalic: mancata creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo e mancato ritiro della polizia speciale albanese dal nord. A tutto ciò si uniscono le ripetute provocazioni che le autorità kosovare continuano a rivolgere ai serbi, a quanto pare con il sostegno almeno parziale degli amici americani. Tanto per fare un esempio: l’ambasciata statunitense di Pristina ha approvato le elezioni comunali di aprile ignorando di fatto il boicottaggio (e la ridicola affluenza del 3,47% che ha provocato) e sostenendo la totale regolarità delle procedure. In aggiunta, ha fatto sapere di voler promuovere «una democrazia diversificata, inclusiva e multietnica in Kosovo, con le elezioni che la sostengono».Il fatto è che, finora, di queste meraviglie multietniche non si è vista traccia. Al contrario, si è registrato uno spaventoso aumento delle frizioni, e spegnere l’incendio non sarà per niente facile. «L’obiettivo di Albin Kurti, il primo ministro del Kosovo, è quello di svuotare il nord dei serbi. Non può farlo militarmente e allora lo fa tramite la pressione, facendo in modo che per i serbi non sia più possibile vivere lì. Così quella terra diventerà albanese, e magari musulmana», dice Jovan Palalic. I serbi, in effetti, denunciano da tempo provocazioni e gesti ostili. «Li abbiamo visti tutti i video in cui gli albanesi bruciano le bandiere serbe, li potete vedere anche voi online», insiste Palalic. «È come se volessero eliminare ogni segno della presenza serba dalla zona. Sempre a proposito di bandiere, i sindaci albanesi hanno impedito di usare quelle serbe, le hanno sostituite tutte con quelle kosovare. E stiamo parlando di una zona in cui la grandissima maggioranza è serba. Ci sono state provocazioni persino sulle targhe delle auto: in quelle zone si potrebbero usare quelle serbe, ma sono state imposte le targhe kosovare. Tutte le squadre sportive devono entrare nelle federazioni kosovare. Questa è la situazione. Come dicevo, si tratta di cancellare le tracce di presenza serba». Ma, ovviamente, a incendiare davvero gli animi è stata la questione delle elezioni del mese scorso. «Gli albanesi non hanno ottemperato agli obblighi previsti dall’accordo di Bruxelles del 2013. Non hanno creato la Comunità delle municipalità serbe, e dopo il voto vogliono dare il potere a sindaci albanesi votati dal 3% della popolazione, cioè a gente che non ha alcuna legittimità. Subito dopo le elezioni, nel nord sono arrivate le forze speciali di polizia kosovare, che non potrebbero stare lì, cosa che l’accordo dice esplicitamente. Lunedì i serbi hanno manifestato legittimamente e pacificamente. Chi ha iniziato le violenze? La polizia kosovara. Ed è molto curioso che gli uomini di Kfor siano intervenuti a supporto dei kosovari: sanno benissimo che i serbi non hanno commesso alcuna violazione».Palalic è categorico: «La creazione delle municipalità serbe e l’allontanamento delle forze speciali non sono questioni su cui si può trattare. Sono già state discusse, sono già parte degli accordi del 2013, ma da dieci anni le autorità kosovare rifiutano di ottemperare agli obblighi. Noi pretendiamo che facciano ciò che devono». Dietro gli scontri etnici e politici, non è difficile immaginarlo, ci sono giochi più ampi che riguardano gli assetti di potere a livello europeo e mondiale. Secondo Palalic, le autorità kosovare si comportano in questo modo perché godono dell’appoggio americano. «Gli Stati Uniti, e in particolare le amministrazioni democratiche, dall’inizio della crisi balcanica vogliono diminuire il ruolo del popolo serbo nella regione. Sono convinto», spiega il politico serbo, «che gli americani vogliano chiudere la pratica Kosovo entro la fine di quest’anno, prima della campagna presidenziale in Usa, perché vogliono controllare tutta l’Europa, tutta l’area balcanica. Intendono chiudere la questione e concentrarsi sull’Ucraina. Inoltre», prosegue, «bisogna considerare che esiste una vecchia scuola geopolitica anglosassone influente soprattutto fra i democratici secondo cui i serbi sono una minaccia, sono i “piccoli russi” sempre alleati di Mosca, e di conseguenza devono essere demoliti. Per questo gli Usa vogliono imporre alla Serbia di riconoscere il Kosovo, e vogliono allargare la presenza della Nato in un territorio in cui ancora non c’è. Al momento, infatti, la Nato è presente solo come Kfor, non come alleanza. Se il Kosovo diventasse un Paese indipendente potrebbe invece entrare nell’alleanza. Noi serbi vogliamo mantenere la nostra posizione - neutrale e sovrana - e questo è un problema per Washington». Il rischio è che la situazione degeneri brutalmente. «Gli Usa vogliono che riconosciamo il Kosovo e che approviamo le sanzioni alla Russia, ma noi non possiamo farlo anche se riconosciamo l’integrità territoriale ucraina», sospira Palalic. «Questa situazione sta alimentando nuovamente un clima antioccidentale in Serbia, perché i serbi adesso pensano che la Nato faccia di nuovo violenza contro il nostro popolo. Tutto sta nella volontà di Washington e Bruxelles di imporre a Pristina di ottemperare agli obblighi presenti nell’accordo del 2013. Se questo non avverrà, in Serbia si svilupperà un’atmosfera euroscettica e antioccidentale e non so davvero dire dove tutto ciò ci porterà in futuro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-adesso-le-guerre-in-europa-diventano-due-2660724274.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-scatena-la-guerra-dei-droni-putin-bombarda-lucraina-che-replica-e-colpisce-mosca" data-post-id="2660724274" data-published-at="1685480194" data-use-pagination="False"> Si scatena la guerra dei droni. Putin bombarda l’Ucraina che replica e colpisce Mosca Kiev, Mosca. Il livello della tensione si alza sempre di più. