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2022-01-21
Durante la quarantena aiutare i feriti è reato
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Non vi venga più in mente di aiutare il prossimo. Tempi folli e cupi, questi. Tempi di imperante viruscrazia. Meglio rimanere accucciati e fare come le tre scimmie sagge del santuario di Nikko: non vedo, non sento e non parlo. Non è davvero il momento di gesti pii e caritatevoli. Per esempio: Maristella Scarmignan, 56 anni, è stata appena condannata a due mesi di carcere, pena poi gentilmente commutata in una megamulta di 4.500 euro. Ma come diavolo le è venuta l’idea, il 23 aprile 2020, di correre in soccorso di quel motociclista che s’era appena schiantato di fronte a casa sua? Roba da pazzi. Invece la sconsiderata decide, a dispetto dell’isolamento casalingo causa contagio, di scendere in strada per aiutare lo sfortunato centauro.
Ospedaletto Euganeo, nel Padovano. Due di pomeriggio. Maristella è chiusa a casa, ancora una volta positiva dopo un tampone negativo. E sente quel boato, che le costerà carissimo. Un uomo, 44 anni, è finito in un fossato. Ha perso il controllo della moto, beccando in pieno un cartello stradale. Lei non ci pensa un attimo. «Sono corsa fuori di casa e ho visto un fumo pazzesco», racconta adesso. «C’era la moto, ma non il conducente. Poi l’ho visto a terra, dolorante e in difficoltà. Temevo il peggio. Quindi l’ho soccorso: voleva alzarsi, ma in quelle condizioni sarebbe stato deleterio mettersi in piedi».
Arriva il 118. E poi, i carabinieri. Niente di grave, fortunatamente. Per l’uomo, almeno. Alla misericordiosa, invece, va male. Anzi, malissimo. I militari scoprono che la donna è in quarantena. A quel punto, proseguono implacabili. Come da vigente viruscrazia. Doppia denuncia: violazione delle regole anti Covid e rifiuto di dare le proprie generalità. «Tutto pensavo, tranne di essere punita per aver prestato soccorso a una persona», spiega lei. «A maggior ragione, visto che avevo da poco ottenuto un tampone negativo». Quel giorno però non basta. Ne servono due, che Maristella inanellerà solo dopo l’incidente. «E comunque, quando mi sono avvicinata all’uomo per terra, avevo la mascherina».
L’apparente buon senso non scalda però i glaciali cuori dei brigadieri. Come s’è messa in testa di fare la crocerossina? Serve una pena esemplare, per aver violato la quarantena. Così, qualche giorno fa, la donna riceve una notifica dal tribunale di Rovigo: viene condannata a quattro mesi di reclusione, ridotti a due per il rito alternativo, infine sostituiti dalla multa di 4.500 euro. La cinquantaseienne annuncia ricorso: «Io, casalinga senza alcun precedente, mi ritrovo con la fedina penale sporca solo per aver aiutato una persona. È indegno. Dovevo forse lasciarlo ferito in strada? Di fronte a un’urgenza del genere, c’è poco da ragionare».
Eh no, signora nostra. Mica si vorrà ribellare alla zelante pedanteria dei formalisti. In questi due anni, gli uffici complicazioni affari semplici hanno dato il meglio del meglio. Mentre veniva colta in flagrante ad aiutare quel motociclista, la stradale di Livorno puniva ad esempio un’intera famiglia diretta all’ospedale di Pisa: per un controllo alla figlia di otto anni, dopo un trapianto di midollo osseo. Motivi di salute non così urgenti da evitare una multa da 530 euro. Alla solerte Maristella tocca allora ricordare che persino un’infermiera senza patente dell’ospedale di Genova è stata sanzionata assieme al consorte, reo di essere andato a prenderla a fine turno. Lei tapina: voleva evitare di prendere mezzi pubblici, per esporsi al contagio. Provi pure a rimuginare, la cinquantaseienne di Ospedaletto Euganeo, sulla disavventura dell’anziana romana che, su una panchina del Testaccio, aspettava che la fila del supermercato s’accorciasse. «Che fa, sta seduta?», la assalta l’agente. Verbale da 280 euro. Cerchi magari di trovare conforto, la soccorritrice stradale quarantenata, nella disavventura del prete di Rocca Imperiale, nel Cosentino: per evitare contatti con i fedeli, portava da solo in processione il Cristo in croce. Mattana costata ben 400 euro.
