True
2022-03-10
Draghi nega la realtà sull’aumento delle tasse sulla casa
Mario Draghi (Ansa)
Dopo la bocciatura per un solo voto, ancora una volta quello del deputato di Noi con l’Italia Alessandro Colucci, dell’emendamento presentato in commissione Finanze alla Camera da Alternativa per chiedere l’eliminazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili, la riforma del catasto potrà essere modificata solo in Aula, sempre che il governo non metta la fiducia sulla legge delega. I giallorossi al gran completo, con il sostegno anche di Italia viva, hanno detto «sì» all’aumento delle tasse sulla casa, dunque: il diktat di Mario Draghi è stato rispettato. Nulla di più di ciò che ha fatto poteva fare il centrodestra, che ha sottoscritto e votato a favore dell’emendamento di Alternativa dopo averne presentato uno simile, la scorsa settimana, bocciato sempre per il voto di Colucci. Viene da chiedersi, pur essendo abituati alle contraddizioni della politica politicante, come possa Noi con l’Italia, micro partito guidato da Maurizio Lupi, continuare a far parte del centrodestra: una domanda destinata a restare senza risposta.
La riforma del catasto inserita nella legge delega non è altro che il grimaldello per spalancare il portone dell’aumento delle tasse sugli immobili: per averne la certezza, basta leggere la relazione introduttiva del governo sulla riforma fiscale: «Il Consiglio dell’Unione europea», recita il testo, «raccomanda di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, e di compensare tale riduzione con una revisione delle agevolazioni fiscali e una riforma dei valori catastali non aggiornati». Chiaro, anzi cristallino: «Tale disposizione», si legge ancora, «è coerente con le linee guida del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)che risponde alla maggior parte delle Csr (Country specific recommendations, Raccomandazioni specifiche per Paese) rivolte dalla Commissione europea all’Italia».
Tutto ciò non basta a Mario Draghi per ammettere l’obiettivo del governo, ovvero quello di aumentare le tasse sulla casa. Eppure, lo stesso Draghi, rispondendo ieri durante il question time alla Camera all’interrogazione del gruppo di Fratelli d’Italia, ha continuato a negare l’evidenza: «Si esclude in modo esplicito», ha detto Draghi, «che la mappatura possa produrre un aumento di tassazione, un aumento delle imposte dirette, un aumento delle imposte indirette sui trasferimenti immobiliari, un aumento dell’Imu. L’impianto del catasto è del 1939, ci sono state cose in mezzo, anche una seconda guerra mondiale. Non solo: gli estimi su cui sono basati i gettiti oggi, sono del 1989, sono passati più di 23 anni». Corretto dai deputati, Draghi ha risposto con una battuta: «Trentatrè anni... è diventata una materia così emotiva che mi sbaglio anch’io. La mappatura affiancherà, non sostituirà, per ciascuna unità immobiliare», ha argomentato ancora Draghi, «alla rendita catastale determinata secondo la normativa esistente il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata in base ove possibile ai valori normali espressi dal mercato. Un po’ di credibilità sul fatto di non far pagare tasse questo governo se l’è guadagnata, dopo tutto». Frase, quest’ultima, che ha provocato uno spontaneo brusio di protesta dai banchi di Fratelli d’Italia: «Eh, eccome», ha risposto il premier, «la riforma punta a rafforzare il contrasto a irregolarità e abusi».
Alvise Maniero, deputato di Alternativa che ha presentato l’emendamento bocciato la scorsa notte in commissione Finanze, commenta amareggiato: «La Commissione Ue chiede di aumentare le tasse sulle case degli italiani», e aggiunge, «la legge proposta del governo è funzionale ad aumentare le tasse sulle case degli italiani e la relazione del governo alla Commissione Ue rassicura sul fatto che con questa riforma si stanno alzando le tasse sulle case degli italiani. Ma in forza di un solo voto di vantaggio, in commissione Finanze Pd, Leu, parti del gruppo misto e il M5s forzano l’avanzamento di questa riforma dicendo che non alzerà le tasse sulle case degli italiani. Li abbracciamo forte».
