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2022-11-07
Diteci tutta la verità sul Covid
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Sulla pandemia, sulle decine di migliaia di morti, sul dolore degli italiani privati della libertà e dei diritti, qualcuno ci ha guadagnato? Domande che finalmente possono esigere delle risposte, senza rimanere strozzate in gola, perché ormai il Covid fa sempre meno paura e lo «Stato di emergenza» è solo un brutto, lontano ricordo. È giunto, quindi, il momento di dire tutta la verità sugli ultimi due anni, senza nascondere la polvere sotto il tappeto, strappando quel velo di omertà che riguarda l’intera gestione della pandemia di cui ancora oggi stiamo pagando le conseguenze.
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato che sarà costituita una Commissione di inchiesta per il periodo dell’emergenza sanitaria provocata dal Covid, un gruppo di parlamentari sarà scelto per indagare se qualcuno si è arricchito approfittando del caos scatenato dall’epidemia. «Lo si deve a chi ha perso la vita e a chi non si è risparmiato nelle corsie degli ospedali, mentre altri facevano affari milionari con la compravendita di mascherine e respiratori», ha spiegato in Parlamento Meloni.
Un chiaro riferimento anche all’inchiesta sul maxi acquisto di dispositivi di protezione individuale, fatto dalla struttura dell’ex commissario Domenico Arcuri. Circa 800 milioni di mascherine, tra chirurgiche, Ffp2 e Ffp3, comprate dalla Cina, pagate 1,25 miliardi euro e finite in tutti gli ospedali italiani per proteggere i nostri medici e sanitari da quel virus che a marzo 2020 sembrava non lasciare scampo. Eppure quei presidi di sicurezza non proteggevano affatto, sono stati analizzati e sono risultati tutti non conformi.
La procura di Roma ha aperto una inchiesta, le indagini si sono chiuse a marzo, adesso si attende il processo. Ad Arcuri viene contestato il reato di abuso di ufficio, secondo gli inquirenti l’ex commissario, con Antonio Fabbrocini, responsabile unico del procedimento per la struttura commissariale, e l’imprenditore Vincenzo Tommasi avrebbe ottenuto una «illecita posizione di vantaggio patrimoniale». Un granello di sabbia nei numerosi punti oscuri di tutto questo periodo.
All’annuncio della Commissione di inchiesta, subito si sono formate le due fazioni dei pro e contro, come se indagare sulla verità facesse male a qualcuno. Sono già state presentate tre proposte di legge (Lega, Fratelli d’Italia e Italia viva) per dare avvio ai lavori. Sono fioccate le adesioni del Partito democratico e Azione, e sono iniziate anche le polemiche. C’è chi, come Matteo Renzi, tira la coperta verso un’indagine mirata sugli appalti, e quindi sui soldi; il senatore Pd Francesco Boccia invece ha sottolineato che si dovranno considerare anche le regioni del Nord a guida centrodestra, come se non fosse scontato.
Insomma è iniziato il valzer delle opinioni che però non deve distogliere dal punto fondamentale, cioè che in questi due anni abbiamo assistito alla distruzione delle libertà costituzionali e alla trasformazione della scienza in dogma, ridotta a un mero atto di fede. E così qualche spunto abbiamo deciso di darlo anche noi, o meglio abbiamo chiesto a chi in questi anni si è battuto per la verità e la chiarezza, denunciando tutto quello che non andava, di indicare quali potrebbero essere gli elementi fondamentali da tenere in considerazione per scoperchiare l’enorme vaso di Pandora. Se è vero che la verità rende liberi, allora finalmente decine di migliaia di persone potranno riappropriarsi di quella libertà che è stata loro negata, insieme con la dignità strappata con noncuranza da tutti quei provvedimenti discriminatori che ci sono stati negli ultimi due anni.
Perciò accanto alla legittima inchiesta sugli acquisti di mascherine e respiratori, va anche preso in esame il perché siano state adottate misure che non hanno permesso di arginare il virus tempestivamente, o che invece hanno permesso che i malati venissero lasciati soli a morire nelle loro case. Perché ci sono stati medici perseguitati solo per essersi opposti al protocollo «tachipirina e vigile attesa»? Perché nessuno si è accorto, o non ha voluto accorgersi, che il green pass si è basato sulla grande menzogna che il vaccino fermasse la trasmissione del virus? Questi interrogativi non possono più essere ignorati, adesso è il momento di avere delle risposte.
«Obbligo vaccinale e green pass sono stati imposti in base a bugie»

Il dottor Dario Giacomini
«Il decreto legge 44 che ha introdotto il primo obbligo vaccinale, quello per i sanitari poi esteso ad altre categorie, si basa su una menzogna e quindi non deve essere soltanto eliminato, ma è fondamentale che vengano anche quantificati tutti i danni che ha provocato». Il dottor Dario Giacomini, presidente dell’associazione ContiamoCi!, in questi due anni si è battuto in prima linea per la libertà di scelta. Medico sospeso, ora reintegrato, chiede che la verità venga messa nero su bianco in modo da non poter più essere nascosta.
Dottor Giacomini, a quale verità si riferisce?
«La norma che ha introdotto la certificazione verde ha come intestazione “Misure per il contrasto alla diffusione del virus”, ma questo è stato falso sin dall’inizio. Pfizer, così come le altre case farmaceutiche, non ha mai scritto che il vaccino fermasse il contagio. Non è scritto negli studi iniziali presentati per l’approvazione, non è scritto negli attuali bugiardini a corredo di questi farmaci. E la stessa Pfizer lo ha ribadito qualche settimana fa durante una seduta del Parlamento europeo. Cosa ci vuole ancora per capirlo? Per capire che il vaccino e quindi il green pass, non servono a proteggere gli altri? Qualsiasi obbligo non può e non deve essere più giustificato con il principio della tutela della salute pubblica».
Eppure alcune Regioni si stanno opponendo al reintegro dei sanitari non vaccinati.
«Ecco perché prima di tutto bisognerebbe smettere di far finta che esistano dei presupposti scientifici a supporto dell’obbligo vaccinale. La Commissione di inchiesta sulla gestione della pandemia dovrebbe partire proprio da questo punto: il green pass è stato solo uno strumento di coercizione politica che ha dato una falsa sicurezza, mettendo davvero a rischio le persone. Veniva detto che i luoghi in cui c’erano soltanto vaccinati erano sicuri e non ci si poteva ammalare e poi invece fioccavano focolai ovunque».
Cosa dovrebbe fare quindi, secondo lei, la Commissione?
«Per prima cosa affermare che i presupposti di tutte le scelte fatte, dalle restrizioni, alle sospensioni dei lavoratori, fino all’obbligo, si sono basati su una enorme bugia. Chi rimborsa il lavoro perso e la dignità calpestata? Bisognerebbe quantificare i danni fisici e morali di chi è stato vittima di queste discriminazioni. Ma non solo: non dimentichiamo che è stata tollerata persino la violenza fisica».
Violenza fisica? A cosa si riferisce?
«Io non dimentico quello che è successo al porto di Trieste, e neanche la Commissione dovrebbe dimenticarlo. Deve indagare sul perché si è deciso di sopprimere il dissenso pacifico con la violenza, a suon di manganelli e idranti. Io ero lì, con i portuali e con tante altre persone, gente normale e tranquilla, volevamo manifestare per la libertà di scelta, esercitare un diritto costituzionale. E invece siamo stati attaccati e trattati come bestie, inzuppati con acqua gelida pur di tapparci la bocca. Chi ha dato l’ok a quella manovra? Perché è stata gestita così? Dicevano che tutto veniva fatto per proteggere la popolazione e così si è creato il lasciapassare per distruggere qualsiasi libertà fondamentale».
Ora diversi Ordini territoriali non vogliono reintegrare i sospesi, proprio per proteggere i più fragili, dicono.
«Una presa di posizione assurda, finora gli Ordini hanno fatto solamente da cassa di risonanza delle decisioni del governo, non sono mai intervenuti in rappresentanza dei medici sulle decisioni scientifiche, anzi, hanno sempre detto di essere “organi sussidiari dello Stato”, ossia di avere il dovere normativo e deontologico di eseguire quanto predisposto per legge. E ora? Cosa è cambiato? Alcuni Ordini si ribellano, ma dov’era la deontologia quando il ministero suggeriva di lasciare a casa i pazienti senza visitarli? E tutti gli altri Paesi in cui questo obbligo non esiste, non hanno deontologia, non hanno etica?».
Domanda retorica...
«La Commissione dovrebbe indagare sul perché gli Ordini hanno accettato che ci fosse lo scudo penale per proteggere i medici vaccinatori, considerandolo necessario dato che non si sapeva quali sarebbero stati gli effetti collaterali. Poi però i cittadini sono stati costretti a firmare un consenso informato estorto in maniera obbligatoria, che di informato non aveva nulla. È questo è il modo di fare medicina? Non credo proprio che questo atteggiamento abbia rispettato il principio “non nocere” del nostro giuramento».
