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2022-03-10
Draghi nega la realtà sull’aumento delle tasse sulla casa
Mario Draghi (Ansa)
Dopo la bocciatura per un solo voto, ancora una volta quello del deputato di Noi con l’Italia Alessandro Colucci, dell’emendamento presentato in commissione Finanze alla Camera da Alternativa per chiedere l’eliminazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili, la riforma del catasto potrà essere modificata solo in Aula, sempre che il governo non metta la fiducia sulla legge delega. I giallorossi al gran completo, con il sostegno anche di Italia viva, hanno detto «sì» all’aumento delle tasse sulla casa, dunque: il diktat di Mario Draghi è stato rispettato. Nulla di più di ciò che ha fatto poteva fare il centrodestra, che ha sottoscritto e votato a favore dell’emendamento di Alternativa dopo averne presentato uno simile, la scorsa settimana, bocciato sempre per il voto di Colucci. Viene da chiedersi, pur essendo abituati alle contraddizioni della politica politicante, come possa Noi con l’Italia, micro partito guidato da Maurizio Lupi, continuare a far parte del centrodestra: una domanda destinata a restare senza risposta.
La riforma del catasto inserita nella legge delega non è altro che il grimaldello per spalancare il portone dell’aumento delle tasse sugli immobili: per averne la certezza, basta leggere la relazione introduttiva del governo sulla riforma fiscale: «Il Consiglio dell’Unione europea», recita il testo, «raccomanda di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, e di compensare tale riduzione con una revisione delle agevolazioni fiscali e una riforma dei valori catastali non aggiornati». Chiaro, anzi cristallino: «Tale disposizione», si legge ancora, «è coerente con le linee guida del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)che risponde alla maggior parte delle Csr (Country specific recommendations, Raccomandazioni specifiche per Paese) rivolte dalla Commissione europea all’Italia».
Tutto ciò non basta a Mario Draghi per ammettere l’obiettivo del governo, ovvero quello di aumentare le tasse sulla casa. Eppure, lo stesso Draghi, rispondendo ieri durante il question time alla Camera all’interrogazione del gruppo di Fratelli d’Italia, ha continuato a negare l’evidenza: «Si esclude in modo esplicito», ha detto Draghi, «che la mappatura possa produrre un aumento di tassazione, un aumento delle imposte dirette, un aumento delle imposte indirette sui trasferimenti immobiliari, un aumento dell’Imu. L’impianto del catasto è del 1939, ci sono state cose in mezzo, anche una seconda guerra mondiale. Non solo: gli estimi su cui sono basati i gettiti oggi, sono del 1989, sono passati più di 23 anni». Corretto dai deputati, Draghi ha risposto con una battuta: «Trentatrè anni... è diventata una materia così emotiva che mi sbaglio anch’io. La mappatura affiancherà, non sostituirà, per ciascuna unità immobiliare», ha argomentato ancora Draghi, «alla rendita catastale determinata secondo la normativa esistente il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata in base ove possibile ai valori normali espressi dal mercato. Un po’ di credibilità sul fatto di non far pagare tasse questo governo se l’è guadagnata, dopo tutto». Frase, quest’ultima, che ha provocato uno spontaneo brusio di protesta dai banchi di Fratelli d’Italia: «Eh, eccome», ha risposto il premier, «la riforma punta a rafforzare il contrasto a irregolarità e abusi».
Alvise Maniero, deputato di Alternativa che ha presentato l’emendamento bocciato la scorsa notte in commissione Finanze, commenta amareggiato: «La Commissione Ue chiede di aumentare le tasse sulle case degli italiani», e aggiunge, «la legge proposta del governo è funzionale ad aumentare le tasse sulle case degli italiani e la relazione del governo alla Commissione Ue rassicura sul fatto che con questa riforma si stanno alzando le tasse sulle case degli italiani. Ma in forza di un solo voto di vantaggio, in commissione Finanze Pd, Leu, parti del gruppo misto e il M5s forzano l’avanzamento di questa riforma dicendo che non alzerà le tasse sulle case degli italiani. Li abbracciamo forte».