«La trasparenza», afferma il deputato della Lega Massimo Bitonci, capogruppo in commissione Bilancio e capo dipartimento attività produttive, già sottosegretario al Mef, «è un obiettivo che perseguiamo tutti. L’emersione degli immobili fantasma è un bersaglio comune già inquadrabile con l’attuale legislazione. Con l’aumento del valore commerciale degli immobili aumenteranno invece anche le tasse e l’Isee, riducendo agevolazioni come l’assegno unico per i figli».
Le tensioni sulla riforma del catasto e le due votazioni risolte sul filo, hanno convinto il presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin di Italia viva, a sconvocare le sedute di ieri e di oggi dedicate ancora all’esame del ddl delega sulla riforma fiscale. La spaccatura nella maggioranza lascia prevedere altri momenti di tensione e Marattin nelle prossime ore dovrebbe incontrare i rappresentanti dei partiti della coalizione che sostiene Draghi per tentare di stemperare la tensione.
Delega fiscale in Parlamento: il 28 Il governo vuole tavoli separati
Continuano le tensioni tra centrodestra e governo sul tema del catasto. Martedì in commissione Finanze alla Camera c’è stato un terzo confronto tra le forze di maggioranza, che hanno visto prevalere i voti favorevoli alla riforma del catasto. L’8 marzo Alternativa ha infatti presentato un emendamento che modificava l’articolo 6, sottoscritto anche dalla Lega e da Fi. Il governo da parte sua aveva invece dato parere contrario.
Al momento della conta dei voti si è ripresentata la stessa situazione di settimana scorsa dove con 22 voti favorevoli e 23 contrari l’emendamento non è passato: si è dunque andati a riconfermare il testo originale della riforma sul catasto. E la divisione all’interno della maggioranza con la destra che continua a sottolineare che se verrà introdotto definitivamente l’articolo 6 sul catasto dal 2026 gli italiani pagheranno più tasse sulla casa. La sinistra ritiene invece necessaria una revisione del catasto per riequilibrare il sistema.
Lo scontro tra i due schieramenti per il momento è però rimandato, a quando comincerà la discussione in Aula (la data prevista di inizio è il 28 marzo). Il tema è però molto spinoso, tanto che durante la riunione di maggioranza di ieri il governo ha proposto di dare il via ad alcuni incontri bilaterali per cercare di mettere a fuoco le priorità di ciascun partito sulla delega fiscale. Tra oggi e venerdì inizieranno dunque questi meeting che hanno l’obiettivo di trovare una sintesi tra tutti per semplificare l’iter di approvazione del provvedimento. Il primo bilaterale sarà oggi alle 11 con il Movimento 5 stelle e l’ultimo venerdì con Forza Italia. Conclusi gli incontri, ci sarà una ricognizione con il Mef, per poi definire il resto del calendario con cui proseguire l’esame degli articoli. Per quanto riguarda la delega fiscale nel suo complesso, nei prossimi giorni continueranno i voti sugli altri emendamenti dei partiti.
Colucci, il figlio d’arte pro stangata
Quando giorni fa, alla Camera, è saltato fuori il nome «Colucci» dopo il primo tiratissimo voto sulla riforma del catasto, molti nei corridoi del Palazzo si sono chiesti di quale Colucci si parlasse. Il pensiero delle vecchie volpi del Transatlantico, infatti, è andato immediatamente al leggendario Francesco «Ciccio» Colucci, leggendario recordman di longevità parlamentare della storia repubblicana con 38 anni in carica e dieci rielezioni dal 1972 al 2018, capoclassifica degli highlander della politica italiana, attualmente minacciato solo da Pier Ferdinando Casini. Per quest’ultimo (che ora è in meritata pensione, varcata la soglia della novantina) qualcuno aveva ironicamente coniato la carica di «questore eterno» di Montecitorio, essendosi persa la memoria della sua prima promozione a tale carica.
