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2020-04-19
Dopo la Corte dei conti ora anche la Procura indaga sul balletto delle commesse
Michele Prestipino, capo della procura di Roma (Ansa)
Affidamento, revoca e rinnovazione dell'accordo. Tutti i documenti di determina della Regione Lazio per l'approvvigionamento di sistemi di protezione hanno seguito lo stesso iter. Un meccanismo burocratico sul quale sta indagando la Guardia di finanza di Roma su delega del procuratore Michele Prestipino, perché all'interno delle procedure d'urgenza, si sospetta, potrebbero essersi annidati gli appetiti di imprese pronte a tutto pur di azzannare la torta milionaria e lasciare la Regione in braghe di tela. L'inchiesta giudiziaria fa il paio con un'indagine aperta dalla Procura regionale della Corte dei conti qualche giorno fa e curata personalmente dal capo dei pm contabili Andrea Lupi. Le richieste di chiarimenti avanzate dai partiti di opposizione hanno acceso la miccia. E ora la bomba sulle commesse milionarie rischia di scoppiare tra le mani di Nicola Zingaretti.
Sul piatto della bilancia ci sono milioni di soldi pubblici a fronte di accordi al momento non rispettati da una rete di imprese dalle insolite finalità aziendali, alcune delle quali con nomi da intrigo internazionale e sedi offshore. Del garbuglio si sta occupando in modo ufficiale la stessa Regione Lazio, su input del consigliere meloniano Sergio Pirozzi, presidente della commissione Protezione civile, che domani vorrebbe sentire il capo della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello, l'ex comandante della polizia municipale di Rieti che ha firmato gli accordi con le imprese. Pirozzi da ex sindaco di Amatrice ha già dovuto affrontare situazioni simili e sa dove mettere le mani. Per questo ha chiesto di acquisire una serie di documenti: da quelli di trasporto che dovrebbero provare l'eventuale consegna del materiale a quelli che dovrebbero attestare l'avvenuta distribuzione ai beneficiari e alle schede tecniche dei dispositivi per verificarne la conformità ai relativi certificati. E ancora: le polizze fideiussorie, l'elenco delle strutture sanitarie in cui sono state installate le tende pre triage e il numero di operatori della Protezione civile impegnati.
Nel mirino ci sono le tempistiche di approvvigionamento non rispettate, ma anche i costi. La fornitura più importante a livello economico è stata affidata alla Eco Tech srl: 35,8 milioni di euro in mascherine. Ma è solo uno dei capitoli di un approvvigionamento più ampio, sul quale si è tuffata una falange di aziende che di solito si occupano d'altro. Aggiungendo guanti, occhiali di protezione, tute, ventilatori e letti per la terapia intensiva la cifra arriva subito a livelli da capogiro: 133 milioni di euro. La consegna era prevista a fine marzo. A ogni ritardo è scattata una revoca. E, nello stesso documento, un nuovo accordo, con nuovi tempi di consegna.
Alla vigilia di Pasqua Lega e Fratelli d'Italia hanno cominciato a gridare alla truffa. Perché l'ente pubblico anticipava i fondi ma la merce non arrivava. Dalla Regione liquidano la questione come una grande «fake news». E fanno sapere che nel caso in cui le aziende non dovessero rispettare i contratti, «l'anticipo, assicurato dalla fideiussione, tornerà immediatamente nella disponibilità della Regione Lazio». Poi, però, fanno di tutto per canalizzare la discussione sui dispositivi mai consegnati in commissione Bilancio e non in quella coordinata da Pirozzi, anticipando la convocazione della prima di qualche ora. Poi, pare, si sia trovata un'intesa e probabilmente si procederà in commissione congiunta. «Tulumello ha l'obbligo di presentarsi per chiarire una volta per tutte questa vicenda», ricorda la leghista Laura Corrotti, che aggiunge: «Abbiamo tante domande da fargli, alle quali solo lui può e deve rispondere». E in un'interrogazione sottolinea che «le procedure utilizzate sembrano del tutto inadeguate a garantire fornitori affidabili».
«Dopo aver imposto il fermo alle riunioni del Consiglio regionale, adesso pretendono di stabilire in quale sede discutere l'opaco operato della giunta», commenta il presidente del comitato regionale di controllo contabile laziale Giancarlo Righini di Fdi. Mentre i 5 stelle sulla questione si sono praticamente dati alla macchia. Il caso, insomma, pesa tutto sulle spalle di Zingaretti e dell'ex capo dei vigili. Che nonostante tutto sembrano ottimisti: i ritardi, stando alle valutazioni della Regione, sarebbero dovuti alle difficoltà di approvvigionamento. E i prezzi sarebbero passati sotto attente verifiche. Le stesse delegate ora alla Guardia di finanza dalla Corte dei conti e dalla Procura di Piazzale Clodio.
