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2022-07-14
«Draghi ci ha deluso». La pancia leghista vuol staccare la spina
Luca Zaia e Matteo Salvini (Ansa)
«Ci considera quelli dell’ultimo banco. E allora vada come vada». Il vecchio senatore leghista memore delle battaglie di Umberto Bossi risolte con un vadaviaiciap non fa previsioni. Ma è amareggiato, per non dire deluso, da Mario Draghi in versione maestrino «che prima ci chiede i voti e poi ci prende a sberle».
A mettere di cattivo umore la base parlamentare è stata l’ultima uscita del premier, quando per rispondere al responsabile della crisi Giuseppe Conte ha finito per attaccare Matteo Salvini, come se tra i due ci fosse una qualche proprietà transitiva politica. «Ai tanti che sostengono che a settembre faranno sfracelli e minacciano cose terribili, dico che un governo non lavora con gli ultimatum», ha scandito con un certo compiacimento come per riequilibrare gli scapaccioni ai discoli.
Nell’afa romana che scioglie i gelati di «Giolitti» l’uscita è stata considerata urticante, antipatizzante. Dentro la Lega c’è la convinzione di essere un alleato solido, senza schizofrenie, che non ha mai fatto mancare il sostegno al governo «anche quando abbiamo dovuto ingoiare qualche rospo elettorale e abbiamo visto i sondaggi andare male». Si aspettava ben altro trattamento il partito del Nord, che mastica amaro in privato ma a questo punto è deciso a sostenere palazzo Chigi sino alla fine con il gruppo più numeroso in parlamento. Sintetizzava Giancarlo Giorgetti ad amici: «Noi non ci auguriamo crisi o perdite di tempo, sono altri che stanno facendo e disfando. E nell’incertezza è tutto più difficile».
La situazione è particolare. Da una parte la Lega governista di ministri e governatori auspica che l’esecutivo arrivi in porto (più o meno) serenamente; dall’altra la pancia del partito sa che la spallata pentastellata potrebbe chiudere un esperimento negativo per tutti. La strategia del centrodestra di intestarsi Draghi è fallita fin da principio; c’è troppo establishment nel suo Caraceni, troppa democristianità dorotea. Chi lo immaginava liberale se lo ritrova socialdemocratico, freddo e distante come un elettrodomestico. Così il dirigente territoriale e il militante leghista non hanno rinunciato a sperare che - se non dovesse riuscirci Conte oggi - sia Salvini a togliergli la spina in autunno.
«Un anno e mezzo sotto assedio non lo regge neanche un santo», spiega un colonnello di via Bellerio. Fa riferimento alle provocazioni del Pd sui temi più strampalati (ddl Zan, ius scholae, libertà di spinello, invasione migratoria) messe lì come trappole per logorare il Carroccio; fa riferimento alle punzecchiature di Draghi come se la presenza leghista fosse solo tollerata con cortesia. Ma intende anche la partita interna con l’alleato Fratelli d’Italia, in crescita assoluta perché forte del ruolo di unica opposizione. A preoccupare il partito si aggiunge il ricatto contiano: se i grillini riusciranno a portare a casa nuove assicurazioni sui loro temi sensibili (la transizione green lunare, la politica dei bonus) è possibile che l’esecutivo si sposti ancora più a sinistra.
Davanti al canyon della crisi, Salvini non ha dubbi: «Io prendo per buone la parole del presidente del Consiglio che ha detto che non governa senza i 5 stelle. Se i 5 stelle fanno una certa scelta, parola agli italiani. Se una forza di maggioranza non vota un decreto di maggioranza, fine, si va alle urne». Poi aggiunge, per far capire che le curve sono anche politiche: «Noi non siamo disposti a restare in un esecutivo senza i pentastellati. Altre robe strane le lasciamo perdere, anche perché governare con il Pd non è esercizio facile». Infine, all’assemblea del decennale di Confimi, sceglie un’uscita istituzionale: «Mentre parliamo il governo c’è, poi cosa faranno i 5 stelle non mi è dato sapere. Ma la cosa certa è che l’Italia, le imprese e i lavoratori italiani non possono permettersi mesi di litigi e ricatti. Se c’è la possibilità di lavorare noi ci siamo ma se bisogna passare mesi a questionare tanto vale dare la parola agli italiani e avere davanti cinque anni tranquilli».
