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2022-07-14
«Draghi ci ha deluso». La pancia leghista vuol staccare la spina
Luca Zaia e Matteo Salvini (Ansa)
«Ci considera quelli dell’ultimo banco. E allora vada come vada». Il vecchio senatore leghista memore delle battaglie di Umberto Bossi risolte con un vadaviaiciap non fa previsioni. Ma è amareggiato, per non dire deluso, da Mario Draghi in versione maestrino «che prima ci chiede i voti e poi ci prende a sberle».
A mettere di cattivo umore la base parlamentare è stata l’ultima uscita del premier, quando per rispondere al responsabile della crisi Giuseppe Conte ha finito per attaccare Matteo Salvini, come se tra i due ci fosse una qualche proprietà transitiva politica. «Ai tanti che sostengono che a settembre faranno sfracelli e minacciano cose terribili, dico che un governo non lavora con gli ultimatum», ha scandito con un certo compiacimento come per riequilibrare gli scapaccioni ai discoli.
Nell’afa romana che scioglie i gelati di «Giolitti» l’uscita è stata considerata urticante, antipatizzante. Dentro la Lega c’è la convinzione di essere un alleato solido, senza schizofrenie, che non ha mai fatto mancare il sostegno al governo «anche quando abbiamo dovuto ingoiare qualche rospo elettorale e abbiamo visto i sondaggi andare male». Si aspettava ben altro trattamento il partito del Nord, che mastica amaro in privato ma a questo punto è deciso a sostenere palazzo Chigi sino alla fine con il gruppo più numeroso in parlamento. Sintetizzava Giancarlo Giorgetti ad amici: «Noi non ci auguriamo crisi o perdite di tempo, sono altri che stanno facendo e disfando. E nell’incertezza è tutto più difficile».
La situazione è particolare. Da una parte la Lega governista di ministri e governatori auspica che l’esecutivo arrivi in porto (più o meno) serenamente; dall’altra la pancia del partito sa che la spallata pentastellata potrebbe chiudere un esperimento negativo per tutti. La strategia del centrodestra di intestarsi Draghi è fallita fin da principio; c’è troppo establishment nel suo Caraceni, troppa democristianità dorotea. Chi lo immaginava liberale se lo ritrova socialdemocratico, freddo e distante come un elettrodomestico. Così il dirigente territoriale e il militante leghista non hanno rinunciato a sperare che - se non dovesse riuscirci Conte oggi - sia Salvini a togliergli la spina in autunno.
«Un anno e mezzo sotto assedio non lo regge neanche un santo», spiega un colonnello di via Bellerio. Fa riferimento alle provocazioni del Pd sui temi più strampalati (ddl Zan, ius scholae, libertà di spinello, invasione migratoria) messe lì come trappole per logorare il Carroccio; fa riferimento alle punzecchiature di Draghi come se la presenza leghista fosse solo tollerata con cortesia. Ma intende anche la partita interna con l’alleato Fratelli d’Italia, in crescita assoluta perché forte del ruolo di unica opposizione. A preoccupare il partito si aggiunge il ricatto contiano: se i grillini riusciranno a portare a casa nuove assicurazioni sui loro temi sensibili (la transizione green lunare, la politica dei bonus) è possibile che l’esecutivo si sposti ancora più a sinistra.
Davanti al canyon della crisi, Salvini non ha dubbi: «Io prendo per buone la parole del presidente del Consiglio che ha detto che non governa senza i 5 stelle. Se i 5 stelle fanno una certa scelta, parola agli italiani. Se una forza di maggioranza non vota un decreto di maggioranza, fine, si va alle urne». Poi aggiunge, per far capire che le curve sono anche politiche: «Noi non siamo disposti a restare in un esecutivo senza i pentastellati. Altre robe strane le lasciamo perdere, anche perché governare con il Pd non è esercizio facile». Infine, all’assemblea del decennale di Confimi, sceglie un’uscita istituzionale: «Mentre parliamo il governo c’è, poi cosa faranno i 5 stelle non mi è dato sapere. Ma la cosa certa è che l’Italia, le imprese e i lavoratori italiani non possono permettersi mesi di litigi e ricatti. Se c’è la possibilità di lavorare noi ci siamo ma se bisogna passare mesi a questionare tanto vale dare la parola agli italiani e avere davanti cinque anni tranquilli».