Alla multatissima casalinga corsa nel fossato, va ricordato inoltre che anche Giuseppe Sciaboni, 70 anni, ex ortopedico, è stato ingenerosamente punito. Eppure, in quel di Villa Minozzo, nel Reggiano, era uscito di casa solo per comprare giornale e mascherine. Ma come si fa a credere a un pensionato che decide di tornare in corsia per curare i colpiti dal virus? Infingardo. Paghi 373 euro, grazie. E la disabile fermata a Nuoro, assieme al consorte, davanti al market? Ma a chi vogliono darla a bere? I due felloni allunghino 900 euro, piuttosto. O il baldo ragazzotto di Bologna, che ha avuto la brillante idea di andare a far la spesa in skateboard. Ma dove andremo a finire, signora mia. La legge al tempo del Covid è chiara: non è un mezzo consono per rifornirsi di derrate alimentari. Cinquecentotretatrè euro giovanotto. E ringrazia il cielo: poteva andare peggio. Già, Maristella si consoli. È solo l’ultima vittima dei tediosi burocrati. La prossima volta, prima di soccorrere un centauro ferito, si faccia almeno il tampone rapido.
Parrucchiere rimborsa il tampone per non perdere i clienti senza pass
Ci sono dei lavoratori che, pur di resistere alla crisi economica e ai decreti imposti dal governo per quanto riguarda il Covid, si accollano personalmente le spese che dovrebbe sostenere lo Stato.
È il caso di un salone di bellezza in Toscana, a Prato, il Be2HairLab, dove i titolari, Francesco La Marca e Valentina Falchi, hanno deciso di pagare i tamponi antigenici a tutti i clienti senza green pass, dopo l’obbligatorietà, entrata in vigore ieri, 20 gennaio, del certificato verde anche per andare dal parrucchiere. Verranno rimborsati, infatti, tutti i test rapidi eseguiti nelle farmacie o in altre strutture competenti, per un massimo di 15 euro, a tutti coloro che si presenteranno al salone. Per adesso la scelta è quella di proseguire fino al 28 febbraio, per poi capire se continuare in questa direzione.
«Abbiamo fatto questa scelta per non discriminare nessuno e per arginare l’abusivismo che nel nostro settore dilaga», spiega La Marca, «ma soprattutto ci siamo sentiti di prendere questa decisione per non perdere i nostri clienti e per garantire loro un servizio più sicuro». Pagare di propria tasca le decisioni governative imposte: di questo si tratta. Il Be2Hair Lab di Prato è infatti l’esempio lampante di una categoria, fra le tante, completamente abbandonata a sé stessa e costretta a fare i conti sulla propria pelle e sulle entrate a fine mese. Un onere che non spetterebbe sicuramente a loro: il paradosso di dover «pagare» i propri clienti per non perderli. Una beffa spaventosa ma che, purtroppo, rispecchia i giorni che stiamo vivendo, nonché la diretta conseguenza di una grave assenza di tutela nei confronti dei lavoratori da parte delle istituzioni.
«Sicuramente il nostro settore è stato tutelato pochissimo fin dall’inizio della pandemia e le conseguenze in termini economici per noi sono state tremende - continua il titolare - ma, anche se siamo consapevoli che non spetterebbe a noi intervenire in questo senso, abbiamo comunque preso questa decisione». È quasi surreale che gli stessi titolari degli esercizi commerciali siano costretti a tutelare non solo i propri diritti, ma anche quelli dei propri clienti, ma, nel caos istituzionale in cui viviamo, quella che sembra una follia può diventare l’unica alternativa possibile per non affogare.
«Non neghiamo che lo sforzo economico è notevole ma, le condizioni che abbiamo deciso per intraprendere questo percorso ci fanno ben sperare di poter rientrare economicamente, garantendo a tutti i nostri clienti la sicurezza, senza giudicare nessuno per delle scelte private che riguardano solo ed esclusivamente la salute personale». Il rimborso avviene infatti su una spesa minima di 50 euro e per riceverlo basta prenotare un appuntamento con un po’ di anticipo in modo da garantirsi un tampone antigenico nelle 48 ore precedenti. Una volta ottenuto l’esito negativo e presentandosi alla cassa con esso e con lo scontrino, il costo del test verrà scalato dal conto.