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche la capitale russa è stata attaccata. Tre droni su otto sono riusciti a eludere i sistemi antimissile e a colpire tre edifici. Lievi danni e due feriti non gravi il bilancio riferito dal sindaco di Mosca, Sergei Sobianine. Continuano anche i bombardamenti nella regione di Belgorod. Secondo il governatore regionale Vyacheslav Gladkov, l'Ucraina ha bombardato le abitazioni temporanee utilizzate dai residenti evacuati. E alcune persone sarebbero state uccise e ferite. Il ministero della Difesa russo ha accusato l’Ucraina per l’attacco di Mosca, una rappresaglia definita «terrorista». Immediata la smentita di Kiev: «Noi non c’entriamo nulla», ha detto il consigliere presidenziale, Mykhailo Podolyak per poi aggiungere che Kiev «guarda con piacere e prevede un numero crescente di attacchi». Non è convinto il leader del Cremlino, Vladimir Putin: «L’attacco ucraino contro obiettivi civili a Mosca dimostra quali metodi utilizza Kiev. I tentativi di provocare una reazione da parte della Russia e provocarla in una risposta simmetrica sono preoccupanti, e i cittadini ucraini dovrebbero capirlo». Quanto agli obiettivi su suolo ucraino, ha spiegato: «Abbiamo già parlato della possibilità di colpire le sedi decisionali, i centri decisionali. Naturalmente, anche la sede dell’intelligence militare dell’Ucraina, che è stata colpita due o tre giorni fa, appartiene a questa categoria». Il portavoce, Dmitry Peskov, dal canto suo rassicura la popolazione chiarendo che non esiste nessuna minaccia imminente per Mosca e aggiunge: «È chiaro che stiamo parlando della risposta del regime di Kiev ai nostri attacchi molto efficaci su uno dei centri decisionali. Questo attacco ha avuto luogo domenica». Il Regno Unito interviene con il suo ministro degli Esteri, James Cleverly rivendicando il «diritto legittimo» dell’Ucraina a «difendersi» dalla Russia anche «proiettando la propria forza» oltre i suoi confini». Diversa la posizione di Washington che dichiara di non sostenere gli attacchi all’interno della Russia. «In generale, non sosteniamo gli attacchi all’interno della Russia. Ci siamo concentrati sul fornire all’Ucraina le attrezzature e l’addestramento di cui ha bisogno per riconquistare il proprio territorio sovrano», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato durante la visita del segretario di Stato Antony Blinken in Svezia. La Commissione europea ha affermato di non sapere nulla circa l’origine degli attacchi subiti da Mosca e allo stesso tempo chiede alla Russia di non sfruttare l’episodio per aumentare «ulteriormente la pressione violenta sull’Ucraina». «Si sono rivelate del tutto ipocrite le rassicurazioni da parte di funzionari della Nato secondo cui il regime di Kiev non avrebbe lanciato attacchi in profondità nel territorio russo». La reazione in una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Mosca. Non solo Mosca, Kiev continua ad esser bombardata con sempre più forza. Nelle ultime ore la Russia ha lanciato 31 droni kamikaze sulla capitale ucraina, di questi, 29 sono stati intercettati. 5 morti e 45 feriti se si contano gli attacchi delle 10 regioni colpite solo ieri. Il ministro della Difesa ucraino evoca l’imminente controffensiva per «ripristinare «i confini del 1991 internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina», Crimea inclusa. Ed è proprio sui termini di negoziazione che si giocano gli equilibri delle intermediazioni in corso in queste settimane. Continua l’attività della diplomazia vaticana, ma a far discutere è il tentativo di negoziazione intrapreso da Pechino. Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la Cina «non sostiene» la posizione di Kiev nella guerra. «La nostra formula per la pace, la nostra iniziativa, rimane quella principale per noi» le sue parole. Zelensky ieri ha avuto un colloquio telefonico con il cancelliere Olaf Scholz per rinnovare la sua incrollabile solidarietà all’Ucraina. Il presidente ucraino ha poi riferito di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 3 miliardi in arrivo da Berlino per cui esprime gratitudine. In molti in Occidente sono d’accordo con il leader ucraino, il che scatena le ire dei russi. Il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha denunciato che, approvando il piano di pace di Kiev, l’Occidente «sostiene il genocidio» in Ucraina. Quella formula, a suo dire «distruggerebbe tutto ciò che è russo» in Donbass e Crimea. In Italia in tutto questo, non si resta a guardare. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri ha presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) il nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina. Più tardi ha poi espresso la sua preoccupazione per la mancanza di consapevolezza della necessità di una strategia comune: «Uno dei nostri scopi è spiegare ai nostri alleati che è necessario prolungare lo sguardo a dieci, venti anni, avere strategie decennali e non differenziate come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni«. Nel frattempo, si avvicina anche il vertice Brics che riunisce Russia, Brasile, India, Cina e Sud Africa in programma a fine agosto, nonostante il mandato di arresto emesso a marzo dalla Cpi nei confronti del presidente russo. Una soluzione potrebbe fornirla lo stesso Sud Africa che ha annunciato che l’immunità sarà concessa a tutti i funzionari internazionali coinvolti in eventi legati al vertice.
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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