«Il governo Conte si è svegliato con un ritardo ingiustificabile»

Mariano Bizzarri
Nel viaggio attraverso i punti oscuri della gestione della pandemia, incontriamo il professor Mariano Bizzarri, docente di patologia clinica dell’università La Sapienza di Roma. Da tempo Bizzarri insiste sulla necessità di indagare sull’origine del Covid e lo considera un fondamentale punto di partenza per la Commissione.
Perché partire da così lontano?
«Perché quello che è accaduto non deve più ripetersi. L’origine del virus è un tema ancora molto attuale, nel laboratorio di Wuhan si conducevano esperimenti di manipolazione ad alto rischio che ancora oggi vengono eseguiti in altri centri di ricerca. È importante andare a fondo e scoprire la verità per vietare queste sperimentazioni estremamente rischiose».
Dalla Cina il virus è arrivato rapidamente in Italia, cogliendoci impreparati.
«L’Italia si è mossa con estremo ritardo. Già il 5 gennaio 2020 il ministero aveva inviato una circolare che avvisava dell’epidemia in Cina, i segnali per avviare il piano pandemico c’erano tutti, ma allora perché il primo vero provvedimento è stato preso quasi due mesi dopo? Si sarebbero evitate delle morti».
Si riferisce al primo Dpcm del governo Conte, quello del’11 marzo 2020?
«Certo. Quello che ha chiuso in casa gli italiani, a cui veniva suggerito di rimanere in “vigile attesa”. Perché invece non è stato adottato un protocollo di terapia domiciliare? Anzi, i medici che curavano a casa sono stati persino denigrati e ostacolati. Non è stata percorsa alcuna strada per le cure, come mai non c’è stato uno stanziamento di fondi per finanziare la ricerca?».
In effetti solo nel 2021 è stato finanziato un programma di ricerca.
«Hanno aspettato un anno per stanziare 30 milioni. Briciole: per il bonus monopattino hanno investito 215 milioni. Perché remare contro tutto ciò che non era vaccino? Qualcuno dovrà rispondere di queste scelte, come dovrà rispondere su tutta la questione della cura al plasma del dottor De Donno. La cura funzionava e funziona perché si basa su un principio molto semplice: trasferire gli anticorpi da chi è guarito a chi sta male. Eppure la sperimentazione si è conclusa in un nulla di fatto».
Poi sono arrivati i vaccini.
«Come sono stati scelti? In base a quale criterio? Anche queste domande meritano risposta. La maggior parte del mondo ha scelto altri vaccini, ma cosa ben peggiore è che i Paesi messi peggio sono quelli che hanno scelto Pfizer. L’India, per esempio, ne ha usato un altro e ha un numero di morti nettamente inferiore a noi».
Sembra un lungo elenco di punti che non tornano.
«Purtroppo sì. C’è da aggiungere la questione autopsie. Speranza le vietò. Nel 1700, uno dei padri della medicina, il padovano Giovan Battista Morgagni, mostrò la necessità delle autopsie: sa perché? Perché permettono di comprendere la malattia. I nostri medici però non hanno potuto farle. E adesso che la malattia si conosce vogliono farci credere che la copia è migliore dell’originale, mi riferisco agli anticorpi. Le scelte si sono basate sul principio che l’immunità del vaccino è superiore a quella da guarigione. Anzi, quella da guarigione non è stata neanche presa in considerazione. Perché?».
«Danneggiati dai sieri e senza più soldi per le cure»

Federica Angelini
Nel lungo elenco di quanto è stato ignorato in questi anni di Covid e su cui bisognerebbe fare chiarezza, il tema degli effetti avversi al vaccino dovrebbe avere un posto d’onore. Quelli che da sani si sono ritrovati malati e privati con un colpo di spugna della loro quotidianità continuano a essere invisibili. E così Federica Angelini, maestra di Bussolengo (Verona), dopo aver avuto la vita stravolta da un’unica puntura, ha deciso di fondare il comitato Ascoltami affinché le voci unite possano essere più forti e ottenere finalmente ascolto.
L’indagine parlamentare è tra le vostre prime richieste.
«Assieme alle cure e a centri di ricerca per capire cosa ci sta succedendo. Vorremmo che nella Commissione ci sia uno di noi, per poter dare un contributo attivo nel dettagliare anche le diverse patologie che ci hanno coinvolto. Si parla spesso di danni al cuore, ma c’è molto altro: neuropatie, problemi vascolari, c’è persino chi è stato costretto sulla sedia a rotelle o convive con forti spasmi involontari dei muscoli».
Com’è la situazione?
«I danneggiati hanno ormai raschiato il fondo del barile, i soldi per la maggior parte sono finiti. C’è chi si è persino indebitato per pagare le cure, chi ha chiesto finanziamenti di 15.000 o 20.000 euro pur di trovare una diagnosi che non è ancora arrivata. È fondamentale che in ogni regione vengano istituiti centri di studio di queste patologie e che poi vengano inserite nel sistema sanitario nazionale. Noi non abbiamo diritto a esenzioni, quindi ricade tutto sulle nostre tasche, ormai vuote».
Chiedete anche vengano stanziati fondi per la ricerca.
«Una ricerca mirata su questi nuovi disturbi che ci stanno distruggendo la vita. Spesso i medici non sanno neanche da che parte iniziare, non dico a curarci, ma proprio nel fare una diagnosi. Immagini la disperazione nel vedere nei medici lo sconforto di non riuscire a dare un nome a quello che sta accadendo».
Secondo lei quanti sono i danneggiati in Italia?
«Noi abbiamo circa 2.000 iscritti, ma oltre 120.000 interazioni sui social a settimana. E c’è comunque tanta ritrosia a esporsi per paura del giudizio, di essere isolati. Il vero problema è che i dati sono sottostimati, spesso i medici non segnalano le reazioni avverse, quindi come si fa a sapere quanti siamo in realtà? La Commissione se ne dovrebbe occupare».
Qualcuno è mai stato risarcito a causa del danno subito?
«Che io sappia no, neanche chi ha il danno riconosciuto. Vorremmo, come comitato, che in questa Commissione venga istituita una parte ad hoc per la valutazione dei risarcimenti, in modo da snellire le procedure e velocizzare la possibilità dei ristori economici».
Un altro punto su cui chiedete chiarezza è l’aumento delle morti, soprattutto tra i giovani.
«Un dato ci ha allarmato particolarmente, quello della mortalità registrata in tutta Europa dal sistema di rilevamento ufficiale Euromomo nella fascia 0-14 anni. Dopo che la vaccinazione è stata estesa ai bambini, c’è stato un notevole aumento. Penso che questo necessiti di un serio approfondimento, anche perché purtroppo nel nostro Comitato sono presenti diverse mamme che hanno perso i propri figli per malori improvvisi e meritano giustizia».
«La colpa peggiore è stata la totale mancanza di trasparenza»

Giovanni Frajese
«Tutti gli errori di questi due anni sono stati innescati da un unico punto di partenza: la mancanza di trasparenza». Giovanni Frajese, medico endocrinologo, sospeso fino a qualche giorno fa solo per aver voluto difendere la verità, parte proprio da quello che già si sapeva ma è stato taciuto.
A che cosa si riferisce?
«Si sapeva da sempre che questo che chiamano vaccino non è mai stato testato per bloccare la diffusione. L’anno scorso lo spiegai alla Camera e al Senato, ma dato che non c’è stata trasparenza si è potuto dire tutto e il contrario di tutto. La Commissione dovrebbe indagare sul perché sin dall’inizio non è mai stato mostrato per cosa questi vaccini sono stati studiati e per cosa no».
Per molto tempo si è parlato di immunità di gregge, ma alla fine non l’abbiamo mai raggiunta.
«Semplicemente perché non si poteva. Già a marzo 2021, sulla rivista scientifica Nature, venne pubblicato un articolo che mostrava cinque ragioni per cui era impossibile, basandosi sugli studi Pfizer e su quanto avveniva in Israele. Come adesso è evidente, dopo otto o nove mesi dalla dose ci si infetta di più rispetto ai non vaccinati, però si discute ancora di non far tornare i medici in corsia. Che senso ha?».
Secondo lei si sta continuando a negare l’evidenza?
«A ignorarla completamente. E questo è solo un esempio. Oggi si continua a raccomandare la vaccinazione delle donne in gravidanza senza nessun tipo di studio clinico a supporto: com’è possibile che venga consigliata? La Commissione dovrebbe fare proprio questo, raccogliere tutti i dati e valutare le scelte in base alle evidenze scientifiche».