Nessuno si discosta dalla linea ufficiale, almeno in chiaro, mentre il pensiero criptato è ben più magmatico e articolato. Gli stessi governatori di punta sono allineati (e non da oggi). Dopo aver incontrato proprio Draghi nel summit romano sullo stato dell’arte delle Olimpiadi Milano-Cortina, Attilio Fontana non vede alternative alla continuità. «La mia convinzione è che il premier debba andare avanti e superare i momenti di difficoltà. Mi auguro che ricominci a lavorare nel pieno delle sue forze».
Luca Zaia teme la palude, anzi il limbo. «Il dibattito è il sale della democrazia, ma in questo momento particolare c’è bisogno di un governo per prendere decisioni strategiche. Io spero che non ci siano motivi perché questo cada, significherebbe entrare in un limbo pericoloso. Noi della Lega abbiamo un ruolo e possiamo giocarcelo fino in fondo, abbiamo le nostre istanze a partire dall’autonomia. Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda al presidente Sergio Mattarella che sentirà le forze politiche, vedrà i numeri, poi deciderà». E come da tradizione non scioglierà nulla, neppure a 40 gradi all’ombra.
I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber
Resta alto il tono delle proteste dei tassisti, in tutta Italia, a causa delle norme contenute nel ddl Concorrenza, attualmente in esame in commissione a Montecitorio. Norme che, come noto, qualora diventassero legge, determinerebbero uno squilibrio nell’offerta di servizi, a favore delle multinazionali del Web e delle app, rispetto al servizio pubblico. E al di là di qualche isolata intemperanza (qualche «incatenamento» alle transenne di fronte a Palazzo Chigi a Roma e qualche petardo) il senso della protesta sembra essere stato colto da una parte della classe politica, anche all’interno della maggioranza.
Come prima cosa, la seduta della commissione che avrebbe dovuto vagliare ieri pomeriggio l’articolo 10 del disegno di legge (quello che nello specifico si occupa dei taxi) è stata aggiornata stamani, sotto la pressione della protesta e delle richieste di associazioni di categoria e leader politici. Su quest’ultimo fronte, chi ha raccolto in toto le istanze dei tassisti è stato il leader della Lega, Matteo Salvini, il quale ha criticato apertamente la scelta di Palazzo Chigi di andare avanti su questa strada: «Noi stiamo cercando», ha affermato Salvini, «di stemperare le tensioni sociali nelle piazze, però evidentemente qualcuno a Palazzo Chigi mal consiglia il presidente del Consiglio. Perché ad esempio accanirsi su 40.000 tassisti in un momento economico e sociale come questo? Non vorrei che ci fosse la “manina” di qualche multinazionale straniera anche dietro questo intervento normativo perché i tassisti sono anche un presidio di legalità, oltre a svolgere una funzione economica».
Anche i leader sindacali, seppure con sfumature diverse, si sono rivolti al governo per far prevalere il dialogo e arrivare a una modifica del testo in direzione più favorevole al servizio pubblico e meno ossequiosa ai colossi mondiali.
I tassisti, le cui richieste hanno già avuto il pieno sostegno di Fdi, hanno cercato invano anche la sponda di Forza Italia, una cui delegazione ha ricevuto alcuni rappresentanti della categoria. L’incontro è stato cordiale, ma stando a quanto è filtrato gli esponenti azzurri, pur condividendo buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori, hanno opposto problemi di tempistica parlamentare. A seguire, c’è stato anche un incontro con una delegazione del Partito democratico, che però mantiene sul provvedimento una posizione allineata all’esecutivo. Il ddl dovrà andare in Aula all’inizio della settimana prossima, ma fino a quel momento è previsto un fitto giro di incontri, sia tra associazioni di categoria e politici che tra politici e governo. In agenda, infatti, nelle prossime ore, a cavallo tra le due sedute di commissione previste per oggi, ci sarà anche una riunione con il ministro Enrico Giovannini e la vice Teresa Bellanova, a proposito dell’articolo 10 del decreto, che prevede la liberalizzazione del settore. Dall’esito dipenderà il destino dell’attuale testo e di decine di migliaia di famiglie.
