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2020-04-19
Dopo la Corte dei conti ora anche la Procura indaga sul balletto delle commesse
Michele Prestipino, capo della procura di Roma (Ansa)
Affidamento, revoca e rinnovazione dell'accordo. Tutti i documenti di determina della Regione Lazio per l'approvvigionamento di sistemi di protezione hanno seguito lo stesso iter. Un meccanismo burocratico sul quale sta indagando la Guardia di finanza di Roma su delega del procuratore Michele Prestipino, perché all'interno delle procedure d'urgenza, si sospetta, potrebbero essersi annidati gli appetiti di imprese pronte a tutto pur di azzannare la torta milionaria e lasciare la Regione in braghe di tela. L'inchiesta giudiziaria fa il paio con un'indagine aperta dalla Procura regionale della Corte dei conti qualche giorno fa e curata personalmente dal capo dei pm contabili Andrea Lupi. Le richieste di chiarimenti avanzate dai partiti di opposizione hanno acceso la miccia. E ora la bomba sulle commesse milionarie rischia di scoppiare tra le mani di Nicola Zingaretti.
Sul piatto della bilancia ci sono milioni di soldi pubblici a fronte di accordi al momento non rispettati da una rete di imprese dalle insolite finalità aziendali, alcune delle quali con nomi da intrigo internazionale e sedi offshore. Del garbuglio si sta occupando in modo ufficiale la stessa Regione Lazio, su input del consigliere meloniano Sergio Pirozzi, presidente della commissione Protezione civile, che domani vorrebbe sentire il capo della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello, l'ex comandante della polizia municipale di Rieti che ha firmato gli accordi con le imprese. Pirozzi da ex sindaco di Amatrice ha già dovuto affrontare situazioni simili e sa dove mettere le mani. Per questo ha chiesto di acquisire una serie di documenti: da quelli di trasporto che dovrebbero provare l'eventuale consegna del materiale a quelli che dovrebbero attestare l'avvenuta distribuzione ai beneficiari e alle schede tecniche dei dispositivi per verificarne la conformità ai relativi certificati. E ancora: le polizze fideiussorie, l'elenco delle strutture sanitarie in cui sono state installate le tende pre triage e il numero di operatori della Protezione civile impegnati.
Nel mirino ci sono le tempistiche di approvvigionamento non rispettate, ma anche i costi. La fornitura più importante a livello economico è stata affidata alla Eco Tech srl: 35,8 milioni di euro in mascherine. Ma è solo uno dei capitoli di un approvvigionamento più ampio, sul quale si è tuffata una falange di aziende che di solito si occupano d'altro. Aggiungendo guanti, occhiali di protezione, tute, ventilatori e letti per la terapia intensiva la cifra arriva subito a livelli da capogiro: 133 milioni di euro. La consegna era prevista a fine marzo. A ogni ritardo è scattata una revoca. E, nello stesso documento, un nuovo accordo, con nuovi tempi di consegna.
Alla vigilia di Pasqua Lega e Fratelli d'Italia hanno cominciato a gridare alla truffa. Perché l'ente pubblico anticipava i fondi ma la merce non arrivava. Dalla Regione liquidano la questione come una grande «fake news». E fanno sapere che nel caso in cui le aziende non dovessero rispettare i contratti, «l'anticipo, assicurato dalla fideiussione, tornerà immediatamente nella disponibilità della Regione Lazio». Poi, però, fanno di tutto per canalizzare la discussione sui dispositivi mai consegnati in commissione Bilancio e non in quella coordinata da Pirozzi, anticipando la convocazione della prima di qualche ora. Poi, pare, si sia trovata un'intesa e probabilmente si procederà in commissione congiunta. «Tulumello ha l'obbligo di presentarsi per chiarire una volta per tutte questa vicenda», ricorda la leghista Laura Corrotti, che aggiunge: «Abbiamo tante domande da fargli, alle quali solo lui può e deve rispondere». E in un'interrogazione sottolinea che «le procedure utilizzate sembrano del tutto inadeguate a garantire fornitori affidabili».
«Dopo aver imposto il fermo alle riunioni del Consiglio regionale, adesso pretendono di stabilire in quale sede discutere l'opaco operato della giunta», commenta il presidente del comitato regionale di controllo contabile laziale Giancarlo Righini di Fdi. Mentre i 5 stelle sulla questione si sono praticamente dati alla macchia. Il caso, insomma, pesa tutto sulle spalle di Zingaretti e dell'ex capo dei vigili. Che nonostante tutto sembrano ottimisti: i ritardi, stando alle valutazioni della Regione, sarebbero dovuti alle difficoltà di approvvigionamento. E i prezzi sarebbero passati sotto attente verifiche. Le stesse delegate ora alla Guardia di finanza dalla Corte dei conti e dalla Procura di Piazzale Clodio.