Ha sempre detto che anche sulla cancerogenicità e genotossicità non sono mai stati fatti studi.
«Certo, non è mai stato studiato l’effetto diretto con lo sviluppo dei tumori, la cancerogenicità, e l’influenza negativa che potrebbero avere sul nostro Dna. Quindi è fondamentale che la Commissione avvii tutti i test per la sicurezza su questi due aspetti, il più rapidamente possibile, così da poter tranquillizzare la popolazione e fare finalmente chiarezza».
Cos’altro potrebbe fare la Commissione di inchiesta?
«Istituire una farmacovigilanza retroattiva per andare a vedere gli accessi ospedalieri comparsi dopo la somministrazione del vaccino, non solo dopo 14 giorni, ma durante tutto l’arco temporale. E paragonare questo alla popolazione non vaccinata per capire se c’è stato un incremento statisticamente significativo di diverse patologie. Tutto questo al fine di poter valutare con coscienza l’utilità e la sicurezza della vaccinazione anche sui giovani e sui bambini».
Adesso si parla di quarta o quinta dose, è stata studiata la sicurezza di questi booster?
«Purtroppo no, questa rimane tra quelle domande irrisolte, molto gravi e fondamentali, di cui è importante che si occupi la Commissione, dato che non si può continuare a vaccinare in questo modo. Gli studi originari prevedevano due dosi, perché l’Europa ne ha acquistate 10 a testa? Immaginavano che la vaccinazione dovesse continuare? E sulla base di cosa, dato che non c’erano studi? Sembra proprio che in questi due anni l’interesse economico abbia scelto la direzione e dopo la scienza l’abbia portata avanti».
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In Parlamento tre proposte per istituire la Commissione d’inchiesta sulla pandemia. C’è chi vuole limitare il campo d’indagine all’acquisto delle mascherine. Invece gli interrogativi ancora aperti sono gravi e numerosi. Ecco tutti i punti oscuri sui quali serve fare chiarezza.Il dottor Dario Giacomini, presidente dell’associazione ContiamoCi!: «Lo Stato spieghi chi giustificò anche l’uso della violenza fisica a Trieste».Il patologo Mariano Bizzarri: «Va indagata anche l’origine del virus, Wuhan non ha insegnato nulla».La fondatrice del comitato Ascoltiamoci Federica Angelini: «Nessuno sa spiegare cosa ci è successo».L’endocrinologo Giovanni Frajese: «Iniezione a donne incinte e bambini senza dati scientifici».Lo speciale contiene cinque articoli.Sulla pandemia, sulle decine di migliaia di morti, sul dolore degli italiani privati della libertà e dei diritti, qualcuno ci ha guadagnato? Domande che finalmente possono esigere delle risposte, senza rimanere strozzate in gola, perché ormai il Covid fa sempre meno paura e lo «Stato di emergenza» è solo un brutto, lontano ricordo. È giunto, quindi, il momento di dire tutta la verità sugli ultimi due anni, senza nascondere la polvere sotto il tappeto, strappando quel velo di omertà che riguarda l’intera gestione della pandemia di cui ancora oggi stiamo pagando le conseguenze.Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato che sarà costituita una Commissione di inchiesta per il periodo dell’emergenza sanitaria provocata dal Covid, un gruppo di parlamentari sarà scelto per indagare se qualcuno si è arricchito approfittando del caos scatenato dall’epidemia. «Lo si deve a chi ha perso la vita e a chi non si è risparmiato nelle corsie degli ospedali, mentre altri facevano affari milionari con la compravendita di mascherine e respiratori», ha spiegato in Parlamento Meloni. Un chiaro riferimento anche all’inchiesta sul maxi acquisto di dispositivi di protezione individuale, fatto dalla struttura dell’ex commissario Domenico Arcuri. Circa 800 milioni di mascherine, tra chirurgiche, Ffp2 e Ffp3, comprate dalla Cina, pagate 1,25 miliardi euro e finite in tutti gli ospedali italiani per proteggere i nostri medici e sanitari da quel virus che a marzo 2020 sembrava non lasciare scampo. Eppure quei presidi di sicurezza non proteggevano affatto, sono stati analizzati e sono risultati tutti non conformi. La procura di Roma ha aperto una inchiesta, le indagini si sono chiuse a marzo, adesso si attende il processo. Ad Arcuri viene contestato il reato di abuso di ufficio, secondo gli inquirenti l’ex commissario, con Antonio Fabbrocini, responsabile unico del procedimento per la struttura commissariale, e l’imprenditore Vincenzo Tommasi avrebbe ottenuto una «illecita posizione di vantaggio patrimoniale». Un granello di sabbia nei numerosi punti oscuri di tutto questo periodo. All’annuncio della Commissione di inchiesta, subito si sono formate le due fazioni dei pro e contro, come se indagare sulla verità facesse male a qualcuno. Sono già state presentate tre proposte di legge (Lega, Fratelli d’Italia e Italia viva) per dare avvio ai lavori. Sono fioccate le adesioni del Partito democratico e Azione, e sono iniziate anche le polemiche. C’è chi, come Matteo Renzi, tira la coperta verso un’indagine mirata sugli appalti, e quindi sui soldi; il senatore Pd Francesco Boccia invece ha sottolineato che si dovranno considerare anche le regioni del Nord a guida centrodestra, come se non fosse scontato. Insomma è iniziato il valzer delle opinioni che però non deve distogliere dal punto fondamentale, cioè che in questi due anni abbiamo assistito alla distruzione delle libertà costituzionali e alla trasformazione della scienza in dogma, ridotta a un mero atto di fede. E così qualche spunto abbiamo deciso di darlo anche noi, o meglio abbiamo chiesto a chi in questi anni si è battuto per la verità e la chiarezza, denunciando tutto quello che non andava, di indicare quali potrebbero essere gli elementi fondamentali da tenere in considerazione per scoperchiare l’enorme vaso di Pandora. Se è vero che la verità rende liberi, allora finalmente decine di migliaia di persone potranno riappropriarsi di quella libertà che è stata loro negata, insieme con la dignità strappata con noncuranza da tutti quei provvedimenti discriminatori che ci sono stati negli ultimi due anni. Perciò accanto alla legittima inchiesta sugli acquisti di mascherine e respiratori, va anche preso in esame il perché siano state adottate misure che non hanno permesso di arginare il virus tempestivamente, o che invece hanno permesso che i malati venissero lasciati soli a morire nelle loro case. Perché ci sono stati medici perseguitati solo per essersi opposti al protocollo «tachipirina e vigile attesa»? Perché nessuno si è accorto, o non ha voluto accorgersi, che il green pass si è basato sulla grande menzogna che il vaccino fermasse la trasmissione del virus? 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Medico sospeso, ora reintegrato, chiede che la verità venga messa nero su bianco in modo da non poter più essere nascosta. Dottor Giacomini, a quale verità si riferisce? «La norma che ha introdotto la certificazione verde ha come intestazione “Misure per il contrasto alla diffusione del virus”, ma questo è stato falso sin dall’inizio. Pfizer, così come le altre case farmaceutiche, non ha mai scritto che il vaccino fermasse il contagio. Non è scritto negli studi iniziali presentati per l’approvazione, non è scritto negli attuali bugiardini a corredo di questi farmaci. E la stessa Pfizer lo ha ribadito qualche settimana fa durante una seduta del Parlamento europeo. Cosa ci vuole ancora per capirlo? Per capire che il vaccino e quindi il green pass, non servono a proteggere gli altri? Qualsiasi obbligo non può e non deve essere più giustificato con il principio della tutela della salute pubblica». Eppure alcune Regioni si stanno opponendo al reintegro dei sanitari non vaccinati. «Ecco perché prima di tutto bisognerebbe smettere di far finta che esistano dei presupposti scientifici a supporto dell’obbligo vaccinale. La Commissione di inchiesta sulla gestione della pandemia dovrebbe partire proprio da questo punto: il green pass è stato solo uno strumento di coercizione politica che ha dato una falsa sicurezza, mettendo davvero a rischio le persone. Veniva detto che i luoghi in cui c’erano soltanto vaccinati erano sicuri e non ci si poteva ammalare e poi invece fioccavano focolai ovunque». Cosa dovrebbe fare quindi, secondo lei, la Commissione? «Per prima cosa affermare che i presupposti di tutte le scelte fatte, dalle restrizioni, alle sospensioni dei lavoratori, fino all’obbligo, si sono basati su una enorme bugia. Chi rimborsa il lavoro perso e la dignità calpestata? Bisognerebbe quantificare i danni fisici e morali di chi è stato vittima di queste discriminazioni. Ma non solo: non dimentichiamo che è stata tollerata persino la violenza fisica». Violenza fisica? A cosa si riferisce? «Io non dimentico