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2022-03-10
Draghi nega la realtà sull’aumento delle tasse sulla casa
Mario Draghi (Ansa)
Dopo la bocciatura per un solo voto, ancora una volta quello del deputato di Noi con l’Italia Alessandro Colucci, dell’emendamento presentato in commissione Finanze alla Camera da Alternativa per chiedere l’eliminazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili, la riforma del catasto potrà essere modificata solo in Aula, sempre che il governo non metta la fiducia sulla legge delega. I giallorossi al gran completo, con il sostegno anche di Italia viva, hanno detto «sì» all’aumento delle tasse sulla casa, dunque: il diktat di Mario Draghi è stato rispettato. Nulla di più di ciò che ha fatto poteva fare il centrodestra, che ha sottoscritto e votato a favore dell’emendamento di Alternativa dopo averne presentato uno simile, la scorsa settimana, bocciato sempre per il voto di Colucci. Viene da chiedersi, pur essendo abituati alle contraddizioni della politica politicante, come possa Noi con l’Italia, micro partito guidato da Maurizio Lupi, continuare a far parte del centrodestra: una domanda destinata a restare senza risposta.
La riforma del catasto inserita nella legge delega non è altro che il grimaldello per spalancare il portone dell’aumento delle tasse sugli immobili: per averne la certezza, basta leggere la relazione introduttiva del governo sulla riforma fiscale: «Il Consiglio dell’Unione europea», recita il testo, «raccomanda di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, e di compensare tale riduzione con una revisione delle agevolazioni fiscali e una riforma dei valori catastali non aggiornati». Chiaro, anzi cristallino: «Tale disposizione», si legge ancora, «è coerente con le linee guida del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)che risponde alla maggior parte delle Csr (Country specific recommendations, Raccomandazioni specifiche per Paese) rivolte dalla Commissione europea all’Italia».
Tutto ciò non basta a Mario Draghi per ammettere l’obiettivo del governo, ovvero quello di aumentare le tasse sulla casa. Eppure, lo stesso Draghi, rispondendo ieri durante il question time alla Camera all’interrogazione del gruppo di Fratelli d’Italia, ha continuato a negare l’evidenza: «Si esclude in modo esplicito», ha detto Draghi, «che la mappatura possa produrre un aumento di tassazione, un aumento delle imposte dirette, un aumento delle imposte indirette sui trasferimenti immobiliari, un aumento dell’Imu. L’impianto del catasto è del 1939, ci sono state cose in mezzo, anche una seconda guerra mondiale. Non solo: gli estimi su cui sono basati i gettiti oggi, sono del 1989, sono passati più di 23 anni». Corretto dai deputati, Draghi ha risposto con una battuta: «Trentatrè anni... è diventata una materia così emotiva che mi sbaglio anch’io. La mappatura affiancherà, non sostituirà, per ciascuna unità immobiliare», ha argomentato ancora Draghi, «alla rendita catastale determinata secondo la normativa esistente il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata in base ove possibile ai valori normali espressi dal mercato. Un po’ di credibilità sul fatto di non far pagare tasse questo governo se l’è guadagnata, dopo tutto». Frase, quest’ultima, che ha provocato uno spontaneo brusio di protesta dai banchi di Fratelli d’Italia: «Eh, eccome», ha risposto il premier, «la riforma punta a rafforzare il contrasto a irregolarità e abusi».
Alvise Maniero, deputato di Alternativa che ha presentato l’emendamento bocciato la scorsa notte in commissione Finanze, commenta amareggiato: «La Commissione Ue chiede di aumentare le tasse sulle case degli italiani», e aggiunge, «la legge proposta del governo è funzionale ad aumentare le tasse sulle case degli italiani e la relazione del governo alla Commissione Ue rassicura sul fatto che con questa riforma si stanno alzando le tasse sulle case degli italiani. Ma in forza di un solo voto di vantaggio, in commissione Finanze Pd, Leu, parti del gruppo misto e il M5s forzano l’avanzamento di questa riforma dicendo che non alzerà le tasse sulle case degli italiani. Li abbracciamo forte».