Nessuno si discosta dalla linea ufficiale, almeno in chiaro, mentre il pensiero criptato è ben più magmatico e articolato. Gli stessi governatori di punta sono allineati (e non da oggi). Dopo aver incontrato proprio Draghi nel summit romano sullo stato dell’arte delle Olimpiadi Milano-Cortina, Attilio Fontana non vede alternative alla continuità. «La mia convinzione è che il premier debba andare avanti e superare i momenti di difficoltà. Mi auguro che ricominci a lavorare nel pieno delle sue forze».
Luca Zaia teme la palude, anzi il limbo. «Il dibattito è il sale della democrazia, ma in questo momento particolare c’è bisogno di un governo per prendere decisioni strategiche. Io spero che non ci siano motivi perché questo cada, significherebbe entrare in un limbo pericoloso. Noi della Lega abbiamo un ruolo e possiamo giocarcelo fino in fondo, abbiamo le nostre istanze a partire dall’autonomia. Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda al presidente Sergio Mattarella che sentirà le forze politiche, vedrà i numeri, poi deciderà». E come da tradizione non scioglierà nulla, neppure a 40 gradi all’ombra.
I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber
Resta alto il tono delle proteste dei tassisti, in tutta Italia, a causa delle norme contenute nel ddl Concorrenza, attualmente in esame in commissione a Montecitorio. Norme che, come noto, qualora diventassero legge, determinerebbero uno squilibrio nell’offerta di servizi, a favore delle multinazionali del Web e delle app, rispetto al servizio pubblico. E al di là di qualche isolata intemperanza (qualche «incatenamento» alle transenne di fronte a Palazzo Chigi a Roma e qualche petardo) il senso della protesta sembra essere stato colto da una parte della classe politica, anche all’interno della maggioranza.
Come prima cosa, la seduta della commissione che avrebbe dovuto vagliare ieri pomeriggio l’articolo 10 del disegno di legge (quello che nello specifico si occupa dei taxi) è stata aggiornata stamani, sotto la pressione della protesta e delle richieste di associazioni di categoria e leader politici. Su quest’ultimo fronte, chi ha raccolto in toto le istanze dei tassisti è stato il leader della Lega, Matteo Salvini, il quale ha criticato apertamente la scelta di Palazzo Chigi di andare avanti su questa strada: «Noi stiamo cercando», ha affermato Salvini, «di stemperare le tensioni sociali nelle piazze, però evidentemente qualcuno a Palazzo Chigi mal consiglia il presidente del Consiglio. Perché ad esempio accanirsi su 40.000 tassisti in un momento economico e sociale come questo? Non vorrei che ci fosse la “manina” di qualche multinazionale straniera anche dietro questo intervento normativo perché i tassisti sono anche un presidio di legalità, oltre a svolgere una funzione economica».
Anche i leader sindacali, seppure con sfumature diverse, si sono rivolti al governo per far prevalere il dialogo e arrivare a una modifica del testo in direzione più favorevole al servizio pubblico e meno ossequiosa ai colossi mondiali.
I tassisti, le cui richieste hanno già avuto il pieno sostegno di Fdi, hanno cercato invano anche la sponda di Forza Italia, una cui delegazione ha ricevuto alcuni rappresentanti della categoria. L’incontro è stato cordiale, ma stando a quanto è filtrato gli esponenti azzurri, pur condividendo buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori, hanno opposto problemi di tempistica parlamentare. A seguire, c’è stato anche un incontro con una delegazione del Partito democratico, che però mantiene sul provvedimento una posizione allineata all’esecutivo. Il ddl dovrà andare in Aula all’inizio della settimana prossima, ma fino a quel momento è previsto un fitto giro di incontri, sia tra associazioni di categoria e politici che tra politici e governo. In agenda, infatti, nelle prossime ore, a cavallo tra le due sedute di commissione previste per oggi, ci sarà anche una riunione con il ministro Enrico Giovannini e la vice Teresa Bellanova, a proposito dell’articolo 10 del decreto, che prevede la liberalizzazione del settore. Dall’esito dipenderà il destino dell’attuale testo e di decine di migliaia di famiglie.
