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2022-07-14
«Draghi ci ha deluso». La pancia leghista vuol staccare la spina
Luca Zaia e Matteo Salvini (Ansa)
«Ci considera quelli dell’ultimo banco. E allora vada come vada». Il vecchio senatore leghista memore delle battaglie di Umberto Bossi risolte con un vadaviaiciap non fa previsioni. Ma è amareggiato, per non dire deluso, da Mario Draghi in versione maestrino «che prima ci chiede i voti e poi ci prende a sberle».
A mettere di cattivo umore la base parlamentare è stata l’ultima uscita del premier, quando per rispondere al responsabile della crisi Giuseppe Conte ha finito per attaccare Matteo Salvini, come se tra i due ci fosse una qualche proprietà transitiva politica. «Ai tanti che sostengono che a settembre faranno sfracelli e minacciano cose terribili, dico che un governo non lavora con gli ultimatum», ha scandito con un certo compiacimento come per riequilibrare gli scapaccioni ai discoli.
Nell’afa romana che scioglie i gelati di «Giolitti» l’uscita è stata considerata urticante, antipatizzante. Dentro la Lega c’è la convinzione di essere un alleato solido, senza schizofrenie, che non ha mai fatto mancare il sostegno al governo «anche quando abbiamo dovuto ingoiare qualche rospo elettorale e abbiamo visto i sondaggi andare male». Si aspettava ben altro trattamento il partito del Nord, che mastica amaro in privato ma a questo punto è deciso a sostenere palazzo Chigi sino alla fine con il gruppo più numeroso in parlamento. Sintetizzava Giancarlo Giorgetti ad amici: «Noi non ci auguriamo crisi o perdite di tempo, sono altri che stanno facendo e disfando. E nell’incertezza è tutto più difficile».
La situazione è particolare. Da una parte la Lega governista di ministri e governatori auspica che l’esecutivo arrivi in porto (più o meno) serenamente; dall’altra la pancia del partito sa che la spallata pentastellata potrebbe chiudere un esperimento negativo per tutti. La strategia del centrodestra di intestarsi Draghi è fallita fin da principio; c’è troppo establishment nel suo Caraceni, troppa democristianità dorotea. Chi lo immaginava liberale se lo ritrova socialdemocratico, freddo e distante come un elettrodomestico. Così il dirigente territoriale e il militante leghista non hanno rinunciato a sperare che - se non dovesse riuscirci Conte oggi - sia Salvini a togliergli la spina in autunno.
«Un anno e mezzo sotto assedio non lo regge neanche un santo», spiega un colonnello di via Bellerio. Fa riferimento alle provocazioni del Pd sui temi più strampalati (ddl Zan, ius scholae, libertà di spinello, invasione migratoria) messe lì come trappole per logorare il Carroccio; fa riferimento alle punzecchiature di Draghi come se la presenza leghista fosse solo tollerata con cortesia. Ma intende anche la partita interna con l’alleato Fratelli d’Italia, in crescita assoluta perché forte del ruolo di unica opposizione. A preoccupare il partito si aggiunge il ricatto contiano: se i grillini riusciranno a portare a casa nuove assicurazioni sui loro temi sensibili (la transizione green lunare, la politica dei bonus) è possibile che l’esecutivo si sposti ancora più a sinistra.
Davanti al canyon della crisi, Salvini non ha dubbi: «Io prendo per buone la parole del presidente del Consiglio che ha detto che non governa senza i 5 stelle. Se i 5 stelle fanno una certa scelta, parola agli italiani. Se una forza di maggioranza non vota un decreto di maggioranza, fine, si va alle urne». Poi aggiunge, per far capire che le curve sono anche politiche: «Noi non siamo disposti a restare in un esecutivo senza i pentastellati. Altre robe strane le lasciamo perdere, anche perché governare con il Pd non è esercizio facile». Infine, all’assemblea del decennale di Confimi, sceglie un’uscita istituzionale: «Mentre parliamo il governo c’è, poi cosa faranno i 5 stelle non mi è dato sapere. Ma la cosa certa è che l’Italia, le imprese e i lavoratori italiani non possono permettersi mesi di litigi e ricatti. Se c’è la possibilità di lavorare noi ci siamo ma se bisogna passare mesi a questionare tanto vale dare la parola agli italiani e avere davanti cinque anni tranquilli».
