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2022-07-14
«Draghi ci ha deluso». La pancia leghista vuol staccare la spina
Luca Zaia e Matteo Salvini (Ansa)
«Ci considera quelli dell’ultimo banco. E allora vada come vada». Il vecchio senatore leghista memore delle battaglie di Umberto Bossi risolte con un vadaviaiciap non fa previsioni. Ma è amareggiato, per non dire deluso, da Mario Draghi in versione maestrino «che prima ci chiede i voti e poi ci prende a sberle».
A mettere di cattivo umore la base parlamentare è stata l’ultima uscita del premier, quando per rispondere al responsabile della crisi Giuseppe Conte ha finito per attaccare Matteo Salvini, come se tra i due ci fosse una qualche proprietà transitiva politica. «Ai tanti che sostengono che a settembre faranno sfracelli e minacciano cose terribili, dico che un governo non lavora con gli ultimatum», ha scandito con un certo compiacimento come per riequilibrare gli scapaccioni ai discoli.
Nell’afa romana che scioglie i gelati di «Giolitti» l’uscita è stata considerata urticante, antipatizzante. Dentro la Lega c’è la convinzione di essere un alleato solido, senza schizofrenie, che non ha mai fatto mancare il sostegno al governo «anche quando abbiamo dovuto ingoiare qualche rospo elettorale e abbiamo visto i sondaggi andare male». Si aspettava ben altro trattamento il partito del Nord, che mastica amaro in privato ma a questo punto è deciso a sostenere palazzo Chigi sino alla fine con il gruppo più numeroso in parlamento. Sintetizzava Giancarlo Giorgetti ad amici: «Noi non ci auguriamo crisi o perdite di tempo, sono altri che stanno facendo e disfando. E nell’incertezza è tutto più difficile».
La situazione è particolare. Da una parte la Lega governista di ministri e governatori auspica che l’esecutivo arrivi in porto (più o meno) serenamente; dall’altra la pancia del partito sa che la spallata pentastellata potrebbe chiudere un esperimento negativo per tutti. La strategia del centrodestra di intestarsi Draghi è fallita fin da principio; c’è troppo establishment nel suo Caraceni, troppa democristianità dorotea. Chi lo immaginava liberale se lo ritrova socialdemocratico, freddo e distante come un elettrodomestico. Così il dirigente territoriale e il militante leghista non hanno rinunciato a sperare che - se non dovesse riuscirci Conte oggi - sia Salvini a togliergli la spina in autunno.
«Un anno e mezzo sotto assedio non lo regge neanche un santo», spiega un colonnello di via Bellerio. Fa riferimento alle provocazioni del Pd sui temi più strampalati (ddl Zan, ius scholae, libertà di spinello, invasione migratoria) messe lì come trappole per logorare il Carroccio; fa riferimento alle punzecchiature di Draghi come se la presenza leghista fosse solo tollerata con cortesia. Ma intende anche la partita interna con l’alleato Fratelli d’Italia, in crescita assoluta perché forte del ruolo di unica opposizione. A preoccupare il partito si aggiunge il ricatto contiano: se i grillini riusciranno a portare a casa nuove assicurazioni sui loro temi sensibili (la transizione green lunare, la politica dei bonus) è possibile che l’esecutivo si sposti ancora più a sinistra.
Davanti al canyon della crisi, Salvini non ha dubbi: «Io prendo per buone la parole del presidente del Consiglio che ha detto che non governa senza i 5 stelle. Se i 5 stelle fanno una certa scelta, parola agli italiani. Se una forza di maggioranza non vota un decreto di maggioranza, fine, si va alle urne». Poi aggiunge, per far capire che le curve sono anche politiche: «Noi non siamo disposti a restare in un esecutivo senza i pentastellati. Altre robe strane le lasciamo perdere, anche perché governare con il Pd non è esercizio facile». Infine, all’assemblea del decennale di Confimi, sceglie un’uscita istituzionale: «Mentre parliamo il governo c’è, poi cosa faranno i 5 stelle non mi è dato sapere. Ma la cosa certa è che l’Italia, le imprese e i lavoratori italiani non possono permettersi mesi di litigi e ricatti. Se c’è la possibilità di lavorare noi ci siamo ma se bisogna passare mesi a questionare tanto vale dare la parola agli italiani e avere davanti cinque anni tranquilli».