«La trasparenza», afferma il deputato della Lega Massimo Bitonci, capogruppo in commissione Bilancio e capo dipartimento attività produttive, già sottosegretario al Mef, «è un obiettivo che perseguiamo tutti. L’emersione degli immobili fantasma è un bersaglio comune già inquadrabile con l’attuale legislazione. Con l’aumento del valore commerciale degli immobili aumenteranno invece anche le tasse e l’Isee, riducendo agevolazioni come l’assegno unico per i figli».
Le tensioni sulla riforma del catasto e le due votazioni risolte sul filo, hanno convinto il presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin di Italia viva, a sconvocare le sedute di ieri e di oggi dedicate ancora all’esame del ddl delega sulla riforma fiscale. La spaccatura nella maggioranza lascia prevedere altri momenti di tensione e Marattin nelle prossime ore dovrebbe incontrare i rappresentanti dei partiti della coalizione che sostiene Draghi per tentare di stemperare la tensione.
Delega fiscale in Parlamento: il 28 Il governo vuole tavoli separati
Continuano le tensioni tra centrodestra e governo sul tema del catasto. Martedì in commissione Finanze alla Camera c’è stato un terzo confronto tra le forze di maggioranza, che hanno visto prevalere i voti favorevoli alla riforma del catasto. L’8 marzo Alternativa ha infatti presentato un emendamento che modificava l’articolo 6, sottoscritto anche dalla Lega e da Fi. Il governo da parte sua aveva invece dato parere contrario.
Al momento della conta dei voti si è ripresentata la stessa situazione di settimana scorsa dove con 22 voti favorevoli e 23 contrari l’emendamento non è passato: si è dunque andati a riconfermare il testo originale della riforma sul catasto. E la divisione all’interno della maggioranza con la destra che continua a sottolineare che se verrà introdotto definitivamente l’articolo 6 sul catasto dal 2026 gli italiani pagheranno più tasse sulla casa. La sinistra ritiene invece necessaria una revisione del catasto per riequilibrare il sistema.
Lo scontro tra i due schieramenti per il momento è però rimandato, a quando comincerà la discussione in Aula (la data prevista di inizio è il 28 marzo). Il tema è però molto spinoso, tanto che durante la riunione di maggioranza di ieri il governo ha proposto di dare il via ad alcuni incontri bilaterali per cercare di mettere a fuoco le priorità di ciascun partito sulla delega fiscale. Tra oggi e venerdì inizieranno dunque questi meeting che hanno l’obiettivo di trovare una sintesi tra tutti per semplificare l’iter di approvazione del provvedimento. Il primo bilaterale sarà oggi alle 11 con il Movimento 5 stelle e l’ultimo venerdì con Forza Italia. Conclusi gli incontri, ci sarà una ricognizione con il Mef, per poi definire il resto del calendario con cui proseguire l’esame degli articoli. Per quanto riguarda la delega fiscale nel suo complesso, nei prossimi giorni continueranno i voti sugli altri emendamenti dei partiti.
Colucci, il figlio d’arte pro stangata
Quando giorni fa, alla Camera, è saltato fuori il nome «Colucci» dopo il primo tiratissimo voto sulla riforma del catasto, molti nei corridoi del Palazzo si sono chiesti di quale Colucci si parlasse. Il pensiero delle vecchie volpi del Transatlantico, infatti, è andato immediatamente al leggendario Francesco «Ciccio» Colucci, leggendario recordman di longevità parlamentare della storia repubblicana con 38 anni in carica e dieci rielezioni dal 1972 al 2018, capoclassifica degli highlander della politica italiana, attualmente minacciato solo da Pier Ferdinando Casini. Per quest’ultimo (che ora è in meritata pensione, varcata la soglia della novantina) qualcuno aveva ironicamente coniato la carica di «questore eterno» di Montecitorio, essendosi persa la memoria della sua prima promozione a tale carica.