Nessuno si discosta dalla linea ufficiale, almeno in chiaro, mentre il pensiero criptato è ben più magmatico e articolato. Gli stessi governatori di punta sono allineati (e non da oggi). Dopo aver incontrato proprio Draghi nel summit romano sullo stato dell’arte delle Olimpiadi Milano-Cortina, Attilio Fontana non vede alternative alla continuità. «La mia convinzione è che il premier debba andare avanti e superare i momenti di difficoltà. Mi auguro che ricominci a lavorare nel pieno delle sue forze».
Luca Zaia teme la palude, anzi il limbo. «Il dibattito è il sale della democrazia, ma in questo momento particolare c’è bisogno di un governo per prendere decisioni strategiche. Io spero che non ci siano motivi perché questo cada, significherebbe entrare in un limbo pericoloso. Noi della Lega abbiamo un ruolo e possiamo giocarcelo fino in fondo, abbiamo le nostre istanze a partire dall’autonomia. Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda al presidente Sergio Mattarella che sentirà le forze politiche, vedrà i numeri, poi deciderà». E come da tradizione non scioglierà nulla, neppure a 40 gradi all’ombra.
I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber
Resta alto il tono delle proteste dei tassisti, in tutta Italia, a causa delle norme contenute nel ddl Concorrenza, attualmente in esame in commissione a Montecitorio. Norme che, come noto, qualora diventassero legge, determinerebbero uno squilibrio nell’offerta di servizi, a favore delle multinazionali del Web e delle app, rispetto al servizio pubblico. E al di là di qualche isolata intemperanza (qualche «incatenamento» alle transenne di fronte a Palazzo Chigi a Roma e qualche petardo) il senso della protesta sembra essere stato colto da una parte della classe politica, anche all’interno della maggioranza.
Come prima cosa, la seduta della commissione che avrebbe dovuto vagliare ieri pomeriggio l’articolo 10 del disegno di legge (quello che nello specifico si occupa dei taxi) è stata aggiornata stamani, sotto la pressione della protesta e delle richieste di associazioni di categoria e leader politici. Su quest’ultimo fronte, chi ha raccolto in toto le istanze dei tassisti è stato il leader della Lega, Matteo Salvini, il quale ha criticato apertamente la scelta di Palazzo Chigi di andare avanti su questa strada: «Noi stiamo cercando», ha affermato Salvini, «di stemperare le tensioni sociali nelle piazze, però evidentemente qualcuno a Palazzo Chigi mal consiglia il presidente del Consiglio. Perché ad esempio accanirsi su 40.000 tassisti in un momento economico e sociale come questo? Non vorrei che ci fosse la “manina” di qualche multinazionale straniera anche dietro questo intervento normativo perché i tassisti sono anche un presidio di legalità, oltre a svolgere una funzione economica».
Anche i leader sindacali, seppure con sfumature diverse, si sono rivolti al governo per far prevalere il dialogo e arrivare a una modifica del testo in direzione più favorevole al servizio pubblico e meno ossequiosa ai colossi mondiali.
I tassisti, le cui richieste hanno già avuto il pieno sostegno di Fdi, hanno cercato invano anche la sponda di Forza Italia, una cui delegazione ha ricevuto alcuni rappresentanti della categoria. L’incontro è stato cordiale, ma stando a quanto è filtrato gli esponenti azzurri, pur condividendo buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori, hanno opposto problemi di tempistica parlamentare. A seguire, c’è stato anche un incontro con una delegazione del Partito democratico, che però mantiene sul provvedimento una posizione allineata all’esecutivo. Il ddl dovrà andare in Aula all’inizio della settimana prossima, ma fino a quel momento è previsto un fitto giro di incontri, sia tra associazioni di categoria e politici che tra politici e governo. In agenda, infatti, nelle prossime ore, a cavallo tra le due sedute di commissione previste per oggi, ci sarà anche una riunione con il ministro Enrico Giovannini e la vice Teresa Bellanova, a proposito dell’articolo 10 del decreto, che prevede la liberalizzazione del settore. Dall’esito dipenderà il destino dell’attuale testo e di decine di migliaia di famiglie.