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Le sberle del premier irritano la base. Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia e Attilio Fontana frenano. Matteo Salvini pungola Giuseppi: «Se non vota i decreti, fine».I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber. Petardi e autisti in catene, la polizia blinda Palazzo Chigi. Stop ai lavori in commissione.Lo speciale comprende due articoli.«Ci considera quelli dell’ultimo banco. E allora vada come vada». Il vecchio senatore leghista memore delle battaglie di Umberto Bossi risolte con un vadaviaiciap non fa previsioni. Ma è amareggiato, per non dire deluso, da Mario Draghi in versione maestrino «che prima ci chiede i voti e poi ci prende a sberle». A mettere di cattivo umore la base parlamentare è stata l’ultima uscita del premier, quando per rispondere al responsabile della crisi Giuseppe Conte ha finito per attaccare Matteo Salvini, come se tra i due ci fosse una qualche proprietà transitiva politica. «Ai tanti che sostengono che a settembre faranno sfracelli e minacciano cose terribili, dico che un governo non lavora con gli ultimatum», ha scandito con un certo compiacimento come per riequilibrare gli scapaccioni ai discoli. Nell’afa romana che scioglie i gelati di «Giolitti» l’uscita è stata considerata urticante, antipatizzante. Dentro la Lega c’è la convinzione di essere un alleato solido, senza schizofrenie, che non ha mai fatto mancare il sostegno al governo «anche quando abbiamo dovuto ingoiare qualche rospo elettorale e abbiamo visto i sondaggi andare male». Si aspettava ben altro trattamento il partito del Nord, che mastica amaro in privato ma a questo punto è deciso a sostenere palazzo Chigi sino alla fine con il gruppo più numeroso in parlamento. Sintetizzava Giancarlo Giorgetti ad amici: «Noi non ci auguriamo crisi o perdite di tempo, sono altri che stanno facendo e disfando. E nell’incertezza è tutto più difficile». La situazione è particolare. Da una parte la Lega governista di ministri e governatori auspica che l’esecutivo arrivi in porto (più o meno) serenamente; dall’altra la pancia del partito sa che la spallata pentastellata potrebbe chiudere un esperimento negativo per tutti. La strategia del centrodestra di intestarsi Draghi è fallita fin da principio; c’è troppo establishment nel suo Caraceni, troppa democristianità dorotea. Chi lo immaginava liberale se lo ritrova socialdemocratico, freddo e distante come un elettrodomestico. Così il dirigente territoriale e il militante leghista non hanno rinunciato a sperare che - se non dovesse riuscirci Conte oggi - sia Salvini a togliergli la spina in autunno. «Un anno e mezzo sotto assedio non lo regge neanche un santo», spiega un colonnello di via Bellerio. Fa riferimento alle provocazioni del Pd sui temi più strampalati (ddl Zan, ius scholae, libertà di spinello, invasione migratoria) messe lì come trappole per logorare il Carroccio; fa riferimento alle punzecchiature di Draghi come se la presenza leghista fosse solo tollerata con cortesia. Ma intende anche la partita interna con l’alleato Fratelli d’Italia, in crescita assoluta perché forte del ruolo di unica opposizione. A preoccupare il partito si aggiunge il ricatto contiano: se i grillini riusciranno a portare a casa nuove assicurazioni sui loro temi sensibili (la transizione green lunare, la politica dei bonus) è possibile che l’esecutivo si sposti ancora più a sinistra. Davanti al canyon della crisi, Salvini non ha dubbi: «Io prendo per buone la parole del presidente del Consiglio che ha detto che non governa senza i 5 stelle. Se i 5 stelle fanno una certa scelta, parola agli italiani. Se una forza di maggioranza non vota un decreto di maggioranza, fine, si va alle urne». Poi aggiunge, per far capire che le curve sono anche politiche: «Noi non siamo disposti a restare in un esecutivo senza i pentastellati. Altre robe strane le lasciamo perdere, anche perché governare con il Pd non è esercizio facile». Infine, all’assemblea del decennale di Confimi, sceglie un’uscita istituzionale: «Mentre parliamo il governo c’è, poi cosa faranno i 5 stelle non mi è dato sapere. Ma la cosa certa è che l’Italia, le imprese e i lavoratori italiani non possono permettersi mesi di litigi e ricatti. Se c’è la possibilità di lavorare noi ci siamo ma se bisogna passare mesi a questionare tanto vale dare la parola agli italiani e avere davanti cinque anni tranquilli».Nessuno si discosta dalla linea