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2020-04-19
Dopo la Corte dei conti ora anche la Procura indaga sul balletto delle commesse
Michele Prestipino, capo della procura di Roma (Ansa)
Affidamento, revoca e rinnovazione dell'accordo. Tutti i documenti di determina della Regione Lazio per l'approvvigionamento di sistemi di protezione hanno seguito lo stesso iter. Un meccanismo burocratico sul quale sta indagando la Guardia di finanza di Roma su delega del procuratore Michele Prestipino, perché all'interno delle procedure d'urgenza, si sospetta, potrebbero essersi annidati gli appetiti di imprese pronte a tutto pur di azzannare la torta milionaria e lasciare la Regione in braghe di tela. L'inchiesta giudiziaria fa il paio con un'indagine aperta dalla Procura regionale della Corte dei conti qualche giorno fa e curata personalmente dal capo dei pm contabili Andrea Lupi. Le richieste di chiarimenti avanzate dai partiti di opposizione hanno acceso la miccia. E ora la bomba sulle commesse milionarie rischia di scoppiare tra le mani di Nicola Zingaretti.
Sul piatto della bilancia ci sono milioni di soldi pubblici a fronte di accordi al momento non rispettati da una rete di imprese dalle insolite finalità aziendali, alcune delle quali con nomi da intrigo internazionale e sedi offshore. Del garbuglio si sta occupando in modo ufficiale la stessa Regione Lazio, su input del consigliere meloniano Sergio Pirozzi, presidente della commissione Protezione civile, che domani vorrebbe sentire il capo della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello, l'ex comandante della polizia municipale di Rieti che ha firmato gli accordi con le imprese. Pirozzi da ex sindaco di Amatrice ha già dovuto affrontare situazioni simili e sa dove mettere le mani. Per questo ha chiesto di acquisire una serie di documenti: da quelli di trasporto che dovrebbero provare l'eventuale consegna del materiale a quelli che dovrebbero attestare l'avvenuta distribuzione ai beneficiari e alle schede tecniche dei dispositivi per verificarne la conformità ai relativi certificati. E ancora: le polizze fideiussorie, l'elenco delle strutture sanitarie in cui sono state installate le tende pre triage e il numero di operatori della Protezione civile impegnati.
Nel mirino ci sono le tempistiche di approvvigionamento non rispettate, ma anche i costi. La fornitura più importante a livello economico è stata affidata alla Eco Tech srl: 35,8 milioni di euro in mascherine. Ma è solo uno dei capitoli di un approvvigionamento più ampio, sul quale si è tuffata una falange di aziende che di solito si occupano d'altro. Aggiungendo guanti, occhiali di protezione, tute, ventilatori e letti per la terapia intensiva la cifra arriva subito a livelli da capogiro: 133 milioni di euro. La consegna era prevista a fine marzo. A ogni ritardo è scattata una revoca. E, nello stesso documento, un nuovo accordo, con nuovi tempi di consegna.
Alla vigilia di Pasqua Lega e Fratelli d'Italia hanno cominciato a gridare alla truffa. Perché l'ente pubblico anticipava i fondi ma la merce non arrivava. Dalla Regione liquidano la questione come una grande «fake news». E fanno sapere che nel caso in cui le aziende non dovessero rispettare i contratti, «l'anticipo, assicurato dalla fideiussione, tornerà immediatamente nella disponibilità della Regione Lazio». Poi, però, fanno di tutto per canalizzare la discussione sui dispositivi mai consegnati in commissione Bilancio e non in quella coordinata da Pirozzi, anticipando la convocazione della prima di qualche ora. Poi, pare, si sia trovata un'intesa e probabilmente si procederà in commissione congiunta. «Tulumello ha l'obbligo di presentarsi per chiarire una volta per tutte questa vicenda», ricorda la leghista Laura Corrotti, che aggiunge: «Abbiamo tante domande da fargli, alle quali solo lui può e deve rispondere». E in un'interrogazione sottolinea che «le procedure utilizzate sembrano del tutto inadeguate a garantire fornitori affidabili».
«Dopo aver imposto il fermo alle riunioni del Consiglio regionale, adesso pretendono di stabilire in quale sede discutere l'opaco operato della giunta», commenta il presidente del comitato regionale di controllo contabile laziale Giancarlo Righini di Fdi. Mentre i 5 stelle sulla questione si sono praticamente dati alla macchia. Il caso, insomma, pesa tutto sulle spalle di Zingaretti e dell'ex capo dei vigili. Che nonostante tutto sembrano ottimisti: i ritardi, stando alle valutazioni della Regione, sarebbero dovuti alle difficoltà di approvvigionamento. E i prezzi sarebbero passati sotto attente verifiche. Le stesse delegate ora alla Guardia di finanza dalla Corte dei conti e dalla Procura di Piazzale Clodio.