Ma i fan delle statistiche parlamentari non hanno comunque avuto motivo di restare delusi, poiché quando hanno appresso che a salvare in commissione Finanze la riforma del catasto, con una repentina inversione a U indotta da Maurizio Lupi, era stato Alessandro, figlio di «Ciccio», hanno intuito di essere di fronte all’inizio di un percorso di emulazione delle gloriose gesta del genitore. Le premesse - oltre ovviamente ai geni - ci sono tutte, visto che a fronte di una carriera per ora relativamente breve, Colucci junior ha già al suo attivo un numero di cambi di casacca di tutto rispetto: si parte infatti con l’elezione a consigliere regionale lombardo nel 2013 con il Popolo della libertà, cui però segue in tempo record l’adesione al neonato Ncd, contenitore creato da Angelino Alfano per salvare l’esecutivo presieduto da Enrico Letta dall’intenzione di Silvio Berlusconi di farlo cadere. E che la missione dei partiti in cui milita Colucci, da sempre, sia quella di scongiurare le elezioni anticipate «whatever it takes» lo testimonia la successiva adesione, una volta ritiratosi Alfano a vita privata, a un altro coniglio estratto dal cilindro dei peones, rispondente questa volta al nome di Alternativa popolare nonché puntello fondamentale per il governo Gentiloni.
In previsione della tornata elettorale del 2018, però, con il vento che tira verso destra, Lupi e il suo cerchio magico (del quale sono nel frattempo entrati a far parte i Colucci benché il senior provenisse da una lunghissima militanza socialista) tornano all’ovile del centrodestra con la creazione della famosa «quarta gamba» targata Nci, e grazie a questa mossa avveduta, Alessandro rileva il testimone paterno ed entra alla Camera. Viene eletto (come in Lombardia cinque anni prima) con i voti degli elettori leghisti e azzurri, grazie alla candidatura in un collegio uninominale blindato quale quello di Palazzolo sull’Oglio, e il passaggio di consegne dinastico viene simbolicamente completato con l’ingresso nell’ufficio di presidenza di Montecitorio, per intere decadi quasi una seconda casa di famiglia.
In questi anni di legislatura, prima dell’exploit sul catasto, la discrezione è la parola con cui si può definire il complesso dell’operato di Colucci II, che per il momento fa registrare un solo progetto di legge presentato come primo firmatario (sulle agevolazioni fiscali per gli esercizi di vicinato nelle periferie) e una manciata tra ordini del giorno e atti di sindacato ispettivo.
Quanto al comportamento in Aula, degno di nota è l’alto numero di votazioni in cui il deputato centrista lombardo è risultato in missione: a tutto il dicembre del 2021 queste assommano a 3.937 (circa il 40% del totale), una percentuale di norma appannaggio dei parlamentari che hanno impegni di governo o sono presidenti di commissione. Un dato non tale, comunque, da sottrarlo al tranquillo ménage da peones di lusso cui appariva destinato, se non fosse intervenuta la famigerata giravolta sull’emendamento con cui tutto il centrodestra chiedeva la soppressione dell’articolo della delega fiscale relativo all’aggiornamento degli estimi catastali. Il quale, stando a quello che dicono sinistra e Palazzo Chigi, si sta facendo a fini platonici e non fiscali.
