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2022-01-21
Durante la quarantena aiutare i feriti è reato
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Non vi venga più in mente di aiutare il prossimo. Tempi folli e cupi, questi. Tempi di imperante viruscrazia. Meglio rimanere accucciati e fare come le tre scimmie sagge del santuario di Nikko: non vedo, non sento e non parlo. Non è davvero il momento di gesti pii e caritatevoli. Per esempio: Maristella Scarmignan, 56 anni, è stata appena condannata a due mesi di carcere, pena poi gentilmente commutata in una megamulta di 4.500 euro. Ma come diavolo le è venuta l’idea, il 23 aprile 2020, di correre in soccorso di quel motociclista che s’era appena schiantato di fronte a casa sua? Roba da pazzi. Invece la sconsiderata decide, a dispetto dell’isolamento casalingo causa contagio, di scendere in strada per aiutare lo sfortunato centauro.
Ospedaletto Euganeo, nel Padovano. Due di pomeriggio. Maristella è chiusa a casa, ancora una volta positiva dopo un tampone negativo. E sente quel boato, che le costerà carissimo. Un uomo, 44 anni, è finito in un fossato. Ha perso il controllo della moto, beccando in pieno un cartello stradale. Lei non ci pensa un attimo. «Sono corsa fuori di casa e ho visto un fumo pazzesco», racconta adesso. «C’era la moto, ma non il conducente. Poi l’ho visto a terra, dolorante e in difficoltà. Temevo il peggio. Quindi l’ho soccorso: voleva alzarsi, ma in quelle condizioni sarebbe stato deleterio mettersi in piedi».
Arriva il 118. E poi, i carabinieri. Niente di grave, fortunatamente. Per l’uomo, almeno. Alla misericordiosa, invece, va male. Anzi, malissimo. I militari scoprono che la donna è in quarantena. A quel punto, proseguono implacabili. Come da vigente viruscrazia. Doppia denuncia: violazione delle regole anti Covid e rifiuto di dare le proprie generalità. «Tutto pensavo, tranne di essere punita per aver prestato soccorso a una persona», spiega lei. «A maggior ragione, visto che avevo da poco ottenuto un tampone negativo». Quel giorno però non basta. Ne servono due, che Maristella inanellerà solo dopo l’incidente. «E comunque, quando mi sono avvicinata all’uomo per terra, avevo la mascherina».
L’apparente buon senso non scalda però i glaciali cuori dei brigadieri. Come s’è messa in testa di fare la crocerossina? Serve una pena esemplare, per aver violato la quarantena. Così, qualche giorno fa, la donna riceve una notifica dal tribunale di Rovigo: viene condannata a quattro mesi di reclusione, ridotti a due per il rito alternativo, infine sostituiti dalla multa di 4.500 euro. La cinquantaseienne annuncia ricorso: «Io, casalinga senza alcun precedente, mi ritrovo con la fedina penale sporca solo per aver aiutato una persona. È indegno. Dovevo forse lasciarlo ferito in strada? Di fronte a un’urgenza del genere, c’è poco da ragionare».
Eh no, signora nostra. Mica si vorrà ribellare alla zelante pedanteria dei formalisti. In questi due anni, gli uffici complicazioni affari semplici hanno dato il meglio del meglio. Mentre veniva colta in flagrante ad aiutare quel motociclista, la stradale di Livorno puniva ad esempio un’intera famiglia diretta all’ospedale di Pisa: per un controllo alla figlia di otto anni, dopo un trapianto di midollo osseo. Motivi di salute non così urgenti da evitare una multa da 530 euro. Alla solerte Maristella tocca allora ricordare che persino un’infermiera senza patente dell’ospedale di Genova è stata sanzionata assieme al consorte, reo di essere andato a prenderla a fine turno. Lei tapina: voleva evitare di prendere mezzi pubblici, per esporsi al contagio. Provi pure a rimuginare, la cinquantaseienne di Ospedaletto Euganeo, sulla disavventura dell’anziana romana che, su una panchina del Testaccio, aspettava che la fila del supermercato s’accorciasse. «Che fa, sta seduta?», la assalta l’agente. Verbale da 280 euro. Cerchi magari di trovare conforto, la soccorritrice stradale quarantenata, nella disavventura del prete di Rocca Imperiale, nel Cosentino: per evitare contatti con i fedeli, portava da solo in processione il Cristo in croce. Mattana costata ben 400 euro.