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Le sberle del premier irritano la base. Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia e Attilio Fontana frenano. Matteo Salvini pungola Giuseppi: «Se non vota i decreti, fine».I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber. Petardi e autisti in catene, la polizia blinda Palazzo Chigi. Stop ai lavori in commissione.Lo speciale comprende due articoli.«Ci considera quelli dell’ultimo banco. E allora vada come vada». Il vecchio senatore leghista memore delle battaglie di Umberto Bossi risolte con un vadaviaiciap non fa previsioni. Ma è amareggiato, per non dire deluso, da Mario Draghi in versione maestrino «che prima ci chiede i voti e poi ci prende a sberle». A mettere di cattivo umore la base parlamentare è stata l’ultima uscita del premier, quando per rispondere al responsabile della crisi Giuseppe Conte ha finito per attaccare Matteo Salvini, come se tra i due ci fosse una qualche proprietà transitiva politica. «Ai tanti che sostengono che a settembre faranno sfracelli e minacciano cose terribili, dico che un governo non lavora con gli ultimatum», ha scandito con un certo compiacimento come per riequilibrare gli scapaccioni ai discoli. Nell’afa romana che scioglie i gelati di «Giolitti» l’uscita è stata considerata urticante, antipatizzante. Dentro la Lega c’è la convinzione di essere un alleato solido, senza schizofrenie, che non ha mai fatto mancare il sostegno al governo «anche quando abbiamo dovuto ingoiare qualche rospo elettorale e abbiamo visto i sondaggi andare male». Si aspettava ben altro trattamento il partito del Nord, che mastica amaro in privato ma a questo punto è deciso a sostenere palazzo Chigi sino alla fine con il gruppo più numeroso in parlamento. Sintetizzava Giancarlo Giorgetti ad amici: «Noi non ci auguriamo crisi o perdite di tempo, sono altri che stanno facendo e disfando. E nell’incertezza è tutto più difficile». La situazione è particolare. Da una parte la Lega governista di ministri e governatori auspica che l’esecutivo arrivi in porto (più o meno) serenamente; dall’altra la pancia del partito sa che la spallata pentastellata potrebbe chiudere un esperimento negativo per tutti. La strategia del centrodestra di intestarsi Draghi è fallita fin da principio; c’è troppo establishment nel suo Caraceni, troppa democristianità dorotea. Chi lo immaginava liberale se lo ritrova socialdemocratico, freddo e distante come un elettrodomestico. Così il dirigente territoriale e il militante leghista non hanno rinunciato a sperare che - se non dovesse riuscirci Conte oggi - sia Salvini a togliergli la spina in autunno. «Un anno e mezzo sotto assedio non lo regge neanche un santo», spiega un colonnello di via Bellerio. Fa riferimento alle provocazioni del Pd sui temi più strampalati (ddl Zan, ius scholae, libertà di spinello, invasione migratoria) messe lì come trappole per logorare il Carroccio; fa riferimento alle punzecchiature di Draghi come se la presenza leghista fosse solo tollerata con cortesia. Ma intende anche la partita interna con l’alleato Fratelli d’Italia, in crescita assoluta perché forte del ruolo di unica opposizione. A preoccupare il partito si aggiunge il ricatto contiano: se i grillini riusciranno a portare a casa nuove assicurazioni sui loro temi sensibili (la transizione green lunare, la politica dei bonus) è possibile che l’esecutivo si sposti ancora più a sinistra. Davanti al canyon della crisi, Salvini non ha dubbi: «Io prendo per buone la parole del presidente del Consiglio che ha detto che non governa senza i 5 stelle. Se i 5 stelle fanno una certa scelta, parola agli italiani. Se una forza di maggioranza non vota un decreto di maggioranza, fine, si va alle urne». Poi aggiunge, per far capire che le curve sono anche politiche: «Noi non siamo disposti a restare in un esecutivo senza i pentastellati. Altre robe strane le lasciamo perdere, anche perché governare con il Pd non è esercizio facile». Infine, all’assemblea del decennale di Confimi, sceglie un’uscita istituzionale: «Mentre parliamo il governo c’è, poi cosa faranno i 5 stelle non mi è dato sapere. Ma la cosa certa è che l’Italia, le imprese e i lavoratori italiani non possono permettersi mesi di litigi e ricatti. Se c’è la possibilità di lavorare noi ci siamo ma se bisogna passare mesi a questionare tanto vale dare la parola agli italiani e avere davanti cinque anni tranquilli».Nessuno si discosta dalla linea