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Le sberle del premier irritano la base. Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia e Attilio Fontana frenano. Matteo Salvini pungola Giuseppi: «Se non vota i decreti, fine».I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber. Petardi e autisti in catene, la polizia blinda Palazzo Chigi. Stop ai lavori in commissione.Lo speciale comprende due articoli.«Ci considera quelli dell’ultimo banco. E allora vada come vada». Il vecchio senatore leghista memore delle battaglie di Umberto Bossi risolte con un vadaviaiciap non fa previsioni. Ma è amareggiato, per non dire deluso, da Mario Draghi in versione maestrino «che prima ci chiede i voti e poi ci prende a sberle». A mettere di cattivo umore la base parlamentare è stata l’ultima uscita del premier, quando per rispondere al responsabile della crisi Giuseppe Conte ha finito per attaccare Matteo Salvini, come se tra i due ci fosse una qualche proprietà transitiva politica. «Ai tanti che sostengono che a settembre faranno sfracelli e minacciano cose terribili, dico che un governo non lavora con gli ultimatum», ha scandito con un certo compiacimento come per riequilibrare gli scapaccioni ai discoli. Nell’afa romana che scioglie i gelati di «Giolitti» l’uscita è stata considerata urticante, antipatizzante. Dentro la Lega c’è la convinzione di essere un alleato solido, senza schizofrenie, che non ha mai fatto mancare il sostegno al governo «anche quando abbiamo dovuto ingoiare qualche rospo elettorale e abbiamo visto i sondaggi andare male». Si aspettava ben altro trattamento il partito del Nord, che mastica amaro in privato ma a questo punto è deciso a sostenere palazzo Chigi sino alla fine con il gruppo più numeroso in parlamento. Sintetizzava Giancarlo Giorgetti ad amici: «Noi non ci auguriamo crisi o perdite di tempo, sono altri che stanno facendo e disfando. E nell’incertezza è tutto più difficile». La situazione è particolare. Da una parte la Lega governista di ministri e governatori auspica che l’esecutivo arrivi in porto (più o meno) serenamente; dall’altra la pancia del partito sa che la spallata pentastellata potrebbe chiudere un esperimento negativo per tutti. La strategia del centrodestra di intestarsi Draghi è fallita fin da principio; c’è troppo establishment nel suo Caraceni, troppa democristianità dorotea. Chi lo immaginava liberale se lo ritrova socialdemocratico, freddo e distante come un elettrodomestico. Così il dirigente territoriale e il militante leghista non hanno rinunciato a sperare che - se non dovesse riuscirci Conte oggi - sia Salvini a togliergli la spina in autunno. «Un anno e mezzo sotto assedio non lo regge neanche un santo», spiega un colonnello di via Bellerio. Fa riferimento alle provocazioni del Pd sui temi più strampalati (ddl Zan, ius scholae, libertà di spinello, invasione migratoria) messe lì come trappole per logorare il Carroccio; fa riferimento alle punzecchiature di Draghi come se la presenza leghista fosse solo tollerata con cortesia. Ma intende anche la partita interna con l’alleato Fratelli d’Italia, in crescita assoluta perché forte del ruolo di unica opposizione. A preoccupare il partito si aggiunge il ricatto contiano: se i grillini riusciranno a portare a casa nuove assicurazioni sui loro temi sensibili (la transizione green lunare, la politica dei bonus) è possibile che l’esecutivo si sposti ancora più a sinistra. Davanti al canyon della crisi, Salvini non ha dubbi: «Io prendo per buone la parole del presidente del Consiglio che ha detto che non governa senza i 5 stelle. Se i 5 stelle fanno una certa scelta, parola agli italiani. Se una forza di maggioranza non vota un decreto di maggioranza, fine, si va alle urne». Poi aggiunge, per far capire che le curve sono anche politiche: «Noi non siamo disposti a restare in un esecutivo senza i pentastellati. Altre robe strane le lasciamo perdere, anche perché governare con il Pd non è esercizio facile». Infine, all’assemblea del decennale di Confimi, sceglie un’uscita istituzionale: «Mentre parliamo il governo c’è, poi cosa faranno i 5 stelle non mi è dato sapere. Ma la cosa certa è che l’Italia, le imprese e i lavoratori italiani non possono permettersi mesi di litigi e ricatti. Se c’è la possibilità di lavorare noi ci siamo ma se bisogna passare mesi a questionare tanto vale dare la parola agli italiani e avere davanti cinque anni tranquilli».Nessuno si discosta dalla linea ufficiale, almeno in chiaro, mentre il pensiero criptato è ben