quello che è successo al porto di Trieste, e neanche la Commissione dovrebbe dimenticarlo. Deve indagare sul perché si è deciso di sopprimere il dissenso pacifico con la violenza, a suon di manganelli e idranti. Io ero lì, con i portuali e con tante altre persone, gente normale e tranquilla, volevamo manifestare per la libertà di scelta, esercitare un diritto costituzionale. E invece siamo stati attaccati e trattati come bestie, inzuppati con acqua gelida pur di tapparci la bocca. Chi ha dato l’ok a quella manovra? Perché è stata gestita così? Dicevano che tutto veniva fatto per proteggere la popolazione e così si è creato il lasciapassare per distruggere qualsiasi libertà fondamentale». Ora diversi Ordini territoriali non vogliono reintegrare i sospesi, proprio per proteggere i più fragili, dicono. «Una presa di posizione assurda, finora gli Ordini hanno fatto solamente da cassa di risonanza delle decisioni del governo, non sono mai intervenuti in rappresentanza dei medici sulle decisioni scientifiche, anzi, hanno sempre detto di essere “organi sussidiari dello Stato”, ossia di avere il dovere normativo e deontologico di eseguire quanto predisposto per legge. E ora? Cosa è cambiato? Alcuni Ordini si ribellano, ma dov’era la deontologia quando il ministero suggeriva di lasciare a casa i pazienti senza visitarli? E tutti gli altri Paesi in cui questo obbligo non esiste, non hanno deontologia, non hanno etica?». Domanda retorica... «La Commissione dovrebbe indagare sul perché gli Ordini hanno accettato che ci fosse lo scudo penale per proteggere i medici vaccinatori, considerandolo necessario dato che non si sapeva quali sarebbero stati gli effetti collaterali. Poi però i cittadini sono stati costretti a firmare un consenso informato estorto in maniera obbligatoria, che di informato non aveva nulla. È questo è il modo di fare medicina? Non credo proprio che questo atteggiamento abbia rispettato il principio “non nocere” del nostro giuramento». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/diteci-tutta-verita-sul-covid-2658605916.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-governo-conte-si-e-svegliato-con-un-ritardo-ingiustificabile" data-post-id="2658605916" data-published-at="1667745836" data-use-pagination="False"> «Il governo Conte si è svegliato con un ritardo ingiustificabile» Mariano Bizzarri Nel viaggio attraverso i punti oscuri della gestione della pandemia, incontriamo il professor Mariano Bizzarri, docente di patologia clinica dell’università La Sapienza di Roma. Da tempo Bizzarri insiste sulla necessità di indagare sull’origine del Covid e lo considera un fondamentale punto di partenza per la Commissione. Perché partire da così lontano? «Perché quello che è accaduto non deve più ripetersi. L’origine del virus è un tema ancora molto attuale, nel laboratorio di Wuhan si conducevano esperimenti di manipolazione ad alto rischio che ancora oggi vengono eseguiti in altri centri di ricerca. È importante andare a fondo e scoprire la verità per vietare queste sperimentazioni estremamente rischiose». Dalla Cina il virus è arrivato rapidamente in Italia, cogliendoci impreparati. «L’Italia si è mossa con estremo ritardo. Già il 5 gennaio 2020 il ministero aveva inviato una circolare che avvisava dell’epidemia in Cina, i segnali per avviare il piano pandemico c’erano tutti, ma allora perché il primo vero provvedimento è stato preso quasi due mesi dopo? Si sarebbero evitate delle morti». Si riferisce al primo Dpcm del governo Conte, quello del’11 marzo 2020? «Certo. Quello che ha chiuso in casa gli italiani, a cui veniva suggerito di rimanere in “vigile attesa”. Perché invece non è stato adottato un protocollo di terapia domiciliare? Anzi, i medici che curavano a casa sono stati persino denigrati e ostacolati. Non è stata percorsa alcuna strada per le cure, come mai non c’è stato uno stanziamento di fondi per finanziare la ricerca?». In effetti solo nel 2021 è stato finanziato un programma di ricerca. «Hanno aspettato un anno per stanziare 30 milioni. Briciole: per il bonus monopattino hanno investito 215 milioni. Perché remare contro tutto ciò che non era vaccino? Qualcuno dovrà rispondere di queste scelte, come dovrà rispondere su tutta la questione della cura al plasma del dottor De Donno. La cura funzionava e funziona perché si basa su un principio molto semplice: trasferire gli anticorpi da chi è guarito a chi sta male. Eppure la sperimentazione si è conclusa in un nulla di fatto». Poi sono arrivati i vaccini. «Come sono stati scelti? In base a quale criterio? Anche queste domande meritano risposta. La maggior parte del mondo ha scelto altri vaccini, ma cosa ben peggiore è che i Paesi messi peggio sono quelli che hanno scelto Pfizer. L’India, per esempio, ne ha usato un altro e ha un numero di morti nettamente inferiore a noi». Sembra un lungo elenco di punti che non tornano. «Purtroppo sì. C’è da aggiungere la questione autopsie. Speranza le vietò. Nel 1700, uno dei padri della medicina, il padovano Giovan Battista Morgagni, mostrò la necessità delle autopsie: sa perché? Perché permettono di comprendere la malattia. I nostri medici però non hanno potuto farle. E adesso che la malattia si conosce vogliono farci credere che la copia è migliore dell’originale, mi riferisco agli anticorpi. Le scelte si sono basate sul principio che l’immunità del vaccino è superiore a quella da guarigione. Anzi, quella da guarigione non è stata neanche presa in considerazione. Perché?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/diteci-tutta-verita-sul-covid-2658605916.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="danneggiati-dai-sieri-e-senza-piu-soldi-per-le-cure" data-post-id="2658605916" data-published-at="1667745836" data-use-pagination="False"> «Danneggiati dai sieri e senza più soldi per le cure» Federica Angelini Nel lungo elenco di quanto è stato ignorato in questi anni di Covid e su cui bisognerebbe fare chiarezza, il tema degli effetti avversi al vaccino dovrebbe avere un posto d’onore. Quelli che da sani si sono ritrovati malati e privati con un colpo di spugna della loro quotidianità continuano a essere invisibili. E così Federica Angelini, maestra di Bussolengo (Verona), dopo aver avuto la vita stravolta da un’unica puntura, ha deciso di fondare il comitato Ascoltami affinché le voci unite possano essere più forti e ottenere finalmente ascolto. L’indagine parlamentare è tra le vostre prime richieste. «Assieme alle cure e a centri di ricerca per capire cosa ci sta succedendo. Vorremmo che nella Commissione ci sia uno di noi, per poter dare un contributo attivo nel dettagliare anche le diverse patologie che ci hanno coinvolto. Si parla spesso di danni al cuore, ma c’è molto altro: neuropatie, problemi vascolari, c’è persino chi è stato costretto sulla sedia a rotelle o convive con forti spasmi involontari dei muscoli». Com’è la situazione? «I danneggiati hanno ormai raschiato il fondo del barile, i soldi per la maggior parte sono finiti. C’è chi si è persino indebitato per pagare le cure, chi ha chiesto finanziamenti di 15.000 o 20.000 euro pur di trovare una diagnosi che non è ancora arrivata. È fondamentale che in ogni regione vengano istituiti centri di studio di queste patologie e che poi vengano inserite nel sistema sanitario nazionale. Noi non abbiamo diritto a esenzioni, quindi ricade tutto sulle nostre tasche, ormai vuote». Chiedete anche vengano stanziati fondi per la ricerca. «Una ricerca mirata su questi nuovi disturbi che ci stanno distruggendo la vita. Spesso i medici non sanno neanche da che parte iniziare, non dico a curarci, ma proprio nel fare una diagnosi. Immagini la disperazione nel vedere nei medici lo sconforto di non riuscire a dare un nome a quello che sta accadendo». Secondo lei quanti sono i danneggiati in Italia? «Noi abbiamo circa 2.000 iscritti, ma oltre 120.000 interazioni sui social a settimana. E c’è comunque tanta ritrosia a esporsi per paura del giudizio, di essere isolati. Il vero problema è che i dati sono sottostimati, spesso i medici non segnalano le reazioni avverse, quindi come si fa a sapere quanti siamo in realtà? La Commissione se ne dovrebbe occupare». Qualcuno è mai stato risarcito a causa del danno subito? «Che io sappia no, neanche chi ha il danno riconosciuto. Vorremmo, come comitato, che in questa Commissione venga istituita una parte ad hoc per la valutazione dei risarcimenti, in modo da snellire le procedure e velocizzare la possibilità dei ristori economici». Un altro punto su cui chiedete chiarezza è l’aumento delle morti, soprattutto tra i giovani. «Un dato ci ha allarmato particolarmente, quello della mortalità registrata in tutta Europa dal sistema di rilevamento ufficiale Euromomo nella fascia 0-14 anni. Dopo che la vaccinazione è stata estesa ai bambini, c’è stato un notevole aumento. Penso che questo necessiti di un serio approfondimento, anche perché purtroppo nel nostro Comitato sono presenti diverse mamme che hanno perso i propri figli per malori improvvisi e meritano giustizia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/diteci-tutta-verita-sul-covid-2658605916.