Alla multatissima casalinga corsa nel fossato, va ricordato inoltre che anche Giuseppe Sciaboni, 70 anni, ex ortopedico, è stato ingenerosamente punito. Eppure, in quel di Villa Minozzo, nel Reggiano, era uscito di casa solo per comprare giornale e mascherine. Ma come si fa a credere a un pensionato che decide di tornare in corsia per curare i colpiti dal virus? Infingardo. Paghi 373 euro, grazie. E la disabile fermata a Nuoro, assieme al consorte, davanti al market? Ma a chi vogliono darla a bere? I due felloni allunghino 900 euro, piuttosto. O il baldo ragazzotto di Bologna, che ha avuto la brillante idea di andare a far la spesa in skateboard. Ma dove andremo a finire, signora mia. La legge al tempo del Covid è chiara: non è un mezzo consono per rifornirsi di derrate alimentari. Cinquecentotretatrè euro giovanotto. E ringrazia il cielo: poteva andare peggio. Già, Maristella si consoli. È solo l’ultima vittima dei tediosi burocrati. La prossima volta, prima di soccorrere un centauro ferito, si faccia almeno il tampone rapido.
Parrucchiere rimborsa il tampone per non perdere i clienti senza pass
Ci sono dei lavoratori che, pur di resistere alla crisi economica e ai decreti imposti dal governo per quanto riguarda il Covid, si accollano personalmente le spese che dovrebbe sostenere lo Stato.
È il caso di un salone di bellezza in Toscana, a Prato, il Be2HairLab, dove i titolari, Francesco La Marca e Valentina Falchi, hanno deciso di pagare i tamponi antigenici a tutti i clienti senza green pass, dopo l’obbligatorietà, entrata in vigore ieri, 20 gennaio, del certificato verde anche per andare dal parrucchiere. Verranno rimborsati, infatti, tutti i test rapidi eseguiti nelle farmacie o in altre strutture competenti, per un massimo di 15 euro, a tutti coloro che si presenteranno al salone. Per adesso la scelta è quella di proseguire fino al 28 febbraio, per poi capire se continuare in questa direzione.
«Abbiamo fatto questa scelta per non discriminare nessuno e per arginare l’abusivismo che nel nostro settore dilaga», spiega La Marca, «ma soprattutto ci siamo sentiti di prendere questa decisione per non perdere i nostri clienti e per garantire loro un servizio più sicuro». Pagare di propria tasca le decisioni governative imposte: di questo si tratta. Il Be2Hair Lab di Prato è infatti l’esempio lampante di una categoria, fra le tante, completamente abbandonata a sé stessa e costretta a fare i conti sulla propria pelle e sulle entrate a fine mese. Un onere che non spetterebbe sicuramente a loro: il paradosso di dover «pagare» i propri clienti per non perderli. Una beffa spaventosa ma che, purtroppo, rispecchia i giorni che stiamo vivendo, nonché la diretta conseguenza di una grave assenza di tutela nei confronti dei lavoratori da parte delle istituzioni.
«Sicuramente il nostro settore è stato tutelato pochissimo fin dall’inizio della pandemia e le conseguenze in termini economici per noi sono state tremende - continua il titolare - ma, anche se siamo consapevoli che non spetterebbe a noi intervenire in questo senso, abbiamo comunque preso questa decisione». È quasi surreale che gli stessi titolari degli esercizi commerciali siano costretti a tutelare non solo i propri diritti, ma anche quelli dei propri clienti, ma, nel caos istituzionale in cui viviamo, quella che sembra una follia può diventare l’unica alternativa possibile per non affogare.
«Non neghiamo che lo sforzo economico è notevole ma, le condizioni che abbiamo deciso per intraprendere questo percorso ci fanno ben sperare di poter rientrare economicamente, garantendo a tutti i nostri clienti la sicurezza, senza giudicare nessuno per delle scelte private che riguardano solo ed esclusivamente la salute personale». Il rimborso avviene infatti su una spesa minima di 50 euro e per riceverlo basta prenotare un appuntamento con un po’ di anticipo in modo da garantirsi un tampone antigenico nelle 48 ore precedenti. Una volta ottenuto l’esito negativo e presentandosi alla cassa con esso e con lo scontrino, il costo del test verrà scalato dal conto.
«Arrangiarsi da soli e contrastare l’abusivismo: questi sono i motivi che ci hanno spinto in questa direzione. Abbiamo deciso di provare a trovare il modo di andare avanti da soli, senza l’aiuto di nessuno», conclude La Marca.
Un aiuto, quello di cui parla il titolare, che - nonostante le grandi orazioni nei palazzi del potere - non arriva e non è mai arrivato, costringendo così le persone e i lavoratori ad escogitare escamotage per non sprofondare nel dimenticatoio di un’Italia che sembra sempre più staccata dalla quotidianità dei suoi cittadini.
