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2021-03-03
Difendere le frontiere diventa un crimine
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Ansa
Niente più blocco navale. Non si potrà nemmeno parlarne e pensarci, figuriamoci metterlo in pratica. Già adesso, quando qualcuno osa avanzare la proposta, viene trattato come un pericoloso razzista, fascista e guerrafondaio. Ma, andando avanti di questo passo, accadrà ben di peggio: i governanti di una nazione che decidessero di attuare il blocco verrebbero portati di fronte a un tribunale internazionale e trattati da criminali. Vediamo di spiegare. Martedì la commissione Esteri della Camera dei deputati era impegnata a esaminare il disegno di legge A. C. 2332. Di che si tratta? Di un testo di legge che contiene gli emendamenti allo Statuto istitutivo della Corte penale internazionale. Tale organismo è stato creato all'inizio degli anni Duemila dopo un lungo dibattito interno alle Nazioni Unite. Dopo la guerra nella ex Jugoslavia e dopo i massacri del Ruanda, erano in tanti, nella comunità internazionale, a premere affinché fosse creato un tribunale speciale per processare i colpevoli di crimini contro l'umanità, crimini di guerra e genocidi. Così si diede il via al processo che portò appunto all'istituzione della Corte penale internazionale, che si insediò all'Aia, nei Paesi Bassi, nel 2002. Due anni prima, nel luglio del 1998, a Roma fu stipulato lo Statuto della Corte, cioè l'atto che ne definisce la giurisdizione e ne dettaglia il funzionamento.
Nel corso degli anni, lo Statuto ha subito alcune modifiche, di cui si è discusso in alcune conferenze a cui hanno partecipato i 123 Stati che hanno approvato il progetto della Corte (non gradito, tra gli altri, a Russia, Cina e Usa). L'ultima si è tenuta nel 2010 a Kampala e gli emendamenti formulati in quell'occasione stanno passando ora al vaglio del Parlamento italiano. Ebbene, tra quegli emendamenti ce ne sono alcuni che rischiano di metterci in seria difficoltà. In particolare, si tratta della nuova formulazione dell'articolo 8-bis, quello che definisce il «crimine di aggressione». È un tema di cui si discute da anni a livello internazionale, ma che nello Statuto della Corte penale viene dettagliato in maniera piuttosto precisa.
Ed eccoci al punto. Nel testo di legge votato martedì alla Camera si legge che «il nuovo articolo 8-bis definisce al comma 1 il crimine di aggressione quale pianificazione, preparazione o esecuzione di un atto di aggressione di uno Stato ad un altro, che per le sue proporzioni e gravità costituisce una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite: nella definizione del crimine di aggressione rientra il fatto che esso sia perpetrato da persone al vertice dello Stato che aggredisce, in grado di controllare o dirigere l'azione politica o militare di detto Stato». Poco oltre, al comma 2, vengono ulteriormente specificate le azioni che rientrano nel crimine di aggressione. Tra queste c'è «il blocco navale dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato».
La questione è tecnica, ma estremamente rilevante. Lo Statuto della Corte penale internazionale fa diventare il blocco navale non più un «atto di aggressione», ma un vero e proprio crimine. Non solo: diventa un crimine anche solo la «pianificazione e preparazione» di un blocco. Che cosa cambia concretamente? Praticamente tutto. Se oggi l'Italia decidesse di attuare un blocco navale nei confronti, mettiamo, della Libia, questo atto aprirebbe una controversia internazionale. L'Onu sicuramente esaminerebbe la pratica: potrebbe decidere di sanzionarci, certo. Oppure potrebbe decidere che abbiamo reagito a un atto ostile e dunque non siamo colpevoli. Se però il blocco navale viene considerato un crimine, beh, il quadro è molto diverso. Non ci sono più controversie internazionali, ma i responsabili del blocco finiscono direttamente davanti alla Corte penale internazionale. In sostanza, un tribunale composto da 18 giudici viene chiamato a giudicare il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e probabilmente anche il ministro dell'Interno dello Stato che decide di usare le navi per proteggersi. Peggio: le stesse persone possono finire a processo per molto meno, cioè per aver soltanto discusso di un eventuale blocco navale.
