Dopo gli Elkann, la faida dei Benetton
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Luciano rilascia una surreale intervista per dire che l’azienda di maglioncini ha un buco di 100 milioni, annuncia l’addio e scarica sul manager. Non ha visto nulla come a Genova con il ponte Morandi. Dietro il vittimismo radical chic, scontri familiari all’orizzonte.

Si riapre la dynasty all’interno della famiglia Benetton. Esce di scena Luciano l’ultimo patriarca. Abbandona la presidenza dell’azienda di abbigliamento che aveva contribuito a creare con la sorella Giuliana e i due fratelli Carlo e Gilberto. Esce con una rumorosa intervista al Corriere della Sera nella quale accusa il management guidato dall’amministratore delegato Massimo Renon (mai nominato esplicitamente) di aver provocato un «buco» di 100 milioni di cui il consiglio non era a conoscenza. A stretto giro di posta arriva la precisazione di Edizione la holding di famiglia guidata da Alessandro, primogenito di Luciano. Spiega che, in realtà non è Luciano che se ne va ma è la famiglia che lo licenzia. Poche righe per dire che «il nuovo corso di Edizione non si è occupato finora di Benetton essendo in corso il lavoro del management scelto nel 2020 (management che giunge ora a scadenza)». Alessandro guida la cassaforte di famiglia dal 2022, quindi non era in carica quando è arrivata la squadra di Renon. A sceglierlo è stato papà Luciano, presidente del consiglio d’amministrazione che ora potrebbe andare a casa insieme all’amministratore delegato e a tutto lo staff. Anche se poi Renon si sarebbe avvicinato e non poco al figlio del fondatore.

Il 18 giugno comunque è in programma l’assemblea dei soci di Benetton group «a seguito della quale l’azionista Edizione introdurrà la necessaria discontinuità nella gestione manageriale». In attesa di capire se partiranno le azioni di responsabilità, vine smentita l’esistenza di un «buco» patrimoniale di cento milioni come lamentato da Luciano nell’intervista. Solo una spiacevole, ma ampiamente sopportabile perdita di bilancio che la cassaforte di famiglia coprirà con un aumento di capitale di 260 milioni. Neanche una parola di solidarietà da parte di Alessandro e dei cugini nei confronti di papà Luciano. Il geniale inventore dei maglioncini colorati e delle iconiche campagne pubblicitarie organizzate da Olivero Toscani mandato a casa perché il resto della dinastia ha deciso che il patriarca alla non più freschissima età di 89 anni deve andare in pensione. Non ha saputo fermarsi in tempo. Da quando , nel 2018, è tornato alla guida di Benetton group come presidente esecutivo ha prodotto perdite per un valore cumulato di circa 800 milioni. Con la rumorosa intervista Luciano ha dimostrato di non gradire. Un’ altra faida familiare che, proprio nel Nordest trova abbondante terreno di coltura. I fondatori sono dei fuoriclasse che finiscono per divorare i figli. Quale esempio più chiaro di quello di Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica. La successione a due anni di distanza dalla scomparsa è ancora aperta. Il fondatore ha messo i figli fuori dalla gestione. In particolare Claudio, il primogenito oggi 65 anni, che, dopo un passaggio in azienda è uscito per divergenze con il padre. Ha preso in mano Brooks Brothers, storico marchio di abbigliamento made in Usa. Un’avventura di scarso successo, l’azienda ha chiuso. Un altro figlio che ha ricevuto la lettera di licenziamento dal padre è Giuseppe Caprotti, figlio di Bernardo, fondatore di Esselunga. Aveva raggiunto la carica di ad prima di essere allontanato in modo molto brusco: «Appresi dai giornali che le deleghe erano state revocate», racconta. Nel frattempo aveva perso l’autista e gli alti benefici connessi alla carica. L’anno scorso, a sette anni dalla scomparsa del padre ha pubblicato un libro, «Le ossa dei Caprotti» in cui la figura del vecchio Bernardo non viene certo esaltata. Tutto il Nordest pullula di passaggi generazionali finiti male. Come dimenticare la lite tra i fratelli Tabacchi per il controllo della Safilo? Oppure andando più indietro nel tempo la faida interna alla famiglia Marzotto che portò all’estromissione di Pietro figlio del conte Gaetano che per anni aveva guidato il gruppo tessile. Esce perdente dallo scontro con la numerosissima famiglia (era l’ultimo di sette fratelli) dopo aver tentato di trasformare l’azienda di famiglia in una multinazionale acquistando tra l’altro Hugo Boss e la Maison Valentino. Le ultime immagini ritraggono Pietro davanti ad una affettatrice di Peck, la salumeria più chic di Milano. L’aveva acquistata per 26 milioni insieme al figlio Leone. Purtroppo le dynasty portano in genere alla crisi delle aziende. Valgano per tutti gli esempi della Mondadori o, per restare in Veneto, quello degli eredi Coin. Ora è un marchio del gruppo Ovs che a sua volta è frutto della trasformazione della Stefanel che Bepi, figlio di Carlo, un venditore ambulante diventato imprenditore di grande valore, aveva portato alla soglia del fallimento. Poi ci sono genitori e figli che litigano quando sono tutti su questa terra. È il caso, ormai su tutte le prime pagine di Margherita Agnelli contro i figli John, Lapo e Ginevra Elkann. Oppure quello un po’ più nascosto che divide Gabriele Volpi dai figli. In particolare Matteo che accusa il padre di voler bloccare la successione nel controllo dei porti nigeriani. Secondo Matteo Volpi il vecchio è vittima delle manovre orchestrate da Giampiero Fiorani, l’ad di Popolare Lodi che mandava baci in fronte all’ex governatore, Antonio Fazio. C’è un’eccezione a tanta devastazione familiare: i cinque figli eredi di Silvio Berlusconi. Nessuna lite, nessuna rumorosa intervista, nessun tribunale. Le volontà del fondatore rispettate fino all’ultima parola.

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