«Consegnati 10 milioni di Dpi su 27»
Sergio Pirozzi, consigliere di Fratelli d'Italia della Regione Lazio e presidente della dodicesima commissione Tutela del territorio, erosione costiera, emergenze e grandi rischi, Protezione civile e ricostruzione, è diventato suo malgrado un esperto di emergenze. Nella precedente esperienza politica si è trovato a fronteggiare il terremoto ad Amatrice, Comune che ha amministrato da sindaco. «La gestione di un'emergenza non si misura sulle parole», dice davanti al dramma del coronavirus, «Il suo valore emerge dalla tempestività della risposta ai fabbisogni più urgenti».
Nel Lazio l'emergenza Covid-19 non è stata affrontata bene?
«Lo dicono i numeri. Se dopo un mese e mezzo si parla ancora di dispositivi ordinati e mai arrivati, è evidente che la gestione è stata deficitaria. E poi lo dimostrano le parole di Nicola Zingaretti: in cinque settimane sono stati consegnati meno di 10 milioni di dispositivi, principalmente mascherine chirurgiche, a fronte di un ordine di circa 27 milioni di pezzi».
Ci sono errori evidenti?
«Da quanto sta emergendo, sembra che la Regione, invece di affidarsi a fornitori qualificati e con esperienza, a causa della possibilità di agire in deroga al codice degli appalti, si sia infilata in un vortice di fornitori improvvisati, che hanno portato a ritardi, mancate consegne, revoche di contratti poi riaffidati allo stesso soggetto. Dalla documentazione appare anche che, almeno in alcuni casi, non siano state richieste garanzie economiche. Non obbligatorie, ma che avrebbero permesso una scrematura dei soggetti inaffidabili. Due errori molto gravi, che se confermati comporterebbero una chiara responsabilità politica».
È per questo che ha convocato la commissione Protezione Civile?
«Il 6 aprile, quindi prima che emergesse la vicenda Eco tech, ho inviato una mail a tutti i componenti della commissione e agli interessati per proporre una serie di possibili date per sentire Zingaretti e il capo della Protezione civile. Nessuno ha risposto alla richiesta. Quindi il 15 ho convocato formalmente la commissione per lunedì 20 aprile alle ore 14».
Pensa a una forma di ostruzionismo da parte della maggioranza?
«Penso a un momento di grande confusione. Il giorno dopo la convocazione della commissione, è stata convocata sullo stesso argomento, lo stesso giorno, ma alle 10 la commissione Bilancio. Che non ha competenza sulla parte gestionale. Difatti non mi risulta che sia stata richiesta la produzione dei documenti che permettono di ricostruire il quadro, che io invece ho richiesto».
Come è finito questo conflitto di attribuzioni?
«Che le due commissioni si riuniranno congiuntamente. Lunedì vedremo se c'è la volontà di fare chiarezza».
E il segretario obbliga al vaccino influenzale
Non c'è ancora il vaccino anti Covid-19, gli anziani continuano a morire nelle Rsa ma il governatore della Regione Lazio ha il suo personale rimedio per i nonni che non possiamo tenere a casa. L'ha annunciato via social: dal prossimo 15 settembre, gli over 65 che non saranno vaccinati contro l'influenza stagionale e le infezioni da pneumococco (primo agente responsabile della polmonite), saranno lasciati fuori dai centri anziani. Non l'ha detto proprio in questi termini, anzi ha voluto sottolineare che si tratta di una «grande operazione di tutela della salute pubblica», ma la sostanza è quella.
Assieme agli ultrasessantenni, ingresso vietato per il personale sanitario che non abbia fatto il vaccino. Medici e paramedici che si rifiuteranno saranno sospesi dalla prestazione lavorativa per inidoneità temporanea alla mansione specifica. Stiamo parlando di quasi 2,2 milioni, tra over 65 e lavoratori, obbligati a seguire il trattamento profilattico imposto da Nicola Zingaretti, firmatario dell'ordinanza.
Gli anziani non potranno nemmeno entrare nei luoghi di aggregazione «che non consentano di garantire il distanziamento sociale». Stiamo parlando soprattutto dei centri dove le persone di una certa età, autosufficienti, possono trascorrere parte della giornata in compagnia ed è già tanto se rimangono aperti, con volontari impegnati a fare attività ricreative. Figuriamoci quanto spazio a disposizione possono avere i nonnetti in simili strutture per mantenersi lontani l'uno dall'altro almeno due metri, magari giocando a carte. Se non avranno fatto il vaccino staranno a casa da soli, o verranno costretti a immunizzarsi.