«La trasparenza», afferma il deputato della Lega Massimo Bitonci, capogruppo in commissione Bilancio e capo dipartimento attività produttive, già sottosegretario al Mef, «è un obiettivo che perseguiamo tutti. L’emersione degli immobili fantasma è un bersaglio comune già inquadrabile con l’attuale legislazione. Con l’aumento del valore commerciale degli immobili aumenteranno invece anche le tasse e l’Isee, riducendo agevolazioni come l’assegno unico per i figli».
Le tensioni sulla riforma del catasto e le due votazioni risolte sul filo, hanno convinto il presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin di Italia viva, a sconvocare le sedute di ieri e di oggi dedicate ancora all’esame del ddl delega sulla riforma fiscale. La spaccatura nella maggioranza lascia prevedere altri momenti di tensione e Marattin nelle prossime ore dovrebbe incontrare i rappresentanti dei partiti della coalizione che sostiene Draghi per tentare di stemperare la tensione.
Delega fiscale in Parlamento: il 28 Il governo vuole tavoli separati
Continuano le tensioni tra centrodestra e governo sul tema del catasto. Martedì in commissione Finanze alla Camera c’è stato un terzo confronto tra le forze di maggioranza, che hanno visto prevalere i voti favorevoli alla riforma del catasto. L’8 marzo Alternativa ha infatti presentato un emendamento che modificava l’articolo 6, sottoscritto anche dalla Lega e da Fi. Il governo da parte sua aveva invece dato parere contrario.
Al momento della conta dei voti si è ripresentata la stessa situazione di settimana scorsa dove con 22 voti favorevoli e 23 contrari l’emendamento non è passato: si è dunque andati a riconfermare il testo originale della riforma sul catasto. E la divisione all’interno della maggioranza con la destra che continua a sottolineare che se verrà introdotto definitivamente l’articolo 6 sul catasto dal 2026 gli italiani pagheranno più tasse sulla casa. La sinistra ritiene invece necessaria una revisione del catasto per riequilibrare il sistema.
Lo scontro tra i due schieramenti per il momento è però rimandato, a quando comincerà la discussione in Aula (la data prevista di inizio è il 28 marzo). Il tema è però molto spinoso, tanto che durante la riunione di maggioranza di ieri il governo ha proposto di dare il via ad alcuni incontri bilaterali per cercare di mettere a fuoco le priorità di ciascun partito sulla delega fiscale. Tra oggi e venerdì inizieranno dunque questi meeting che hanno l’obiettivo di trovare una sintesi tra tutti per semplificare l’iter di approvazione del provvedimento. Il primo bilaterale sarà oggi alle 11 con il Movimento 5 stelle e l’ultimo venerdì con Forza Italia. Conclusi gli incontri, ci sarà una ricognizione con il Mef, per poi definire il resto del calendario con cui proseguire l’esame degli articoli. Per quanto riguarda la delega fiscale nel suo complesso, nei prossimi giorni continueranno i voti sugli altri emendamenti dei partiti.
Colucci, il figlio d’arte pro stangata
Quando giorni fa, alla Camera, è saltato fuori il nome «Colucci» dopo il primo tiratissimo voto sulla riforma del catasto, molti nei corridoi del Palazzo si sono chiesti di quale Colucci si parlasse. Il pensiero delle vecchie volpi del Transatlantico, infatti, è andato immediatamente al leggendario Francesco «Ciccio» Colucci, leggendario recordman di longevità parlamentare della storia repubblicana con 38 anni in carica e dieci rielezioni dal 1972 al 2018, capoclassifica degli highlander della politica italiana, attualmente minacciato solo da Pier Ferdinando Casini. Per quest’ultimo (che ora è in meritata pensione, varcata la soglia della novantina) qualcuno aveva ironicamente coniato la carica di «questore eterno» di Montecitorio, essendosi persa la memoria della sua prima promozione a tale carica.