Nessuno si discosta dalla linea ufficiale, almeno in chiaro, mentre il pensiero criptato è ben più magmatico e articolato. Gli stessi governatori di punta sono allineati (e non da oggi). Dopo aver incontrato proprio Draghi nel summit romano sullo stato dell’arte delle Olimpiadi Milano-Cortina, Attilio Fontana non vede alternative alla continuità. «La mia convinzione è che il premier debba andare avanti e superare i momenti di difficoltà. Mi auguro che ricominci a lavorare nel pieno delle sue forze».
Luca Zaia teme la palude, anzi il limbo. «Il dibattito è il sale della democrazia, ma in questo momento particolare c’è bisogno di un governo per prendere decisioni strategiche. Io spero che non ci siano motivi perché questo cada, significherebbe entrare in un limbo pericoloso. Noi della Lega abbiamo un ruolo e possiamo giocarcelo fino in fondo, abbiamo le nostre istanze a partire dall’autonomia. Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda al presidente Sergio Mattarella che sentirà le forze politiche, vedrà i numeri, poi deciderà». E come da tradizione non scioglierà nulla, neppure a 40 gradi all’ombra.
I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber
Resta alto il tono delle proteste dei tassisti, in tutta Italia, a causa delle norme contenute nel ddl Concorrenza, attualmente in esame in commissione a Montecitorio. Norme che, come noto, qualora diventassero legge, determinerebbero uno squilibrio nell’offerta di servizi, a favore delle multinazionali del Web e delle app, rispetto al servizio pubblico. E al di là di qualche isolata intemperanza (qualche «incatenamento» alle transenne di fronte a Palazzo Chigi a Roma e qualche petardo) il senso della protesta sembra essere stato colto da una parte della classe politica, anche all’interno della maggioranza.
Come prima cosa, la seduta della commissione che avrebbe dovuto vagliare ieri pomeriggio l’articolo 10 del disegno di legge (quello che nello specifico si occupa dei taxi) è stata aggiornata stamani, sotto la pressione della protesta e delle richieste di associazioni di categoria e leader politici. Su quest’ultimo fronte, chi ha raccolto in toto le istanze dei tassisti è stato il leader della Lega, Matteo Salvini, il quale ha criticato apertamente la scelta di Palazzo Chigi di andare avanti su questa strada: «Noi stiamo cercando», ha affermato Salvini, «di stemperare le tensioni sociali nelle piazze, però evidentemente qualcuno a Palazzo Chigi mal consiglia il presidente del Consiglio. Perché ad esempio accanirsi su 40.000 tassisti in un momento economico e sociale come questo? Non vorrei che ci fosse la “manina” di qualche multinazionale straniera anche dietro questo intervento normativo perché i tassisti sono anche un presidio di legalità, oltre a svolgere una funzione economica».
Anche i leader sindacali, seppure con sfumature diverse, si sono rivolti al governo per far prevalere il dialogo e arrivare a una modifica del testo in direzione più favorevole al servizio pubblico e meno ossequiosa ai colossi mondiali.
I tassisti, le cui richieste hanno già avuto il pieno sostegno di Fdi, hanno cercato invano anche la sponda di Forza Italia, una cui delegazione ha ricevuto alcuni rappresentanti della categoria. L’incontro è stato cordiale, ma stando a quanto è filtrato gli esponenti azzurri, pur condividendo buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori, hanno opposto problemi di tempistica parlamentare. A seguire, c’è stato anche un incontro con una delegazione del Partito democratico, che però mantiene sul provvedimento una posizione allineata all’esecutivo. Il ddl dovrà andare in Aula all’inizio della settimana prossima, ma fino a quel momento è previsto un fitto giro di incontri, sia tra associazioni di categoria e politici che tra politici e governo. In agenda, infatti, nelle prossime ore, a cavallo tra le due sedute di commissione previste per oggi, ci sarà anche una riunione con il ministro Enrico Giovannini e la vice Teresa Bellanova, a proposito dell’articolo 10 del decreto, che prevede la liberalizzazione del settore. Dall’esito dipenderà il destino dell’attuale testo e di decine di migliaia di famiglie.