Ma i fan delle statistiche parlamentari non hanno comunque avuto motivo di restare delusi, poiché quando hanno appresso che a salvare in commissione Finanze la riforma del catasto, con una repentina inversione a U indotta da Maurizio Lupi, era stato Alessandro, figlio di «Ciccio», hanno intuito di essere di fronte all’inizio di un percorso di emulazione delle gloriose gesta del genitore. Le premesse - oltre ovviamente ai geni - ci sono tutte, visto che a fronte di una carriera per ora relativamente breve, Colucci junior ha già al suo attivo un numero di cambi di casacca di tutto rispetto: si parte infatti con l’elezione a consigliere regionale lombardo nel 2013 con il Popolo della libertà, cui però segue in tempo record l’adesione al neonato Ncd, contenitore creato da Angelino Alfano per salvare l’esecutivo presieduto da Enrico Letta dall’intenzione di Silvio Berlusconi di farlo cadere. E che la missione dei partiti in cui milita Colucci, da sempre, sia quella di scongiurare le elezioni anticipate «whatever it takes» lo testimonia la successiva adesione, una volta ritiratosi Alfano a vita privata, a un altro coniglio estratto dal cilindro dei peones, rispondente questa volta al nome di Alternativa popolare nonché puntello fondamentale per il governo Gentiloni.
In previsione della tornata elettorale del 2018, però, con il vento che tira verso destra, Lupi e il suo cerchio magico (del quale sono nel frattempo entrati a far parte i Colucci benché il senior provenisse da una lunghissima militanza socialista) tornano all’ovile del centrodestra con la creazione della famosa «quarta gamba» targata Nci, e grazie a questa mossa avveduta, Alessandro rileva il testimone paterno ed entra alla Camera. Viene eletto (come in Lombardia cinque anni prima) con i voti degli elettori leghisti e azzurri, grazie alla candidatura in un collegio uninominale blindato quale quello di Palazzolo sull’Oglio, e il passaggio di consegne dinastico viene simbolicamente completato con l’ingresso nell’ufficio di presidenza di Montecitorio, per intere decadi quasi una seconda casa di famiglia.
In questi anni di legislatura, prima dell’exploit sul catasto, la discrezione è la parola con cui si può definire il complesso dell’operato di Colucci II, che per il momento fa registrare un solo progetto di legge presentato come primo firmatario (sulle agevolazioni fiscali per gli esercizi di vicinato nelle periferie) e una manciata tra ordini del giorno e atti di sindacato ispettivo.
Quanto al comportamento in Aula, degno di nota è l’alto numero di votazioni in cui il deputato centrista lombardo è risultato in missione: a tutto il dicembre del 2021 queste assommano a 3.937 (circa il 40% del totale), una percentuale di norma appannaggio dei parlamentari che hanno impegni di governo o sono presidenti di commissione. Un dato non tale, comunque, da sottrarlo al tranquillo ménage da peones di lusso cui appariva destinato, se non fosse intervenuta la famigerata giravolta sull’emendamento con cui tutto il centrodestra chiedeva la soppressione dell’articolo della delega fiscale relativo all’aggiornamento degli estimi catastali. Il quale, stando a quello che dicono sinistra e Palazzo Chigi, si sta facendo a fini platonici e non fiscali.