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="la-colpa-peggiore-e-stata-la-totale-mancanza-di-trasparenza" data-post-id="2658605916" data-published-at="1667745836" data-use-pagination="False"> «La colpa peggiore è stata la totale mancanza di trasparenza» Giovanni Frajese «Tutti gli errori di questi due anni sono stati innescati da un unico punto di partenza: la mancanza di trasparenza». Giovanni Frajese, medico endocrinologo, sospeso fino a qualche giorno fa solo per aver voluto difendere la verità, parte proprio da quello che già si sapeva ma è stato taciuto. A che cosa si riferisce? «Si sapeva da sempre che questo che chiamano vaccino non è mai stato testato per bloccare la diffusione. L’anno scorso lo spiegai alla Camera e al Senato, ma dato che non c’è stata trasparenza si è potuto dire tutto e il contrario di tutto. La Commissione dovrebbe indagare sul perché sin dall’inizio non è mai stato mostrato per cosa questi vaccini sono stati studiati e per cosa no». Per molto tempo si è parlato di immunità di gregge, ma alla fine non l’abbiamo mai raggiunta. «Semplicemente perché non si poteva. Già a marzo 2021, sulla rivista scientifica Nature, venne pubblicato un articolo che mostrava cinque ragioni per cui era impossibile, basandosi sugli studi Pfizer e su quanto avveniva in Israele. Come adesso è evidente, dopo otto o nove mesi dalla dose ci si infetta di più rispetto ai non vaccinati, però si discute ancora di non far tornare i medici in corsia. Che senso ha?». Secondo lei si sta continuando a negare l’evidenza? «A ignorarla completamente. E questo è solo un esempio. Oggi si continua a raccomandare la vaccinazione delle donne in gravidanza senza nessun tipo di studio clinico a supporto: com’è possibile che venga consigliata? La Commissione dovrebbe fare proprio questo, raccogliere tutti i dati e valutare le scelte in base alle evidenze scientifiche». Ha sempre detto che anche sulla cancerogenicità e genotossicità non sono mai stati fatti studi. «Certo, non è mai stato studiato l’effetto diretto con lo sviluppo dei tumori, la cancerogenicità, e l’influenza negativa che potrebbero avere sul nostro Dna. Quindi è fondamentale che la Commissione avvii tutti i test per la sicurezza su questi due aspetti, il più rapidamente possibile, così da poter tranquillizzare la popolazione e fare finalmente chiarezza». Cos’altro potrebbe fare la Commissione di inchiesta? «Istituire una farmacovigilanza retroattiva per andare a vedere gli accessi ospedalieri comparsi dopo la somministrazione del vaccino, non solo dopo 14 giorni, ma durante tutto l’arco temporale. E paragonare questo alla popolazione non vaccinata per capire se c’è stato un incremento statisticamente significativo di diverse patologie. Tutto questo al fine di poter valutare con coscienza l’utilità e la sicurezza della vaccinazione anche sui giovani e sui bambini». Adesso si parla di quarta o quinta dose, è stata studiata la sicurezza di questi booster? «Purtroppo no, questa rimane tra quelle domande irrisolte, molto gravi e fondamentali, di cui è importante che si occupi la Commissione, dato che non si può continuare a vaccinare in questo modo. Gli studi originari prevedevano due dosi, perché l’Europa ne ha acquistate 10 a testa? Immaginavano che la vaccinazione dovesse continuare? E sulla base di cosa, dato che non c’erano studi? Sembra proprio che in questi due anni l’interesse economico abbia scelto la direzione e dopo la scienza l’abbia portata avanti».
Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri che si è svolto a Bruxelles.
Sam Altman (Imagoeconomica)
Tra i nuovi protagonisti dell’evoluzione della Silicon Valley, Sam Altman è uno dei più discussi, anche per la grande esposizione mediatica di cui gode la creatura da lui guidata, OpenAi, o meglio l’ormai onnipresente ChatGpt.
Padre agente immobiliare, madre dermatologa, Sam Altman nasce a Chicago ma cresce a St. Louis, nel Midwest, sulle rive del grande Mississippi. Una città simbolo della decadenza industriale degli Stati Uniti, la quarta città più popolosa fino agli anni Cinquanta, poi vittima di un declino inarrestabile. Oggi, ridotta a 300.000 abitanti e con il circondario che ne conta 2,8 milioni, è la terza città più violenta degli Stati Uniti, se si considera il tasso di omicidi.
Deve essere anche per questo che dopo aver frequentato un liceo per figli di papà e di mammà, nel 2003, a 18 anni, Altman si trasferisce a studiare informatica a Stanford, in California. Sui libri dura poco, però. Nel 2005 lascia l’università senza laurearsi e fonda l’ennesima startup dalle grandi speranze, tale Loopt, di cui oggi non resta traccia. La vendita dell’azienda però non va malaccio (nulla in confronto ai compari della Valley che diventano miliardari al primo colpo), e nello struscio californiano Altman rimane catturato nel traffico di conoscenze e affari generati da uno dei principali motori finanziari delle startup, Y Combinator. Due anni dopo ne diventa presidente e nel 2015 si unisce al solito Elon Musk ed altri per fondare OpenAi. Il progetto prevede di sviluppare sistemi di intelligenza artificiale come organizzazione non profit, perché quella tecnologia, si dicevano tra loro i fondatori, non doveva essere controllata esclusivamente da un soggetto. Un progetto di ricerca, insomma. Ma poco dopo le cose cambiano. In breve diventa chiaro che lo sviluppo di modelli avanzati richiede risorse molto più grandi, dai data center ai processori, fino all’energia. Servono centinaia di milioni, meglio ancora qualche miliardo.
Così, nel 2019 nasce una società controllata dalla fondazione (OpenAi Lp) progettata per attirare capitali privati, e subito arriva Microsoft a metterci l’agognato miliardo di dollari. Altman diventa amministratore delegato del veicolo operativo e inizia il boom, che diventerà evidente nel novembre 2022, quando viene lanciata ChatGpt, una scarna pagina web che inaugura per il grande pubblico il mondo surreale delle chiacchierate con l’intelligenza artificiale. La chat si basa su quelli che vengono chiamati Large Language Model (Llm), enormi basi di dati da cui la «intelligenza» è in grado di costruire scritti, risolvere problemi, riassumere testi, tradurre, il tutto basandosi su miliardi di parametri matematici che alimentano inestricabili formule di calcolo statistico.
Gli investimenti di Microsoft crescono negli anni e con l’affermazione del bot crescono anche i problemi. Elon Musk, che aveva lasciato la fondazione nel 2018, accusa l’organizzazione di avere abbandonato la missione originaria di ricerca aperta e non profit, costruendo una struttura commerciale fortemente legata a Microsoft e trasformando di fatto OpenAi in una società privata. Nel 2024 Musk, che nel frattempo ha sviluppato la sua intelligenza artificiale, chiama gli avvocati e fa causa a OpenAi e ad Altman, chiedendo un centinaio di miliardi di dollari di danni. Il processo è previsto in questo 2026 e sarà certamente interessante.
Nel frattempo, nel novembre 2023, si verifica un glitch nella Matrix. Il consiglio di amministrazione di OpenAi licenzia Altman improvvisamente, comunicando via blog che la sua «partenza segue un processo di revisione deliberato» e che egli «non era stato costantemente candido nelle comunicazioni con il board».
Lo sconcerto nel mondo tech dura cinque giorni, trascorsi i quali Altman torna con un nuovo consiglio di sua fiducia, un potere consolidato e la benedizione del cavaliere bianco Microsoft, che possiede una quota significativa dell’azienda. Oltre 700 dei 770 dipendenti di OpenAi, si dice, avrebbero sottoscritto una lettera di minaccia di dimissioni collettive nel caso in cui Altman fosse stato allontanato.
Ilya Sutskever, il cofondatore e chief scientist di OpenAi che aveva brigato per liquidarlo, perde disastrosamente la partita di potere e si dimette pochi mesi dopo. Ma in cauda venenum, e Sutskever registra una video testimonianza che viene allegata alla causa di Musk contro OpenAi. Accuse di comportamenti manipolatori, secondo cui Altman mostra «un modello costante di menzogne, mina i suoi dirigenti e li mette l’uno contro l’altro». Cose non nuovissime in una grande azienda, verrebbe da dire.