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Condannata a due mesi di carcere (pena commutata in multa da 4.500 euro) una signora padovana che ha soccorso un motociclista nonostante l’isolamento. La casalinga annuncia ricorso: «Dovevo lasciarlo nel fosso?». Ma la follia burocratica colpisce tutta Italia.Parrucchiere rimborsa il tampone per non perdere i clienti senza pass. Salone di Prato si autotassa. I titolari: «Scelta contro la discriminazione e l’abusivismo».Lo speciale comprende due articoli. Non vi venga più in mente di aiutare il prossimo. Tempi folli e cupi, questi. Tempi di imperante viruscrazia. Meglio rimanere accucciati e fare come le tre scimmie sagge del santuario di Nikko: non vedo, non sento e non parlo. Non è davvero il momento di gesti pii e caritatevoli. Per esempio: Maristella Scarmignan, 56 anni, è stata appena condannata a due mesi di carcere, pena poi gentilmente commutata in una megamulta di 4.500 euro. Ma come diavolo le è venuta l’idea, il 23 aprile 2020, di correre in soccorso di quel motociclista che s’era appena schiantato di fronte a casa sua? Roba da pazzi. Invece la sconsiderata decide, a dispetto dell’isolamento casalingo causa contagio, di scendere in strada per aiutare lo sfortunato centauro. Ospedaletto Euganeo, nel Padovano. Due di pomeriggio. Maristella è chiusa a casa, ancora una volta positiva dopo un tampone negativo. E sente quel boato, che le costerà carissimo. Un uomo, 44 anni, è finito in un fossato. Ha perso il controllo della moto, beccando in pieno un cartello stradale. Lei non ci pensa un attimo. «Sono corsa fuori di casa e ho visto un fumo pazzesco», racconta adesso. «C’era la moto, ma non il conducente. Poi l’ho visto a terra, dolorante e in difficoltà. Temevo il peggio. Quindi l’ho soccorso: voleva alzarsi, ma in quelle condizioni sarebbe stato deleterio mettersi in piedi».Arriva il 118. E poi, i carabinieri. Niente di grave, fortunatamente. Per l’uomo, almeno. Alla misericordiosa, invece, va male. Anzi, malissimo. I militari scoprono che la donna è in quarantena. A quel punto, proseguono implacabili. Come da vigente viruscrazia. Doppia denuncia: violazione delle regole anti Covid e rifiuto di dare le proprie generalità. «Tutto pensavo, tranne di essere punita per aver prestato soccorso a una persona», spiega lei. «A maggior ragione, visto che avevo da poco ottenuto un tampone negativo». Quel giorno però non basta. Ne servono due, che Maristella inanellerà solo dopo l’incidente. «E comunque, quando mi sono avvicinata all’uomo per terra, avevo la mascherina». L’apparente buon senso non scalda però i glaciali cuori dei brigadieri. Come s’è messa in testa di fare la crocerossina? Serve una pena esemplare, per aver violato la quarantena. Così, qualche giorno fa, la donna riceve una notifica dal tribunale di Rovigo: viene condannata a quattro mesi di reclusione, ridotti a due per il rito alternativo, infine sostituiti dalla multa di 4.500 euro. La cinquantaseienne annuncia ricorso: «Io, casalinga senza alcun precedente, mi ritrovo con la fedina penale sporca solo per aver aiutato una persona. È indegno. Dovevo forse lasciarlo ferito in strada? Di fronte a un’urgenza del genere, c’è poco da ragionare».Eh no, signora nostra. Mica si vorrà ribellare alla zelante pedanteria dei formalisti. In questi due anni, gli uffici complicazioni affari semplici hanno dato il meglio del meglio. Mentre veniva colta in flagrante ad aiutare quel motociclista, la stradale di Livorno puniva ad esempio un’intera famiglia diretta all’ospedale di Pisa: per un controllo alla figlia di otto anni, dopo un trapianto di midollo osseo. Motivi di salute non così urgenti da evitare una multa da 530 euro. Alla solerte Maristella tocca allora ricordare che persino un’infermiera senza patente dell’ospedale di Genova è stata sanzionata assieme al consorte, reo di essere andato a prenderla a fine turno. Lei tapina: voleva evitare di prendere mezzi pubblici, per esporsi al contagio. Provi pure a rimuginare, la cinquantaseienne di Ospedaletto Euganeo, sulla disavventura dell’anziana romana che, su una panchina del Testaccio, aspettava che la fila del supermercato s’accorciasse. «Che fa, sta seduta?», la assalta l’agente. Verbale da 280 euro. Cerchi magari di trovare conforto, la soccorritrice stradale quarantenata, nella disavventura del prete di Rocca Imperiale, nel Cosentino: per evitare contatti con i fedeli, portava da solo in processione il Cristo in croce. Mattana costata ben 400 euro. Alla multatissima casalinga corsa nel fossato, va ricordato inoltre che anche Giuseppe