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Le sberle del premier irritano la base. Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia e Attilio Fontana frenano. Matteo Salvini pungola Giuseppi: «Se non vota i decreti, fine».I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber. Petardi e autisti in catene, la polizia blinda Palazzo Chigi. Stop ai lavori in commissione.Lo speciale comprende due articoli.«Ci considera quelli dell’ultimo banco. E allora vada come vada». Il vecchio senatore leghista memore delle battaglie di Umberto Bossi risolte con un vadaviaiciap non fa previsioni. Ma è amareggiato, per non dire deluso, da Mario Draghi in versione maestrino «che prima ci chiede i voti e poi ci prende a sberle». A mettere di cattivo umore la base parlamentare è stata l’ultima uscita del premier, quando per rispondere al responsabile della crisi Giuseppe Conte ha finito per attaccare Matteo Salvini, come se tra i due ci fosse una qualche proprietà transitiva politica. «Ai tanti che sostengono che a settembre faranno sfracelli e minacciano cose terribili, dico che un governo non lavora con gli ultimatum», ha scandito con un certo compiacimento come per riequilibrare gli scapaccioni ai discoli. Nell’afa romana che scioglie i gelati di «Giolitti» l’uscita è stata considerata urticante, antipatizzante. Dentro la Lega c’è la convinzione di essere un alleato solido, senza schizofrenie, che non ha mai fatto mancare il sostegno al governo «anche quando abbiamo dovuto ingoiare qualche rospo elettorale e abbiamo visto i sondaggi andare male». Si aspettava ben altro trattamento il partito del Nord, che mastica amaro in privato ma a questo punto è deciso a sostenere palazzo Chigi sino alla fine con il gruppo più numeroso in parlamento. Sintetizzava Giancarlo Giorgetti ad amici: «Noi non ci auguriamo crisi o perdite di tempo, sono altri che stanno facendo e disfando. E nell’incertezza è tutto più difficile». La situazione è particolare. Da una parte la Lega governista di ministri e governatori auspica che l’esecutivo arrivi in porto (più o meno) serenamente; dall’altra la pancia del partito sa che la spallata pentastellata potrebbe chiudere un esperimento negativo per tutti. La strategia del centrodestra di intestarsi Draghi è fallita fin da principio; c’è troppo establishment nel suo Caraceni, troppa democristianità dorotea. Chi lo immaginava liberale se lo ritrova socialdemocratico, freddo e distante come un elettrodomestico. Così il dirigente territoriale e il militante leghista non hanno rinunciato a sperare che - se non dovesse riuscirci Conte oggi - sia Salvini a togliergli la spina in autunno. «Un anno e mezzo sotto assedio non lo regge neanche un santo», spiega un colonnello di via Bellerio. Fa riferimento alle provocazioni del Pd sui temi più strampalati (ddl Zan, ius scholae, libertà di spinello, invasione migratoria) messe lì come trappole per logorare il Carroccio; fa riferimento alle punzecchiature di Draghi come se la presenza leghista fosse solo tollerata con cortesia. Ma intende anche la partita interna con l’alleato Fratelli d’Italia, in crescita assoluta perché forte del ruolo di unica opposizione. A preoccupare il partito si aggiunge il ricatto contiano: se i grillini riusciranno a portare a casa nuove assicurazioni sui loro temi sensibili (la transizione green lunare, la politica dei bonus) è possibile che l’esecutivo si sposti ancora più a sinistra. Davanti al canyon della crisi, Salvini non ha dubbi: «Io prendo per buone la parole del presidente del Consiglio che ha detto che non governa senza i 5 stelle. Se i 5 stelle fanno una certa scelta, parola agli italiani. Se una forza di maggioranza non vota un decreto di maggioranza, fine, si va alle urne». Poi aggiunge, per far capire che le curve sono anche politiche: «Noi non siamo disposti a restare in un esecutivo senza i pentastellati. Altre robe strane le lasciamo perdere, anche perché governare con il Pd non è esercizio facile». Infine, all’assemblea del decennale di Confimi, sceglie un’uscita istituzionale: «Mentre parliamo il governo c’è, poi cosa faranno i 5 stelle non mi è dato sapere. Ma la cosa certa è che l’Italia, le imprese e i lavoratori italiani non possono permettersi mesi di litigi e ricatti. Se c’è la possibilità di lavorare noi ci siamo ma se bisogna passare mesi a questionare tanto vale dare la parola agli italiani e avere davanti cinque anni tranquilli».Nessuno si discosta dalla linea ufficiale, almeno in chiaro, mentre il pensiero criptato