«Arrangiarsi da soli e contrastare l’abusivismo: questi sono i motivi che ci hanno spinto in questa direzione. Abbiamo deciso di provare a trovare il modo di andare avanti da soli, senza l’aiuto di nessuno», conclude La Marca.
Un aiuto, quello di cui parla il titolare, che - nonostante le grandi orazioni nei palazzi del potere - non arriva e non è mai arrivato, costringendo così le persone e i lavoratori ad escogitare escamotage per non sprofondare nel dimenticatoio di un’Italia che sembra sempre più staccata dalla quotidianità dei suoi cittadini.
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Condannata a due mesi di carcere (pena commutata in multa da 4.500 euro) una signora padovana che ha soccorso un motociclista nonostante l’isolamento. La casalinga annuncia ricorso: «Dovevo lasciarlo nel fosso?». Ma la follia burocratica colpisce tutta Italia.Parrucchiere rimborsa il tampone per non perdere i clienti senza pass. Salone di Prato si autotassa. I titolari: «Scelta contro la discriminazione e l’abusivismo».Lo speciale comprende due articoli. Non vi venga più in mente di aiutare il prossimo. Tempi folli e cupi, questi. Tempi di imperante viruscrazia. Meglio rimanere accucciati e fare come le tre scimmie sagge del santuario di Nikko: non vedo, non sento e non parlo. Non è davvero il momento di gesti pii e caritatevoli. Per esempio: Maristella Scarmignan, 56 anni, è stata appena condannata a due mesi di carcere, pena poi gentilmente commutata in una megamulta di 4.500 euro. Ma come diavolo le è venuta l’idea, il 23 aprile 2020, di correre in soccorso di quel motociclista che s’era appena schiantato di fronte a casa sua? Roba da pazzi. Invece la sconsiderata decide, a dispetto dell’isolamento casalingo causa contagio, di scendere in strada per aiutare lo sfortunato centauro. Ospedaletto Euganeo, nel Padovano. Due di pomeriggio. Maristella è chiusa a casa, ancora una volta positiva dopo un tampone negativo. E sente quel boato, che le costerà carissimo. Un uomo, 44 anni, è finito in un fossato. Ha perso il controllo della moto, beccando in pieno un cartello stradale. Lei non ci pensa un attimo. «Sono corsa fuori di casa e ho visto un fumo pazzesco», racconta adesso. «C’era la moto, ma non il conducente. Poi l’ho visto a terra, dolorante e in difficoltà. Temevo il peggio. Quindi l’ho soccorso: voleva alzarsi, ma in quelle condizioni sarebbe stato deleterio mettersi in piedi».Arriva il 118. E poi, i carabinieri. Niente di grave, fortunatamente. Per l’uomo, almeno. Alla misericordiosa, invece, va male. Anzi, malissimo. I militari scoprono che la donna è in quarantena. A quel punto, proseguono implacabili. Come da vigente viruscrazia. Doppia denuncia: violazione delle regole anti Covid e rifiuto di dare le proprie generalità. «Tutto pensavo, tranne di essere punita per aver prestato soccorso a una persona», spiega lei. «A maggior ragione, visto che avevo da poco ottenuto un tampone negativo». Quel giorno però non basta. Ne servono due, che Maristella inanellerà solo dopo l’incidente. «E comunque, quando mi sono avvicinata all’uomo per terra, avevo la mascherina». L’apparente buon senso non scalda però i glaciali cuori dei brigadieri. Come s’è messa in testa di fare la crocerossina? Serve una pena esemplare, per aver violato la quarantena. Così, qualche giorno fa, la donna riceve una notifica dal tribunale di Rovigo: viene condannata a quattro mesi di reclusione, ridotti a due per il rito alternativo, infine sostituiti dalla multa di 4.500 euro. La cinquantaseienne annuncia ricorso: «Io, casalinga senza alcun precedente, mi ritrovo con la fedina penale sporca solo per aver aiutato una persona. È indegno. Dovevo forse lasciarlo ferito in strada? Di fronte a un’urgenza del genere, c’è poco da ragionare».Eh no, signora nostra. Mica si vorrà ribellare alla zelante pedanteria dei formalisti. In questi due anni, gli uffici complicazioni affari semplici hanno dato il meglio del meglio. Mentre veniva colta in flagrante ad aiutare quel