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2022-01-21
Durante la quarantena aiutare i feriti è reato
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Non vi venga più in mente di aiutare il prossimo. Tempi folli e cupi, questi. Tempi di imperante viruscrazia. Meglio rimanere accucciati e fare come le tre scimmie sagge del santuario di Nikko: non vedo, non sento e non parlo. Non è davvero il momento di gesti pii e caritatevoli. Per esempio: Maristella Scarmignan, 56 anni, è stata appena condannata a due mesi di carcere, pena poi gentilmente commutata in una megamulta di 4.500 euro. Ma come diavolo le è venuta l’idea, il 23 aprile 2020, di correre in soccorso di quel motociclista che s’era appena schiantato di fronte a casa sua? Roba da pazzi. Invece la sconsiderata decide, a dispetto dell’isolamento casalingo causa contagio, di scendere in strada per aiutare lo sfortunato centauro.
Ospedaletto Euganeo, nel Padovano. Due di pomeriggio. Maristella è chiusa a casa, ancora una volta positiva dopo un tampone negativo. E sente quel boato, che le costerà carissimo. Un uomo, 44 anni, è finito in un fossato. Ha perso il controllo della moto, beccando in pieno un cartello stradale. Lei non ci pensa un attimo. «Sono corsa fuori di casa e ho visto un fumo pazzesco», racconta adesso. «C’era la moto, ma non il conducente. Poi l’ho visto a terra, dolorante e in difficoltà. Temevo il peggio. Quindi l’ho soccorso: voleva alzarsi, ma in quelle condizioni sarebbe stato deleterio mettersi in piedi».
Arriva il 118. E poi, i carabinieri. Niente di grave, fortunatamente. Per l’uomo, almeno. Alla misericordiosa, invece, va male. Anzi, malissimo. I militari scoprono che la donna è in quarantena. A quel punto, proseguono implacabili. Come da vigente viruscrazia. Doppia denuncia: violazione delle regole anti Covid e rifiuto di dare le proprie generalità. «Tutto pensavo, tranne di essere punita per aver prestato soccorso a una persona», spiega lei. «A maggior ragione, visto che avevo da poco ottenuto un tampone negativo». Quel giorno però non basta. Ne servono due, che Maristella inanellerà solo dopo l’incidente. «E comunque, quando mi sono avvicinata all’uomo per terra, avevo la mascherina».
L’apparente buon senso non scalda però i glaciali cuori dei brigadieri. Come s’è messa in testa di fare la crocerossina? Serve una pena esemplare, per aver violato la quarantena. Così, qualche giorno fa, la donna riceve una notifica dal tribunale di Rovigo: viene condannata a quattro mesi di reclusione, ridotti a due per il rito alternativo, infine sostituiti dalla multa di 4.500 euro. La cinquantaseienne annuncia ricorso: «Io, casalinga senza alcun precedente, mi ritrovo con la fedina penale sporca solo per aver aiutato una persona. È indegno. Dovevo forse lasciarlo ferito in strada? Di fronte a un’urgenza del genere, c’è poco da ragionare».
Eh no, signora nostra. Mica si vorrà ribellare alla zelante pedanteria dei formalisti. In questi due anni, gli uffici complicazioni affari semplici hanno dato il meglio del meglio. Mentre veniva colta in flagrante ad aiutare quel motociclista, la stradale di Livorno puniva ad esempio un’intera famiglia diretta all’ospedale di Pisa: per un controllo alla figlia di otto anni, dopo un trapianto di midollo osseo. Motivi di salute non così urgenti da evitare una multa da 530 euro. Alla solerte Maristella tocca allora ricordare che persino un’infermiera senza patente dell’ospedale di Genova è stata sanzionata assieme al consorte, reo di essere andato a prenderla a fine turno. Lei tapina: voleva evitare di prendere mezzi pubblici, per esporsi al contagio. Provi pure a rimuginare, la cinquantaseienne di Ospedaletto Euganeo, sulla disavventura dell’anziana romana che, su una panchina del Testaccio, aspettava che la fila del supermercato s’accorciasse. «Che fa, sta seduta?», la assalta l’agente. Verbale da 280 euro. Cerchi magari di trovare conforto, la soccorritrice stradale quarantenata, nella disavventura del prete di Rocca Imperiale, nel Cosentino: per evitare contatti con i fedeli, portava da solo in processione il Cristo in croce. Mattana costata ben 400 euro.