ufficiale, almeno in chiaro, mentre il pensiero criptato è ben più magmatico e articolato. Gli stessi governatori di punta sono allineati (e non da oggi). Dopo aver incontrato proprio Draghi nel summit romano sullo stato dell’arte delle Olimpiadi Milano-Cortina, Attilio Fontana non vede alternative alla continuità. «La mia convinzione è che il premier debba andare avanti e superare i momenti di difficoltà. Mi auguro che ricominci a lavorare nel pieno delle sue forze». Luca Zaia teme la palude, anzi il limbo. «Il dibattito è il sale della democrazia, ma in questo momento particolare c’è bisogno di un governo per prendere decisioni strategiche. Io spero che non ci siano motivi perché questo cada, significherebbe entrare in un limbo pericoloso. Noi della Lega abbiamo un ruolo e possiamo giocarcelo fino in fondo, abbiamo le nostre istanze a partire dall’autonomia. Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda al presidente Sergio Mattarella che sentirà le forze politiche, vedrà i numeri, poi deciderà». E come da tradizione non scioglierà nulla, neppure a 40 gradi all’ombra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-ci-ha-deluso-la-pancia-leghista-vuol-staccare-la-spina-2657668913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-tassisti-assediano-il-centro-di-roma-oggi-vertice-sulla-norma-pro-uber" data-post-id="2657668913" data-published-at="1657738498" data-use-pagination="False"> I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber Resta alto il tono delle proteste dei tassisti, in tutta Italia, a causa delle norme contenute nel ddl Concorrenza, attualmente in esame in commissione a Montecitorio. Norme che, come noto, qualora diventassero legge, determinerebbero uno squilibrio nell’offerta di servizi, a favore delle multinazionali del Web e delle app, rispetto al servizio pubblico. E al di là di qualche isolata intemperanza (qualche «incatenamento» alle transenne di fronte a Palazzo Chigi a Roma e qualche petardo) il senso della protesta sembra essere stato colto da una parte della classe politica, anche all’interno della maggioranza. Come prima cosa, la seduta della commissione che avrebbe dovuto vagliare ieri pomeriggio l’articolo 10 del disegno di legge (quello che nello specifico si occupa dei taxi) è stata aggiornata stamani, sotto la pressione della protesta e delle richieste di associazioni di categoria e leader politici. Su quest’ultimo fronte, chi ha raccolto in toto le istanze dei tassisti è stato il leader della Lega, Matteo Salvini, il quale ha criticato apertamente la scelta di Palazzo Chigi di andare avanti su questa strada: «Noi stiamo cercando», ha affermato Salvini, «di stemperare le tensioni sociali nelle piazze, però evidentemente qualcuno a Palazzo Chigi mal consiglia il presidente del Consiglio. Perché ad esempio accanirsi su 40.000 tassisti in un momento economico e sociale come questo? Non vorrei che ci fosse la “manina” di qualche multinazionale straniera anche dietro questo intervento normativo perché i tassisti sono anche un presidio di legalità, oltre a svolgere una funzione economica». Anche i leader sindacali, seppure con sfumature diverse, si sono rivolti al governo per far prevalere il dialogo e arrivare a una modifica del testo in direzione più favorevole al servizio pubblico e meno ossequiosa ai colossi mondiali. I tassisti, le cui richieste hanno già avuto il pieno sostegno di Fdi, hanno cercato invano anche la sponda di Forza Italia, una cui delegazione ha ricevuto alcuni rappresentanti della categoria. L’incontro è stato cordiale, ma stando a quanto è filtrato gli esponenti azzurri, pur condividendo buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori, hanno opposto problemi di tempistica parlamentare. A seguire, c’è stato anche un incontro con una delegazione del Partito democratico, che però mantiene sul provvedimento una posizione allineata all’esecutivo. Il ddl dovrà andare in Aula all’inizio della settimana prossima, ma fino a quel momento è previsto un fitto giro di incontri, sia tra associazioni di categoria e politici che tra politici e governo. In agenda, infatti, nelle prossime ore, a cavallo tra le due sedute di commissione previste per oggi, ci sarà anche una riunione con il ministro Enrico Giovannini e la vice Teresa Bellanova, a proposito dell’articolo 10 del decreto, che prevede la liberalizzazione del settore. Dall’esito dipenderà il destino dell’attuale testo e di decine di migliaia di famiglie.