Per carità, è vero che la prevenzione delle complicanze passa anche dalla profilassi vaccinale, ma era proprio necessario renderla obbligatoria per tutti gli over 65, indipendentemente dalle condizioni di salute? Tra l'altro, il portale Epicentro dell'Istituto superiore della sanità segnala che «mentre l'antinfluenzale deve essere ripetuta ogni stagione, l'anti pneumococcica viene somministrata, secondo le attuali indicazioni, in dose singola una sola volta nella vita». Non è obbligatorio propinarle insieme: il vaccino pneumococcico coniugato può essere dato «indipendentemente e in qualsiasi stagione dell'anno».
Il presidente Zingaretti vuole invece una profilassi doppia, immediata, prima dell'inizio dell'autunno. «Con questa ordinanza il Lazio raccoglie l'appello lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità per ridurre i fattori confondenti per il Covid-19 in presenza di sintomi analoghi», ha dichiarato il governatore che vorrebbe far vaccinare contro l'influenza anche i bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni. L'ordinanza, infatti, contiene «una forte raccomandazione» in tal senso, «attraverso il pieno coinvolgimento dei pediatri di libera scelta». Aspettiamoci un secondo provvedimento, che estenda gli obblighi a nuove fasce di età o ad altri lavoratori, trasformando in coercizione la pratica indifferenziata delle vaccinazioni.
Continua a leggereRiduci
La Guardia di finanza punta il faro sul travagliato procedimento di aggiudicazione: appalti prima affidati, poi ritirati per i ritardi e alla fine confermati di nuovo.Sergio Pirozzi, l'ex sindaco di Amatrice lunedì ha convocato la commissione Protezione civile.Da settembre nel Lazio chi non si immunizzerà non entrerà nei centri anziani. Ordinanza estesa ai sanitari.Lo speciale contiene tre articoliAffidamento, revoca e rinnovazione dell'accordo. Tutti i documenti di determina della Regione Lazio per l'approvvigionamento di sistemi di protezione hanno seguito lo stesso iter. Un meccanismo burocratico sul quale sta indagando la Guardia di finanza di Roma su delega del procuratore Michele Prestipino, perché all'interno delle procedure d'urgenza, si sospetta, potrebbero essersi annidati gli appetiti di imprese pronte a tutto pur di azzannare la torta milionaria e lasciare la Regione in braghe di tela. L'inchiesta giudiziaria fa il paio con un'indagine aperta dalla Procura regionale della Corte dei conti qualche giorno fa e curata personalmente dal capo dei pm contabili Andrea Lupi. Le richieste di chiarimenti avanzate dai partiti di opposizione hanno acceso la miccia. E ora la bomba sulle commesse milionarie rischia di scoppiare tra le mani di Nicola Zingaretti.Sul piatto della bilancia ci sono milioni di soldi pubblici a fronte di accordi al momento non rispettati da una rete di imprese dalle insolite finalità aziendali, alcune delle quali con nomi da intrigo internazionale e sedi offshore. Del garbuglio si sta occupando in modo ufficiale la stessa Regione Lazio, su input del consigliere meloniano Sergio Pirozzi, presidente della commissione Protezione civile, che domani vorrebbe sentire il capo della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello, l'ex comandante della polizia municipale di Rieti che ha firmato gli accordi con le imprese. Pirozzi da ex sindaco di Amatrice ha già dovuto affrontare situazioni simili e sa dove mettere le mani. Per questo ha chiesto di acquisire una serie di documenti: da quelli di trasporto che dovrebbero provare l'eventuale consegna del materiale a quelli che dovrebbero attestare l'avvenuta distribuzione ai beneficiari e alle schede tecniche dei dispositivi per verificarne la conformità ai relativi certificati. E ancora: le polizze fideiussorie, l'elenco delle strutture sanitarie in cui sono state installate le tende pre triage e il numero di operatori della Protezione civile impegnati. Nel mirino ci sono le tempistiche di approvvigionamento non rispettate, ma anche i costi. La fornitura più importante a livello economico è stata affidata alla Eco Tech srl: 35,8 milioni di euro in mascherine. Ma è solo uno dei capitoli di un approvvigionamento più ampio, sul quale si è tuffata una falange di aziende che di solito si occupano d'altro. Aggiungendo guanti, occhiali di protezione, tute, ventilatori e letti per la terapia intensiva la cifra arriva subito a livelli da capogiro: 133 milioni di euro. La consegna era prevista a fine marzo. A ogni ritardo è scattata una revoca. E, nello stesso documento, un nuovo accordo, con nuovi tempi di consegna. Alla vigilia di Pasqua Lega e Fratelli d'Italia hanno cominciato a gridare alla truffa. Perché l'ente pubblico anticipava i fondi ma la merce non arrivava. Dalla