Alla multatissima casalinga corsa nel fossato, va ricordato inoltre che anche Giuseppe Sciaboni, 70 anni, ex ortopedico, è stato ingenerosamente punito. Eppure, in quel di Villa Minozzo, nel Reggiano, era uscito di casa solo per comprare giornale e mascherine. Ma come si fa a credere a un pensionato che decide di tornare in corsia per curare i colpiti dal virus? Infingardo. Paghi 373 euro, grazie. E la disabile fermata a Nuoro, assieme al consorte, davanti al market? Ma a chi vogliono darla a bere? I due felloni allunghino 900 euro, piuttosto. O il baldo ragazzotto di Bologna, che ha avuto la brillante idea di andare a far la spesa in skateboard. Ma dove andremo a finire, signora mia. La legge al tempo del Covid è chiara: non è un mezzo consono per rifornirsi di derrate alimentari. Cinquecentotretatrè euro giovanotto. E ringrazia il cielo: poteva andare peggio. Già, Maristella si consoli. È solo l’ultima vittima dei tediosi burocrati. La prossima volta, prima di soccorrere un centauro ferito, si faccia almeno il tampone rapido.
Parrucchiere rimborsa il tampone per non perdere i clienti senza pass
Ci sono dei lavoratori che, pur di resistere alla crisi economica e ai decreti imposti dal governo per quanto riguarda il Covid, si accollano personalmente le spese che dovrebbe sostenere lo Stato.
È il caso di un salone di bellezza in Toscana, a Prato, il Be2HairLab, dove i titolari, Francesco La Marca e Valentina Falchi, hanno deciso di pagare i tamponi antigenici a tutti i clienti senza green pass, dopo l’obbligatorietà, entrata in vigore ieri, 20 gennaio, del certificato verde anche per andare dal parrucchiere. Verranno rimborsati, infatti, tutti i test rapidi eseguiti nelle farmacie o in altre strutture competenti, per un massimo di 15 euro, a tutti coloro che si presenteranno al salone. Per adesso la scelta è quella di proseguire fino al 28 febbraio, per poi capire se continuare in questa direzione.
«Abbiamo fatto questa scelta per non discriminare nessuno e per arginare l’abusivismo che nel nostro settore dilaga», spiega La Marca, «ma soprattutto ci siamo sentiti di prendere questa decisione per non perdere i nostri clienti e per garantire loro un servizio più sicuro». Pagare di propria tasca le decisioni governative imposte: di questo si tratta. Il Be2Hair Lab di Prato è infatti l’esempio lampante di una categoria, fra le tante, completamente abbandonata a sé stessa e costretta a fare i conti sulla propria pelle e sulle entrate a fine mese. Un onere che non spetterebbe sicuramente a loro: il paradosso di dover «pagare» i propri clienti per non perderli. Una beffa spaventosa ma che, purtroppo, rispecchia i giorni che stiamo vivendo, nonché la diretta conseguenza di una grave assenza di tutela nei confronti dei lavoratori da parte delle istituzioni.
«Sicuramente il nostro settore è stato tutelato pochissimo fin dall’inizio della pandemia e le conseguenze in termini economici per noi sono state tremende - continua il titolare - ma, anche se siamo consapevoli che non spetterebbe a noi intervenire in questo senso, abbiamo comunque preso questa decisione». È quasi surreale che gli stessi titolari degli esercizi commerciali siano costretti a tutelare non solo i propri diritti, ma anche quelli dei propri clienti, ma, nel caos istituzionale in cui viviamo, quella che sembra una follia può diventare l’unica alternativa possibile per non affogare.
«Non neghiamo che lo sforzo economico è notevole ma, le condizioni che abbiamo deciso per intraprendere questo percorso ci fanno ben sperare di poter rientrare economicamente, garantendo a tutti i nostri clienti la sicurezza, senza giudicare nessuno per delle scelte private che riguardano solo ed esclusivamente la salute personale». Il rimborso avviene infatti su una spesa minima di 50 euro e per riceverlo basta prenotare un appuntamento con un po’ di anticipo in modo da garantirsi un tampone antigenico nelle 48 ore precedenti. Una volta ottenuto l’esito negativo e presentandosi alla cassa con esso e con lo scontrino, il costo del test verrà scalato dal conto.
«Arrangiarsi da soli e contrastare l’abusivismo: questi sono i motivi che ci hanno spinto in questa direzione. Abbiamo deciso di provare a trovare il modo di andare avanti da soli, senza l’aiuto di nessuno», conclude La Marca.
Un aiuto, quello di cui parla il titolare, che - nonostante le grandi orazioni nei palazzi del potere - non arriva e non è mai arrivato, costringendo così le persone e i lavoratori ad escogitare escamotage per non sprofondare nel dimenticatoio di un’Italia che sembra sempre più staccata dalla quotidianità dei suoi cittadini.