Sciaboni, 70 anni, ex ortopedico, è stato ingenerosamente punito. Eppure, in quel di Villa Minozzo, nel Reggiano, era uscito di casa solo per comprare giornale e mascherine. Ma come si fa a credere a un pensionato che decide di tornare in corsia per curare i colpiti dal virus? Infingardo. Paghi 373 euro, grazie. E la disabile fermata a Nuoro, assieme al consorte, davanti al market? Ma a chi vogliono darla a bere? I due felloni allunghino 900 euro, piuttosto. O il baldo ragazzotto di Bologna, che ha avuto la brillante idea di andare a far la spesa in skateboard. Ma dove andremo a finire, signora mia. La legge al tempo del Covid è chiara: non è un mezzo consono per rifornirsi di derrate alimentari. Cinquecentotretatrè euro giovanotto. E ringrazia il cielo: poteva andare peggio. Già, Maristella si consoli. È solo l’ultima vittima dei tediosi burocrati. 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È il caso di un salone di bellezza in Toscana, a Prato, il Be2HairLab, dove i titolari, Francesco La Marca e Valentina Falchi, hanno deciso di pagare i tamponi antigenici a tutti i clienti senza green pass, dopo l’obbligatorietà, entrata in vigore ieri, 20 gennaio, del certificato verde anche per andare dal parrucchiere. Verranno rimborsati, infatti, tutti i test rapidi eseguiti nelle farmacie o in altre strutture competenti, per un massimo di 15 euro, a tutti coloro che si presenteranno al salone. Per adesso la scelta è quella di proseguire fino al 28 febbraio, per poi capire se continuare in questa direzione. «Abbiamo fatto questa scelta per non discriminare nessuno e per arginare l’abusivismo che nel nostro settore dilaga», spiega La Marca, «ma soprattutto ci siamo sentiti di prendere questa decisione per non perdere i nostri clienti e per garantire loro un servizio più sicuro». Pagare di propria tasca le decisioni governative imposte: di questo si tratta. Il Be2Hair Lab di Prato è infatti l’esempio lampante di una categoria, fra le tante, completamente abbandonata a sé stessa e costretta a fare i conti sulla propria pelle e sulle entrate a fine mese. Un onere che non spetterebbe sicuramente a loro: il paradosso di dover «pagare» i propri clienti per non perderli. Una beffa spaventosa ma che, purtroppo, rispecchia i giorni che stiamo vivendo, nonché la diretta conseguenza di una grave assenza di tutela nei confronti dei lavoratori da parte delle istituzioni. «Sicuramente il nostro settore è stato tutelato pochissimo fin dall’inizio della pandemia e le conseguenze in termini economici per noi sono state tremende - continua il titolare - ma, anche se siamo consapevoli che non spetterebbe a noi intervenire in questo senso, abbiamo comunque preso questa decisione». È quasi surreale che gli stessi titolari degli esercizi commerciali siano costretti a tutelare non solo i propri diritti, ma anche quelli dei propri clienti, ma, nel caos istituzionale in cui viviamo, quella che sembra una follia può diventare l’unica alternativa possibile per non affogare. «Non neghiamo che lo sforzo economico è notevole ma, le condizioni che abbiamo deciso per intraprendere questo percorso ci fanno ben sperare di poter rientrare economicamente, garantendo a tutti i nostri clienti la sicurezza, senza giudicare nessuno per delle scelte private che riguardano solo ed esclusivamente la salute personale». Il rimborso avviene infatti su una spesa minima di 50 euro e per riceverlo basta prenotare un appuntamento con un po’ di anticipo in modo da garantirsi un tampone antigenico nelle 48 ore precedenti. Una volta ottenuto l’esito negativo e presentandosi alla cassa con esso e con lo scontrino, il costo del test verrà scalato dal conto. «Arrangiarsi da soli e contrastare l’abusivismo: questi sono i motivi che ci hanno spinto in questa direzione. Abbiamo deciso di provare a trovare il modo di andare avanti da soli, senza l’aiuto di nessuno», conclude La Marca. Un aiuto, quello di cui parla il titolare, che - nonostante le grandi orazioni nei palazzi del potere - non arriva e non è mai arrivato, costringendo così le persone e i lavoratori ad escogitare escamotage per non sprofondare nel dimenticatoio di un’Italia che sembra sempre più staccata dalla quotidianità dei suoi cittadini.
Maurizio Landini (Ansa)
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
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Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
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Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
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