Ma i fan delle statistiche parlamentari non hanno comunque avuto motivo di restare delusi, poiché quando hanno appresso che a salvare in commissione Finanze la riforma del catasto, con una repentina inversione a U indotta da Maurizio Lupi, era stato Alessandro, figlio di «Ciccio», hanno intuito di essere di fronte all’inizio di un percorso di emulazione delle gloriose gesta del genitore. Le premesse - oltre ovviamente ai geni - ci sono tutte, visto che a fronte di una carriera per ora relativamente breve, Colucci junior ha già al suo attivo un numero di cambi di casacca di tutto rispetto: si parte infatti con l’elezione a consigliere regionale lombardo nel 2013 con il Popolo della libertà, cui però segue in tempo record l’adesione al neonato Ncd, contenitore creato da Angelino Alfano per salvare l’esecutivo presieduto da Enrico Letta dall’intenzione di Silvio Berlusconi di farlo cadere. E che la missione dei partiti in cui milita Colucci, da sempre, sia quella di scongiurare le elezioni anticipate «whatever it takes» lo testimonia la successiva adesione, una volta ritiratosi Alfano a vita privata, a un altro coniglio estratto dal cilindro dei peones, rispondente questa volta al nome di Alternativa popolare nonché puntello fondamentale per il governo Gentiloni.
In previsione della tornata elettorale del 2018, però, con il vento che tira verso destra, Lupi e il suo cerchio magico (del quale sono nel frattempo entrati a far parte i Colucci benché il senior provenisse da una lunghissima militanza socialista) tornano all’ovile del centrodestra con la creazione della famosa «quarta gamba» targata Nci, e grazie a questa mossa avveduta, Alessandro rileva il testimone paterno ed entra alla Camera. Viene eletto (come in Lombardia cinque anni prima) con i voti degli elettori leghisti e azzurri, grazie alla candidatura in un collegio uninominale blindato quale quello di Palazzolo sull’Oglio, e il passaggio di consegne dinastico viene simbolicamente completato con l’ingresso nell’ufficio di presidenza di Montecitorio, per intere decadi quasi una seconda casa di famiglia.
In questi anni di legislatura, prima dell’exploit sul catasto, la discrezione è la parola con cui si può definire il complesso dell’operato di Colucci II, che per il momento fa registrare un solo progetto di legge presentato come primo firmatario (sulle agevolazioni fiscali per gli esercizi di vicinato nelle periferie) e una manciata tra ordini del giorno e atti di sindacato ispettivo.
Quanto al comportamento in Aula, degno di nota è l’alto numero di votazioni in cui il deputato centrista lombardo è risultato in missione: a tutto il dicembre del 2021 queste assommano a 3.937 (circa il 40% del totale), una percentuale di norma appannaggio dei parlamentari che hanno impegni di governo o sono presidenti di commissione. Un dato non tale, comunque, da sottrarlo al tranquillo ménage da peones di lusso cui appariva destinato, se non fosse intervenuta la famigerata giravolta sull’emendamento con cui tutto il centrodestra chiedeva la soppressione dell’articolo della delega fiscale relativo all’aggiornamento degli estimi catastali. Il quale, stando a quello che dicono sinistra e Palazzo Chigi, si sta facendo a fini platonici e non fiscali.