Continua a leggereRiduci
Il ddl recita: «Meno pressione sul lavoro compensando coi valori degli immobili». Ma il premier insiste: «Non si pagherà di più».Al via gli incontri bilaterali con i partiti. Obiettivo spaccare la compattezza di Fi e Lega.Alessandro Colucci, l'erede di Francesco deputato per 38 anni, ha bocciato due volte gli emendamenti del centrodestra sul catasto. Nella sua carriera più cambi di casacca con micro partiti.Lo speciale contiene tre articoli.Dopo la bocciatura per un solo voto, ancora una volta quello del deputato di Noi con l’Italia Alessandro Colucci, dell’emendamento presentato in commissione Finanze alla Camera da Alternativa per chiedere l’eliminazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili, la riforma del catasto potrà essere modificata solo in Aula, sempre che il governo non metta la fiducia sulla legge delega. I giallorossi al gran completo, con il sostegno anche di Italia viva, hanno detto «sì» all’aumento delle tasse sulla casa, dunque: il diktat di Mario Draghi è stato rispettato. Nulla di più di ciò che ha fatto poteva fare il centrodestra, che ha sottoscritto e votato a favore dell’emendamento di Alternativa dopo averne presentato uno simile, la scorsa settimana, bocciato sempre per il voto di Colucci. Viene da chiedersi, pur essendo abituati alle contraddizioni della politica politicante, come possa Noi con l’Italia, micro partito guidato da Maurizio Lupi, continuare a far parte del centrodestra: una domanda destinata a restare senza risposta. La riforma del catasto inserita nella legge delega non è altro che il grimaldello per spalancare il portone dell’aumento delle tasse sugli immobili: per averne la certezza, basta leggere la relazione introduttiva del governo sulla riforma fiscale: «Il Consiglio dell’Unione europea», recita il testo, «raccomanda di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, e di compensare tale riduzione con una revisione delle agevolazioni fiscali e una riforma dei valori catastali non aggiornati». Chiaro, anzi cristallino: «Tale disposizione», si legge ancora, «è coerente con le linee guida del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)che risponde alla maggior parte delle Csr (Country specific recommendations, Raccomandazioni specifiche per Paese) rivolte dalla Commissione europea all’Italia». Tutto ciò non basta a Mario Draghi per ammettere l’obiettivo del governo, ovvero quello di aumentare le tasse sulla casa. Eppure, lo stesso Draghi, rispondendo ieri durante il question time alla Camera all’interrogazione del gruppo di Fratelli d’Italia, ha continuato a negare l’evidenza: «Si esclude in modo esplicito», ha detto Draghi, «che la mappatura possa produrre un aumento di tassazione, un aumento delle imposte dirette, un aumento delle imposte indirette sui trasferimenti immobiliari, un aumento dell’Imu. L’impianto del catasto è del 1939, ci sono state cose in mezzo, anche una seconda guerra mondiale. Non solo: gli estimi su cui sono basati i gettiti oggi, sono del 1989, sono passati più di 23 anni». Corretto dai deputati, Draghi ha risposto con una battuta: «Trentatrè anni... è diventata una materia così emotiva che mi sbaglio anch’io. La mappatura affiancherà, non sostituirà, per ciascuna unità immobiliare», ha argomentato ancora Draghi, «alla rendita catastale determinata secondo la normativa esistente il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata in base ove possibile ai valori normali espressi dal mercato. Un po’ di credibilità sul fatto di non far pagare tasse questo governo se l’è guadagnata, dopo tutto». Frase, quest’ultima, che ha provocato uno spontaneo brusio di protesta dai banchi di Fratelli d’Italia: «Eh, eccome», ha risposto il premier, «la riforma punta a rafforzare il contrasto a irregolarità e abusi». Alvise Maniero, deputato di Alternativa che ha presentato l’emendamento bocciato la scorsa notte in commissione Finanze, commenta amareggiato: «La Commissione Ue chiede di aumentare le tasse sulle case degli italiani», e aggiunge, «la legge proposta del governo è funzionale ad aumentare le tasse sulle case