«Consegnati 10 milioni di Dpi su 27»
Sergio Pirozzi, consigliere di Fratelli d'Italia della Regione Lazio e presidente della dodicesima commissione Tutela del territorio, erosione costiera, emergenze e grandi rischi, Protezione civile e ricostruzione, è diventato suo malgrado un esperto di emergenze. Nella precedente esperienza politica si è trovato a fronteggiare il terremoto ad Amatrice, Comune che ha amministrato da sindaco. «La gestione di un'emergenza non si misura sulle parole», dice davanti al dramma del coronavirus, «Il suo valore emerge dalla tempestività della risposta ai fabbisogni più urgenti».
Nel Lazio l'emergenza Covid-19 non è stata affrontata bene?
«Lo dicono i numeri. Se dopo un mese e mezzo si parla ancora di dispositivi ordinati e mai arrivati, è evidente che la gestione è stata deficitaria. E poi lo dimostrano le parole di Nicola Zingaretti: in cinque settimane sono stati consegnati meno di 10 milioni di dispositivi, principalmente mascherine chirurgiche, a fronte di un ordine di circa 27 milioni di pezzi».
Ci sono errori evidenti?
«Da quanto sta emergendo, sembra che la Regione, invece di affidarsi a fornitori qualificati e con esperienza, a causa della possibilità di agire in deroga al codice degli appalti, si sia infilata in un vortice di fornitori improvvisati, che hanno portato a ritardi, mancate consegne, revoche di contratti poi riaffidati allo stesso soggetto. Dalla documentazione appare anche che, almeno in alcuni casi, non siano state richieste garanzie economiche. Non obbligatorie, ma che avrebbero permesso una scrematura dei soggetti inaffidabili. Due errori molto gravi, che se confermati comporterebbero una chiara responsabilità politica».
È per questo che ha convocato la commissione Protezione Civile?
«Il 6 aprile, quindi prima che emergesse la vicenda Eco tech, ho inviato una mail a tutti i componenti della commissione e agli interessati per proporre una serie di possibili date per sentire Zingaretti e il capo della Protezione civile. Nessuno ha risposto alla richiesta. Quindi il 15 ho convocato formalmente la commissione per lunedì 20 aprile alle ore 14».
Pensa a una forma di ostruzionismo da parte della maggioranza?
«Penso a un momento di grande confusione. Il giorno dopo la convocazione della commissione, è stata convocata sullo stesso argomento, lo stesso giorno, ma alle 10 la commissione Bilancio. Che non ha competenza sulla parte gestionale. Difatti non mi risulta che sia stata richiesta la produzione dei documenti che permettono di ricostruire il quadro, che io invece ho richiesto».
Come è finito questo conflitto di attribuzioni?
«Che le due commissioni si riuniranno congiuntamente. Lunedì vedremo se c'è la volontà di fare chiarezza».
E il segretario obbliga al vaccino influenzale
Non c'è ancora il vaccino anti Covid-19, gli anziani continuano a morire nelle Rsa ma il governatore della Regione Lazio ha il suo personale rimedio per i nonni che non possiamo tenere a casa. L'ha annunciato via social: dal prossimo 15 settembre, gli over 65 che non saranno vaccinati contro l'influenza stagionale e le infezioni da pneumococco (primo agente responsabile della polmonite), saranno lasciati fuori dai centri anziani. Non l'ha detto proprio in questi termini, anzi ha voluto sottolineare che si tratta di una «grande operazione di tutela della salute pubblica», ma la sostanza è quella.
Assieme agli ultrasessantenni, ingresso vietato per il personale sanitario che non abbia fatto il vaccino. Medici e paramedici che si rifiuteranno saranno sospesi dalla prestazione lavorativa per inidoneità temporanea alla mansione specifica. Stiamo parlando di quasi 2,2 milioni, tra over 65 e lavoratori, obbligati a seguire il trattamento profilattico imposto da Nicola Zingaretti, firmatario dell'ordinanza.