Christine Lagarde (Ansa)
Carney ha insistito sulla convinzione che il mondo stia vivendo una «frattura» nell’ordine globale, sollecitando le potenze di media dimensione ad agire in modo coordinato per non essere marginalizzate nelle dinamiche di grande potenza. Trump non ha gradito quelle critiche e il ritiro dell’invito è la naturale conseguenza dei rapporti già deteriorati tra Washington e Ottawa a seguito delle tensioni commerciali e geopolitiche. Il presidente Usa aveva già condannato il Canada per non aver mostrato sufficiente riconoscenza verso il ruolo statunitense nel sostegno storico alla nazione, ma Carney aveva ribattuto che il Canada ha raggiunto i suoi successi indipendentemente dagli Stati Uniti.
Contrasti che hanno provocato la reazione del presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, la quale, preoccupata dagli attriti all’interno dell’Unione europea con alleati storici (come gli Usa), ha affermato di essere «a un punto in cui dobbiamo guardare al “piano B” o ai “piani B”, ma anche con questi non sono certa che dobbiamo parlare di rottura, piuttosto di alternativa. Nutro una grande fiducia e un grande affetto per il popolo americano e so che, alla fine, i valori profondamente radicati prevarranno».
«Dobbiamo identificare molto meglio del passato le debolezze e le dipendenze», come garantire «l’autonomia, ma ovviamente dal punto di vista economico delle politiche dipendiamo gli uni dagli altri», ha continuato Lagarde, «penso che tutte le direzioni debbano essere esplorate, cercando di distinguere i segnali dal rumore di fondo e credo che questa settimana ci sia stato molto rumore».
Il riferimento a Trump è palese, che aveva parlato di una crescita Usa che «sta esplodendo» con una stima per il quarto trimestre del 5,4%. «Si tratta di dati nominali», ha specificato la numero uno della Bce.
I dissidi tra Lagarde e Trump si erano visti già qualche giorno prima, quando la signora di Francoforte aveva abbandonato una cena in disaccordo con le parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, il quale si era lanciato in una serie di osservazioni sprezzanti e provocatorie nei confronti dell’Europa. Lagarde, in un’intervista alla Cnn, aveva criticato l’atteggiamento dell’amministrazione Trump che «crea incertezza per le imprese e un fardello per la crescita economica». Aggiungendo «la chiamata a svegliarsi per l’Europa, a emanciparsi dagli Usa e a proteggersi dalle ingerenze con le riforme». Parole che non sono piaciute a Lutnick il quale, vendicandosi, aveva definito l’Europa un’economia in declino di competitività. E la Lagarde se n’era andata.
A Davos si è parlato anche di Intelligenza artificiale. Il direttore, del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha tracciato uno scenario sconfortante: «In futuro il 60% dei lavori saranno trasformati o eliminati dall’Intelligenza artificiale». E ha paragonato l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro a uno «tsunami» che metterà «l’innovazione sotto steroidi» e comporterà il rischio di «un ulteriore allargamento delle disparità». Lagarde ha aggiunto che «dobbiamo prestare molta attenzione alla distribuzione della ricchezza e alle disuguaglianze, che stanno diventando sempre più profonde e ampie. Se non ce ne occupiamo seriamente, ci avviamo verso problemi molto gravi». Per Lagarde «l’Intelligenza artificiale prospererà ma se non collaboriamo e definiamo le nuove regole del gioco, ci saranno meno capitale e meno dati da condividere. Bisogna evitare di ripetere gli errori già osservati con i social media, dove l’uso incontrollato ha avuto impatti negativi sui giovani».