è ben più magmatico e articolato. Gli stessi governatori di punta sono allineati (e non da oggi). Dopo aver incontrato proprio Draghi nel summit romano sullo stato dell’arte delle Olimpiadi Milano-Cortina, Attilio Fontana non vede alternative alla continuità. «La mia convinzione è che il premier debba andare avanti e superare i momenti di difficoltà. Mi auguro che ricominci a lavorare nel pieno delle sue forze». Luca Zaia teme la palude, anzi il limbo. «Il dibattito è il sale della democrazia, ma in questo momento particolare c’è bisogno di un governo per prendere decisioni strategiche. Io spero che non ci siano motivi perché questo cada, significherebbe entrare in un limbo pericoloso. Noi della Lega abbiamo un ruolo e possiamo giocarcelo fino in fondo, abbiamo le nostre istanze a partire dall’autonomia. Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda al presidente Sergio Mattarella che sentirà le forze politiche, vedrà i numeri, poi deciderà». E come da tradizione non scioglierà nulla, neppure a 40 gradi all’ombra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-ci-ha-deluso-la-pancia-leghista-vuol-staccare-la-spina-2657668913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-tassisti-assediano-il-centro-di-roma-oggi-vertice-sulla-norma-pro-uber" data-post-id="2657668913" data-published-at="1657738498" data-use-pagination="False"> I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber Resta alto il tono delle proteste dei tassisti, in tutta Italia, a causa delle norme contenute nel ddl Concorrenza, attualmente in esame in commissione a Montecitorio. Norme che, come noto, qualora diventassero legge, determinerebbero uno squilibrio nell’offerta di servizi, a favore delle multinazionali del Web e delle app, rispetto al servizio pubblico. E al di là di qualche isolata intemperanza (qualche «incatenamento» alle transenne di fronte a Palazzo Chigi a Roma e qualche petardo) il senso della protesta sembra essere stato colto da una parte della classe politica, anche all’interno della maggioranza. Come prima cosa, la seduta della commissione che avrebbe dovuto vagliare ieri pomeriggio l’articolo 10 del disegno di legge (quello che nello specifico si occupa dei taxi) è stata aggiornata stamani, sotto la pressione della protesta e delle richieste di associazioni di categoria e leader politici. Su quest’ultimo fronte, chi ha raccolto in toto le istanze dei tassisti è stato il leader della Lega, Matteo Salvini, il quale ha criticato apertamente la scelta di Palazzo Chigi di andare avanti su questa strada: «Noi stiamo cercando», ha affermato Salvini, «di stemperare le tensioni sociali nelle piazze, però evidentemente qualcuno a Palazzo Chigi mal consiglia il presidente del Consiglio. Perché ad esempio accanirsi su 40.000 tassisti in un momento economico e sociale come questo? Non vorrei che ci fosse la “manina” di qualche multinazionale straniera anche dietro questo intervento normativo perché i tassisti sono anche un presidio di legalità, oltre a svolgere una funzione economica». Anche i leader sindacali, seppure con sfumature diverse, si sono rivolti al governo per far prevalere il dialogo e arrivare a una modifica del testo in direzione più favorevole al servizio pubblico e meno ossequiosa ai colossi mondiali. I tassisti, le cui richieste hanno già avuto il pieno sostegno di Fdi, hanno cercato invano anche la sponda di Forza Italia, una cui delegazione ha ricevuto alcuni rappresentanti della categoria. L’incontro è stato cordiale, ma stando a quanto è filtrato gli esponenti azzurri, pur condividendo buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori, hanno opposto problemi di tempistica parlamentare. A seguire, c’è stato anche un incontro con una delegazione del Partito democratico, che però mantiene sul provvedimento una posizione allineata all’esecutivo. Il ddl dovrà andare in Aula all’inizio della settimana prossima, ma fino a quel momento è previsto un fitto giro di incontri, sia tra associazioni di categoria e politici che tra politici e governo. In agenda, infatti, nelle prossime ore, a cavallo tra le due sedute di commissione previste per oggi, ci sarà anche una riunione con il ministro Enrico Giovannini e la vice Teresa Bellanova, a proposito dell’articolo 10 del decreto, che prevede la liberalizzazione del settore. Dall’esito dipenderà il destino dell’attuale testo e di decine di migliaia di famiglie.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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