più magmatico e articolato. Gli stessi governatori di punta sono allineati (e non da oggi). Dopo aver incontrato proprio Draghi nel summit romano sullo stato dell’arte delle Olimpiadi Milano-Cortina, Attilio Fontana non vede alternative alla continuità. «La mia convinzione è che il premier debba andare avanti e superare i momenti di difficoltà. Mi auguro che ricominci a lavorare nel pieno delle sue forze». Luca Zaia teme la palude, anzi il limbo. «Il dibattito è il sale della democrazia, ma in questo momento particolare c’è bisogno di un governo per prendere decisioni strategiche. Io spero che non ci siano motivi perché questo cada, significherebbe entrare in un limbo pericoloso. Noi della Lega abbiamo un ruolo e possiamo giocarcelo fino in fondo, abbiamo le nostre istanze a partire dall’autonomia. Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda al presidente Sergio Mattarella che sentirà le forze politiche, vedrà i numeri, poi deciderà». E come da tradizione non scioglierà nulla, neppure a 40 gradi all’ombra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-ci-ha-deluso-la-pancia-leghista-vuol-staccare-la-spina-2657668913.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-tassisti-assediano-il-centro-di-roma-oggi-vertice-sulla-norma-pro-uber" data-post-id="2657668913" data-published-at="1657738498" data-use-pagination="False"> I tassisti assediano il centro di Roma. Oggi vertice sulla norma pro Uber Resta alto il tono delle proteste dei tassisti, in tutta Italia, a causa delle norme contenute nel ddl Concorrenza, attualmente in esame in commissione a Montecitorio. Norme che, come noto, qualora diventassero legge, determinerebbero uno squilibrio nell’offerta di servizi, a favore delle multinazionali del Web e delle app, rispetto al servizio pubblico. E al di là di qualche isolata intemperanza (qualche «incatenamento» alle transenne di fronte a Palazzo Chigi a Roma e qualche petardo) il senso della protesta sembra essere stato colto da una parte della classe politica, anche all’interno della maggioranza. Come prima cosa, la seduta della commissione che avrebbe dovuto vagliare ieri pomeriggio l’articolo 10 del disegno di legge (quello che nello specifico si occupa dei taxi) è stata aggiornata stamani, sotto la pressione della protesta e delle richieste di associazioni di categoria e leader politici. Su quest’ultimo fronte, chi ha raccolto in toto le istanze dei tassisti è stato il leader della Lega, Matteo Salvini, il quale ha criticato apertamente la scelta di Palazzo Chigi di andare avanti su questa strada: «Noi stiamo cercando», ha affermato Salvini, «di stemperare le tensioni sociali nelle piazze, però evidentemente qualcuno a Palazzo Chigi mal consiglia il presidente del Consiglio. Perché ad esempio accanirsi su 40.000 tassisti in un momento economico e sociale come questo? Non vorrei che ci fosse la “manina” di qualche multinazionale straniera anche dietro questo intervento normativo perché i tassisti sono anche un presidio di legalità, oltre a svolgere una funzione economica». Anche i leader sindacali, seppure con sfumature diverse, si sono rivolti al governo per far prevalere il dialogo e arrivare a una modifica del testo in direzione più favorevole al servizio pubblico e meno ossequiosa ai colossi mondiali. I tassisti, le cui richieste hanno già avuto il pieno sostegno di Fdi, hanno cercato invano anche la sponda di Forza Italia, una cui delegazione ha ricevuto alcuni rappresentanti della categoria. L’incontro è stato cordiale, ma stando a quanto è filtrato gli esponenti azzurri, pur condividendo buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori, hanno opposto problemi di tempistica parlamentare. A seguire, c’è stato anche un incontro con una delegazione del Partito democratico, che però mantiene sul provvedimento una posizione allineata all’esecutivo. Il ddl dovrà andare in Aula all’inizio della settimana prossima, ma fino a quel momento è previsto un fitto giro di incontri, sia tra associazioni di categoria e politici che tra politici e governo. In agenda, infatti, nelle prossime ore, a cavallo tra le due sedute di commissione previste per oggi, ci sarà anche una riunione con il ministro Enrico Giovannini e la vice Teresa Bellanova, a proposito dell’articolo 10 del decreto, che prevede la liberalizzazione del settore. Dall’esito dipenderà il destino dell’attuale testo e di decine di migliaia di famiglie.
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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