
Il ministro del Lavoro a Taranto con un battaglione grillino di altri cinque ministri: «Non voglio fare la guerra a nessuno. Sono d'accordo che non si debba rispondere delle scelte di altri in passato. Ma quella norma era un privilegio e ora non c'è più».Ormai è stato deciso e non si torna indietro. L'immunità penale per i vecchi e i nuovi gestori dell'Ilva di Taranto non esiste più. Lo ha ribadito ieri a Taranto il vicepremier Luigi Di Maio, giunto nella città pugliese per il tavolo istituzionale permanente convocato con gli enti locali a due mesi dall'ultimo incontro. Di Maio ieri è arrivato a Taranto accompagnato da cinque ministri: il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, la responsabile della Salute, Giulia Grillo, quello dell'Ambiente, Sergio Costa, il ministro ai Beni Culturali Alberto Bonisoli e la titolare della Difesa, Elisabetta Trenta. «Il problema immunità penale per l'ex Ilva è risolto», ha detto ieri il vicepremier, «la norma non c'è più. Questo è il nostro obiettivo, l'abbiamo detto e non è assolutamente un atto né contro i lavoratori né contro ArcelorMittal». DI Maio, come vicepremier, ma anche come ministro del Lavoro e dello sviluppo economico, ieri è giunto a Taranto per discutere anche della norma del dl Crescita già approvata alla Camera, che ora passerà al vaglio del Senato e che prevede l'abolizione dell'immunità penale per vecchi e nuovi gestori dell'Ilva. Una norma che la multinazionale ArcelorMittal non ha mai fatto mistero di non gradire perché, secondo il colosso dell'acciaio che ha rilevato l'Ilva, «se il decreto dovesse essere approvato nella sua formulazione attuale, la disposizione relativa allo stabilimento di Taranto pregiudicherebbe, per chiunque, ArcelorMittal compresa, la capacità di gestire l'impianto».Un tema che ieri non ha trovato d'accordo Di Maio. «È giusto dire, in questo momento, che non debbano esistere immunità penali in una situazione così complicata come quella di Taranto», ha detto il vicepremier. «Però, allo stesso tempo, io sono al lavoro per affrontare il tema della cassa integrazione annunciata da ArcelorMittal a cui chiederemo chiarimenti sul perché 1300 persone sono state messe in Cig quando ovviamente verranno al tavolo e cercheremo di capire».Di Maio non ha mostrato ieri la preoccupazione di rovinare, togliendo l'immunità penale, i rapporti con il colosso dell'acciaio. «Non sono assolutamente preoccupato dalla questione dell'immunità, nel contratto firmato non c'era, così come c'era la possibilità di avvalersi della Cig per riduzioni della produzione, ma non per 1.300 persone», sottolinea. «Non voglio fare la guerra a nessuno, ce la metterò tutta per evitare al massimo l'impatto sull'occupazione provocato dalla richiesta della Cig».Del resto ieri Di Maio è stato chiaro: «Se, e non ho ragione di pensare il contrario, continueranno ad attuare il piano ambientale, l'ammodernamento dell'impianto e la copertura dei parchi non ci sarà nessun problema. Sono d'accordo sul fatto che non debbano rispondere di quanto fatto da altri in passato».Il vicepremier e i cinque ministri ieri però non hanno parlato solo dell'Ilva. Una parte dell'esecutivo è giunta a Taranto per presentare agli enti locali il lavoro che tre gruppi di lavoro interministeriali -salute e sociale; lavoro, imprese e innovazione; riqualificazione urbana - stanno portando avanti per rilanciare Taranto.«Contemporaneamente», ha detto Di Maio, «con il piano di riconversione economica vogliamo ricreare tutte le condizioni affinché un cittadino possa avere un'altra opportunità di lavoro. Questo territorio è diventato dipendente dalle industrie pesanti dell'acciaio e della chimica, che erano le uniche opportunità di lavoro per il territorio». Il piano, spiega, «lo faremo insieme a una commissione speciale per la riconversione fatta da esperti nazionali e internazionali, che hanno risposto a una chiamata e saranno coordinati da Andrea Gumina».Il vicepremier insieme agli altri membri dell'esecutivo ha poi mostrato alle amministrazioni locali quali saranno gli investimenti previsti a Taranto e nei paesi limitrofi nei prossimi anni per riqualificare altri settori strategici del territorio tarantino. «La zona economica speciale è stata sbloccata. Poi ci sono», ha continuato ieri Di Maio, «investimenti per il centro storico con 90 milioni assegnati ai progetti e per il quartiere Tamburi e oggi firmiamo un protocollo d'intesa per la valorizzazione dell'Arsenale militare per l'utilizzo di 30 milioni di euro che prevede la possibilità che la struttura possa aprirsi ai turisti come polo museale».Inoltre, in Prefettura - dove c'erano tutte le associazioni che ieri avevano chiesto di prendere parte all'incontro - il ministro Costa ha illustrato il piano d'azione della cabina di regia che ha «introdotto elementi che rendono per la prima volta la valutazione del danno sanitario di tipo predittivo, anticipato, per capire cosa presumibilmente potrà accadere in base al livello di produzione dello stabilimento siderurgico». Nel caso di Taranto, ha evidenziato il ministro, «attualmente è prevista una produzione di 6 milioni di tonnellate annue di produzione e 8 milioni di tonnellate al termine dell'ambientalizzazione. In fase predittiva sapremo il sistema come gira e questa è una novità molto significativa che non si applica solo a Taranto. Parte da Taranto e si allarga a tutta l'Italia».