«Consegnati 10 milioni di Dpi su 27»
Sergio Pirozzi, consigliere di Fratelli d'Italia della Regione Lazio e presidente della dodicesima commissione Tutela del territorio, erosione costiera, emergenze e grandi rischi, Protezione civile e ricostruzione, è diventato suo malgrado un esperto di emergenze. Nella precedente esperienza politica si è trovato a fronteggiare il terremoto ad Amatrice, Comune che ha amministrato da sindaco. «La gestione di un'emergenza non si misura sulle parole», dice davanti al dramma del coronavirus, «Il suo valore emerge dalla tempestività della risposta ai fabbisogni più urgenti».
Nel Lazio l'emergenza Covid-19 non è stata affrontata bene?
«Lo dicono i numeri. Se dopo un mese e mezzo si parla ancora di dispositivi ordinati e mai arrivati, è evidente che la gestione è stata deficitaria. E poi lo dimostrano le parole di Nicola Zingaretti: in cinque settimane sono stati consegnati meno di 10 milioni di dispositivi, principalmente mascherine chirurgiche, a fronte di un ordine di circa 27 milioni di pezzi».
Ci sono errori evidenti?
«Da quanto sta emergendo, sembra che la Regione, invece di affidarsi a fornitori qualificati e con esperienza, a causa della possibilità di agire in deroga al codice degli appalti, si sia infilata in un vortice di fornitori improvvisati, che hanno portato a ritardi, mancate consegne, revoche di contratti poi riaffidati allo stesso soggetto. Dalla documentazione appare anche che, almeno in alcuni casi, non siano state richieste garanzie economiche. Non obbligatorie, ma che avrebbero permesso una scrematura dei soggetti inaffidabili. Due errori molto gravi, che se confermati comporterebbero una chiara responsabilità politica».
È per questo che ha convocato la commissione Protezione Civile?
«Il 6 aprile, quindi prima che emergesse la vicenda Eco tech, ho inviato una mail a tutti i componenti della commissione e agli interessati per proporre una serie di possibili date per sentire Zingaretti e il capo della Protezione civile. Nessuno ha risposto alla richiesta. Quindi il 15 ho convocato formalmente la commissione per lunedì 20 aprile alle ore 14».
Pensa a una forma di ostruzionismo da parte della maggioranza?
«Penso a un momento di grande confusione. Il giorno dopo la convocazione della commissione, è stata convocata sullo stesso argomento, lo stesso giorno, ma alle 10 la commissione Bilancio. Che non ha competenza sulla parte gestionale. Difatti non mi risulta che sia stata richiesta la produzione dei documenti che permettono di ricostruire il quadro, che io invece ho richiesto».
Come è finito questo conflitto di attribuzioni?
«Che le due commissioni si riuniranno congiuntamente. Lunedì vedremo se c'è la volontà di fare chiarezza».
E il segretario obbliga al vaccino influenzale
Non c'è ancora il vaccino anti Covid-19, gli anziani continuano a morire nelle Rsa ma il governatore della Regione Lazio ha il suo personale rimedio per i nonni che non possiamo tenere a casa. L'ha annunciato via social: dal prossimo 15 settembre, gli over 65 che non saranno vaccinati contro l'influenza stagionale e le infezioni da pneumococco (primo agente responsabile della polmonite), saranno lasciati fuori dai centri anziani. Non l'ha detto proprio in questi termini, anzi ha voluto sottolineare che si tratta di una «grande operazione di tutela della salute pubblica», ma la sostanza è quella.
Assieme agli ultrasessantenni, ingresso vietato per il personale sanitario che non abbia fatto il vaccino. Medici e paramedici che si rifiuteranno saranno sospesi dalla prestazione lavorativa per inidoneità temporanea alla mansione specifica. Stiamo parlando di quasi 2,2 milioni, tra over 65 e lavoratori, obbligati a seguire il trattamento profilattico imposto da Nicola Zingaretti, firmatario dell'ordinanza.