Gli anziani non potranno nemmeno entrare nei luoghi di aggregazione «che non consentano di garantire il distanziamento sociale». Stiamo parlando soprattutto dei centri dove le persone di una certa età, autosufficienti, possono trascorrere parte della giornata in compagnia ed è già tanto se rimangono aperti, con volontari impegnati a fare attività ricreative. Figuriamoci quanto spazio a disposizione possono avere i nonnetti in simili strutture per mantenersi lontani l'uno dall'altro almeno due metri, magari giocando a carte. Se non avranno fatto il vaccino staranno a casa da soli, o verranno costretti a immunizzarsi.
Per carità, è vero che la prevenzione delle complicanze passa anche dalla profilassi vaccinale, ma era proprio necessario renderla obbligatoria per tutti gli over 65, indipendentemente dalle condizioni di salute? Tra l'altro, il portale Epicentro dell'Istituto superiore della sanità segnala che «mentre l'antinfluenzale deve essere ripetuta ogni stagione, l'anti pneumococcica viene somministrata, secondo le attuali indicazioni, in dose singola una sola volta nella vita». Non è obbligatorio propinarle insieme: il vaccino pneumococcico coniugato può essere dato «indipendentemente e in qualsiasi stagione dell'anno».
Il presidente Zingaretti vuole invece una profilassi doppia, immediata, prima dell'inizio dell'autunno. «Con questa ordinanza il Lazio raccoglie l'appello lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità per ridurre i fattori confondenti per il Covid-19 in presenza di sintomi analoghi», ha dichiarato il governatore che vorrebbe far vaccinare contro l'influenza anche i bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni. L'ordinanza, infatti, contiene «una forte raccomandazione» in tal senso, «attraverso il pieno coinvolgimento dei pediatri di libera scelta». Aspettiamoci un secondo provvedimento, che estenda gli obblighi a nuove fasce di età o ad altri lavoratori, trasformando in coercizione la pratica indifferenziata delle vaccinazioni.
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La Guardia di finanza punta il faro sul travagliato procedimento di aggiudicazione: appalti prima affidati, poi ritirati per i ritardi e alla fine confermati di nuovo.Sergio Pirozzi, l'ex sindaco di Amatrice lunedì ha convocato la commissione Protezione civile.Da settembre nel Lazio chi non si immunizzerà non entrerà nei centri anziani. Ordinanza estesa ai sanitari.Lo speciale contiene tre articoliAffidamento, revoca e rinnovazione dell'accordo. Tutti i documenti di determina della Regione Lazio per l'approvvigionamento di sistemi di protezione hanno seguito lo stesso iter. Un meccanismo burocratico sul quale sta indagando la Guardia di finanza di Roma su delega del procuratore Michele Prestipino, perché all'interno delle procedure d'urgenza, si sospetta, potrebbero essersi annidati gli appetiti di imprese pronte a tutto pur di azzannare la torta milionaria e lasciare la Regione in braghe di tela. L'inchiesta giudiziaria fa il paio con un'indagine aperta dalla Procura regionale della Corte dei conti qualche giorno fa e curata personalmente dal capo dei pm contabili Andrea Lupi. Le richieste di chiarimenti avanzate dai partiti di opposizione hanno acceso la miccia. E ora la bomba sulle commesse milionarie rischia di scoppiare tra le mani di Nicola Zingaretti.Sul piatto della bilancia ci sono milioni di soldi pubblici a fronte di accordi al momento non rispettati da una rete di imprese dalle insolite finalità aziendali, alcune delle quali con nomi da intrigo internazionale e sedi offshore. Del garbuglio si sta occupando in modo ufficiale la stessa Regione Lazio, su input del consigliere meloniano Sergio Pirozzi, presidente della commissione Protezione civile, che domani vorrebbe sentire il capo della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello, l'ex comandante della polizia municipale di Rieti che ha firmato gli accordi con le imprese. Pirozzi da ex sindaco di Amatrice ha già dovuto affrontare situazioni simili e sa dove mettere le mani. Per questo ha chiesto di acquisire una serie di documenti: da quelli di trasporto che dovrebbero provare l'eventuale consegna del materiale a quelli che dovrebbero attestare l'avvenuta distribuzione ai beneficiari e alle schede tecniche dei dispositivi per verificarne la conformità ai relativi certificati. E ancora: le polizze fideiussorie, l'elenco delle strutture sanitarie in cui sono state installate le tende pre triage e il numero di operatori della