Regione liquidano la questione come una grande «fake news». E fanno sapere che nel caso in cui le aziende non dovessero rispettare i contratti, «l'anticipo, assicurato dalla fideiussione, tornerà immediatamente nella disponibilità della Regione Lazio». Poi, però, fanno di tutto per canalizzare la discussione sui dispositivi mai consegnati in commissione Bilancio e non in quella coordinata da Pirozzi, anticipando la convocazione della prima di qualche ora. Poi, pare, si sia trovata un'intesa e probabilmente si procederà in commissione congiunta. «Tulumello ha l'obbligo di presentarsi per chiarire una volta per tutte questa vicenda», ricorda la leghista Laura Corrotti, che aggiunge: «Abbiamo tante domande da fargli, alle quali solo lui può e deve rispondere». E in un'interrogazione sottolinea che «le procedure utilizzate sembrano del tutto inadeguate a garantire fornitori affidabili».«Dopo aver imposto il fermo alle riunioni del Consiglio regionale, adesso pretendono di stabilire in quale sede discutere l'opaco operato della giunta», commenta il presidente del comitato regionale di controllo contabile laziale Giancarlo Righini di Fdi. Mentre i 5 stelle sulla questione si sono praticamente dati alla macchia. Il caso, insomma, pesa tutto sulle spalle di Zingaretti e dell'ex capo dei vigili. Che nonostante tutto sembrano ottimisti: i ritardi, stando alle valutazioni della Regione, sarebbero dovuti alle difficoltà di approvvigionamento. E i prezzi sarebbero passati sotto attente verifiche. Le stesse delegate ora alla Guardia di finanza dalla Corte dei conti e dalla Procura di Piazzale Clodio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-corte-dei-conti-ora-anche-la-procura-indaga-sul-balletto-delle-commesse-2645752663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="consegnati-10-milioni-di-dpi-su-27" data-post-id="2645752663" data-published-at="1587238464" data-use-pagination="False"> «Consegnati 10 milioni di Dpi su 27» Sergio Pirozzi, consigliere di Fratelli d'Italia della Regione Lazio e presidente della dodicesima commissione Tutela del territorio, erosione costiera, emergenze e grandi rischi, Protezione civile e ricostruzione, è diventato suo malgrado un esperto di emergenze. Nella precedente esperienza politica si è trovato a fronteggiare il terremoto ad Amatrice, Comune che ha amministrato da sindaco. «La gestione di un'emergenza non si misura sulle parole», dice davanti al dramma del coronavirus, «Il suo valore emerge dalla tempestività della risposta ai fabbisogni più urgenti». Nel Lazio l'emergenza Covid-19 non è stata affrontata bene? «Lo dicono i numeri. Se dopo un mese e mezzo si parla ancora di dispositivi ordinati e mai arrivati, è evidente che la gestione è stata deficitaria. E poi lo dimostrano le parole di Nicola Zingaretti: in cinque settimane sono stati consegnati meno di 10 milioni di dispositivi, principalmente mascherine chirurgiche, a fronte di un ordine di circa 27 milioni di pezzi». Ci sono errori evidenti? «Da quanto sta emergendo, sembra che la Regione, invece di affidarsi a fornitori qualificati e con esperienza, a causa della possibilità di agire in deroga al codice degli appalti, si sia infilata in un vortice di fornitori improvvisati, che hanno portato a ritardi, mancate consegne, revoche di contratti poi riaffidati allo stesso soggetto. Dalla documentazione appare anche che, almeno in alcuni casi, non siano state richieste garanzie economiche. Non obbligatorie, ma che avrebbero permesso una scrematura dei soggetti inaffidabili. Due errori molto gravi, che se confermati comporterebbero una chiara responsabilità politica». È per questo che ha convocato la commissione Protezione Civile? «Il 6 aprile, quindi prima che emergesse la vicenda Eco tech, ho inviato una mail a tutti i componenti della commissione e agli interessati per proporre una serie di possibili date per sentire Zingaretti e il capo della Protezione civile. Nessuno ha risposto alla richiesta. Quindi il 15 ho convocato formalmente la commissione per lunedì 20 aprile alle ore 14». Pensa a una forma di ostruzionismo da parte della maggioranza? «Penso a un momento di grande confusione. Il giorno dopo la convocazione della commissione, è stata convocata sullo stesso argomento, lo stesso giorno, ma alle 10 la commissione Bilancio. Che non ha competenza sulla parte gestionale. Difatti non mi risulta che sia stata richiesta la produzione dei documenti che permettono di ricostruire il quadro, che io invece ho richiesto». Come è finito questo conflitto di attribuzioni? «Che le due commissioni si riuniranno congiuntamente. Lunedì vedremo se c'è la volontà di fare chiarezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-corte-dei-conti-ora-anche-la-procura-indaga-sul-balletto-delle-commesse-2645752663.