Gli anziani non potranno nemmeno entrare nei luoghi di aggregazione «che non consentano di garantire il distanziamento sociale». Stiamo parlando soprattutto dei centri dove le persone di una certa età, autosufficienti, possono trascorrere parte della giornata in compagnia ed è già tanto se rimangono aperti, con volontari impegnati a fare attività ricreative. Figuriamoci quanto spazio a disposizione possono avere i nonnetti in simili strutture per mantenersi lontani l'uno dall'altro almeno due metri, magari giocando a carte. Se non avranno fatto il vaccino staranno a casa da soli, o verranno costretti a immunizzarsi.
Per carità, è vero che la prevenzione delle complicanze passa anche dalla profilassi vaccinale, ma era proprio necessario renderla obbligatoria per tutti gli over 65, indipendentemente dalle condizioni di salute? Tra l'altro, il portale Epicentro dell'Istituto superiore della sanità segnala che «mentre l'antinfluenzale deve essere ripetuta ogni stagione, l'anti pneumococcica viene somministrata, secondo le attuali indicazioni, in dose singola una sola volta nella vita». Non è obbligatorio propinarle insieme: il vaccino pneumococcico coniugato può essere dato «indipendentemente e in qualsiasi stagione dell'anno».
Il presidente Zingaretti vuole invece una profilassi doppia, immediata, prima dell'inizio dell'autunno. «Con questa ordinanza il Lazio raccoglie l'appello lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità per ridurre i fattori confondenti per il Covid-19 in presenza di sintomi analoghi», ha dichiarato il governatore che vorrebbe far vaccinare contro l'influenza anche i bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni. L'ordinanza, infatti, contiene «una forte raccomandazione» in tal senso, «attraverso il pieno coinvolgimento dei pediatri di libera scelta». Aspettiamoci un secondo provvedimento, che estenda gli obblighi a nuove fasce di età o ad altri lavoratori, trasformando in coercizione la pratica indifferenziata delle vaccinazioni.
Continua a leggereRiduci
La Guardia di finanza punta il faro sul travagliato procedimento di aggiudicazione: appalti prima affidati, poi ritirati per i ritardi e alla fine confermati di nuovo.Sergio Pirozzi, l'ex sindaco di Amatrice lunedì ha convocato la commissione Protezione civile.Da settembre nel Lazio chi non si immunizzerà non entrerà nei centri anziani. Ordinanza estesa ai sanitari.Lo speciale contiene tre articoliAffidamento, revoca e rinnovazione dell'accordo. Tutti i documenti di determina della Regione Lazio per l'approvvigionamento di sistemi di protezione hanno seguito lo stesso iter. Un meccanismo burocratico sul quale sta indagando la Guardia di finanza di Roma su delega del procuratore Michele Prestipino, perché all'interno delle procedure d'urgenza, si sospetta, potrebbero essersi annidati gli appetiti di imprese pronte a tutto pur di azzannare la torta milionaria e lasciare la Regione in braghe di tela. L'inchiesta giudiziaria fa il paio con un'indagine aperta dalla Procura regionale della Corte dei conti qualche giorno fa e curata personalmente dal capo dei pm contabili Andrea Lupi. Le richieste di chiarimenti avanzate dai partiti di opposizione hanno acceso la miccia. E ora la bomba sulle commesse milionarie rischia di scoppiare tra le mani di Nicola Zingaretti.Sul piatto della bilancia ci sono milioni di soldi pubblici a fronte di accordi al momento non rispettati da una rete di imprese dalle insolite finalità aziendali, alcune delle quali con nomi da intrigo internazionale e sedi offshore. Del garbuglio si sta occupando in modo ufficiale la stessa Regione Lazio, su input del consigliere meloniano Sergio Pirozzi, presidente della commissione Protezione civile, che domani vorrebbe sentire il capo della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello, l'ex comandante della polizia municipale di Rieti che ha firmato gli accordi con le imprese. Pirozzi da ex sindaco di Amatrice ha già dovuto affrontare situazioni simili e sa dove mettere le mani. Per questo ha chiesto di acquisire una serie di documenti: da quelli di trasporto che dovrebbero provare l'eventuale consegna del materiale a quelli che dovrebbero attestare l'avvenuta distribuzione ai beneficiari e alle schede tecniche dei dispositivi per verificarne la conformità ai relativi certificati. E ancora: le polizze fideiussorie, l'elenco delle strutture sanitarie in cui sono state installate le tende pre triage e il numero di operatori della Protezione civile