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Draghi va da Mattarella in un silenzio inquietante

Draghi va da Mattarella in un silenzio inquietante
ANSA

Qualche giorno fa Mario Draghi aveva invitato Luigi Di Maio e compagni ad abbassare i toni. «Le parole possono fare danni», era stato il monito del presidente della Banca centrale europea. Vero. Tuttavia, a volte fanno danni anche i silenzi, soprattutto se arrivano da un signore come lui.

Uno sbianchettamento che certo lascia perplessi, soprattutto chi conosce la puntualità degli appuntamenti quirinalizi. Ma come? Mattarella incontra Draghi per parlare della manovra e non ci dice nulla? Anzi, quando esce la notizia se ne sta come fa tutti i giorni, cioè muto? Già i mercati sono sul chi va là, pronti a schizzare all'insù con lo spread e all'ingiù con il Mib, ossia con l'indice della Borsa. Se poi gira voce che Draghi va a manifestare al presidente della Repubblica le sue preoccupazioni sul futuro dell'Italia, immaginatevi che cosa può succedere. Ieri le reazioni sono state contenute, ma solo perché pochi si sono accorti della notizia e i siti Web non l'hanno rilanciata. Fosse stata messa in circolo con maggior evidenza, la notizia avrebbe di sicuro provocato reazioni a catena e non proprio positive. Soprattutto perché anche i silenzi in certi casi sono interpretabili come un sì e nel caso in questione si tratterebbe di una conferma.

Draghi dunque si è preso la briga di salire le scale del Quirinale e di parlare con il capo dello Stato per metterlo sul chi va là sulle conseguenze del documento di economia e finanza, di cui per altro fino a ieri non esisteva un testo definitivo da commentare. Al di là di come la si pensi rispetto al Def (per quanto ci riguarda continuiamo a ritenere che il reddito di cittadinanza ce lo saremmo potuti risparmiare, usando i soldi per il taglio delle tasse), che il presidente della Bce si incontri di nascosto con quello della Repubblica non è cosa che ci faccia piacere, perché dà alla cosa un che di misterioso e oscuro. Visto che i soldi in discussione sono quelli degli italiani, ossia dei contribuenti, forse sarebbe auspicabile che le pressioni o anche solo gli avvertimenti fossero pubblici, così se ne guadagnerebbe in trasparenza o anche solo in conoscenza, in modo che chiunque possa farsi i propri conti. Altrimenti si dà la sensazione che le scelte vengano prese nelle segrete stanze, alle spalle dei cittadini, che poi sono gli unici ad aver diritto di scegliersi il destino che più desiderano. Non tocca di sicuro ai banchieri, per quanto centrali, e neppure ai presidenti, ancorché della Repubblica, decidere le misure di un governo. Ci sono un consiglio dei ministri e un Parlamento ed è in quelle sedi che si prendono le decisioni, non altrove.

Nel rispetto delle regole, oltre che delle parole, forse sarebbe poi il caso che qualcuno mettesse la museruola a Claude Juncker, il sobrio presidente della commissione Ue. L'uomo che dovrebbe rappresentare l'Europa unita dopo che le polemiche dei giorni scorsi avevano fatto salire lo spread, ieri ha sganciato un'altra bomba, dicendo di non voler raccogliere le macerie dell'Italia. Ecco, ok, a noi per ora basta non dover raccogliere le bottiglie vuote.

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Edicola Verità | la rassegna stampa del 10 aprile

Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 10 aprile con Carlo Cambi

Meloni rilancia: «Nessuna Fase due, il programma c’è ora voglio i risultati»
Giorgia Meloni e il governo durante l'informativa alle Camere (Ansa)
Il leader alle Camere: «Non c’è subalternità agli Usa. Migranti? Metodo da consolidare. Sulle liste d’attesa patto con le Regioni».

Un’informativa urgente sull’azione di governo, ma non c’è nessuna Fase due. Lo chiarisce subito il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo discorso alla Camera dei deputati. «Si continua a parlare di rimpasti, fase due, alchimie di palazzo, un mondo distante anni luce da noi. Non c’è alcuna ripartenza da fare, posto che il governo non si è mai fermato e da giorni lavora, come si è visto, per scongiurare le conseguenze della crisi internazionale e per mettere a terra altri provvedimenti.

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La  «rete» che prova a mettere Conte al posto della Meloni
Giuseppe Conte (Getty Images)
Cresce l’attivismo di Giuseppi. Dopo il pranzo con l’inviato di Donald Trump (ma le interlocuzioni sono a un livello anche più alto), lancia messaggi di apertura a Pechino e frena sul gas russo. A consigliarlo, l’ex ambasciatore Pietro Benassi, che punta alla Farnesina.

In fondo, a chi è stato presidente del Consiglio prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, deve sembrare un giochetto da ragazzi andare d’accordo sia con Donald Trump che con Xi Jinping. Giuseppe Conte, il CamaleConte, ci prova: campione mondiale di cinismo politico, si lascia intervistare da Bloomberg, colosso dell’informazione globale con sede a New York, di orientamento politico pragmatico e tutto orientato al business, e rispolvera la sua mai sopita passione per il multilateralismo e in particolare la Cina: «Trump e gli Usa», sottolinea Giuseppi, «ovunque si muovono tutelano i loro interessi economici e commerciali. La formula Make America Great Again non può essere sottoscritta dagli alleati più piccoli come l’Italia. Io non posso dare il sangue al mio alleato to Make America Great Again».

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Confermato. Si riparte dalle tre «S» e dal grande piano casa
Giorgia Meloni (Ansa)
Incassata la sberla delle urne, il premier ignora le sirene del rimpasto o del voto. E si concentra sugli interessi degli italiani, mettendo al centro le tre «S»: soldi, salute e sicurezza. Al campo largo restano solo gli insulti.

Dopo la batosta del referendum, molti hanno tirato Giorgia Meloni per la giacchetta. C’è chi le ha suggerito un rimpasto, per rafforzare la squadra di governo eliminando i ministri più scarsi, e chi (ignorando che il ricorso alle urne lo decide il capo dello Stato) addirittura ha proposto di portare gli italiani alle elezioni, per ricevere un nuovo mandato popolare. Per fortuna il presidente del Consiglio non ha prestato attenzione a queste esortazioni. Così, presentandosi ieri alle Camere, il premier non soltanto ha smentito un aggiustamento della squadra di governo, ma ha pure spiegato di non avere alcuna intenzione di dimettersi per anticipare il voto.

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