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-il-segretario-obbliga-al-vaccino-influenzale" data-post-id="2645752663" data-published-at="1587238464" data-use-pagination="False"> E il segretario obbliga al vaccino influenzale Non c'è ancora il vaccino anti Covid-19, gli anziani continuano a morire nelle Rsa ma il governatore della Regione Lazio ha il suo personale rimedio per i nonni che non possiamo tenere a casa. L'ha annunciato via social: dal prossimo 15 settembre, gli over 65 che non saranno vaccinati contro l'influenza stagionale e le infezioni da pneumococco (primo agente responsabile della polmonite), saranno lasciati fuori dai centri anziani. Non l'ha detto proprio in questi termini, anzi ha voluto sottolineare che si tratta di una «grande operazione di tutela della salute pubblica», ma la sostanza è quella. Assieme agli ultrasessantenni, ingresso vietato per il personale sanitario che non abbia fatto il vaccino. Medici e paramedici che si rifiuteranno saranno sospesi dalla prestazione lavorativa per inidoneità temporanea alla mansione specifica. Stiamo parlando di quasi 2,2 milioni, tra over 65 e lavoratori, obbligati a seguire il trattamento profilattico imposto da Nicola Zingaretti, firmatario dell'ordinanza. Gli anziani non potranno nemmeno entrare nei luoghi di aggregazione «che non consentano di garantire il distanziamento sociale». Stiamo parlando soprattutto dei centri dove le persone di una certa età, autosufficienti, possono trascorrere parte della giornata in compagnia ed è già tanto se rimangono aperti, con volontari impegnati a fare attività ricreative. Figuriamoci quanto spazio a disposizione possono avere i nonnetti in simili strutture per mantenersi lontani l'uno dall'altro almeno due metri, magari giocando a carte. Se non avranno fatto il vaccino staranno a casa da soli, o verranno costretti a immunizzarsi. Per carità, è vero che la prevenzione delle complicanze passa anche dalla profilassi vaccinale, ma era proprio necessario renderla obbligatoria per tutti gli over 65, indipendentemente dalle condizioni di salute? Tra l'altro, il portale Epicentro dell'Istituto superiore della sanità segnala che «mentre l'antinfluenzale deve essere ripetuta ogni stagione, l'anti pneumococcica viene somministrata, secondo le attuali indicazioni, in dose singola una sola volta nella vita». Non è obbligatorio propinarle insieme: il vaccino pneumococcico coniugato può essere dato «indipendentemente e in qualsiasi stagione dell'anno». Il presidente Zingaretti vuole invece una profilassi doppia, immediata, prima dell'inizio dell'autunno. «Con questa ordinanza il Lazio raccoglie l'appello lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità per ridurre i fattori confondenti per il Covid-19 in presenza di sintomi analoghi», ha dichiarato il governatore che vorrebbe far vaccinare contro l'influenza anche i bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni. L'ordinanza, infatti, contiene «una forte raccomandazione» in tal senso, «attraverso il pieno coinvolgimento dei pediatri di libera scelta». Aspettiamoci un secondo provvedimento, che estenda gli obblighi a nuove fasce di età o ad altri lavoratori, trasformando in coercizione la pratica indifferenziata delle vaccinazioni.
(IStock)
Visto che in questi giorni si parla tanto di auto elettriche, di 2035, e di simili amenità, scrivo la mia con la precisa speranza che sia letta da Gilberto Pichetto Fratin che, oltre dell’Ambiente, è ministro anche della Sicurezza energetica.
Nel 2001-2002 mi trovavo, in qualità di coordinatore del Comitato scientifico dell’Agenzia nazionale protezione ambiente (Anpa), consulente del ministro di allora, il compianto Altero Matteoli. Avevo preso a cuore l’incarico, tanto che facevo predisporre ben nove Rapporti su altrettante questioni ambientali al tempo di massimo interesse (alcune lo sarebbero tuttora). Mi permetto di suggerire al ministro di cercare i due volumetti negli archivi del ministero: senza voler sembrare presuntuoso, son certo che ne trarrà tuttora giovamento. È grazie alla consulenza che scaturiva da quei rapporti che oggi l’inquinamento elettromagnetico (elettrosmog) è questione ormai sepolta nella preistoria dell’ambientalismo allarmistico e ascientifico, il cui testimone è ancora saldo nelle mani di Angelo Bonelli e compagni. Ed è grazie a quei rapporti che oggi non si fuma nei ristoranti e in tutti i locali chiusi d’uso pubblico: suggerivamo la cosa ai ministri competenti e quello alla Salute, Girolamo Sirchia, recepì il suggerimento (con zelo superiore a quello che si evinceva dalle mie indicazioni di allora, devo dire).