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Il ddl recita: «Meno pressione sul lavoro compensando coi valori degli immobili». Ma il premier insiste: «Non si pagherà di più».Al via gli incontri bilaterali con i partiti. Obiettivo spaccare la compattezza di Fi e Lega.Alessandro Colucci, l'erede di Francesco deputato per 38 anni, ha bocciato due volte gli emendamenti del centrodestra sul catasto. Nella sua carriera più cambi di casacca con micro partiti.Lo speciale contiene tre articoli.Dopo la bocciatura per un solo voto, ancora una volta quello del deputato di Noi con l’Italia Alessandro Colucci, dell’emendamento presentato in commissione Finanze alla Camera da Alternativa per chiedere l’eliminazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili, la riforma del catasto potrà essere modificata solo in Aula, sempre che il governo non metta la fiducia sulla legge delega. I giallorossi al gran completo, con il sostegno anche di Italia viva, hanno detto «sì» all’aumento delle tasse sulla casa, dunque: il diktat di Mario Draghi è stato rispettato. Nulla di più di ciò che ha fatto poteva fare il centrodestra, che ha sottoscritto e votato a favore dell’emendamento di Alternativa dopo averne presentato uno simile, la scorsa settimana, bocciato sempre per il voto di Colucci. Viene da chiedersi, pur essendo abituati alle contraddizioni della politica politicante, come possa Noi con l’Italia, micro partito guidato da Maurizio Lupi, continuare a far parte del centrodestra: una domanda destinata a restare senza risposta. La riforma del catasto inserita nella legge delega non è altro che il grimaldello per spalancare il portone dell’aumento delle tasse sugli immobili: per averne la certezza, basta leggere la relazione introduttiva del governo sulla riforma fiscale: «Il Consiglio dell’Unione europea», recita il testo, «raccomanda di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, e di compensare tale riduzione con una revisione delle agevolazioni fiscali e una riforma dei valori catastali non aggiornati». Chiaro, anzi cristallino: «Tale disposizione», si legge ancora, «è coerente con le linee guida del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)che risponde alla maggior parte delle Csr (Country specific recommendations, Raccomandazioni specifiche per Paese) rivolte dalla Commissione europea all’Italia». Tutto ciò non basta a Mario Draghi per ammettere l’obiettivo del governo, ovvero quello di aumentare le tasse sulla casa. Eppure, lo stesso Draghi, rispondendo ieri durante il question time alla Camera all’interrogazione del gruppo di Fratelli d’Italia, ha continuato a negare l’evidenza: «Si esclude in modo esplicito», ha detto Draghi, «che la mappatura possa produrre un aumento di tassazione, un aumento delle imposte dirette, un aumento delle imposte indirette sui trasferimenti immobiliari, un aumento dell’Imu. L’impianto del catasto è del 1939, ci sono state cose in mezzo, anche una seconda guerra mondiale. Non solo: gli estimi su cui sono basati i gettiti oggi, sono del 1989, sono passati più di 23 anni». Corretto dai deputati, Draghi ha risposto con una battuta: «Trentatrè anni... è diventata una materia così emotiva che mi sbaglio anch’io. La mappatura affiancherà, non sostituirà, per ciascuna unità immobiliare», ha argomentato ancora Draghi, «alla rendita catastale determinata secondo la normativa esistente il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata in base ove possibile ai valori normali espressi dal mercato. Un po’ di credibilità sul fatto di non far pagare tasse questo governo se l’è guadagnata, dopo tutto». Frase, quest’ultima, che ha provocato uno spontaneo brusio di protesta dai banchi di Fratelli d’Italia: «Eh, eccome», ha risposto il premier, «la riforma punta a rafforzare il contrasto a irregolarità e abusi». Alvise Maniero, deputato di Alternativa che ha presentato l’emendamento bocciato la scorsa notte in commissione Finanze, commenta amareggiato: «La Commissione Ue chiede di aumentare le tasse sulle case degli italiani», e aggiunge, «la legge proposta del governo è funzionale