degli italiani e la relazione del governo alla Commissione Ue rassicura sul fatto che con questa riforma si stanno alzando le tasse sulle case degli italiani. Ma in forza di un solo voto di vantaggio, in commissione Finanze Pd, Leu, parti del gruppo misto e il M5s forzano l’avanzamento di questa riforma dicendo che non alzerà le tasse sulle case degli italiani. Li abbracciamo forte». «La trasparenza», afferma il deputato della Lega Massimo Bitonci, capogruppo in commissione Bilancio e capo dipartimento attività produttive, già sottosegretario al Mef, «è un obiettivo che perseguiamo tutti. L’emersione degli immobili fantasma è un bersaglio comune già inquadrabile con l’attuale legislazione. Con l’aumento del valore commerciale degli immobili aumenteranno invece anche le tasse e l’Isee, riducendo agevolazioni come l’assegno unico per i figli». Le tensioni sulla riforma del catasto e le due votazioni risolte sul filo, hanno convinto il presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin di Italia viva, a sconvocare le sedute di ieri e di oggi dedicate ancora all’esame del ddl delega sulla riforma fiscale. La spaccatura nella maggioranza lascia prevedere altri momenti di tensione e Marattin nelle prossime ore dovrebbe incontrare i rappresentanti dei partiti della coalizione che sostiene Draghi per tentare di stemperare la tensione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-nega-la-realta-sullaumento-delle-tasse-sulla-casa-2656903976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="delega-fiscale-in-parlamento-il-28-il-governo-vuole-tavoli-separati" data-post-id="2656903976" data-published-at="1646895779" data-use-pagination="False"> Delega fiscale in Parlamento: il 28 Il governo vuole tavoli separati Continuano le tensioni tra centrodestra e governo sul tema del catasto. Martedì in commissione Finanze alla Camera c’è stato un terzo confronto tra le forze di maggioranza, che hanno visto prevalere i voti favorevoli alla riforma del catasto. L’8 marzo Alternativa ha infatti presentato un emendamento che modificava l’articolo 6, sottoscritto anche dalla Lega e da Fi. Il governo da parte sua aveva invece dato parere contrario. Al momento della conta dei voti si è ripresentata la stessa situazione di settimana scorsa dove con 22 voti favorevoli e 23 contrari l’emendamento non è passato: si è dunque andati a riconfermare il testo originale della riforma sul catasto. E la divisione all’interno della maggioranza con la destra che continua a sottolineare che se verrà introdotto definitivamente l’articolo 6 sul catasto dal 2026 gli italiani pagheranno più tasse sulla casa. La sinistra ritiene invece necessaria una revisione del catasto per riequilibrare il sistema. Lo scontro tra i due schieramenti per il momento è però rimandato, a quando comincerà la discussione in Aula (la data prevista di inizio è il 28 marzo). Il tema è però molto spinoso, tanto che durante la riunione di maggioranza di ieri il governo ha proposto di dare il via ad alcuni incontri bilaterali per cercare di mettere a fuoco le priorità di ciascun partito sulla delega fiscale. Tra oggi e venerdì inizieranno dunque questi meeting che hanno l’obiettivo di trovare una sintesi tra tutti per semplificare l’iter di approvazione del provvedimento. Il primo bilaterale sarà oggi alle 11 con il Movimento 5 stelle e l’ultimo venerdì con Forza Italia. Conclusi gli incontri, ci sarà una ricognizione con il Mef, per poi definire il resto del calendario con cui proseguire l’esame degli articoli. Per quanto riguarda la delega fiscale nel suo complesso, nei prossimi giorni continueranno i voti sugli altri emendamenti dei partiti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-nega-la-realta-sullaumento-delle-tasse-sulla-casa-2656903976.