Altri consigli non andarono a buon fine: per esempio, consigliavamo la ripresa della produzione elettrica da nucleare. Silvio Berlusconi ci provò ma - vuoi per poco sostegno interno, vuoi per la grancassa referendaria aiutata dal terremoto in Giappone che i sedicenti mezzi di informazione fecero passare come disastro nucleare - la cosa finì come sapete. Altro esempio: suggerivamo la non sottoscrizione del Protocollo di Kyoto sulla riduzione - del 3% a livello globale entro il 2012 - delle emissioni di CO2, adducendo che sarebbe stato dannoso e inutile. Matteoli preferì ascoltare i queruli Verdi anziché i sommessi scienziati, nel 2003 firmò il Protocollo, e oggi sappiamo quanto dannoso e inutile esso sia stato. Il danno: le bollette energetiche sono aumentate senza sosta. L’inutilità: aumentavano anche le emissioni di CO2 arrivando a +40% nel 2012 (oggi sono +60%). Comunque sia: cosa fatta, capo ha.
E veniamo alle auto elettriche. Toccammo anche queste, nell’ambito dell’inquinamento urbano. Il contesto giusto è proprio quello e non il clima, come Ursula von der Layen e i suoi improbabili consulenti continuano a ripeterci. Innanzitutto, perché la CO2 nulla ha a che vedere col clima. E poi perché, anche quando così non fosse, rimane il fatto che l’elettricità è prodotta principalmente con emissioni di CO2, cosicché quella non emessa dalle automobili verrebbe comunque emessa dalle centrali elettriche. Nel 2002 eolico e fotovoltaico erano inesistenti (in realtà lo sono ancora oggi, ma questa è un’altra storia), e l’unica speranza era (ed è) la promozione del nucleare, che però era osteggiato dagli stessi che auspicavano auto elettriche. In ogni caso, valutavamo che sarebbero serviti 40 reattori nucleari dedicati alla produzione elettrica per alimentare un ipotetico parco italiano di autotrazione elettrica.
Scrivevamo nel 2002: «Esiste un limite naturale alla capacità degli accumulatori, e pertanto non bisognerebbe fare troppo affidamento allo sviluppo delle auto elettriche». Per far breve una storia lunga, il punto cruciale è che l’autonomia degli accumulatori non rende competitiva l’auto elettrica con quella a combustione interna. A questo si deve aggiungere che il tempo per un «pieno» è dell’ordine dei minuti per l’auto convenzionale e dell’ordine delle ore per l’auto elettrica: assolutamente inaccettabile. Né c’erano speranze, allora nel 2002 - ma continuano a non esserci oggi - che miglioramenti nella attuale tecnologia portino a significativi miglioramenti di questo stato di cose. Che, stante così, scoraggerebbe chiunque all’acquisto dell’auto elettrica. Ma anche se speranze ci fossero, lo stesso nessuno acquisterebbe quell’auto, perché essa poi varrebbe zero ove mai si immettesse nel mercato quella frutto della detta (presunta) speranza.
L’interesse ambientale dell’auto elettrica è non avere emissioni dalla combustione del carburante, e quindi sarebbe di giovamento per l’inquinamento urbano. Scrivevamo nel 2002: «Una soluzione interessante sembra essere quella delle auto ibride». L’idea sarebbe di usare l’auto in modalità elettrica, per quanto possibile, in città. A quel tempo le ibride erano al loro albore (la prima ibrida di massa, la Toyota Prius, entrava in commercio nel mondo nel 2001), ma il loro sviluppo, come da previsione, c’è stato: quasi zero nel 2002, le ibride in Italia sono oggi quasi il 10% del parco circolante. Il fatto è che la diffusione di un bene lo fa la legge del mercato, non quella della politica. Nessuno comprerebbe l’auto full-electric, neanche se fosse economicamente conveniente (cosa che non è) perché non è competitiva, per autonomia e tempi di ricarica, con quella convenzionale. Ed era prevedibile che così sarebbe anche con forti incentivi. Certo, automobilisti benestanti, se «aiutati», potrebbero acquistarla, pur mantenendo, comunque, l’auto convenzionale, quella che dà loro sicurezza. Quello degli incentivi all’auto elettrica è un modo come un altro di usare il denaro delle tasse dei poveri per darlo ai ricchi che vogliano mantenersi il balocco della domenica.
No dei produttori al piano auto Ue
Bruxelles sta provando a costruire una «preferenza europea» nei settori strategici: quando entra denaro pubblico, il risultato deve essere capacità produttiva e catena del valore in Europa. L’iniziativa è promossa da Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo per prosperità e strategia industriale, che ha chiesto a imprese e associazioni di sostenere pubblicamente una linea «made in Europe». Il problema è che, ormai, le linee produttive situate nel Vecchio continente sono sempre meno e produrre in Europa è spesso un sogno.