Il termometro di Davos segna febbre alta per quanto riguarda i rapporti fra Europa e Usa. Trump è stato il vero protagonista di questo Forum e, a causa delle sue sortite choc, si è preso tutta la scena. Anche il direttore del World trade organization, Ngozi Okonjo-Iweala, fa riferimento a lui dicendo che «il sistema del commercio globale è stato minato, ma si è mostrato forte davanti allo choc della politica di dazi dell’amministrazione Trump».
Lo slogan del Forum di quest’anno era «Spirito del dialogo». Come ha detto Elon Musk, «è meglio essere ottimisti e sbagliarsi che pessimisti e avere ragione».
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Il vertice ad Abu Dhabi (Ansa)
Alla riunione hanno partecipato, per la delegazione statunitense, anche il consigliere senior della Casa Bianca Josh Greenbaum, mentre per la parte russa erano presenti il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, rappresentante speciale per la cooperazione economica e gli investimenti internazionali.
Al termine dell’incontro, Ushakov ha definito il confronto «positivo sotto ogni profilo», precisando che il presidente russo ha ribadito alla delegazione americana come, in assenza di una soluzione sulla questione territoriale, non vi siano margini concreti per porre fine alla guerra contro l’Ucraina. Mosca, ha spiegato il consigliere del Cremlino, continua a dichiararsi favorevole a un esito politico e diplomatico del conflitto, ma fino a quando tale prospettiva non si materializzerà, la Russia proseguirà nel perseguimento degli obiettivi militari sul campo. Secondo Ushakov, Putin ha inoltre riaffermato «l’impossibilità di raggiungere un accordo che non si basi sulla cosiddetta «formula di Anchorage», emersa durante il vertice Putin-Trump dell’agosto 2025. In vista di quell’incontro, il Cremlino aveva chiesto a Kiev il ritiro delle proprie forze dalle aree degli oblast di Donetsk e Luhansk non interamente sotto controllo russo. Concetto ribadito da Dmitry Peskov: «Per porre fine al conflitto, le forze armate ucraine dovrebbero ritirarsi dal Donbass». La dichiarazione del portavoce del Cremlino è stata riportata dai media russi.
Il tema del controllo territoriale nell’Ucraina orientale resta oggi il principale nodo negoziale. Proprio su questo fronte, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’inizio ufficiale dei negoziati formali ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. A confermarlo è stato Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e capo della diplomazia emiratina, secondo cui i colloqui sono iniziati ieri e proseguiranno per due giorni, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere il dialogo e a individuare una soluzione politica alla crisi. L’annuncio è stato ripreso dai principali media internazionali. Ai colloqui partecipano delegazioni di alto livello.
Per gli Stati Uniti, oltre a Witkoff e Kushner, sono presenti anche il segretario dell’esercito Dan Driscoll e lo stesso Greenbaum. La delegazione ucraina include il ministro della Difesa Rustem Umerov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, il consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia e il capo di stato maggiore Andrii Hnatov. Per Mosca, accanto a Dmitriev, è presente anche l’ammiraglio Igor Kostyukov.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che il controllo del Donbass rappresenta il fulcro dei colloqui in corso. In un briefing online, Zelensky ha spiegato di aver consultato l’intero team negoziale prima dell’avvio delle discussioni formali, sottolineando che la delegazione dispone di piena autonomia nella scelta dei formati più adatti in un contesto definito senza precedenti. Poi il presidente ucraino ha scritto su Telegram che «è ancora prematuro trarre conclusioni sul contenuto dei negoziati di oggi negli Emirati Arabi. Vedremo come si svilupperanno i colloqui di domani e quali risultati produrranno».
Dal canto suo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando a bordo dell’Air Force One durante il rientro dal vertice di Davos, ha dichiarato: «Sarebbe bello mettere fine alla guerra che, comunque, non ci costa nulla. Ma non è per i soldi, è per i soldati che vengono uccisi». A chi gli ha chiesto quali concessioni dovesse fare Putin, Trump ha risposto: «A questo punto, farà delle concessioni. Tutti faranno delle concessioni per far sì che ci sia un accordo. L’Europa sarà coinvolta. Lo faccio più per l’Europa che per me: noi abbiamo un oceano che ci separa ma io ho la capacità di trovare intese, vedremo se riesco». Oggi (forse), ne sapremo di più.