motociclista, la stradale di Livorno puniva ad esempio un’intera famiglia diretta all’ospedale di Pisa: per un controllo alla figlia di otto anni, dopo un trapianto di midollo osseo. Motivi di salute non così urgenti da evitare una multa da 530 euro. Alla solerte Maristella tocca allora ricordare che persino un’infermiera senza patente dell’ospedale di Genova è stata sanzionata assieme al consorte, reo di essere andato a prenderla a fine turno. Lei tapina: voleva evitare di prendere mezzi pubblici, per esporsi al contagio. Provi pure a rimuginare, la cinquantaseienne di Ospedaletto Euganeo, sulla disavventura dell’anziana romana che, su una panchina del Testaccio, aspettava che la fila del supermercato s’accorciasse. «Che fa, sta seduta?», la assalta l’agente. Verbale da 280 euro. Cerchi magari di trovare conforto, la soccorritrice stradale quarantenata, nella disavventura del prete di Rocca Imperiale, nel Cosentino: per evitare contatti con i fedeli, portava da solo in processione il Cristo in croce. Mattana costata ben 400 euro. Alla multatissima casalinga corsa nel fossato, va ricordato inoltre che anche Giuseppe Sciaboni, 70 anni, ex ortopedico, è stato ingenerosamente punito. Eppure, in quel di Villa Minozzo, nel Reggiano, era uscito di casa solo per comprare giornale e mascherine. Ma come si fa a credere a un pensionato che decide di tornare in corsia per curare i colpiti dal virus? Infingardo. Paghi 373 euro, grazie. E la disabile fermata a Nuoro, assieme al consorte, davanti al market? Ma a chi vogliono darla a bere? I due felloni allunghino 900 euro, piuttosto. O il baldo ragazzotto di Bologna, che ha avuto la brillante idea di andare a far la spesa in skateboard. Ma dove andremo a finire, signora mia. La legge al tempo del Covid è chiara: non è un mezzo consono per rifornirsi di derrate alimentari. Cinquecentotretatrè euro giovanotto. E ringrazia il cielo: poteva andare peggio. Già, Maristella si consoli. È solo l’ultima vittima dei tediosi burocrati. 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È il caso di un salone di bellezza in Toscana, a Prato, il Be2HairLab, dove i titolari, Francesco La Marca e Valentina Falchi, hanno deciso di pagare i tamponi antigenici a tutti i clienti senza green pass, dopo l’obbligatorietà, entrata in vigore ieri, 20 gennaio, del certificato verde anche per andare dal parrucchiere. Verranno rimborsati, infatti, tutti i test rapidi eseguiti nelle farmacie o in altre strutture competenti, per un massimo di 15 euro, a tutti coloro che si presenteranno al salone. Per adesso la scelta è quella di proseguire fino al 28 febbraio, per poi capire se continuare in questa direzione. «Abbiamo fatto questa scelta per non discriminare nessuno e per arginare l’abusivismo che nel nostro settore dilaga», spiega La Marca, «ma soprattutto ci siamo sentiti di prendere questa decisione per non perdere i nostri clienti e per garantire loro un servizio più sicuro». Pagare di propria tasca le decisioni governative imposte: di questo si tratta. Il Be2Hair Lab di Prato è infatti l’esempio lampante di una categoria, fra le tante, completamente abbandonata a sé stessa e costretta a fare i conti sulla propria pelle e sulle entrate a fine mese. Un onere che non spetterebbe sicuramente a loro: il paradosso di dover «pagare» i propri clienti per non perderli. Una beffa spaventosa ma che, purtroppo, rispecchia i giorni che stiamo vivendo, nonché la diretta conseguenza di una grave assenza di tutela nei confronti dei lavoratori da parte delle istituzioni. «Sicuramente il nostro settore è stato tutelato pochissimo fin dall’inizio della pandemia e le conseguenze in termini economici per noi sono state tremende - continua il titolare - ma, anche se siamo consapevoli che non spetterebbe a noi intervenire in questo senso, abbiamo comunque preso questa decisione». È quasi surreale che gli stessi titolari degli esercizi commerciali siano costretti a tutelare non solo i propri diritti, ma anche quelli dei propri clienti, ma, nel