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Condannata a due mesi di carcere (pena commutata in multa da 4.500 euro) una signora padovana che ha soccorso un motociclista nonostante l’isolamento. La casalinga annuncia ricorso: «Dovevo lasciarlo nel fosso?». Ma la follia burocratica colpisce tutta Italia.Parrucchiere rimborsa il tampone per non perdere i clienti senza pass. Salone di Prato si autotassa. I titolari: «Scelta contro la discriminazione e l’abusivismo».Lo speciale comprende due articoli. Non vi venga più in mente di aiutare il prossimo. Tempi folli e cupi, questi. Tempi di imperante viruscrazia. Meglio rimanere accucciati e fare come le tre scimmie sagge del santuario di Nikko: non vedo, non sento e non parlo. Non è davvero il momento di gesti pii e caritatevoli. Per esempio: Maristella Scarmignan, 56 anni, è stata appena condannata a due mesi di carcere, pena poi gentilmente commutata in una megamulta di 4.500 euro. Ma come diavolo le è venuta l’idea, il 23 aprile 2020, di correre in soccorso di quel motociclista che s’era appena schiantato di fronte a casa sua? Roba da pazzi. Invece la sconsiderata decide, a dispetto dell’isolamento casalingo causa contagio, di scendere in strada per aiutare lo sfortunato centauro. Ospedaletto Euganeo, nel Padovano. Due di pomeriggio. Maristella è chiusa a casa, ancora una volta positiva dopo un tampone negativo. E sente quel boato, che le costerà carissimo. Un uomo, 44 anni, è finito in un fossato. Ha perso il controllo della moto, beccando in pieno un cartello stradale. Lei non ci pensa un attimo. «Sono corsa fuori di casa e ho visto un fumo pazzesco», racconta adesso. «C’era la moto, ma non il conducente. Poi l’ho visto a terra, dolorante e in difficoltà. Temevo il peggio. Quindi l’ho soccorso: voleva alzarsi, ma in quelle condizioni sarebbe stato deleterio mettersi in piedi».Arriva il 118. E poi, i carabinieri. Niente di grave, fortunatamente. Per l’uomo, almeno. Alla misericordiosa, invece, va male. Anzi, malissimo. I militari scoprono che la donna è in quarantena. A quel punto, proseguono implacabili. Come da vigente viruscrazia. Doppia denuncia: violazione delle regole anti Covid e rifiuto di dare le proprie generalità. «Tutto pensavo, tranne di essere punita per aver prestato soccorso a una persona», spiega lei. «A maggior ragione, visto che avevo da poco ottenuto un tampone negativo». Quel giorno però non basta. Ne servono due, che Maristella inanellerà solo dopo l’incidente. «E comunque, quando mi sono avvicinata all’uomo per terra, avevo la mascherina». L’apparente buon senso non scalda però i glaciali cuori dei brigadieri. Come s’è messa in testa di fare la crocerossina? Serve una pena esemplare, per aver violato la quarantena. Così, qualche giorno fa, la donna riceve una notifica dal tribunale di Rovigo: viene condannata a quattro mesi di reclusione, ridotti a due per il rito alternativo, infine sostituiti dalla multa di 4.500 euro. La cinquantaseienne annuncia ricorso: «Io, casalinga senza alcun precedente, mi ritrovo con la fedina penale sporca solo per aver aiutato una persona. È indegno. Dovevo forse lasciarlo ferito in strada? Di fronte a un’urgenza del genere, c’è poco da ragionare».Eh no, signora nostra. Mica si vorrà ribellare alla zelante pedanteria dei formalisti. In questi due anni, gli uffici complicazioni affari semplici hanno dato il meglio del meglio. Mentre veniva colta in flagrante ad aiutare quel motociclista, la stradale di Livorno puniva ad esempio un’intera famiglia diretta all’ospedale di Pisa: per un controllo alla figlia di otto anni, dopo un trapianto di midollo osseo. Motivi di salute non così urgenti da evitare una multa da 530 euro. Alla solerte Maristella tocca allora ricordare che persino un’infermiera senza patente dell’ospedale di Genova è stata sanzionata assieme al consorte, reo di essere andato a prenderla a fine turno. Lei tapina: voleva evitare di prendere mezzi pubblici, per esporsi al contagio. Provi pure a rimuginare, la cinquantaseienne di Ospedaletto Euganeo, sulla disavventura dell’anziana romana che, su una panchina del Testaccio, aspettava che la fila del supermercato s’accorciasse. «Che fa, sta seduta?», la assalta l’agente. Verbale da 280 euro. Cerchi magari di trovare conforto, la soccorritrice stradale quarantenata, nella disavventura del prete di Rocca Imperiale, nel Cosentino: per evitare contatti con i fedeli, portava da solo in