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Friedrich Merz e Giorgia Meloni a Roma (Ansa)
Dopo il vertice, Meloni ha risposto a chi le domandava se potesse diventare il primo partner del cancelliere tedesco sostituendo Emmanuel Macron: «Al di là degli scherzi, non leggo mai la politica in questo modo. L’Italia in Europa rappresenta una nazione fondamentale, sta dimostrando sullo scacchiere internazionale e in Europa la sua stabilità, forza e concretezza. Con coraggio pone questioni per il futuro del continente anche quando porle può sembrare scomodo, e così stiamo guadagnando maggiore rispetto dagli interlocutori e cerco di fare la mia parte. Non mi interessa sostituire nessuno, ma che le grandi nazioni d’Europa riescano a dialogare». Poi ha precisato: «Noi non siamo in un’epoca storica in cui possiamo permetterci infantilismi nella lettura della politica estera. La fase è delicata, complessa, per certi versi grave, ha bisogno di risposte adeguate. Per farlo bisogna occuparsi di questioni serie e profonde, non di semplificazioni». Per la premier è giunto il momento che l’Europa «scelga se restare padrona del proprio destino o se subirlo».
In questo quadro Merz ha fatto sapere di aver invitato gli ex presidenti del Consiglio Mario Draghi ed Enrico Letta al vertice Ue del 12 febbraio sulla competitività. «Li abbiamo invitati per riflettere ulteriormente sulle loro proposte, che non devono rimanere negli armadi della Commissione europea. Abbiamo bisogno di una verifica sistematica di tutte le normative europee per vedere se si possono semplificare». Meloni poi è stata interrogata su Donald Trump, sulla sua affidabilità e sulla possibilità che possa rappresentare una minaccia per la sicurezza mondiale. «Non mi pare un modo serio per affrontare la politica internazionale. Trump è il presidente eletto degli Stati Uniti, gli stessi discorsi li ho sentiti su Biden e addirittura su di me quando mi sono dovuta assentare cinque giorni perché non stavo bene. Bisogna fare i conti con la democrazia», ha spiegato aggiungendo: «Spero che un giorno potremo dargli il Nobel per la pace», nel caso in cui dovesse trovare soluzioni durature per Ucraina e Gaza («per noi ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale, occorre andare incontro alle necessità non solo dell'Italia ma anche di altri Paesi europee»).
Merz sorridendo ha sottolineato: «Non avrei potuto rispondere meglio di quanto ha fatto Giorgia Meloni». Il cancelliere, rispondendo a una domanda sui controdazi, ha chiarito: «Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili. I Paesi di tutto il mondo sappiano che noi siamo pronti a difenderci. Dobbiamo essere uniti e reagire in tempo reale. Meloni e io siamo due premier fermamente convinti di fare tutto il possibile per l’Unione europea». Mentre Merz ha detto: «Non bisogna solo fare di più per difenderci, dobbiamo innanzitutto semplificare i nostri sistemi, sono troppi e paralleli. Noi costruiamo in maniera troppo complessa e abbiamo troppi sistemi che sono stati sviluppati parallelamente uno all’altro; di conseguenza abbiamo bisogno oggi più che mai di supporto reciproco». L’obiettivo deve essere una «industria della difesa efficace e efficiente, grazie a contributi comuni». E poi, rispondendo ad una domanda sui rapporti tra europei e Stati Uniti, ha detto: «Le minacce vengono dall’esterno della Nato e non dall’interno».