caos istituzionale in cui viviamo, quella che sembra una follia può diventare l’unica alternativa possibile per non affogare. «Non neghiamo che lo sforzo economico è notevole ma, le condizioni che abbiamo deciso per intraprendere questo percorso ci fanno ben sperare di poter rientrare economicamente, garantendo a tutti i nostri clienti la sicurezza, senza giudicare nessuno per delle scelte private che riguardano solo ed esclusivamente la salute personale». Il rimborso avviene infatti su una spesa minima di 50 euro e per riceverlo basta prenotare un appuntamento con un po’ di anticipo in modo da garantirsi un tampone antigenico nelle 48 ore precedenti. Una volta ottenuto l’esito negativo e presentandosi alla cassa con esso e con lo scontrino, il costo del test verrà scalato dal conto. «Arrangiarsi da soli e contrastare l’abusivismo: questi sono i motivi che ci hanno spinto in questa direzione. Abbiamo deciso di provare a trovare il modo di andare avanti da soli, senza l’aiuto di nessuno», conclude La Marca. Un aiuto, quello di cui parla il titolare, che - nonostante le grandi orazioni nei palazzi del potere - non arriva e non è mai arrivato, costringendo così le persone e i lavoratori ad escogitare escamotage per non sprofondare nel dimenticatoio di un’Italia che sembra sempre più staccata dalla quotidianità dei suoi cittadini.
Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica)
Dal decreto, ancora parzialmente coperto da omissis, emerge con chiarezza quella che appare la motivazione centrale della decisione: «Mancano elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi». Si tratta della sesta archiviazione in circa 30 anni di indagini sul medesimo filone investigativo. Un dato che, al di là delle inevitabili letture politiche, impone alcune riflessioni.
La prima riguarda il funzionamento del sistema giudiziario. Al di là degli esiti referendari e delle contrapposizioni ideologiche, è difficile sostenere che la giustizia italiana possa considerarsi pienamente efficiente quando sono necessari tre decenni per giungere a una conclusione che potrebbe essere definitiva su una vicenda tanto delicata per la storia della Repubblica.
Accertare se un leader politico che ha guidato il Paese per quattro volte, restando a Palazzo Chigi per oltre nove anni complessivi, abbia avuto o meno rapporti con la criminalità mafiosa non può essere considerato un tema marginale. In uno Stato maturo, una questione di tale rilevanza dovrebbe trovare una risposta certa in tempi ragionevoli. Il fatto che ciò non sia avvenuto rappresenta di per sé un elemento di riflessione. Sei archiviazioni e 30 anni di indagini appaiono un periodo eccessivo, persino considerando che Berlusconi è stato uno degli uomini politici più indagati della storia italiana.
Vi è poi un ulteriore aspetto che merita attenzione. La possibilità di mantenere aperti filoni investigativi per decenni attraverso successivi sviluppi procedurali solleva interrogativi sul piano delle garanzie individuali. La continua riapertura delle indagini, il periodico riaffiorare di vecchie dichiarazioni accusatorie e di nuove presunte acquisizioni probatorie, spesso a distanza di molti anni dai fatti, rischiano di produrre un effetto permanente di sospensione del giudizio, alimentando nell’opinione pubblica anticipazioni di colpevolezza che possono rivelarsi infondate. È un’impressione che ho maturato anche sul piano personale. Nelle occasioni in cui ho avuto modo di incontrare e confrontarmi con Berlusconi negli ultimi anni della sua vita, non ho mai percepito, neppure lontanamente, l’immagine dell’uomo cui, nel tempo, sono state attribuite le accuse più gravi. Le nostre conversazioni iniziavano spesso con un misto di comprensibile amarezza per gli oltre 100 procedimenti giudiziari affrontati e di sincera stima verso quella parte della magistratura che, con professionalità, dedizione e talvolta sacrificio personale, svolge quotidianamente il proprio compito al servizio della giustizia.