Non a caso, a mancare tra i firmatari sono proprio le case automobilistiche, pur a fronte di oltre 1.000 adesioni di ceo e organizzazioni industriali. Non si tratta di un «no» di principio, quanto piuttosto di una assenza di specifiche. I principali colossi delle quattro ruote chiedono definizioni verificabili (valore aggiunto vs componenti, software e ricerca e sviluppo, subforniture) e regole applicabili senza trasformare ogni piattaforma in una due diligence permanente, un’indagine approfondita per valutarne rischi, opportunità, punti di forza e debolezza.
Il cuore tecnico dell’idea del «made in Europe» è l’Industrial Accelerator Act, che intende legare sussidi e programmi pubblici a soglie minime di prodotto europeo per merci come batterie e auto. Per i veicoli si è discusso di un target intorno al 70%, ma l’automotive è la cartina di tornasole di un concetto destinato a naufragare in partenza: un’auto elettrica concentra valore in celle, chimica, elettronica di potenza e semiconduttori, segmenti dove l’Europa è ancora parzialmente dipendente dall’Asia. Se la soglia è «per componente», si rischia un sistema di quote e deroghe; se è calcolata a livello di flotta, servono criteri anti arbitraggio e controlli coerenti tra Stati membri.
Il problema è la pressione competitiva cinese. L’Ue ha introdotto dazi anti sussidio sulle auto elettriche importate dalla Cina nell’ottobre 2024 e il 12 gennaio 2026 ha pubblicato criteri per eventuali accordi di prezzo minimo in alternativa ai dazi, purché neutralizzino l’effetto delle sovvenzioni statali di Pechino. Bruxelles sta quindi tentando la strada del «managed trade» (commercio gestito) in cui i governi intervengono attivamente per organizzare i flussi commerciali, spesso tramite accordi bilaterali, selezionando settori strategici e usando strumenti come tariffe, quote e sussidi per proteggere le industrie nazionali, guidare gli investimenti e limitare la concorrenza, anziché lasciare il commercio interamente alle forze del mercato libero.
Ancora una volta, insomma, l’Ue appare divisa. Parigi vede nel «made in Europe» uno scudo industriale, mentre Germania e Paesi nordici temono distorsioni e ritorsioni. Anche sul perimetro c’è frizione: alcuni vorrebbero includere partner come Regno Unito e Turchia (o, più in generale, Paesi con accordi Ue) per non spezzare catene del valore integrate; altri, invece, temono che l’allargamento svuoti l’obiettivo del provvedimento.
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Ecco #DimmiLaVerità del 23 gennaio 2026. La deputata di Fdi Gaetana Russo spiega la nuova legge che consente di rottamare le auto sottoposte a fermo amministrativo.
(IStock)
Quello della Suprema Corte è uno scarto dirompente rispetto alla vulgata dominante. È l’affermazione di un punto fermo che restituisce umanità a un tema ormai preda dei tecnicismi e di un certo scientismo paranoico; secondo le toghe «la sofferenza interiore patita dai genitori» ha un valore che non può essere nascosto, sottovalutato, derubricato. Lo scritto che restituisce preminenza al diritto naturale riguarda una vicenda giudiziaria che aveva preso una brutta piega: la morte a Napoli di una neonata per asfissia perinatale causata dal tardivo intervento sanitario con il parto cesareo.
In primo grado era stato riconosciuto ai genitori un risarcimento di 165.000 euro ciascuno ma in Appello il giudice aveva deciso di dimezzare l’importo adducendo al fatto che si trattava di «perdita di un rapporto parentale solo potenziale». Quindi non compiuto, non completo, secondo canoni puramente teorici che non tengono conto dell’affettività, dell’emotività, insomma del fattore umano e morale. I legali dei genitori hanno fatto ricorso in Cassazione, che ha annullato la sentenza precedente, ha valorizzato la «sofferenza interiore» e ha stabilito il ripristino del risarcimento secondo le tabelle elaborate dal tribunale di Milano e valide su tutto il territorio nazionale. «Una diversa soluzione sarebbe anche in contrasto con l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che protegge la vita famigliare e tutela la maternità», hanno sottolineato i giudici. Ulteriore precisazione, il ricorso al presunto danno solo potenziale sarebbe «non conforme alla realtà prima ancora che al diritto».
La decisione che riconosce come faro un principio inalienabile costituisce un’inversione di tendenza forte, rappresenta il ritorno ai valori inderogabili della vita umana rispetto al diritto positivo, alle norme imposte e alle situazioni di fatto che allontanano dai fondamenti etici chi deve prendere decisioni. A questo punto si potrebbe sintetizzare con una battuta: finalmente la giustizia ha deciso di riconoscere il valore della vita anche prima del vagito. E ha stabilito che la bimba estratta dal grembo materno priva di vita (per acclarata responsabilità dei medici) ha un effetto emotivo così forte da meritare un risarcimento non solo per i genitori, ma anche per eventuali fratelli e nonni.