«La proposta di legge rappresenta un pericolosissimo salto di qualità», dice Andrea Delmastro di Fratelli d'Italia, l'unico partito ad aver votato contro l'approvazione in commissione esteri (la Lega si è astenuta). «Il blocco navale diventa sempre e comunque crimine di aggressione internazionale ed i governanti che volessero difendere le frontiere dall'utilizzo strumentale dei migranti che potrebbe fare lo stesso Erdogan in Libia sarebbero personalmente processati come criminali internazionali. Per noi chi difende le frontiere e i confini è sempre e comunque un patriota, non un criminale internazionale». Il rischio concreto, purtroppo, è proprio questo. Se la proposta di legge per la sottoscrizione dello Statuto della Commissione penale internazionale completerà senza ostacoli il percorso parlamentare, l'Italia avrà volontariamente sottoscritto un regolamento che tratta come un criminale chi vuole proteggere le frontiere. Mentre chi attraversa irregolarmente i confini oggi è trattato con ogni riguardo, chi intende difenderli è sotto attacco costante. A questo punto, tanto vale rendere illegale il patriottismo, e che non se ne parli più.
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In Parlamento il disegno di legge per impedire (e punire) il blocco navale. Niente più blocco navale. Non si potrà nemmeno parlarne e pensarci, figuriamoci metterlo in pratica. Già adesso, quando qualcuno osa avanzare la proposta, viene trattato come un pericoloso razzista, fascista e guerrafondaio. Ma, andando avanti di questo passo, accadrà ben di peggio: i governanti di una nazione che decidessero di attuare il blocco verrebbero portati di fronte a un tribunale internazionale e trattati da criminali. Vediamo di spiegare. Martedì la commissione Esteri della Camera dei deputati era impegnata a esaminare il disegno di legge A. C. 2332. Di che si tratta? Di un testo di legge che contiene gli emendamenti allo Statuto istitutivo della Corte penale internazionale. Tale organismo è stato creato all'inizio degli anni Duemila dopo un lungo dibattito interno alle Nazioni Unite. Dopo la guerra nella ex Jugoslavia e dopo i massacri del Ruanda, erano in tanti, nella comunità internazionale, a premere affinché fosse creato un tribunale speciale per processare i colpevoli di crimini contro l'umanità, crimini di guerra e genocidi. Così si diede il via al processo che portò appunto all'istituzione della Corte penale internazionale, che si insediò all'Aia, nei Paesi Bassi, nel 2002. Due anni prima, nel luglio del 1998, a Roma fu stipulato lo Statuto della Corte, cioè l'atto che ne definisce la giurisdizione e ne dettaglia il funzionamento. Nel corso degli anni, lo Statuto ha subito alcune modifiche, di cui si è discusso in alcune conferenze a cui hanno partecipato i 123 Stati che hanno approvato il progetto della Corte (non gradito, tra gli altri, a Russia, Cina e Usa). L'ultima si è tenuta nel 2010 a Kampala e gli emendamenti formulati in quell'occasione stanno passando ora al vaglio del Parlamento italiano. Ebbene, tra quegli emendamenti ce ne sono alcuni che rischiano di metterci in seria difficoltà. In particolare, si tratta della nuova formulazione dell'articolo 8-bis, quello che definisce il «crimine di aggressione». È un tema di cui si discute da anni a livello internazionale, ma che nello Statuto della Corte penale viene dettagliato in maniera piuttosto precisa. Ed eccoci al punto. Nel testo di legge votato martedì alla Camera si legge che «il nuovo articolo 8-bis definisce al comma 1 il crimine di aggressione quale pianificazione, preparazione o esecuzione di un atto di aggressione di uno Stato ad un altro, che per le sue proporzioni e gravità costituisce una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite: nella definizione del crimine di aggressione rientra il fatto che esso sia perpetrato da persone al vertice dello Stato che aggredisce, in grado di controllare o dirigere l'azione politica o militare di detto Stato». Poco oltre, al comma 2, vengono ulteriormente specificate le azioni che rientrano nel crimine di aggressione. Tra queste c'è «il blocco navale dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato». La questione è tecnica, ma estremamente rilevante. Lo Statuto della Corte penale internazionale fa diventare il blocco navale non più un «atto di aggressione», ma un vero e proprio crimine. Non solo: diventa un crimine anche solo la «pianificazione e preparazione» di un blocco. Che cosa cambia concretamente? Praticamente tutto. Se oggi l'Italia decidesse di attuare un blocco navale nei confronti, mettiamo, della Libia, questo atto aprirebbe una controversia internazionale. L'Onu sicuramente esaminerebbe la pratica: potrebbe decidere di sanzionarci, certo. Oppure potrebbe decidere che abbiamo reagito a un atto ostile e dunque non siamo colpevoli. Se però il blocco navale viene considerato un crimine, beh, il quadro è molto diverso. Non ci sono più controversie internazionali, ma i responsabili del blocco finiscono direttamente davanti alla Corte penale internazionale. In sostanza, un tribunale composto da 18 giudici viene chiamato a giudicare il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e probabilmente anche il ministro dell'Interno dello Stato che decide di usare le navi per proteggersi. Peggio: le stesse persone possono finire a processo per molto meno, cioè per aver soltanto discusso di un eventuale blocco navale. «La proposta di legge rappresenta un pericolosissimo salto di qualità», dice Andrea Delmastro di Fratelli d'Italia, l'unico partito ad aver votato contro l'approvazione in commissione esteri (la Lega si è astenuta). «Il blocco navale diventa sempre e comunque crimine di aggressione internazionale ed i governanti che volessero difendere le frontiere dall'utilizzo strumentale dei migranti che potrebbe fare lo stesso Erdogan in Libia sarebbero personalmente processati come criminali internazionali. Per noi chi difende le frontiere e i confini è sempre e comunque un patriota, non un criminale internazionale». Il rischio concreto, purtroppo, è proprio questo. Se la proposta di legge per la sottoscrizione dello Statuto della Commissione penale internazionale completerà senza ostacoli il percorso parlamentare, l'Italia avrà volontariamente sottoscritto un regolamento che tratta come un criminale chi vuole proteggere le frontiere. Mentre chi attraversa irregolarmente i confini oggi è trattato con ogni riguardo, chi intende difenderli è sotto attacco costante. A questo punto, tanto vale rendere illegale il patriottismo, e che non se ne parli più.