ad aumentare le tasse sulle case degli italiani e la relazione del governo alla Commissione Ue rassicura sul fatto che con questa riforma si stanno alzando le tasse sulle case degli italiani. Ma in forza di un solo voto di vantaggio, in commissione Finanze Pd, Leu, parti del gruppo misto e il M5s forzano l’avanzamento di questa riforma dicendo che non alzerà le tasse sulle case degli italiani. Li abbracciamo forte». «La trasparenza», afferma il deputato della Lega Massimo Bitonci, capogruppo in commissione Bilancio e capo dipartimento attività produttive, già sottosegretario al Mef, «è un obiettivo che perseguiamo tutti. L’emersione degli immobili fantasma è un bersaglio comune già inquadrabile con l’attuale legislazione. Con l’aumento del valore commerciale degli immobili aumenteranno invece anche le tasse e l’Isee, riducendo agevolazioni come l’assegno unico per i figli». Le tensioni sulla riforma del catasto e le due votazioni risolte sul filo, hanno convinto il presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin di Italia viva, a sconvocare le sedute di ieri e di oggi dedicate ancora all’esame del ddl delega sulla riforma fiscale. La spaccatura nella maggioranza lascia prevedere altri momenti di tensione e Marattin nelle prossime ore dovrebbe incontrare i rappresentanti dei partiti della coalizione che sostiene Draghi per tentare di stemperare la tensione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-nega-la-realta-sullaumento-delle-tasse-sulla-casa-2656903976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="delega-fiscale-in-parlamento-il-28-il-governo-vuole-tavoli-separati" data-post-id="2656903976" data-published-at="1646895779" data-use-pagination="False"> Delega fiscale in Parlamento: il 28 Il governo vuole tavoli separati Continuano le tensioni tra centrodestra e governo sul tema del catasto. Martedì in commissione Finanze alla Camera c’è stato un terzo confronto tra le forze di maggioranza, che hanno visto prevalere i voti favorevoli alla riforma del catasto. L’8 marzo Alternativa ha infatti presentato un emendamento che modificava l’articolo 6, sottoscritto anche dalla Lega e da Fi. Il governo da parte sua aveva invece dato parere contrario. Al momento della conta dei voti si è ripresentata la stessa situazione di settimana scorsa dove con 22 voti favorevoli e 23 contrari l’emendamento non è passato: si è dunque andati a riconfermare il testo originale della riforma sul catasto. E la divisione all’interno della maggioranza con la destra che continua a sottolineare che se verrà introdotto definitivamente l’articolo 6 sul catasto dal 2026 gli italiani pagheranno più tasse sulla casa. La sinistra ritiene invece necessaria una revisione del catasto per riequilibrare il sistema. Lo scontro tra i due schieramenti per il momento è però rimandato, a quando comincerà la discussione in Aula (la data prevista di inizio è il 28 marzo). Il tema è però molto spinoso, tanto che durante la riunione di maggioranza di ieri il governo ha proposto di dare il via ad alcuni incontri bilaterali per cercare di mettere a fuoco le priorità di ciascun partito sulla delega fiscale. Tra oggi e venerdì inizieranno dunque questi meeting che hanno l’obiettivo di trovare una sintesi tra tutti per semplificare l’iter di approvazione del provvedimento. Il primo bilaterale sarà oggi alle 11 con il Movimento 5 stelle e l’ultimo venerdì con Forza Italia. Conclusi gli incontri, ci sarà una ricognizione con il Mef, per poi definire il resto del calendario con cui proseguire l’esame degli articoli. Per quanto riguarda la delega fiscale nel suo complesso, nei prossimi giorni continueranno i voti sugli altri emendamenti dei partiti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-nega-la-realta-sullaumento-delle-tasse-sulla-casa-2656903976.