La pronuncia della Cassazione non parla solo a quella mamma e a quel papà ma a tutti noi. Se «il rapporto genitoriale sussiste già durante la vita prenatale», significa che ha valore fin dal concepimento, a prescindere dal fatto che quel feto diventato persona compiuta sia poi venuto alla luce. E la tutela dev’essere naturalmente estesa alla gestazione; proprietà transitiva scontata per noi, non certo per chi sostiene acriticamente il diritto all’aborto «senza se e senza ma» e per chi nell’ultimo decennio (movimenti, partiti politici e la stessa magistratura) si è appiattito sulle evoluzioni pseudo-scientifiche della moda lunare del woke.
Proprio perché la vita è tale fin dal suo concepimento, la sentenza non può non coinvolgere il mondo giudiziario e il diritto penale in casi di cronaca nera: l’uccisione di una donna incinta dovrebbe configurarsi come duplice omicidio. Un caso di scuola è il delitto di Giulia Tramontano, trucidata con 37 coltellate dal convivente Alessandro Impagnatiello mentre era incinta al settimo mese di un bimbo che aveva già un nome, Thiago. Nei processi d’Assise e poi d’Appello l’assassino è stato accusato e poi condannato anche per «interruzione di gravidanza non consensuale», non per duplice omicidio, come se suo figlio non ancora nato fosse solo un inanimato effetto collaterale. Eppure lui aveva confessato di essere a conoscenza della situazione, tanto da avere avvelenato per mesi Giulia con una quantità notevole di veleno per topi. E aveva sottolineato di avere perpetrato il femminicidio proprio «per causarle un aborto». Poiché di questi tempi le sentenze di Cassazione vengono citate (e modellate con il pongo) per estendere diritti non supportati da leggi dello Stato e sancire indefinibili desideri universali, eccone una di granito, difficilmente biodegradabile. Che improvvisamente riconduce la nostra società a qualcosa che prese forma prima di noi, il diritto naturale, e senza circonlocuzioni leguleie ci ricorda la sacralità della vita dal concepimento alla morte. Nell’innata armonia fra madre e feto non può esistere un rapporto «solo potenziale». E quell’«intensa sofferenza interiore», per chi resta, profuma così intensamente d’amore da non poter essere travisata da un comma posticcio o da uno slogan femminista.
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Graziano Delrio (Ansa)
Gli stessi che avevano invece firmato il ddl Delrio, il quale spiega che sia necessaria una legge ad hoc contro l’antisemitismo, mentre il ddl Giorgis è troppo ad ampio raggio, dato che a contrastare tutte le discriminazioni. Il testo Giorgis, infatti, si applicherebbe non solo alle manifestazioni di antisemitismo, ma anche a tutte le espressioni di razzismo e intolleranza, anche verso altre fedi religiose. Per i riformisti è un modo per annacquare il senso originario del provvedimento, mirato a contrastare l’ondata di odio verso gli ebrei innescata dall’assedio israeliano a Gaza.
Che il disegno di legge sull’antisemitismo sarebbe stata una grana per il Pd si era subito intuito, sin dalla presentazione del testo Delrio. Lui vorrebbe si adottasse la (discussa) definizione di antisemitismo dell’International holocaust remembrance allinace (Ihra), ovvero l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele. La dirigenza dem, spinta sempre più verso le derive pro Pal dei 5 stelle, non digerisce tale definizione. La stessa che, però, venne votata da Elly Schlein quando era europarlamentare. La medesima che il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, nel 2020 (in qualità di ministro del Conte II) approvò. Ma oggi si scagliano tutti contro quella definizione, in quanto rischierebbe di includere nell’alveo dell’antisemitismo anche le critiche politiche allo Stato di Israele e al suo governo.
A dicembre, nell’imbarazzo generale, proprio Boccia disconobbe Delrio, definendo la sua proposta di legge un’iniziativa personale «non rappresentativa della posizione del Pd». Peccato che Delrio non fosse stato l’unico firmatario. Accanto a lui c’era gran parte dell’ala riformista del Pd: da Sandra Zampa a Walter Verini, da Filippo Sensi a Simona Malpezzi.
Il 27 gennaio, in coincidenza con la Giornata della memoria, in commissione Affari costituzionali del Senato, partirà l’iter del ddl. La vera sfida sarà sugli emendamenti ed è lì che il Pd potrebbe spaccarsi di nuovo.
Altro che campo largo e «testardamente unitari»; nel Nazareno la distanza tra massimalisti, fedeli a Schlein e riformisti è sempre più incolmabile. E la segretaria temporeggia, modello opossum, fingendosi morta per non sbagliare.
Intanto, ieri la referente per l’Italia nella Coalizione internazionale della Freedom Flotilla, Maria Elena Delia, ha annunciato che in primavera partirà una nuova missione. Il Pd si imbarcherà di nuovo?
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