ufficiale, almeno in chiaro, mentre il pensiero criptato è ben più magmatico e articolato. Gli stessi governatori di punta sono allineati (e non da oggi). Dopo aver incontrato proprio Draghi nel summit romano sullo stato dell’arte delle Olimpiadi Milano-Cortina, Attilio Fontana non vede alternative alla continuità. «La mia convinzione è che il premier debba andare avanti e superare i momenti di difficoltà. Mi auguro che ricominci a lavorare nel pieno delle sue forze». Luca Zaia teme la palude, anzi il limbo. «Il dibattito è il sale della democrazia, ma in questo momento particolare c’è bisogno di un governo per prendere decisioni strategiche. Io spero che non ci siano motivi perché questo cada, significherebbe entrare in un limbo pericoloso. Noi della Lega abbiamo un ruolo e possiamo giocarcelo fino in fondo, abbiamo le nostre istanze a partire dall’autonomia. Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda al presidente Sergio Mattarella che sentirà le forze politiche, vedrà i numeri, poi deciderà». E come da tradizione non scioglierà nulla, neppure a 40 gradi all’ombra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-ci-ha-deluso-la-pancia-leghista-vuol-staccare-la-spina-2657668913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-tassisti-assediano-il-centro-di-roma-oggi-vertice-sulla-norma-pro-uber" data-post-id="2657668913" data-published-at="1657738498" data-use-pagination="False"> I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber Resta alto il tono delle proteste dei tassisti, in tutta Italia, a causa delle norme contenute nel ddl Concorrenza, attualmente in esame in commissione a Montecitorio. Norme che, come noto, qualora diventassero legge, determinerebbero uno squilibrio nell’offerta di servizi, a favore delle multinazionali del Web e delle app, rispetto al servizio pubblico. E al di là di qualche isolata intemperanza (qualche «incatenamento» alle transenne di fronte a Palazzo Chigi a Roma e qualche petardo) il senso della protesta sembra essere stato colto da una parte della classe politica, anche all’interno della maggioranza. Come prima cosa, la seduta della commissione che avrebbe dovuto vagliare ieri pomeriggio l’articolo 10 del disegno di legge (quello che nello specifico si occupa dei taxi) è stata aggiornata stamani, sotto la pressione della protesta e delle richieste di associazioni di categoria e leader politici. Su quest’ultimo fronte, chi ha raccolto in toto le istanze dei tassisti è stato il leader della Lega, Matteo Salvini, il quale ha criticato apertamente la scelta di Palazzo Chigi di andare avanti su questa strada: «Noi stiamo cercando», ha affermato Salvini, «di stemperare le tensioni sociali nelle piazze, però evidentemente qualcuno a Palazzo Chigi mal consiglia il presidente del Consiglio. Perché ad esempio accanirsi su 40.000 tassisti in un momento economico e sociale come questo? Non vorrei che ci fosse la “manina” di qualche multinazionale straniera anche dietro questo intervento normativo perché i tassisti sono anche un presidio di legalità, oltre a svolgere una funzione economica». Anche i leader sindacali, seppure con sfumature diverse, si sono rivolti al governo per far prevalere il dialogo e arrivare a una modifica del testo in direzione più favorevole al servizio pubblico e meno ossequiosa ai colossi mondiali. I tassisti, le cui richieste hanno già avuto il pieno sostegno di Fdi, hanno cercato invano anche la sponda di Forza Italia, una cui delegazione ha ricevuto alcuni rappresentanti della categoria. L’incontro è stato cordiale, ma stando a quanto è filtrato gli esponenti azzurri, pur condividendo buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori, hanno opposto problemi di tempistica parlamentare. A seguire, c’è stato anche un incontro con una delegazione del Partito democratico, che però mantiene sul provvedimento una posizione allineata all’esecutivo. Il ddl dovrà andare in Aula all’inizio della settimana prossima, ma fino a quel momento è previsto un fitto giro di incontri, sia tra associazioni di categoria e politici che tra politici e governo. In agenda, infatti, nelle prossime ore, a cavallo tra le due sedute di commissione previste per oggi, ci sarà anche una riunione con il ministro Enrico Giovannini e la vice Teresa Bellanova, a proposito dell’articolo 10 del decreto, che prevede la liberalizzazione del settore. Dall’esito dipenderà il destino dell’attuale testo e di decine di migliaia di famiglie.