impegnati. Nel mirino ci sono le tempistiche di approvvigionamento non rispettate, ma anche i costi. La fornitura più importante a livello economico è stata affidata alla Eco Tech srl: 35,8 milioni di euro in mascherine. Ma è solo uno dei capitoli di un approvvigionamento più ampio, sul quale si è tuffata una falange di aziende che di solito si occupano d'altro. Aggiungendo guanti, occhiali di protezione, tute, ventilatori e letti per la terapia intensiva la cifra arriva subito a livelli da capogiro: 133 milioni di euro. La consegna era prevista a fine marzo. A ogni ritardo è scattata una revoca. E, nello stesso documento, un nuovo accordo, con nuovi tempi di consegna. Alla vigilia di Pasqua Lega e Fratelli d'Italia hanno cominciato a gridare alla truffa. Perché l'ente pubblico anticipava i fondi ma la merce non arrivava. Dalla Regione liquidano la questione come una grande «fake news». E fanno sapere che nel caso in cui le aziende non dovessero rispettare i contratti, «l'anticipo, assicurato dalla fideiussione, tornerà immediatamente nella disponibilità della Regione Lazio». Poi, però, fanno di tutto per canalizzare la discussione sui dispositivi mai consegnati in commissione Bilancio e non in quella coordinata da Pirozzi, anticipando la convocazione della prima di qualche ora. Poi, pare, si sia trovata un'intesa e probabilmente si procederà in commissione congiunta. «Tulumello ha l'obbligo di presentarsi per chiarire una volta per tutte questa vicenda», ricorda la leghista Laura Corrotti, che aggiunge: «Abbiamo tante domande da fargli, alle quali solo lui può e deve rispondere». E in un'interrogazione sottolinea che «le procedure utilizzate sembrano del tutto inadeguate a garantire fornitori affidabili».«Dopo aver imposto il fermo alle riunioni del Consiglio regionale, adesso pretendono di stabilire in quale sede discutere l'opaco operato della giunta», commenta il presidente del comitato regionale di controllo contabile laziale Giancarlo Righini di Fdi. Mentre i 5 stelle sulla questione si sono praticamente dati alla macchia. Il caso, insomma, pesa tutto sulle spalle di Zingaretti e dell'ex capo dei vigili. Che nonostante tutto sembrano ottimisti: i ritardi, stando alle valutazioni della Regione, sarebbero dovuti alle difficoltà di approvvigionamento. E i prezzi sarebbero passati sotto attente verifiche. Le stesse delegate ora alla Guardia di finanza dalla Corte dei conti e dalla Procura di Piazzale Clodio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-corte-dei-conti-ora-anche-la-procura-indaga-sul-balletto-delle-commesse-2645752663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="consegnati-10-milioni-di-dpi-su-27" data-post-id="2645752663" data-published-at="1587238464" data-use-pagination="False"> «Consegnati 10 milioni di Dpi su 27» Sergio Pirozzi, consigliere di Fratelli d'Italia della Regione Lazio e presidente della dodicesima commissione Tutela del territorio, erosione costiera, emergenze e grandi rischi, Protezione civile e ricostruzione, è diventato suo malgrado un esperto di emergenze. Nella precedente esperienza politica si è trovato a fronteggiare il terremoto ad Amatrice, Comune che ha amministrato da sindaco. «La gestione di un'emergenza non si misura sulle parole», dice davanti al dramma del coronavirus, «Il suo valore emerge dalla tempestività della risposta ai fabbisogni più urgenti». Nel Lazio l'emergenza Covid-19 non è stata affrontata bene? «Lo dicono i numeri. Se dopo un mese e mezzo si parla ancora di dispositivi ordinati e mai arrivati, è evidente che la gestione è stata deficitaria. E poi lo dimostrano le parole di Nicola Zingaretti: in cinque settimane sono stati consegnati meno di 10 milioni di dispositivi, principalmente mascherine chirurgiche, a fronte di un ordine di circa 27 milioni di pezzi». Ci sono errori evidenti? «Da quanto sta emergendo, sembra che la Regione, invece di affidarsi a fornitori qualificati e con esperienza, a causa della possibilità di agire in deroga al codice degli appalti, si sia infilata in un vortice di fornitori improvvisati, che hanno portato a ritardi, mancate consegne, revoche di contratti poi riaffidati allo stesso soggetto. Dalla documentazione appare anche che, almeno in alcuni casi, non siano state richieste garanzie economiche. Non obbligatorie, ma che avrebbero permesso una scrematura dei soggetti inaffidabili. Due errori molto gravi, che se confermati comporterebbero una chiara responsabilità politica». È per questo che ha