Protezione civile impegnati. Nel mirino ci sono le tempistiche di approvvigionamento non rispettate, ma anche i costi. La fornitura più importante a livello economico è stata affidata alla Eco Tech srl: 35,8 milioni di euro in mascherine. Ma è solo uno dei capitoli di un approvvigionamento più ampio, sul quale si è tuffata una falange di aziende che di solito si occupano d'altro. Aggiungendo guanti, occhiali di protezione, tute, ventilatori e letti per la terapia intensiva la cifra arriva subito a livelli da capogiro: 133 milioni di euro. La consegna era prevista a fine marzo. A ogni ritardo è scattata una revoca. E, nello stesso documento, un nuovo accordo, con nuovi tempi di consegna. Alla vigilia di Pasqua Lega e Fratelli d'Italia hanno cominciato a gridare alla truffa. Perché l'ente pubblico anticipava i fondi ma la merce non arrivava. Dalla Regione liquidano la questione come una grande «fake news». E fanno sapere che nel caso in cui le aziende non dovessero rispettare i contratti, «l'anticipo, assicurato dalla fideiussione, tornerà immediatamente nella disponibilità della Regione Lazio». Poi, però, fanno di tutto per canalizzare la discussione sui dispositivi mai consegnati in commissione Bilancio e non in quella coordinata da Pirozzi, anticipando la convocazione della prima di qualche ora. Poi, pare, si sia trovata un'intesa e probabilmente si procederà in commissione congiunta. «Tulumello ha l'obbligo di presentarsi per chiarire una volta per tutte questa vicenda», ricorda la leghista Laura Corrotti, che aggiunge: «Abbiamo tante domande da fargli, alle quali solo lui può e deve rispondere». E in un'interrogazione sottolinea che «le procedure utilizzate sembrano del tutto inadeguate a garantire fornitori affidabili».«Dopo aver imposto il fermo alle riunioni del Consiglio regionale, adesso pretendono di stabilire in quale sede discutere l'opaco operato della giunta», commenta il presidente del comitato regionale di controllo contabile laziale Giancarlo Righini di Fdi. Mentre i 5 stelle sulla questione si sono praticamente dati alla macchia. Il caso, insomma, pesa tutto sulle spalle di Zingaretti e dell'ex capo dei vigili. Che nonostante tutto sembrano ottimisti: i ritardi, stando alle valutazioni della Regione, sarebbero dovuti alle difficoltà di approvvigionamento. E i prezzi sarebbero passati sotto attente verifiche. Le stesse delegate ora alla Guardia di finanza dalla Corte dei conti e dalla Procura di Piazzale Clodio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-corte-dei-conti-ora-anche-la-procura-indaga-sul-balletto-delle-commesse-2645752663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="consegnati-10-milioni-di-dpi-su-27" data-post-id="2645752663" data-published-at="1587238464" data-use-pagination="False"> «Consegnati 10 milioni di Dpi su 27» Sergio Pirozzi, consigliere di Fratelli d'Italia della Regione Lazio e presidente della dodicesima commissione Tutela del territorio, erosione costiera, emergenze e grandi rischi, Protezione civile e ricostruzione, è diventato suo malgrado un esperto di emergenze. Nella precedente esperienza politica si è trovato a fronteggiare il terremoto ad Amatrice, Comune che ha amministrato da sindaco. «La gestione di un'emergenza non si misura sulle parole», dice davanti al dramma del coronavirus, «Il suo valore emerge dalla tempestività della risposta ai fabbisogni più urgenti». Nel Lazio l'emergenza Covid-19 non è stata affrontata bene? «Lo dicono i numeri. Se dopo un mese e mezzo si parla ancora di dispositivi ordinati e mai arrivati, è evidente che la gestione è stata deficitaria. E poi lo dimostrano le parole di Nicola Zingaretti: in cinque settimane sono stati consegnati meno di 10 milioni di dispositivi, principalmente mascherine chirurgiche, a fronte di un ordine di circa 27 milioni di pezzi». Ci sono errori evidenti? «Da quanto sta emergendo, sembra che la Regione, invece di affidarsi a fornitori qualificati e con esperienza, a causa della possibilità di agire in deroga al codice degli appalti, si sia infilata in un vortice di fornitori improvvisati, che hanno portato a ritardi, mancate consegne, revoche di contratti poi riaffidati allo stesso soggetto. Dalla documentazione appare anche che, almeno in alcuni casi, non siano state richieste garanzie economiche. Non obbligatorie, ma che avrebbero permesso una scrematura dei soggetti inaffidabili. Due errori molto gravi, che se confermati comporterebbero una chiara responsabilità politica». È per questo