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Il ddl recita: «Meno pressione sul lavoro compensando coi valori degli immobili». Ma il premier insiste: «Non si pagherà di più».Al via gli incontri bilaterali con i partiti. Obiettivo spaccare la compattezza di Fi e Lega.Alessandro Colucci, l'erede di Francesco deputato per 38 anni, ha bocciato due volte gli emendamenti del centrodestra sul catasto. Nella sua carriera più cambi di casacca con micro partiti.Lo speciale contiene tre articoli.Dopo la bocciatura per un solo voto, ancora una volta quello del deputato di Noi con l’Italia Alessandro Colucci, dell’emendamento presentato in commissione Finanze alla Camera da Alternativa per chiedere l’eliminazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili, la riforma del catasto potrà essere modificata solo in Aula, sempre che il governo non metta la fiducia sulla legge delega. I giallorossi al gran completo, con il sostegno anche di Italia viva, hanno detto «sì» all’aumento delle tasse sulla casa, dunque: il diktat di Mario Draghi è stato rispettato. Nulla di più di ciò che ha fatto poteva fare il centrodestra, che ha sottoscritto e votato a favore dell’emendamento di Alternativa dopo averne presentato uno simile, la scorsa settimana, bocciato sempre per il voto di Colucci. Viene da chiedersi, pur essendo abituati alle contraddizioni della politica politicante, come possa Noi con l’Italia, micro partito guidato da Maurizio Lupi, continuare a far parte del centrodestra: una domanda destinata a restare senza risposta. La riforma del catasto inserita nella legge delega non è altro che il grimaldello per spalancare il portone dell’aumento delle tasse sugli immobili: per averne la certezza, basta leggere la relazione introduttiva del governo sulla riforma fiscale: «Il Consiglio dell’Unione europea», recita il testo, «raccomanda di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, e di compensare tale riduzione con una revisione delle agevolazioni fiscali e una riforma dei valori catastali non aggiornati». Chiaro, anzi cristallino: «Tale disposizione», si legge ancora, «è coerente con le linee guida del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)che risponde alla maggior parte delle Csr (Country specific recommendations, Raccomandazioni specifiche per Paese) rivolte dalla Commissione europea all’Italia». Tutto ciò non basta a Mario Draghi per ammettere l’obiettivo del governo, ovvero quello di aumentare le tasse sulla casa. Eppure, lo stesso Draghi, rispondendo ieri durante il question time alla Camera all’interrogazione del gruppo di Fratelli d’Italia, ha continuato a negare l’evidenza: «Si esclude in modo esplicito», ha detto Draghi, «che la mappatura possa produrre un aumento di tassazione, un aumento delle imposte dirette, un aumento delle imposte indirette sui trasferimenti immobiliari, un aumento dell’Imu. L’impianto del catasto è del 1939, ci sono state cose in mezzo, anche una seconda guerra mondiale. Non solo: gli estimi su cui sono basati i gettiti oggi, sono del 1989, sono passati più di 23 anni». Corretto dai deputati, Draghi ha risposto con una battuta: «Trentatrè anni... è diventata una materia così emotiva che mi sbaglio anch’io. La mappatura affiancherà, non sostituirà, per ciascuna unità immobiliare», ha argomentato ancora Draghi, «alla rendita catastale determinata secondo la normativa esistente il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata in base ove possibile ai valori normali espressi dal mercato. Un po’ di credibilità sul fatto di non far pagare tasse questo governo se l’è guadagnata, dopo tutto». Frase, quest’ultima, che ha provocato uno spontaneo brusio di protesta dai banchi di Fratelli d’Italia: «Eh, eccome», ha risposto il premier, «la riforma punta a rafforzare il contrasto a irregolarità e abusi». Alvise Maniero, deputato di Alternativa che ha presentato l’emendamento bocciato la scorsa notte in commissione Finanze, commenta amareggiato: «La Commissione Ue chiede di aumentare le tasse sulle case degli italiani», e aggiunge, «la legge proposta del governo è funzionale