Sia come sia, Altman ora si è fatto profeta di sé stesso e gira il mondo a spiegare le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Un profilo quasi diplomatico, il suo, più che da carismatico innovatore. I numeri messi insieme da OpenAi nel frattempo esplodono, con un valore stimato in 300 miliardi di dollari e finanziamenti piovuti da ogni parte. Come spesso capita in questi settori, al momento OpenAi perde ancora un sacco di soldi e non riesce a fare utili. I costi per lo sviluppo del marchingegno sono enormi, tanto che lo stesso Altman stima che per creare tutti i vari sistemi di intelligenza artificiale in giro per il mondo serviranno migliaia di miliardi di dollari nei prossimi anni.
Rispetto agli altri personaggi di cui ci siamo occupati, Altman è tra i meno carismatici e più politici, anche se in maniera meno sbandierata. Prima partecipa al progetto Stargate annunciato da Donald Trump appena entrato in carica, il 21 gennaio 2025. Il progetto prevede 500 miliardi di investimenti per calcolatori, data center ed energia negli Stati Uniti. Poi, nel 2026, un nuovo scontro, questa volta con Anthropic, un’altra startup Ia fondata da un ex di OpenAi, Dario Amodei. Il governo americano voleva usare i modelli di Anthropic (la cui chat amichevole si chiama Claude) anche per applicazioni militari sensibili, tra cui sorveglianza interna e sistemi d’arma autonomi. Amodei però ha rifiutato, esigendo che Anthropic non fosse usata per sorvegliare cittadini americani e non controllasse armi senza supervisione umana.
Detto fatto, il Pentagono ha defenestrato Amodei, bandendo Anthropic dai contratti federali in men che non si dica. In quella, ecco spuntare OpenAi. Poche ore dopo la clamorosa rottura tra Pentagono e Anthropic, Altman ha già in mano un accordo con il Dipartimento della Difesa per usare i suoi modelli sui sistemi militari classificati. Amodei se l’è presa con Altman accusandolo di ipocrisia e questi ha risposto difendendo la sua scelta. La disputa è certamente sui ricchi contratti con il governo americano, ma è anche sull’etica. Senza scendere sul facile terreno dei buoni e dei cattivi, si tratta di decidere i limiti di queste applicazioni. Il settore si dividerà tra aziende disposte ad entrare nei meccanismi del controllo politico ed altre no. Altman ha fatto la sua scelta.
Il ragazzo d’oro Wang «etichetta» ogni dato usato dagli algoritmi
Nella nebbia di un disegno che fatica a chiarirsi, si sa però che nell’intelligenza artificiale esiste una filiera industriale. Come per fare l’acciaio serve il minerale di ferro, così per fare una conversazione con ChatGpt serve la materia prima costituita dai dati.I dati. Cioè milioni, anzi miliardi di frammenti di testo, immagini, conversazioni, voci, video, etichettati uno per uno con pazienza certosina. A scavare in questa miniera c’è un ragazzo cresciuto a Los Alamos, figlio di due fisici cinesi che lavoravano per i laboratori nucleari del governo americano, che a 19 anni ha abbandonato il Mit per costruire l’azienda che oggi condiziona lo sviluppo di quasi ogni grande modello Ai del pianeta. Certo, tutti questi genietti che abbandonano l’università fanno venire qualche dubbio sul sistema universitario americano.Alexandr Wang ha fondato Scale Ai nel 2016, insieme a Lucy Guo, attraverso l’incubatore Y Combinator (sempre quello). L’idea è semplice, a sapere di cosa si parla. I modelli di apprendimento meccanico sono affamati di dati etichettati, e nessuno stava risolvendo quel collo di bottiglia in modo sistematico. Le macchine non hanno buon senso e non possono impararlo, occorre darglielo già confezionato. Distinguere un gatto da un cane, un’intenzione ostile da una bonaria, una frase sensata da un nonsenso, un contesto rispetto ad un altro è cosa umana. Scale Ai fa proprio questo.Mettere una etichetta ai dati significa dire a una macchina «questo è un pedone» o «questa è una parolaccia» oppure «questo è un proverbio sulla pazienza». Un tale lavoro di pulizia, filtro, raffinazione dei dati può essere fatto solo dall’uomo, almeno per ora. È dunque un lavoro lento, costoso e spesso delegato a lavoratori a cottimo sparsi nel mondo globalizzato e sottopagato. Attraverso piattaforme per lavorare da remoto, lavoratori in Asia e Africa compiono questa attività giudicata spesso usurante. Tanto che vi sono diverse cause in corso per presunte violazioni salariali.Il merito di Wang è stato di capire che chi controlla quel processo controlla a monte la qualità dell’intelligenza artificiale che sta a valle.Scale Ai si è evoluta da semplice servizio di annotazione a quella che Wang stesso definisce una fonderia di dati. Una fabbrica in grado di fornire non solo etichettatura grezza, ma interi sistemi di valutazione, confronto, prova per i modelli più avanzati. I suoi clienti includono OpenAi, Microsoft, Meta e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Questa posizione, a cavallo tra l’industria privata e l’apparato statale, è tipica di molte società di questo settore. In fondo, è la presenza di un cliente dal portafoglio capiente a dare prospettiva a società che altrimenti non sopravviverebbero ai primi anni sul mercato. Nel marzo 2025 Scale Ai ha firmato con il Dipartimento della Difesa il contratto Thunderforge, destinato a utilizzare l’Ia per pianificare ed eseguire movimenti di navi, aerei e altri oggetti militariLa logica è quella di chi presidia l’acquedotto rispetto a chi ha una fontana. Tutte le fontane hanno bisogno d’acqua e questa deve essere potabile. Scale Ai si posiziona come fornitore indispensabile a prescindere dall’esito della competizione tra le fontane. Nel 2021 l’azienda raggiungeva una valutazione di 7 miliardi di dollari e sotto la guida di Wang è arrivata a sfiorare i 29 miliardi, prima dell’operazione che ha segnato la svolta più clamorosa della sua storia recente.Infatti, poco meno di un anno fa, Meta ha acquisito il 49% di Scale Ai per 14,8 miliardi di dollari. L’accordo ha comportato un cambio d’abito per Wang, che ha lasciato la guida operativa dell’azienda per diventare il primo chief Ai officer nella storia di Meta, a capo dei Meta Superintelligence Labs. All’età di ventott’anni, Wang è il più giovane miliardario self-made al mondo.La storia di Wang ricorda che il potere nell’ecosistema Ia si sta spostando verso chi controlla i livelli più profondi e nascosti della filiera. I nuovi mandarini della Silicon Valley non sono necessariamente quelli che costruiscono i prodotti di massa che troviamo sul nostro cellulare. Sono anche quelli che controllano quel mondo oscuro del sottosuolo digitale, su cui quei prodotti piantano radici e crescono. Wang è, forse più di chiunque altro in questa generazione, l’incarnazione di questo nuovo tipo di potere, fatto di silenzi e di struttura. Difficile da afferrare e capire quanto più è nascosto e inafferrabile.Negli ultimi anni Wang ha cercato di rafforzare il legame con la sicurezza nazionale americana. Secondo lui, l’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno dei principali campi di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Chiaro che la qualità dei dati e la capacità di addestrare modelli avanzati assumano un enorme valore geopolitico.
Del resto, come abbiamo già visto, questo è il nuovo clima della tecnologia americana. L’epoca in cui le aziende digitali si consideravano semplicemente imprese globali sembra ormai superata. Oggi sempre più creature della Silicon Valley si percepiscono come parte di un sistema industriale che ha più a che fare con la strategia che con il mercato.
Krishnan, il link tra soldi e politica
Tra i nuovi protagonisti della politica tecnologica americana c’è Sriram Krishnan, una figura diversa da quelle che hanno dominato la Silicon Valley negli ultimi vent’anni. Si tratta dell’uomo che media tra le aziende tecnologiche e la politica. Krishnan nasce in India e si trasferisce negli Stati Uniti nel 2005. Come molti ingegneri provenienti dal subcontinente indiano entra rapidamente nell’ecosistema delle grandi aziende tecnologiche americane e nel corso della sua carriera lavora in alcune delle società più importanti della Silicon Valley. I soliti nomi, tra cui Microsoft, Facebook e Twitter, dove si occupa di sviluppo di prodotti e strategie di crescita delle piattaforme digitali.
Dopo questa prima fase da ingegnere e manager tecnologico, Krishnan si sposta progressivamente verso il mondo degli investimenti. Diventa partner del fondo di venture capital Andreessen Horowitz, uno dei principali finanziatori della nuova generazione di startup della Silicon Valley. In questo ruolo segue soprattutto le aziende che operano nei settori delle criptovalute, delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale.