Alla luce dell’ennesima archiviazione, caratterizzata da motivazioni particolarmente nette, quelle parole appaiono oggi ancora più autentiche. Restituiscono il senso della sofferenza di un uomo che si è sempre dichiarato estraneo ad accuse gravissime e che ha vissuto per decenni sotto il peso di sospetti mai tradotti in prove sufficienti. Da uomo delle istituzioni e da osservatore della vita pubblica, non posso non rilevare come questa vicenda lasci l’impressione di una giustizia arrivata troppo tardi: una giustizia che, per molti aspetti, ha dato una risposta definitiva soltanto dopo la morte del diretto interessato.
Al di là delle simpatie o delle antipatie che ciascuno può nutrire nei confronti dell’uomo o del politico, questa storia dovrebbe offrire un insegnamento più generale. È interesse di tutti rendere il sistema giudiziario italiano più efficiente, più rapido e più equilibrato. Un sistema nel quale possano susseguirsi per 30 anni indagini, intercettazioni, interrogatori e inevitabili esposizioni mediatiche non rappresenta un modello auspicabile per nessun cittadino. Personalmente, avevo auspicato che un percorso di riforma potesse prendere avvio attraverso la revisione costituzionale proposta negli ultimi anni. Ciò non è avvenuto. Resta però la necessità di proseguire lungo la strada delle riforme, nella prospettiva di un processo capace di fornire risposte autorevoli in tempi ragionevoli.
Perché la credibilità della giustizia non è una questione che riguarda soltanto i tribunali. È uno dei pilastri della democrazia e della lotta alla criminalità organizzata.
Viene spontaneo chiedersi quanti autentici mafiosi abbiano potuto prosperare mentre energie investigative venivano impiegate nel tentativo di dimostrare una presunta contiguità mafiosa che, dopo decenni di accertamenti, non ha trovato conferma. E viene altrettanto spontaneo interrogarsi su quale percezione possano maturare i cittadini davanti a vicende processuali di durata così straordinaria. Come esce da tutto questo il sistema giustizia nel suo complesso? Se si vuole individuare un elemento positivo, esso risiede forse nella chiusura di una delle pagine più controverse della storia repubblicana recente. Una pagina che, almeno sul piano giudiziario, sembra mettere la parola fine alle insinuazioni relative ai presunti rapporti tra un ex premier e la criminalità mafiosa. Resta tuttavia un interrogativo che non può essere ignorato: dopo sei archiviazioni, questa vicenda può dirsi davvero conclusa oppure esiste il rischio che nuovi sviluppi investigativi la riportino ancora una volta al centro del dibattito pubblico e giudiziario? È proprio questa incertezza, protratta per decenni, a rappresentare uno degli aspetti più problematici dell’intera vicenda.
Resta ora una sfida importante per la magistratura: recuperare pienamente autorevolezza e credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, anche alla luce delle difficoltà e delle polemiche che hanno interessato il settore negli ultimi anni. Solo attraverso una collaborazione leale tra tutte le istituzioni sarà possibile costruire una giustizia più giusta, più rapida e più credibile. Una giustizia all’altezza delle aspettative dei cittadini e delle esigenze di uno Stato democratico.
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Paolo Zangrillo (Imagoeconomica)
«Ma mi lasci dire che se siamo riusciti a chiudere tutti i rinnovi 2022-2024 della Pa e abbiamo iniziato già con la tornata successiva, quella 2025-27, il merito è anche dell’atteggiamento del governo che ha mantenuto quanto promesso alle controparti. Ha avuto credibilità e questa credibilità è stata premiata. Anche la Cgil ha condiviso la bontà di questo percorso».
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo è reduce dall’ennesima intesa chiusa in tempi record. Sul tavolo il nuovo contratto (2025-2027) per circa 200.000 dipendenti di ministeri e agenzie fiscali. In soldoni, un incremento medio di 162 euro mensili lordi che vanno ad aggiungersi agli aumenti ricevuti non molti mesi fa per la tornata 2022-2024. Complessivamente, nelle due tornate, le retribuzioni sono lievitate di oltre il 12%, solo per la parte tabellare. Ma non c’è solo l’aspetto economico. Perché, per certi versi, l’aspetto normativo, dalla regolamentazione dell’IA all’ipotesi di un tavolo salva-inflazione, rappresenta la vera novità.