ad aumentare le tasse sulle case degli italiani e la relazione del governo alla Commissione Ue rassicura sul fatto che con questa riforma si stanno alzando le tasse sulle case degli italiani. Ma in forza di un solo voto di vantaggio, in commissione Finanze Pd, Leu, parti del gruppo misto e il M5s forzano l’avanzamento di questa riforma dicendo che non alzerà le tasse sulle case degli italiani. Li abbracciamo forte». «La trasparenza», afferma il deputato della Lega Massimo Bitonci, capogruppo in commissione Bilancio e capo dipartimento attività produttive, già sottosegretario al Mef, «è un obiettivo che perseguiamo tutti. L’emersione degli immobili fantasma è un bersaglio comune già inquadrabile con l’attuale legislazione. Con l’aumento del valore commerciale degli immobili aumenteranno invece anche le tasse e l’Isee, riducendo agevolazioni come l’assegno unico per i figli». Le tensioni sulla riforma del catasto e le due votazioni risolte sul filo, hanno convinto il presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin di Italia viva, a sconvocare le sedute di ieri e di oggi dedicate ancora all’esame del ddl delega sulla riforma fiscale. La spaccatura nella maggioranza lascia prevedere altri momenti di tensione e Marattin nelle prossime ore dovrebbe incontrare i rappresentanti dei partiti della coalizione che sostiene Draghi per tentare di stemperare la tensione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-nega-la-realta-sullaumento-delle-tasse-sulla-casa-2656903976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="delega-fiscale-in-parlamento-il-28-il-governo-vuole-tavoli-separati" data-post-id="2656903976" data-published-at="1646895779" data-use-pagination="False"> Delega fiscale in Parlamento: il 28 Il governo vuole tavoli separati Continuano le tensioni tra centrodestra e governo sul tema del catasto. Martedì in commissione Finanze alla Camera c’è stato un terzo confronto tra le forze di maggioranza, che hanno visto prevalere i voti favorevoli alla riforma del catasto. L’8 marzo Alternativa ha infatti presentato un emendamento che modificava l’articolo 6, sottoscritto anche dalla Lega e da Fi. Il governo da parte sua aveva invece dato parere contrario. Al momento della conta dei voti si è ripresentata la stessa situazione di settimana scorsa dove con 22 voti favorevoli e 23 contrari l’emendamento non è passato: si è dunque andati a riconfermare il testo originale della riforma sul catasto. E la divisione all’interno della maggioranza con la destra che continua a sottolineare che se verrà introdotto definitivamente l’articolo 6 sul catasto dal 2026 gli italiani pagheranno più tasse sulla casa. La sinistra ritiene invece necessaria una revisione del catasto per riequilibrare il sistema. Lo scontro tra i due schieramenti per il momento è però rimandato, a quando comincerà la discussione in Aula (la data prevista di inizio è il 28 marzo). Il tema è però molto spinoso, tanto che durante la riunione di maggioranza di ieri il governo ha proposto di dare il via ad alcuni incontri bilaterali per cercare di mettere a fuoco le priorità di ciascun partito sulla delega fiscale. Tra oggi e venerdì inizieranno dunque questi meeting che hanno l’obiettivo di trovare una sintesi tra tutti per semplificare l’iter di approvazione del provvedimento. Il primo bilaterale sarà oggi alle 11 con il Movimento 5 stelle e l’ultimo venerdì con Forza Italia. Conclusi gli incontri, ci sarà una ricognizione con il Mef, per poi definire il resto del calendario con cui proseguire l’esame degli articoli. Per quanto riguarda la delega fiscale nel suo complesso, nei prossimi giorni continueranno i voti sugli altri emendamenti dei partiti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-nega-la-realta-sullaumento-delle-tasse-sulla-casa-2656903976.