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.
Iolanda Apostolica
Scatto di carriera. Postumo, però. Perché la giudice nel 2024 si è dimessa dopo le polemiche per la disapplicazione del decreto Cutro e per un video che la immortalava alla testa di una manifestazione pro-migranti e contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una promozione a carriera finita. Sembra un paradosso, ma è un passaggio tecnico rispetto alla progressione economica dei magistrati. Gli scatti non sono tutti uguali: c’è quello economico, che incide sullo stipendio, e quello funzionale, che apre la strada a incarichi più rilevanti. In questo caso inciderà sulla pensione dell’ex toga salva-migranti.
Non ci gira attorno la consigliera laica Claudia Eccher: «Indipendentemente dal fatto che la Apostolico abbia lasciato la magistratura, il nostro dovere è valutare nel merito il quadriennio di servizio seguendo le leggi e le circolari del Csm. La settima e ultima valutazione di professionalità non è un mero passaggio burocratico, ma determina un avanzamento sia professionale che economico, con riflessi diretti anche sul trattamento pensionistico e di fine rapporto». E arriva al punto: «Nel caso della Apostolico si riscontra una carenza sul prerequisito dell’indipendenza. Non si contesta il diritto ad avere opinioni politiche, ma la scelta di manifestarle in un contesto di contrapposizione frontale con le autorità di pubblica sicurezza e con le scelte del governo, proprio su una materia che rientra nelle sue specifiche competenze funzionali».
Il togato Tullio Morello spiega perché il Csm ha votato a favore della ex collega: «Le sue idee non hanno influenzato la decisione giurisdizionale. Se nelle motivazioni fosse emerso un pregiudizio, allora potremmo discutere della sua imparzialità». Il Consiglio però si è spaccato. Il laico Enrico Aimi è stato duro: «Doveroso esprimere una posizione critica rispetto alla proposta di riconoscere alla Apostolico il superamento della settima valutazione di professionalità. Non può essere un automatismo, ma richiede una verifica rigorosa e sostanziale del permanere dei requisiti fondamentali, ovvero indipendenza, imparzialità ed equilibrio. Nel caso di specie, tali requisiti appaiono meritevoli di un approfondimento ben più incisivo».
Dopo la partecipazione alla manifestazione filmata, «il magistrato», secondo Aimi, «avrebbe dovuto astenersi dalla trattazione di procedimenti in materia di immigrazione». «Non basta essere imparziali, bisogna anche apparirlo, perché la credibilità della giurisdizione si fonda sulla fiducia dei cittadini», ha ricordato la consigliera Isabella Bertolini, aggiungendo: «Proprio per questo ho sottolineato che questi principi impongono rigore, coerenza e senso del limite, soprattutto quando si toccano temi sensibili o esposti al confronto pubblico». Infine, un colpo al Consiglio: «La decisione del Csm rappresenta, a mio avviso, un’occasione persa. Si poteva, e si doveva, aprire una riflessione vera sul modello di magistrato che vogliamo, non solo tecnicamente preparato ma capace di incarnare fino in fondo terzietà, misura ed equilibrio. Senza questa chiarezza, il rischio è quello di indebolire la percezione stessa di imparzialità della magistratura. Oggi il Csm sul caso Apostolicoha dato l’ennesima pessima prova».
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