processione il Cristo in croce. Mattana costata ben 400 euro. Alla multatissima casalinga corsa nel fossato, va ricordato inoltre che anche Giuseppe Sciaboni, 70 anni, ex ortopedico, è stato ingenerosamente punito. Eppure, in quel di Villa Minozzo, nel Reggiano, era uscito di casa solo per comprare giornale e mascherine. Ma come si fa a credere a un pensionato che decide di tornare in corsia per curare i colpiti dal virus? Infingardo. Paghi 373 euro, grazie. E la disabile fermata a Nuoro, assieme al consorte, davanti al market? Ma a chi vogliono darla a bere? I due felloni allunghino 900 euro, piuttosto. O il baldo ragazzotto di Bologna, che ha avuto la brillante idea di andare a far la spesa in skateboard. Ma dove andremo a finire, signora mia. La legge al tempo del Covid è chiara: non è un mezzo consono per rifornirsi di derrate alimentari. Cinquecentotretatrè euro giovanotto. E ringrazia il cielo: poteva andare peggio. Già, Maristella si consoli. È solo l’ultima vittima dei tediosi burocrati. 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È il caso di un salone di bellezza in Toscana, a Prato, il Be2HairLab, dove i titolari, Francesco La Marca e Valentina Falchi, hanno deciso di pagare i tamponi antigenici a tutti i clienti senza green pass, dopo l’obbligatorietà, entrata in vigore ieri, 20 gennaio, del certificato verde anche per andare dal parrucchiere. Verranno rimborsati, infatti, tutti i test rapidi eseguiti nelle farmacie o in altre strutture competenti, per un massimo di 15 euro, a tutti coloro che si presenteranno al salone. Per adesso la scelta è quella di proseguire fino al 28 febbraio, per poi capire se continuare in questa direzione. «Abbiamo fatto questa scelta per non discriminare nessuno e per arginare l’abusivismo che nel nostro settore dilaga», spiega La Marca, «ma soprattutto ci siamo sentiti di prendere questa decisione per non perdere i nostri clienti e per garantire loro un servizio più sicuro». Pagare di propria tasca le decisioni governative imposte: di questo si tratta. Il Be2Hair Lab di Prato è infatti l’esempio lampante di una categoria, fra le tante, completamente abbandonata a sé stessa e costretta a fare i conti sulla propria pelle e sulle entrate a fine mese. Un onere che non spetterebbe sicuramente a loro: il paradosso di dover «pagare» i propri clienti per non perderli. Una beffa spaventosa ma che, purtroppo, rispecchia i giorni che stiamo vivendo, nonché la diretta conseguenza di una grave assenza di tutela nei confronti dei lavoratori da parte delle istituzioni. «Sicuramente il nostro settore è stato tutelato pochissimo fin dall’inizio della pandemia e le conseguenze in termini economici per noi sono state tremende - continua il titolare - ma, anche se siamo consapevoli che non spetterebbe a noi intervenire in questo senso, abbiamo comunque preso questa decisione». È quasi surreale che gli stessi titolari degli esercizi commerciali siano costretti a tutelare non solo i propri diritti, ma anche quelli dei propri clienti, ma, nel caos istituzionale in cui viviamo, quella che sembra una follia può diventare l’unica alternativa possibile per non affogare. «Non neghiamo che lo sforzo economico è notevole ma, le condizioni che abbiamo deciso per intraprendere questo percorso ci fanno ben sperare di poter rientrare economicamente, garantendo a tutti i nostri clienti la sicurezza, senza giudicare nessuno per delle scelte private che riguardano solo ed esclusivamente la salute personale». Il rimborso avviene infatti su una spesa minima di 50 euro e per riceverlo basta prenotare un appuntamento con un po’ di anticipo in modo da garantirsi un tampone antigenico nelle 48 ore precedenti. Una volta ottenuto l’esito negativo e presentandosi alla cassa con esso e con lo scontrino, il costo del test verrà scalato dal conto. «Arrangiarsi da soli e contrastare l’abusivismo: questi sono i motivi che ci hanno spinto in questa direzione. Abbiamo deciso di provare a trovare il modo di andare avanti da soli, senza l’aiuto di nessuno», conclude La Marca. Un aiuto, quello di cui parla il titolare, che - nonostante le grandi orazioni nei palazzi del potere - non arriva e non è mai arrivato, costringendo così le persone e i lavoratori ad escogitare escamotage per non sprofondare nel dimenticatoio di un’Italia che sembra sempre più staccata dalla quotidianità dei suoi cittadini.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.