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="colucci-il-figlio-darte-pro-stangata" data-post-id="2656903976" data-published-at="1646895779" data-use-pagination="False"> Colucci, il figlio d’arte pro stangata Quando giorni fa, alla Camera, è saltato fuori il nome «Colucci» dopo il primo tiratissimo voto sulla riforma del catasto, molti nei corridoi del Palazzo si sono chiesti di quale Colucci si parlasse. Il pensiero delle vecchie volpi del Transatlantico, infatti, è andato immediatamente al leggendario Francesco «Ciccio» Colucci, leggendario recordman di longevità parlamentare della storia repubblicana con 38 anni in carica e dieci rielezioni dal 1972 al 2018, capoclassifica degli highlander della politica italiana, attualmente minacciato solo da Pier Ferdinando Casini. Per quest’ultimo (che ora è in meritata pensione, varcata la soglia della novantina) qualcuno aveva ironicamente coniato la carica di «questore eterno» di Montecitorio, essendosi persa la memoria della sua prima promozione a tale carica. Ma i fan delle statistiche parlamentari non hanno comunque avuto motivo di restare delusi, poiché quando hanno appresso che a salvare in commissione Finanze la riforma del catasto, con una repentina inversione a U indotta da Maurizio Lupi, era stato Alessandro, figlio di «Ciccio», hanno intuito di essere di fronte all’inizio di un percorso di emulazione delle gloriose gesta del genitore. Le premesse - oltre ovviamente ai geni - ci sono tutte, visto che a fronte di una carriera per ora relativamente breve, Colucci junior ha già al suo attivo un numero di cambi di casacca di tutto rispetto: si parte infatti con l’elezione a consigliere regionale lombardo nel 2013 con il Popolo della libertà, cui però segue in tempo record l’adesione al neonato Ncd, contenitore creato da Angelino Alfano per salvare l’esecutivo presieduto da Enrico Letta dall’intenzione di Silvio Berlusconi di farlo cadere. E che la missione dei partiti in cui milita Colucci, da sempre, sia quella di scongiurare le elezioni anticipate «whatever it takes» lo testimonia la successiva adesione, una volta ritiratosi Alfano a vita privata, a un altro coniglio estratto dal cilindro dei peones, rispondente questa volta al nome di Alternativa popolare nonché puntello fondamentale per il governo Gentiloni. In previsione della tornata elettorale del 2018, però, con il vento che tira verso destra, Lupi e il suo cerchio magico (del quale sono nel frattempo entrati a far parte i Colucci benché il senior provenisse da una lunghissima militanza socialista) tornano all’ovile del centrodestra con la creazione della famosa «quarta gamba» targata Nci, e grazie a questa mossa avveduta, Alessandro rileva il testimone paterno ed entra alla Camera. Viene eletto (come in Lombardia cinque anni prima) con i voti degli elettori leghisti e azzurri, grazie alla candidatura in un collegio uninominale blindato quale quello di Palazzolo sull’Oglio, e il passaggio di consegne dinastico viene simbolicamente completato con l’ingresso nell’ufficio di presidenza di Montecitorio, per intere decadi quasi una seconda casa di famiglia. In questi anni di legislatura, prima dell’exploit sul catasto, la discrezione è la parola con cui si può definire il complesso dell’operato di Colucci II, che per il momento fa registrare un solo progetto di legge presentato come primo firmatario (sulle agevolazioni fiscali per gli esercizi di vicinato nelle periferie) e una manciata tra ordini del giorno e atti di sindacato ispettivo. Quanto al comportamento in Aula, degno di nota è l’alto numero di votazioni in cui il deputato centrista lombardo è risultato in missione: a tutto il dicembre del 2021 queste assommano a 3.937 (circa il 40% del totale), una percentuale di norma appannaggio dei parlamentari che hanno impegni di governo o sono presidenti di commissione. Un dato non tale, comunque, da sottrarlo al tranquillo ménage da peones di lusso cui appariva destinato, se non fosse intervenuta la famigerata giravolta sull’emendamento con cui tutto il centrodestra chiedeva la soppressione dell’articolo della delega fiscale relativo all’aggiornamento degli estimi catastali. Il quale, stando a quello che dicono sinistra e Palazzo Chigi, si sta facendo a fini platonici e non fiscali.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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