Ed è così che gradualmente la sua posizione lo porta a diventare una figura di collegamento tra l’industria tecnologica e il mondo politico. Negli ultimi anni la regolamentazione delle grandi piattaforme digitali e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono diventati temi centrali nel dibattito pubblico americano. Per le amministrazioni federali diventa quindi sempre più importante avere interlocutori che conoscano dall’interno il funzionamento delle grandi aziende tecnologiche. Allo stesso tempo, alle aziende del settore serve qualcuno che conosca i meandri del potere, tra Campidoglio e Casa Bianca.
È in questo contesto che Krishnan assume un ruolo da consulente nella definizione delle politiche federali sull’intelligenza artificiale. All’interno dell’amministrazione guidata da Donald Trump, infatti, oggi Krishnan lavora come consigliere per le tecnologie emergenti.
In questa attività collabora con David O. Sacks, un imprenditore e investitore tecnologico noto anche per le sue posizioni politiche conservatrici e per i suoi legami con Peter Thiel. Il lavoro dei due consiste nel fare in modo che le iniziative del governo sull’intelligenza artificiale non si schiantino contro il muro della impraticabilità. Un ruolo tecnico, ma molto politico. Sullo sfondo, la lotta con la Cina per il controllo delle tecnologie. Dunque Krishnan è figura importante e poco appariscente in un mondo sempre più vicino alla politica.
Insomma, se nella fase iniziale della Silicon Valley i protagonisti erano soprattutto imprenditori e ingegneri, più dediti a fare soldi che a pensare alla politica, oggi dal milieu culturale californiano emergono figure differenti. La mediazione con la politica sta diventando sempre più importante ed anzi è sempre più evidente la stretta connessione tra gli apparati governativi e le aziende tecnologiche. Ecco perché figure come Sriram Krishnan sono importanti e lo saranno sempre di più.
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Ansa
Cecilia Angrisano spiega i motivi per cui ha fatto allontanare i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, la famiglia anglo-australiana stabilitasi nei boschi di Palmoli, a Chieti. Sono questi: «La deprivazione del confronto fra pari in età da scuola elementare può avere effetti significativi sullo sviluppo del bambino, che si manifestano sia in ambito scolastico che non scolastico. In considerazione del pericolo per l’integrità fisica derivante dalla condizione abitativa, nonché dal rifiuto da parte dei genitori di consentire le verifiche e i trattamenti sanitari obbligatori per legge...». Evidentemente la dottoressa non conosce i sistemi motivazionali. I sistemi motivazionali interpersonali (Smi) costituiscono l’insieme di schemi comportamentali e neurobiologici che regolano le relazioni tra individui, orientando l’essere umano verso scopi fondamentali per la sopravvivenza e l’adattamento sociale. Questi sistemi comprendono, tra gli altri, l’attaccamento, la cooperazione, la competizione, la cura parentale e l’affiliazione al gruppo. Non tutti, però, rivestono la stessa importanza: sebbene ciascuno contribuisca al benessere psichico e alla coesione sociale, il sistema dell’attaccamento ha un ruolo primario e fondante, influenzando in modo profondo lo sviluppo della mente e la regolazione neuroendocrina.
Un bambino può vivere benissimo senza andare a scuola, ma se perde padre e madre si forma una ferita primaria, un trauma non risolvibile, come un’amputazione. È quello che stanno subendo i bambini del bosco: un’amputazione della loro anima, a cui si ribellano con la collera e le poche armi che hanno, il rifiuto di mangiare, il rifiuto di interagire con le degnissime persone dell’orfanotrofio di Stato dove sono stati rinchiusi, la cosiddetta casa famiglia. Dal loro punto di vista, queste persone che hanno infranto il loro attaccamento non possono che essere considerate aguzzini. L’attaccamento ha un sistema motivazionale complementare: l’accudimento, l’istinto materno, l’istinto di accudire. Levare i bambini a una madre è un crimine contro la sua umanità, contro la sua biologia, contro la natura e contro Dio. L’attaccamento, teorizzato inizialmente da John Bowlby e successivamente approfondito da Mary Ainsworth e altri autori, è il sistema motivazionale che spinge il bambino a cercare protezione e vicinanza nella madre, colei che ha portato la gravidanza, e nel padre, l’uomo che con la sua forza protegge la diade madre-bambino. Tale ricerca di sicurezza non è semplicemente un bisogno psicologico: coinvolge strutture cerebrali arcaiche, ormoni e neurotrasmettitori che modulano la percezione di sicurezza e stress. Quando il bambino sperimenta una relazione stabile e prevedibile con una madre responsiva e sensibile, si forma un modello interno sicuro, quello che le assistenti sociali e i giudici alle loro spalle massacrano e maciullano. A livello biologico, la relazione di attaccamento attiva il rilascio di ossitocina e regola l’equilibrio del cortisolo, riducendo l’iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. In questo modo, l’attaccamento costituisce la base biologica e psicologica della fiducia, della regolazione emotiva e della futura capacità di costruire legami sociali. Quando invece si verifica una deprivazione materna, assenza prolungata o carenza di cure sensibili, come accade nelle deportazioni eseguite dai servizi sociali, le conseguenze sono profonde e durature: sono un danno biologico.
Studi classici di René Spitz sui bambini cresciuti in istituti e le ricerche di Harry Harlow sui cuccioli di macaco hanno mostrato che la mancanza della figura della madre produce alterazioni nello sviluppo emotivo, cognitivo e fisiologico. Tali effetti includono difficoltà nella gestione dello stress, disturbi dell’umore, comportamenti disorganizzati e un’iperattivazione cronica dei sistemi di allarme fisiologico. A livello neurobiologico, la deprivazione materna compromette il corretto sviluppo dei circuiti dopaminergici e serotoninergici, riducendo la capacità di provare piacere e regolare l’affettività. Inoltre, l’assenza di un attaccamento sicuro in età precoce altera la struttura dell’amigdala, dell’ippocampo e della corteccia prefrontale, regioni cruciali nella regolazione delle emozioni e nel controllo dei comportamenti impulsivi.
L’importanza dell’attaccamento supera enormemente quella di altri sistemi motivazionali, come l’affiliazione al gruppo. Spezzare il legame di attaccamento per favorire, forse, l’affiliazione al gruppo è una follia. Quest’ultima, seppur importante per la sopravvivenza in società complesse, si costruisce su basi che presuppongono la sicurezza emotiva sviluppata attraverso l’attaccamento. In altre parole, l’individuo può investire in relazioni cooperative e vivere l’appartenenza al gruppo solo se la propria base affettiva primaria è solida. Senza un attaccamento sicuro, l’affiliazione rischia di diventare una ricerca ansiosa di approvazione o, al contrario, un ritiro difensivo dalle relazioni. Pertanto, l’affiliazione rappresenta un sistema derivato, secondario, che si attiva pienamente solo quando il sistema dell’attaccamento ha assicurato la regolazione emotiva e neuroendocrina di base. L’attaccamento, in sintesi, è il pilastro dei sistemi motivazionali interpersonali: regola gli ormoni dello stress, favorisce la maturazione cerebrale, modula la produzione di ossitocina e dopamina e sostiene la capacità di fidarsi dell’altro. La sua deprivazione, determina uno squilibrio profondo tra biologia e psiche, ostacolando la costruzione di relazioni sane e stabili.
La scuola italiana è una scuola pessima. Sono pessimi gli stabili che periodicamente crollano in testa agli alunni, il livello di apprendimento è pessimo, il livello di indottrinamento è spaventoso. Basti pensare che le scuole italiane hanno imposto mascherine dannose per due anni. Le nostre leggi garantiscono il diritto alla scuola parentale, ma molti giudici ritengono questo diritto sbagliato e deportano i bambini che fanno scuola parentale. Il caso della famiglia del bosco non è l’unico. È dal volto della madre che l’essere umano apprende la sicurezza e, attraverso di essa, la possibilità stessa di appartenere al mondo, quel volto che giudici e assistenti sociali vietano ai bambini deportati.
L’attaccamento è sacro. Chi lo infrange commette un crimine. Occorre una serie di leggi per impedire che giudici e assistenti sociali, tutte persone evidentemente prive degli strumenti culturali necessari a capire i danni della deportazione, magari in perfetta buona fede, distruggano la vita e il diritto alla normalità biologica di bambini e famiglie incolpevoli.
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Eugenia Roccella (Ansa)
L’assistente sociale che prima diserta l’incontro con il Garante dell’infanzia, poi polemizza con lei tramite il suo legale. Poi la stessa assistente che denuncia gli avvocati dei Trevallion. Il caso della famiglia nel bosco sembra avere raggiunto un livello di conflittualità molto elevato, persino all’interno delle istituzioni.