Ministro, mi lasci mettere un po’ di veleno. Vero che Landini ieri ha firmato, ma fosse stato per lui, che ha boicottato l’intesa precedente, il nuovo tavolo per il rinnovo degli statali non ci sarebbe stato.
«Guardi, io le posso dire che in questa tornata contrattuale l’atteggiamento della Cgil è stato costruttivo. Infatti ha firmato anche il contratto dell’Istruzione e ricerca. Penso si siano resi conto che la continuità della contrattazione, tre contratti negli ultimi 4 anni, è un valore importante per i dipendenti del settore. Se poi andiamo a vedere gli andamenti delle retribuzioni di fatto - indennità di settore, premi di produzione - alla fine i lavoratori si trovano davanti a incrementi salariali del 13%...».
Hanno cambiato idea per il malcontento della base?
«Credo si faccia fatica a spiegare a lavoratori e delegati perché si respinge un contratto che aumenta del 13% la busta paga. E apre le porte ai rinnovi successivi».
O Landini si è arreso quando la Commissione Ue ha vidimato i progressi della Pa?
«Landini non mi sembra tipo da arrendersi. Io so che il Country report 2026 della Commissione dice che nel periodo che va dal 2023 al 2025 la percezione dei cittadini italiani rispetto alla Pa è migliorata del 14%. È il cambiamento più significativo in Europa, un cambiamento che ci porta nella media Ue. Un premio, se mi consente, non solo al rinnovo dei contratti ma anche alla riforma sul sistema di reclutamento, alle iniziative sulla formazione, al disegno di legge sul merito che settimana prossima arriva in Senato e alla digitalizzazione dei servizi».
E per la prima volta avete normato l’uso dell’Intelligenza artificiale nell’organizzazione dello Stato. Le regole bastano per controllare l’IA?
«Non bastano ma sono essenziali. Abbiamo introdotto un principio di trasparenza a garanzia dei dipendenti. Nei nostri processi, soprattutto nella gestione del capitale umano, ciascun lavoratore ha piena visibilità di quello che fanno gli algoritmi».
È sufficiente per trovare un equilibrio tra codici e uomo?
«No. Noi abbiamo adottato un approccio antropocentrico, la macchina deve restare un supporto dell’uomo. Non potrà mai sostituirlo per la parte che attiene alla responsabilità e all’aspetto decisionale».
Ci faccia un esempio.
«Se un dirigente deve valutare un dipendente e decidere magari se promuoverlo avrà l’ausilio dell’intelligenza artificiale nel fissare gli obiettivi e analizzare i dati, ma la decisione finale e la responsabilità per quella scelta resta sua. E nessuno potrà contestarlo se il suo verdetto - condizionato da sensazioni ed emozioni che spesso prescindono dai numeri - sarà diverso da quello indicato dalla macchina».
A chi vi siete ispirati?
«Tra gli altri anche all’ultima enciclica del Papa che ci ha ricordato come la macchina non abbia la capacità di discernimento che invece appartiene all’uomo».
È abbastanza?
«Non siamo ingenui. Siamo consapevoli di essere all’inizio di un processo epocale che prevede tra le altre cose tanta formazione e capacità di adattamento. Un recente studio del World Economic Forum prevede che da qui al 2030 nasceranno 78 milioni di nuovi posti di lavoro e alcuni di questi mestieri oggi non esistono. Ecco, anche nella Pa dovremo essere bravi a individuarli e a formare in quella direzione il capitale umano per tempo».
Nel nuovo contratto è sancita una clausola proteggi inflazione, la potremmo definire salva-Hormuz. Anche questa è una novità. Ci spiega?
Non c’è nessun automatismo, ma l’Aran (che rappresenta lo Stato nelle tratttaive ndr) si impegna a sedersi intorno a un tavolo con i sindacati entro luglio 2027 per verificare quali sono stati gli andamenti delle retribuzioni e gli eventuali scostamenti rispetto all’inflazione reale... Come per esempio è successo con il Covid. Una sorta di sentinella del carovita».
Il carovita richiama alla politica. Cosa ci dice l’ultima tornata elettorale?