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="colucci-il-figlio-darte-pro-stangata" data-post-id="2656903976" data-published-at="1646895779" data-use-pagination="False"> Colucci, il figlio d’arte pro stangata Quando giorni fa, alla Camera, è saltato fuori il nome «Colucci» dopo il primo tiratissimo voto sulla riforma del catasto, molti nei corridoi del Palazzo si sono chiesti di quale Colucci si parlasse. Il pensiero delle vecchie volpi del Transatlantico, infatti, è andato immediatamente al leggendario Francesco «Ciccio» Colucci, leggendario recordman di longevità parlamentare della storia repubblicana con 38 anni in carica e dieci rielezioni dal 1972 al 2018, capoclassifica degli highlander della politica italiana, attualmente minacciato solo da Pier Ferdinando Casini. Per quest’ultimo (che ora è in meritata pensione, varcata la soglia della novantina) qualcuno aveva ironicamente coniato la carica di «questore eterno» di Montecitorio, essendosi persa la memoria della sua prima promozione a tale carica. Ma i fan delle statistiche parlamentari non hanno comunque avuto motivo di restare delusi, poiché quando hanno appresso che a salvare in commissione Finanze la riforma del catasto, con una repentina inversione a U indotta da Maurizio Lupi, era stato Alessandro, figlio di «Ciccio», hanno intuito di essere di fronte all’inizio di un percorso di emulazione delle gloriose gesta del genitore. Le premesse - oltre ovviamente ai geni - ci sono tutte, visto che a fronte di una carriera per ora relativamente breve, Colucci junior ha già al suo attivo un numero di cambi di casacca di tutto rispetto: si parte infatti con l’elezione a consigliere regionale lombardo nel 2013 con il Popolo della libertà, cui però segue in tempo record l’adesione al neonato Ncd, contenitore creato da Angelino Alfano per salvare l’esecutivo presieduto da Enrico Letta dall’intenzione di Silvio Berlusconi di farlo cadere. E che la missione dei partiti in cui milita Colucci, da sempre, sia quella di scongiurare le elezioni anticipate «whatever it takes» lo testimonia la successiva adesione, una volta ritiratosi Alfano a vita privata, a un altro coniglio estratto dal cilindro dei peones, rispondente questa volta al nome di Alternativa popolare nonché puntello fondamentale per il governo Gentiloni. In previsione della tornata elettorale del 2018, però, con il vento che tira verso destra, Lupi e il suo cerchio magico (del quale sono nel frattempo entrati a far parte i Colucci benché il senior provenisse da una lunghissima militanza socialista) tornano all’ovile del centrodestra con la creazione della famosa «quarta gamba» targata Nci, e grazie a questa mossa avveduta, Alessandro rileva il testimone paterno ed entra alla Camera. Viene eletto (come in Lombardia cinque anni prima) con i voti degli elettori leghisti e azzurri, grazie alla candidatura in un collegio uninominale blindato quale quello di Palazzolo sull’Oglio, e il passaggio di consegne dinastico viene simbolicamente completato con l’ingresso nell’ufficio di presidenza di Montecitorio, per intere decadi quasi una seconda casa di famiglia. In questi anni di legislatura, prima dell’exploit sul catasto, la discrezione è la parola con cui si può definire il complesso dell’operato di Colucci II, che per il momento fa registrare un solo progetto di legge presentato come primo firmatario (sulle agevolazioni fiscali per gli esercizi di vicinato nelle periferie) e una manciata tra ordini del giorno e atti di sindacato ispettivo. Quanto al comportamento in Aula, degno di nota è l’alto numero di votazioni in cui il deputato centrista lombardo è risultato in missione: a tutto il dicembre del 2021 queste assommano a 3.937 (circa il 40% del totale), una percentuale di norma appannaggio dei parlamentari che hanno impegni di governo o sono presidenti di commissione. Un dato non tale, comunque, da sottrarlo al tranquillo ménage da peones di lusso cui appariva destinato, se non fosse intervenuta la famigerata giravolta sull’emendamento con cui tutto il centrodestra chiedeva la soppressione dell’articolo della delega fiscale relativo all’aggiornamento degli estimi catastali. Il quale, stando a quello che dicono sinistra e Palazzo Chigi, si sta facendo a fini platonici e non fiscali.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
Continua a leggereRiduci
La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
Continua a leggereRiduci