L’aumento dei tassi reali giapponesi azzoppa il meccanismo del «carry trade», la divisa indiana non è più difesa dalla Banca centrale: ignorare l’effetto oscillazioni significa fare metà analisi del proprio portafoglio.
Il rischio di cambio resta il grande convitato di pietra per chi investe fuori dall’euro, mentre l’attenzione è spesso concentrata solo su azioni e bond. Gli ultimi scossoni su yen giapponese e rupia indiana ricordano che la valuta può amplificare o azzerare i rendimenti di fondi ed Etf in valuta estera, trasformando un portafoglio «conservativo» in qualcosa di molto più volatile di quanto l’investitore percepisca.
Per Ursula von der Leyen è «inaccettabile» che gli europei siano i soli a sborsare per il Paese invaso. Perciò rilancia la confisca degli asset russi. Belgio e Ungheria però si oppongono. Così la Commissione pensa al piano B: l’ennesimo prestito, nonostante lo scandalo mazzette.
Per un attimo, Ursula von der Leyen è sembrata illuminata dal buon senso: «È inaccettabile», ha tuonato ieri, di fronte alla plenaria del Parlamento Ue a Strasburgo, pensare che «i contribuenti europei pagheranno da soli il conto» per il «fabbisogno finanziario dell’Ucraina», nel biennio 2026/2027. Ma è stato solo un attimo, appunto. La presidente della Commissione non aveva in mente i famigerati cessi d’oro dei corrotti ucraini, che si sono pappati gli aiuti occidentali. E nemmeno i funzionari lambiti dallo scandalo mazzette (Andrij Yermak), o addirittura coinvolti nell’inchiesta (Rustem Umerov), ai quali Volodymyr Zelensky ha rinnovato lo stesso la fiducia, tanto da mandarli a negoziare con gli americani a Ginevra. La tedesca non pretende che i nostri beneficati facciano pulizia. Piuttosto, vuole costringere Mosca a sborsare il necessario per Kiev. «Nell’ultimo Consiglio europeo», ha ricordato ai deputati riuniti, «abbiamo presentato un documento di opzioni» per sostenere il Paese sotto attacco. «Questo include un’opzione sui beni russi immobilizzati. Il passo successivo», ha dunque annunciato, sarà «un testo giuridico», che l’esecutivo è pronto a presentare.
Luis de Guindos (Ansa)
Nel «Rapporto stabilità finanziaria» il vice di Christine Lagarde parla di «vulnerabilità» e «bruschi aggiustamenti». Debito in crescita, deficit fuori controllo e spese militari in aumento fanno di Parigi l’anello debole dell’Unione.
A Francoforte hanno imparato l’arte delle allusioni. Parlano di «vulnerabilità» di «bruschi aggiustamenti». Ad ascoltare con attenzione, tra le righe si sente un nome che risuona come un brontolio lontano. Non serve pronunciarlo: basta dire crisi di fiducia, conti pubblici esplosivi, spread che si stiracchia al mattino come un vecchio atleta arrugginito per capire che l’ombra ha sede in Francia. L’elefante nella cristalleria finanziaria europea.
Manfred Weber (Ansa)
Manfred Weber rompe il compromesso con i socialisti e si allea con Ecr e Patrioti. Carlo Fidanza: «Ora lavoreremo sull’automotive».
La baronessa von Truppen continua a strillare «nulla senza l’Ucraina sull’Ucraina, nulla sull’Europa senza l’Europa» per dire a Donald Trump: non provare a fare il furbo con Volodymyr Zelensky perché è cosa nostra. Solo che Ursula von der Leyen come non ha un esercito europeo rischia di trovarsi senza neppure truppe politiche. Al posto della maggioranza Ursula ormai è sorta la «maggioranza Giorgia». Per la terza volta in un paio di settimane al Parlamento europeo è andato in frantumi il compromesso Ppe-Pse che sostiene la Commissione della baronessa per seppellire il Green deal che ha condannato l’industria - si veda l’auto - e l’economia europea alla marginalità economica.