«Il significato è semplice: chi sperava che il risultato del referendum corrispondesse a quello politico si è sbagliato di grosso. Il centrodestra regge alla grande».
C’è la mina vagante Vannacci. Risorsa o problema?
«Lo deve decidere lui. Io direi che in questo momento sta facendo più il gioco del campo largo che quello centrodestra. Però Vannacci sa che per diventare un’opportunità basta rispettare i principi che hanno da sempre caratterizzato il centrodestra».
Per esempio l’appoggio all’Ucraina?
«Per esempio».
Nel centro sembrano esserci più leader che elettori.
«Guardi un partito di centro aggregatore c’è già ed è Forza Italia. Tutti gli esperimenti diversi, pensi a Renzi più Calenda, sono falliti miseramente».
E il centrodestra lo accoglierebbe Calenda?
«Calenda è sicuramente un riformista che non ama gli estremi. Un uomo di contenuti con idee spesso condivisibili. Sta a lui decidere cosa vuol fare da grande. Continuare a rimanere isolato con una postura che difficilmente avrà rilevanza o fare il grande passo ed entrare in una coalizione che si avvicina di più ai suoi valori».
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La senatrice Stefania Craxi durante la discussione, in Senato, del Disegno di Legge n.104 - Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita (Ansa)
Uno in particolare «riguarda il ruolo del servizio sanitario nazionale, e prevede che l’assistenza alla morte medicalmente assistita possa avvenire attraverso i medici ospedalieri o di medicina generale, su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero professionale ovvero in intra moenia». Forza Italia vuole consentire ai medici pagati dai contribuenti di agevolare la morte, ma senza che si sappia in giro. L’intento è forse di assecondare Marina Berlusconi che ha dichiarato: «Se parliamo di aborto, fine vita o diritti Lgbtq, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso». Secondo Stefania Craxi l’iniziativa invece mira a «portare a conclusione l’iter di una legge seria e condivisa, rispettosa di tutte le sensibilità, in primis del mondo cattolico. Una legge che gode di ampio consenso nell’opinione pubblica». Per la verità pare che gli italiani abbiano molto d’altro a cui pensare e di certo la proposta avanzata dagli azzurri fa più felice il Pd che Fratelli d’Italia che con Ignazio Zullo non si pronunciano. Nelle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato dove l’opposizione non ha presentato alcuna proposta - sostiene Ilaria Cucchi (Pd) che «il testo della maggioranza è una farsa» - e solo Ivan Scalfarotto ha cercato di far valere le posizioni dell’associazione Luca Coscioni, Forza Italia ha presentato sei emendamenti. Che superano a sinistra e di molto quanto concordato dalla maggioranza. Si consente di offrire il suicidio assistito non solo a chi dipende dalle macchine perché ha un organo vitale fuori uso, ma anche a chi è sottoposto a generici «trattamenti sanitari di sostegno vitale».
È vero che in quella direzione si è pronunciata la Corte Costituzionale, ma è anche vero che si allargano enormemente le maglie: siamo al confine dell’eutanasia. Con una formulazione assai tartufesca se da una parte si esclude che il suicidio assistito possa rientrare tra le prestazioni del servizio sanitario dall’altra però si consente ai medici del servizio sanitario nazionale di prestare assistenza purché lo facciano «privatamente» ancorché usando le strutture pubbliche. Altra concessione è quella che allinea la legge ai voleri della Consulta quando si afferma che gli «strumenti di eventuale supporto all’autosomministrazione del suicidio devono essere reperiti dal Cnr». Uniche concessioni al testo base di maggioranza – come si sa quello del Pd è stato respinto - l’obiezione di coscienza e l’affermazione che il servizio sanitario nazionale «garantisce le cure palliative del dolore e l’assistenza domiciliare continua alle persone in condizione di grave non autosufficienza». Perché questa vicinanza verso le posizioni dell’opposizione? Stefania Craxi spiega: «La finalità è arrivare all’approvazione della legge entro la fine della legislatura». Anche a costo di dire ai medici dei nostri ospedali: andate e portate la buona morte a tutti! Pierantonio Zanettin il relatore per FI però si lascia scappare: «Ho sempre sostenuto che su questa materia i partiti dovrebbero lasciare libertà di coscienza».
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