Italia e Germania nella dichiarazione congiunta di fine vertice «riconfermano l’importanza fondamentale di un forte legame transatlantico tra Europa e Stati Uniti, basato su valori comuni e interessi condivisi e si impegnano a rispettare il diritto internazionale, compresi i principi di integrità territoriale e sovranità», si legge nel documento siglato dalla premier italiana e dal cancelliere tedesco al vertice intergovernativo Italia-Germania. I due governi, inoltre, condividono «la responsabilità, in quanto Stati fondatori dell’Unione europea, di adoperarsi per promuovere l’integrazione europea, consentendo all’Ue di agire efficacemente per proteggere i valori e gli interessi europei». Oltre alle sette intese settoriali, sono stati firmati anche diversi accordi. Meloni e Merz hanno siglato una dichiarazione sull’Accordo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, difesa e resilienza e un Protocollo sul Piano d’azione per la cooperazione strategica bilaterale e dell’Ue. Il Piano sulla difesa mira a intensificare il coordinamento su sicurezza euro-atlantica, industria della difesa, gestione delle crisi, spazio, minacce ibride, cybersecurity e sostegno all’Ucraina. Il testo prevede, tra l’altro, un rafforzamento del dialogo «2+2» tra Esteri e Difesa, una maggiore integrazione industriale anche attraverso progetti comuni e acquisti congiunti e una cooperazione strutturata su domini emergenti come spazio, cyber e sistemi senza equipaggio. Il Protocollo è un documento quadro che fissa obiettivi e strumenti per coordinare le posizioni italiane e tedesche sui grandi dossier europei: competitività e politica industriale, semplificazione normativa, energia e clima, digitale e intelligenza artificiale, trasporti, agricoltura, migrazioni, partenariati con l’Africa e politica estera e di sicurezza comune. Il Piano, definito «documento vivo», sarà periodicamente aggiornato e monitorato attraverso vertici governativi regolari e consultazioni tra le amministrazioni competenti.
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La manifestazione della Cisl per la libertà in Iran (Ansa)
Una «luce» delle fiaccole in memoria delle vittime dei Pasdaran e che va oltre una semplice dichiarazione di principio ma diventa una chiara richiesta alle istituzioni di presa di coscienza e di maggiore decisione per fermare le esecuzioni e le detenzioni arbitrarie. No al silenzio complice, come ha spiegato la segretaria generale, Daniela Fumarola: «L’appello che il nostro sindacato rivolge alle istituzioni nazionali e a quelle europee è di sostenere la lotta di chi, a costo della vita, invoca la svolta democratica. Donne, uomini, tantissimi studenti, a cui il mondo libero e il sindacato internazionale devono rispondere mobilitandosi. Bisogna esercitare ogni pressione perché finisca il massacro di questi giorni e venga superata una volta per tutte la sanguinaria teocrazia degli ayatollah, con una transizione non violenta e il coinvolgimento della comunità internazionale. Tutte le persone che vivono in regimi, dittature sanguinarie, non devono sentirsi abbandonate al loro destino».
Non è la prima volta che la Cisl si schiera apertamente per la difesa dei diritti umani e la democrazia nei Paesi in cui la guerra sembra non trovare fine: da subito a favore dell’Ucraina e contro l’aggressione russa, la condanna per il massacro di migliaia di giovani israeliani del festival musicale del 7 ottobre 2023, la «maratona» per la pace dello scorso anno e il sostegno concreto alla popolazione palestinese attraverso una grande raccolta fondi (500.000 euro) devoluta a dicembre alla Croce rossa. Chiara anche la presa di distanza della Fumarola dalla Cgil e dalle scelte del segretario, Maurizio Landini, che è prontamente sceso in piazza per difendere il regime di Nicolás Maduro e criticare il blitz americano per l’arresto del dittatore.
«Dobbiamo avere il coraggio di non stare zitti», diceva Landini durante la manifestazione di Roma, contestato da alcuni venezuelani come era accaduto a Genova, dove un gruppo di profughi che avevano detto ai manifestanti di avere un atteggiamento ideologico senza sapere qual è la vera situazione del paese, avevano ricevuto insulti, aggressioni e minacce di violenza fisica da parte di un comunista cigiellino sedicente esperto della nazione sudamericana. Senza dimenticare la soddisfazione del segretario Cgil per la liberazione dell’imam di Torino, Shahin, definita «una vittoria dello stato di diritto». Fumarola è stata chiara anche sul Venezuela: «Continueremo a stare nel merito delle questioni, a stare dalla parte delle popolazioni che soffrono».
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