A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».
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Presentato il Disegno di legge sull’illuminazione pubblica intelligente. I dati Assil-Politecnico parlano chiaro: milioni di impianti da aggiornare e risparmi possibili fino all’80%, con benefici su costi, consumi ed emissioni.
Al Senato si è tornato a parlare di luce, ma non solo in senso figurato. Al centro del confronto, questa volta, c’è l’illuminazione pubblica e il suo possibile ruolo nella transizione energetica e digitale del Paese. Nella Sala Caduti di Nassirya si è tenuta la conferenza stampa dedicata allo «smart lighting», promossa dalla senatrice Clotilde Minasi, partendo dai dati di uno studio di Assil, l’associazione dei produttori di illuminazione, realizzato con il Politecnico di Milano.
Il tema è tutt’altro che tecnico per addetti ai lavori. In Italia ci sono circa 10 milioni di punti luce pubblici e, anche se il 65% è già passato al LED, restano ancora circa 3,5 milioni di impianti da aggiornare. Ed è proprio su questo fronte che si gioca una partita importante, sia in termini di risparmio energetico sia di modernizzazione delle città.
In questo contesto si inserisce il Disegno di legge n. 1700, depositato in Senato, che punta a dare un quadro di riferimento per rendere più efficienti l’illuminazione pubblica e quella degli edifici pubblici attraverso sistemi digitalizzati di ultima generazione. L’obiettivo è chiaro: ridurre consumi ed emissioni, ma anche migliorare la gestione degli impianti, la sicurezza e la qualità del servizio.
La proposta guarda a soluzioni basate su Led, sensori di luminosità e piattaforme di gestione da remoto, capaci di integrare funzioni di monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. In pratica, un’illuminazione che non si limita ad accendersi e spegnersi, ma che può essere controllata in modo intelligente e centralizzato, con benefici anche sui costi di gestione per le amministrazioni.
Lo studio di Assil e Politecnico di Milano disegna tre possibili scenari. Il più prudente prevede la semplice sostituzione degli impianti obsoleti con corpi illuminanti a Led. Quello più avanzato, invece, immagina una vera evoluzione tecnologica, con una diffusione capillare di sistemi intelligenti in linea con l’idea di smart city e con gli obiettivi della direttiva europea Epbd.
I numeri danno la misura dell’impatto. Nello scenario base, il risparmio energetico stimato è di 1,7 GWh, pari a circa 11.950 alberi «equivalenti» piantati ogni anno e a una riduzione di 424 tonnellate di CO2. Nello scenario più avanzato si arriverebbe a 2,4 GWh, con l’equivalente di 17.435 alberi e 619 tonnellate di CO2 in meno.
E non si parla solo di lampioni. L’illuminazione pubblica esterna è un esempio di un approccio che potrebbe estendersi anche alla gestione del patrimonio pubblico. Secondo i dati, l’introduzione di sistemi di smart lighting può portare a risparmi energetici fino al 70-80% rispetto agli impianti tradizionali, a seconda dei contesti.
Il disegno di legge viene presentato come a costo zero per le finanze pubbliche e inserito nel percorso di transizione digitale ed ecologica delle infrastrutture urbane. L’idea è costruire una rete nazionale di illuminazione «intelligente», in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, che punta a una forte riduzione delle emissioni entro il 2030. Se il testo verrà approvato, entro sei mesi la Conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida nazionali, che saranno poi aggiornate ogni tre anni per restare al passo con l’evoluzione tecnologica e le pratiche europee.