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="colucci-il-figlio-darte-pro-stangata" data-post-id="2656903976" data-published-at="1646895779" data-use-pagination="False"> Colucci, il figlio d’arte pro stangata Quando giorni fa, alla Camera, è saltato fuori il nome «Colucci» dopo il primo tiratissimo voto sulla riforma del catasto, molti nei corridoi del Palazzo si sono chiesti di quale Colucci si parlasse. Il pensiero delle vecchie volpi del Transatlantico, infatti, è andato immediatamente al leggendario Francesco «Ciccio» Colucci, leggendario recordman di longevità parlamentare della storia repubblicana con 38 anni in carica e dieci rielezioni dal 1972 al 2018, capoclassifica degli highlander della politica italiana, attualmente minacciato solo da Pier Ferdinando Casini. Per quest’ultimo (che ora è in meritata pensione, varcata la soglia della novantina) qualcuno aveva ironicamente coniato la carica di «questore eterno» di Montecitorio, essendosi persa la memoria della sua prima promozione a tale carica. Ma i fan delle statistiche parlamentari non hanno comunque avuto motivo di restare delusi, poiché quando hanno appresso che a salvare in commissione Finanze la riforma del catasto, con una repentina inversione a U indotta da Maurizio Lupi, era stato Alessandro, figlio di «Ciccio», hanno intuito di essere di fronte all’inizio di un percorso di emulazione delle gloriose gesta del genitore. Le premesse - oltre ovviamente ai geni - ci sono tutte, visto che a fronte di una carriera per ora relativamente breve, Colucci junior ha già al suo attivo un numero di cambi di casacca di tutto rispetto: si parte infatti con l’elezione a consigliere regionale lombardo nel 2013 con il Popolo della libertà, cui però segue in tempo record l’adesione al neonato Ncd, contenitore creato da Angelino Alfano per salvare l’esecutivo presieduto da Enrico Letta dall’intenzione di Silvio Berlusconi di farlo cadere. E che la missione dei partiti in cui milita Colucci, da sempre, sia quella di scongiurare le elezioni anticipate «whatever it takes» lo testimonia la successiva adesione, una volta ritiratosi Alfano a vita privata, a un altro coniglio estratto dal cilindro dei peones, rispondente questa volta al nome di Alternativa popolare nonché puntello fondamentale per il governo Gentiloni. In previsione della tornata elettorale del 2018, però, con il vento che tira verso destra, Lupi e il suo cerchio magico (del quale sono nel frattempo entrati a far parte i Colucci benché il senior provenisse da una lunghissima militanza socialista) tornano all’ovile del centrodestra con la creazione della famosa «quarta gamba» targata Nci, e grazie a questa mossa avveduta, Alessandro rileva il testimone paterno ed entra alla Camera. Viene eletto (come in Lombardia cinque anni prima) con i voti degli elettori leghisti e azzurri, grazie alla candidatura in un collegio uninominale blindato quale quello di Palazzolo sull’Oglio, e il passaggio di consegne dinastico viene simbolicamente completato con l’ingresso nell’ufficio di presidenza di Montecitorio, per intere decadi quasi una seconda casa di famiglia. In questi anni di legislatura, prima dell’exploit sul catasto, la discrezione è la parola con cui si può definire il complesso dell’operato di Colucci II, che per il momento fa registrare un solo progetto di legge presentato come primo firmatario (sulle agevolazioni fiscali per gli esercizi di vicinato nelle periferie) e una manciata tra ordini del giorno e atti di sindacato ispettivo. Quanto al comportamento in Aula, degno di nota è l’alto numero di votazioni in cui il deputato centrista lombardo è risultato in missione: a tutto il dicembre del 2021 queste assommano a 3.937 (circa il 40% del totale), una percentuale di norma appannaggio dei parlamentari che hanno impegni di governo o sono presidenti di commissione. Un dato non tale, comunque, da sottrarlo al tranquillo ménage da peones di lusso cui appariva destinato, se non fosse intervenuta la famigerata giravolta sull’emendamento con cui tutto il centrodestra chiedeva la soppressione dell’articolo della delega fiscale relativo all’aggiornamento degli estimi catastali. Il quale, stando a quello che dicono sinistra e Palazzo Chigi, si sta facendo a fini platonici e non fiscali.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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