Eugenia Roccella, ministro della Famiglia, non le sembra troppo?
«Mi sembra che il livello di conflittualità non sia solo elevato, ma anche un po’ improprio. Il Garante nazionale è una figura - secondo le convenzioni internazionali - indipendente, che deve essere terza, e serve proprio a fare quello che la Garante Terragni sta facendo. Quindi ha sempre lo scopo di tutelare il migliore interesse del bambino. Deve fare controlli, verificare, dare il proprio parere. E non accettare il parere del Garante vuol dire non accettare alcun tipo di supervisione. Non dico di critica, ma di verifica con una figura che ha questo compito a livello istituzionale. Significa non accettare una verifica che è prevista dagli organismi internazionali, quindi mi sembra un po’ improprio. È come se il garante dei detenuti non fosse accolto quando va a visitare un carcere».
La garante ha detto che bisogna ragionare sulla preparazione degli assistenti sociali.
«Non è in discussione la preparazione individuale dei singoli operatori, caso mai il percorso più generale di preparazione. La Garante ha messo in discussione questo, si è chiesta se il percorso di preparazione degli assistenti sociali sia sufficientemente approfondito rispetto al ruolo delicatissimo che svolgono. Comunque nessuno, quando un Garante entra per le verifiche che sono di sua competenza, si lamenta. Ripeto: mi sembra un po’ improprio questo tentativo di conflitto con una figura di garanzia».
Se un servizio sociale entra in conflitto in questo modo, possiamo ancora fidarci del fatto che lavori per il bene della famiglia? Non sarebbe forse il caso di riflettere se cambiare persone? Altrimenti viene da pensare che alla base di tutta questa storia ci sia un’incomprensione umana.
«Direi che c’è stata perché aver allontanato prima il padre e poi la madre perché la si riteneva ostativa vuol dire che non si è riusciti a stabilire un rapporto di collaborazione con la famiglia. Ma lo scopo dell’intervento degli assistenti sociali non è separare i bambini dalla famiglia bensì cercare di ripristinare in famiglia il miglior rapporto possibile fra le diverse componenti allo scopo di tutelare i figli, i bambini. Da quello che dicono ora i servizi, sembra che per avere un buon rapporto con i bambini sia bastato allontanare la madre. Si dice che adesso non c’è più bisogno di cambiare la collocazione dei piccoli perché con loro si può stabilire un rapporto senza di lei. Mi chiedo: ma è questo l’obiettivo?».
Già, la scopo è questo?
«Lo scopo io credo che sia non aumentare o addirittura produrre un conflitto fra i genitori, perché anche questo c’è: è meglio il padre, è meglio la madre... Non è questo lo scopo dell’intervento esterno in una famiglia. Per altro in una famiglia in cui c’è amore. Quante volte abbiamo sentito dire che basta l’amore?».
In altre circostanze è una frase che viene ripetuta costantemente.
«Guardi, io sono convinta che l’amore non sia l’unica cosa che serva ai bambini e quindi è giusto che ci siano tutta una serie di garanzie per i minori. Però lo scopo finale dell’azione dei servizi è proprio cercare di fare in modo che la famiglia abbia il miglior rapporto possibile sul piano educativo e affettivo, che abbia la migliore competenza genitoriale da sola. I servizi servono come intervento di supporto, non come intervento sostitutivo. Questo deve essere in linea generale il modo di intervenire, secondo me, e non so se in questo caso tale sia obiettivo sia stato perseguito nel migliore dei modi. Io mi fido della Garante, della sua capacità di giudizio».
Stupisce in effetti quella che sembra una tendenza a separare. Risulta che i servizi abbiano incontrato il solo Nathan proprio nel giorno della visita della Garante. Poi dalla casa protetta si dice che, allontanata la madre, i rapporti con i bambini si sono ricomposti. Si ripete che la madre è ostile e invece il padre si mostra più malleabile e più dialogante...
«Come dicevo, questa era una famiglia in cui i rapporti erano forse discutibili dal punto di vista delle finalità educative, della scolarizzazione, della socializzazione, tutto quello che vogliamo. Però era sicuramente una famiglia armoniosa dal punto di vista affettivo. Due genitori che si volevano bene e che volevano bene ai propri figli. Ecco, secondo me bisognava partire da lì, non separare e mettere un po’ in conflitto soprattutto i genitori. Io spero che questo da parte dei genitori sia un po’ un gioco delle parti per riavere i figli. Però mi sembra che l’intervento sia molto discutibile. Insisto: si parte da una situazione affettivamente armoniosa e la si scombina pensando che questo possa avere effetti positivi sui figli. Io non credo che abbia effetti positivi, io non credo che allontanare la madre possa mai avere effetti positivi».
Eppure si dice questo.
«Certo, è chiaro. Forse i bambini ora si sentono, come dire, senza le spalle coperte, e quindi probabilmente sono molto più disponibili. Ma pensiamo davvero che questo sia qualcosa che aumenta loro fiducia in sé stessi, la loro sicurezza, la sicurezza dell’amore genitoriale? Io credo che un bambino, quando viene separato dalla mamma, si senta sempre un po’ in colpa, c’è sempre questo retropensiero: in qualche modo è colpa mia, cosa ho fatto per essere separato dalla mamma? Questo è anche quello che dicono psicologi, neuropsichiatri, infantili eccetera. Penso dunque che ci voleva molta più delicatezza di intervento e più rispetto per il senso della famiglia e dei rapporti interfamiliari».
Forse serve un intervento più generale sul sistema minorile. Avete fatto passare una nuova legge che interviene proprio su questo. Saranno censiti i minori fuori famiglia, per cominciare.
«Sì, questo ovviamente non riguarda direttamente la famiglia nel bosco, ma adesso questa proposta di legge è stata approvata definitivamente al Senato. E questo è un passo importante perché dà alla politica, al governo, la possibilità di monitorare la situazione degli allontanamenti. Vorrei che il pubblico sapesse che non esistono dati a riguardo. Abbiamo dei macro dati, ma non sappiamo per esempio quante siano le richieste di allontanamento e quante siano state effettivamente adottate. E poi: quali sono i motivi per cui sono richiesti gli allontanamenti? Cioè: separazione conflittuale, violenza domestica, incapacità di svolgere il compito genitoriale? Ce ne possono essere mille. E ancora: quanti sono gli incontri protetti e con chi eventualmente sono svolti? Con un genitore, con entrambi i genitori? Quanto dura l’allontanamento a seconda delle diverse motivazioni? Si tutto questo abbiamo solo macro dati. E dati più precisi si possono avere soltanto interrogando di volta in volta i singoli tribunali. L’ultima volta una indagine di questo tipo è stata fatta nel 2018. E si è visto che in media gli allontanamenti erano 23 al giorno. La legge che abbiamo fatto ci darà strumenti importanti, si farà un osservatorio al Dipartimento della Famiglia e da lì si potrà intervenire sulle anomalie segnalate dai dati. Si potranno osservare e poi segnalare queste anomalie alle autorità competenti».
L’altro giorno Chiara Saraceno, autorevole sociologa, in un articolo sulla Stampa ha sostenuto che l’Italia rispetto ad altre nazioni ha meno allontanamenti.
«Ci sono dati su infanzia e adolescenza in altri Paesi che sono dati molto preoccupanti. Vorrei dire, anche alla professoressa Saraceno, che forse uno dei motivi per cui può darsi che noi abbiamo meno allontanamenti è proprio perché esiste quel tipo di famiglia che spesso la sinistra, compresa la professoressa Saraceno, ha criticato. C’è una famiglia avvolgente, una famiglia presente, una famiglia protettiva. La famiglia italiana ha perso molte delle sue caratteristiche nel tempo, però è rimasta una famiglia che ancora, per tanti versi, regge. E ha attenzione nei confronti dei propri figli, cosa che in altri Paesi avviene sempre meno. Altrove la tendenza è molto diversa, gli stili educativi sono molto diversi. In ogni caso, anche qui il numero degli allontanamenti è comunque troppo elevato. Può darsi che qui siano meno che in Inghilterra, ma a me sembrano comunque tantissimi. Per un minore, il migliore interesse è sempre quello di vivere nel suo ambiente affettivo, con il papà e la sua mamma, i suoi genitori. Io vorrei che gli interventi sulla famiglia fossero veramente a sostegno della famiglia, perché credo che davvero il miglior luogo per un bambino non possa che essere la famiglia. Ha scritto un bellissimo articolo Susanna Tamaro proprio sul fatto che la famiglia è il luogo in cui ognuno può sviluppare al meglio la propria personalità, anche quando ci sono disfunzionalità. E comunque lo scopo dei servizi è correggere queste disfunzionalità, non smembrare, separare, spacchettare e trasferire i bambini».
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