Per il settore, si tratta di un passaggio considerato decisivo. «La presentazione di questo Disegno di Legge rappresenta un punto importante per la diffusione delle tecnologie di illuminazione di qualità», ha detto Carlo Comandini, presidente di Assil, sottolineando come il provvedimento possa trasformare l’illuminazione pubblica da semplice voce di spesa a leva strategica per la transizione digitale ed ecologica del Paese.
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Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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Dal 28 al 30 marzo Parma ospita Eos European outdoor show ’26, la fiera italiana più importante di caccia, tiro sportivo e outdoor. Dopo le edizioni veronesi, l’evento si presenta con padiglioni rinnovati, campi prova armi e oltre 350 espositori, promettendo tre giorni di novità per appassionati e operatori del settore.
Dal 28 al 30 marzo Parma sarà il punto di riferimento per chi vive di caccia, tiro sportivo e outdoor. Eos European outdoor show 2026 si prepara a un’edizione che promette di alzare ancora l’asticella, puntando su novità, spazi più funzionali e un’offerta pensata sia per gli appassionati sia per gli operatori del settore.
Il cambio di collocazione nel calendario, a fine marzo, viene presentato come un vantaggio soprattutto per il mondo del turismo venatorio. A fare da cornice sarà Fiere di Parma, che si presenta con un quartiere fieristico rinnovato: tre grandi padiglioni su un unico livello (3, 5 e 6), due ingressi, viabilità migliorata, ristorazione, servizi e ampi parcheggi. Parma, del resto, è facile da raggiungere: dista poco più di un’ora da Milano, Bologna, Verona e Brescia. E porta con sé quasi 80 anni di esperienza fieristica. Una delle carte vincenti dello spostamento a Parma è la possibilità di provare le armi: all’esterno dei padiglioni sarà allestito un campo temporaneo con 13 linee di tiro per testare le novità della canna liscia. Per pistole e carabine, invece, saranno attive navette verso il Tiro a Segno Nazionale di Parma, a circa sette minuti, con linee a 10, 25, 50 e 100 metri. Molte aziende metteranno a disposizione i modelli più recenti, e anche le federazioni di tiro inviteranno i visitatori a cimentarsi con il bersaglio e con diverse discipline.
La fiera è organizzata per aree tematiche: armi, munizioni e accessori per caccia, tiro e outdoor nei padiglioni 5 e 6; associazioni venatorie e federazioni di tiro ancora al 6; lo shopping nel padiglione 3. Gli espositori superano quota 350, con molte nuove presenze rispetto alle edizioni precedenti. In totale, si parla di 60.000 metri quadrati da percorrere, con un’offerta ampia sia per chi cerca viaggi venatori sia per chi vuole acquistare attrezzature e prodotti specializzati.
Eos Show si conferma così come la principale fiera italiana dedicata a caccia, tiro sportivo e outdoor, settori in cui l’Italia vanta un’eccellenza riconosciuta sul piano tecnico, organizzativo e produttivo. Dopo quattro edizioni di successo, Fiere di Parma punta a dare al salone un respiro ancora più internazionale: è in programma un progetto di incoming che dovrebbe portare a Parma circa 250 operatori stranieri da oltre 100 Paesi e 170 giornalisti da tutto il mondo, in collaborazione con le aziende del settore e con le associazioni di categoria, ANPAM e Consorzio Armaioli Italiani.
Nel padiglione 5 ci sarà anche lo spazio di Fondazione Una che, in occasione dei suoi dieci anni, allestirà un’area dedicata alla degustazione di piatti a base di selvaggina, preparati da chef di rilievo. «Fiere di Parma ha un’esperienza ventennale nei grandi eventi di pubblico dedicati anche al settore outdoor», ha spiegato l’amministratore delegato Antonio Cellie, sottolineando come gli spazi, la posizione e la collaborazione con le associazioni siano elementi chiave per far crescere una manifestazione che punta a un ruolo di primo piano in Europa.
Intanto, i numeri dei biglietti venduti online fanno pensare a un’affluenza elevata. L’acquisto anticipato conviene: il biglietto costa 16 euro, 12 per i gruppi da dieci persone, contro i 25 euro alla cassa. Sono già disponibili anche gli abbonamenti da due giorni (30 euro) e da tre giorni (42). L’ingresso è gratuito per i minori di 12 anni, per le forze dell’ordine e per le persone con disabilità con accompagnatore.
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