convocato la commissione Protezione Civile? «Il 6 aprile, quindi prima che emergesse la vicenda Eco tech, ho inviato una mail a tutti i componenti della commissione e agli interessati per proporre una serie di possibili date per sentire Zingaretti e il capo della Protezione civile. Nessuno ha risposto alla richiesta. Quindi il 15 ho convocato formalmente la commissione per lunedì 20 aprile alle ore 14». Pensa a una forma di ostruzionismo da parte della maggioranza? «Penso a un momento di grande confusione. Il giorno dopo la convocazione della commissione, è stata convocata sullo stesso argomento, lo stesso giorno, ma alle 10 la commissione Bilancio. Che non ha competenza sulla parte gestionale. Difatti non mi risulta che sia stata richiesta la produzione dei documenti che permettono di ricostruire il quadro, che io invece ho richiesto». Come è finito questo conflitto di attribuzioni? «Che le due commissioni si riuniranno congiuntamente. Lunedì vedremo se c'è la volontà di fare chiarezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-corte-dei-conti-ora-anche-la-procura-indaga-sul-balletto-delle-commesse-2645752663.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-il-segretario-obbliga-al-vaccino-influenzale" data-post-id="2645752663" data-published-at="1587238464" data-use-pagination="False"> E il segretario obbliga al vaccino influenzale Non c'è ancora il vaccino anti Covid-19, gli anziani continuano a morire nelle Rsa ma il governatore della Regione Lazio ha il suo personale rimedio per i nonni che non possiamo tenere a casa. L'ha annunciato via social: dal prossimo 15 settembre, gli over 65 che non saranno vaccinati contro l'influenza stagionale e le infezioni da pneumococco (primo agente responsabile della polmonite), saranno lasciati fuori dai centri anziani. Non l'ha detto proprio in questi termini, anzi ha voluto sottolineare che si tratta di una «grande operazione di tutela della salute pubblica», ma la sostanza è quella. Assieme agli ultrasessantenni, ingresso vietato per il personale sanitario che non abbia fatto il vaccino. Medici e paramedici che si rifiuteranno saranno sospesi dalla prestazione lavorativa per inidoneità temporanea alla mansione specifica. Stiamo parlando di quasi 2,2 milioni, tra over 65 e lavoratori, obbligati a seguire il trattamento profilattico imposto da Nicola Zingaretti, firmatario dell'ordinanza. Gli anziani non potranno nemmeno entrare nei luoghi di aggregazione «che non consentano di garantire il distanziamento sociale». Stiamo parlando soprattutto dei centri dove le persone di una certa età, autosufficienti, possono trascorrere parte della giornata in compagnia ed è già tanto se rimangono aperti, con volontari impegnati a fare attività ricreative. Figuriamoci quanto spazio a disposizione possono avere i nonnetti in simili strutture per mantenersi lontani l'uno dall'altro almeno due metri, magari giocando a carte. Se non avranno fatto il vaccino staranno a casa da soli, o verranno costretti a immunizzarsi. Per carità, è vero che la prevenzione delle complicanze passa anche dalla profilassi vaccinale, ma era proprio necessario renderla obbligatoria per tutti gli over 65, indipendentemente dalle condizioni di salute? Tra l'altro, il portale Epicentro dell'Istituto superiore della sanità segnala che «mentre l'antinfluenzale deve essere ripetuta ogni stagione, l'anti pneumococcica viene somministrata, secondo le attuali indicazioni, in dose singola una sola volta nella vita». Non è obbligatorio propinarle insieme: il vaccino pneumococcico coniugato può essere dato «indipendentemente e in qualsiasi stagione dell'anno». Il presidente Zingaretti vuole invece una profilassi doppia, immediata, prima dell'inizio dell'autunno. «Con questa ordinanza il Lazio raccoglie l'appello lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità per ridurre i fattori confondenti per il Covid-19 in presenza di sintomi analoghi», ha dichiarato il governatore che vorrebbe far vaccinare contro l'influenza anche i bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni. L'ordinanza, infatti, contiene «una forte raccomandazione» in tal senso, «attraverso il pieno coinvolgimento dei pediatri di libera scelta». Aspettiamoci un secondo provvedimento, che estenda gli obblighi a nuove fasce di età o ad altri lavoratori, trasformando in coercizione la pratica indifferenziata delle vaccinazioni.
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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