che ha convocato la commissione Protezione Civile? «Il 6 aprile, quindi prima che emergesse la vicenda Eco tech, ho inviato una mail a tutti i componenti della commissione e agli interessati per proporre una serie di possibili date per sentire Zingaretti e il capo della Protezione civile. Nessuno ha risposto alla richiesta. Quindi il 15 ho convocato formalmente la commissione per lunedì 20 aprile alle ore 14». Pensa a una forma di ostruzionismo da parte della maggioranza? «Penso a un momento di grande confusione. Il giorno dopo la convocazione della commissione, è stata convocata sullo stesso argomento, lo stesso giorno, ma alle 10 la commissione Bilancio. Che non ha competenza sulla parte gestionale. Difatti non mi risulta che sia stata richiesta la produzione dei documenti che permettono di ricostruire il quadro, che io invece ho richiesto». Come è finito questo conflitto di attribuzioni? «Che le due commissioni si riuniranno congiuntamente. Lunedì vedremo se c'è la volontà di fare chiarezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-corte-dei-conti-ora-anche-la-procura-indaga-sul-balletto-delle-commesse-2645752663.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-il-segretario-obbliga-al-vaccino-influenzale" data-post-id="2645752663" data-published-at="1587238464" data-use-pagination="False"> E il segretario obbliga al vaccino influenzale Non c'è ancora il vaccino anti Covid-19, gli anziani continuano a morire nelle Rsa ma il governatore della Regione Lazio ha il suo personale rimedio per i nonni che non possiamo tenere a casa. L'ha annunciato via social: dal prossimo 15 settembre, gli over 65 che non saranno vaccinati contro l'influenza stagionale e le infezioni da pneumococco (primo agente responsabile della polmonite), saranno lasciati fuori dai centri anziani. Non l'ha detto proprio in questi termini, anzi ha voluto sottolineare che si tratta di una «grande operazione di tutela della salute pubblica», ma la sostanza è quella. Assieme agli ultrasessantenni, ingresso vietato per il personale sanitario che non abbia fatto il vaccino. Medici e paramedici che si rifiuteranno saranno sospesi dalla prestazione lavorativa per inidoneità temporanea alla mansione specifica. Stiamo parlando di quasi 2,2 milioni, tra over 65 e lavoratori, obbligati a seguire il trattamento profilattico imposto da Nicola Zingaretti, firmatario dell'ordinanza. Gli anziani non potranno nemmeno entrare nei luoghi di aggregazione «che non consentano di garantire il distanziamento sociale». Stiamo parlando soprattutto dei centri dove le persone di una certa età, autosufficienti, possono trascorrere parte della giornata in compagnia ed è già tanto se rimangono aperti, con volontari impegnati a fare attività ricreative. Figuriamoci quanto spazio a disposizione possono avere i nonnetti in simili strutture per mantenersi lontani l'uno dall'altro almeno due metri, magari giocando a carte. Se non avranno fatto il vaccino staranno a casa da soli, o verranno costretti a immunizzarsi. Per carità, è vero che la prevenzione delle complicanze passa anche dalla profilassi vaccinale, ma era proprio necessario renderla obbligatoria per tutti gli over 65, indipendentemente dalle condizioni di salute? Tra l'altro, il portale Epicentro dell'Istituto superiore della sanità segnala che «mentre l'antinfluenzale deve essere ripetuta ogni stagione, l'anti pneumococcica viene somministrata, secondo le attuali indicazioni, in dose singola una sola volta nella vita». Non è obbligatorio propinarle insieme: il vaccino pneumococcico coniugato può essere dato «indipendentemente e in qualsiasi stagione dell'anno». Il presidente Zingaretti vuole invece una profilassi doppia, immediata, prima dell'inizio dell'autunno. «Con questa ordinanza il Lazio raccoglie l'appello lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità per ridurre i fattori confondenti per il Covid-19 in presenza di sintomi analoghi», ha dichiarato il governatore che vorrebbe far vaccinare contro l'influenza anche i bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni. L'ordinanza, infatti, contiene «una forte raccomandazione» in tal senso, «attraverso il pieno coinvolgimento dei pediatri di libera scelta». Aspettiamoci un secondo provvedimento, che estenda gli obblighi a nuove fasce di età o ad altri lavoratori, trasformando in coercizione la pratica indifferenziata delle vaccinazioni.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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