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2019-06-19
Di lotta e di governo. Trump lancia le primarie Usa
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Ansa
«La palude contrattacca vilmente. Siamo stati sotto assedio», ha scandito Trump, «Siamo stati sotto assedio per due anni» ma - per quanto riguarda l'inchiesta Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller «abbiamo vinto» contro democratici arrabbiati che hanno tentato di buttarci giù. Nessuna collusione, nessuna ostruzione alla giustizia». Il presidente ha quindi proseguito: «Abbiamo ottenuto quello che nessun presidente ha ottenuto nei primi due anni e mezzo di presidenza, e senza dover affrontare l'indagine sulla collusione inventata dai democratici e dai fake news media. È stato un tentativo illegale di ribaltare il risultato elettorale, spiando la nostra campagna elettorale». Per poi dichiarare: «Nessun ha mai contrastato la Russia come Donald Trump». Durissime, poi, le parole contro il Partito democratico: «I nostri oppositori democratici radicali sono guidati dall'odio, dai pregiudizi e dalla rabbia e vogliono distruggervi, e vogliono distruggere il nostro paese come lo conosciamo, zittirebbero la vostra libertà di parola e userebbero il potere della legge per punire i loro avversari», ha proseguito il magnate. «Priverebbero gli americani dei loro diritti costituzionali mentre inonderebbero il Paese di immigrati clandestini». Trump è quindi andato avanti, ricordando i successi economici degli ultimi mesi e garantendo di mantenere la linea dura sull'immigrazione irregolare.
Insomma, Donald Trump è tornato quello del 2016. L'uomo solo, che si batte contro tutto e tutti, nel nome di quella stessa strategia che gli ha consentito di conquistare la Casa Bianca la prima volta. Non solo tornano le critiche alla "palude" di Washington ma stavolta si aggiunge un ben chiaro disegno elettorale, cui il presidente sta in realtà lavorando già da qualche mese: additare, cioè, il Partito democratico come forza estremista e radicale, che progetta di sovvertire gli autentici valori americani. Un doppio binario che, se il magnate si rivelerà in grado di gestire, potrebbe costituire uno strumento efficace per ottenere la rielezione nel 2020. Uno strumento che denota due interessanti aspetti.
Innanzitutto, dal discorso di ieri, notiamo che Trump rompa i canoni tradizionali delle strategie elettorali messe in campo per le rielezioni dai presidenti precedenti (si pensi a Barack Obama nel 2012, a Bill Clinton nel 1996 o allo stesso Ronald Reagan nel 1984). Solitamente i commander in Chief in cerca di un secondo mandato, tendono ad assumere toni più istituzionali, avvicinandosi non poco alle alte sfere dell'establishment di Washington: si pensi solo, sotto questo aspetto, alla differenza abissale che intercorre tra l'Obama del 2008 e quello del 2012. Trump sembra invece sparigliare le carte. Consapevole probabilmente del fatto che su una tale battaglia abbia costruito gran parte della propria fortuna elettorale tre anni fa, il magnate newyorchese riprende la critica feroce al "sistema", rimettendosi a capo di quello che ha sempre orgogliosamente definito il suo "movimento".
Ciononostante, in secondo luogo, ciò non implica una via estremista da parte del magnate. Anzi, è l'esatto opposto. Nonostante una retorica indubbiamente energica, è abbastanza chiaro che Trump miri a presentarsi come il vero centrista della prossima campagna elettorale. Un'affermazione che di per sé può apparire strana. Ma che, a ben vedere, potrebbe rivelarsi più fondata di quanto sembri. È dai tempi del suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione, che il presidente addita il Partito democratico come forza estremista, radicale e dalle preoccupanti tendenze socialiste. Una linea che, lo abbiamo visto, ha ripreso anche nel discorso di ieri sera. Una linea con cui Trump punta ovviamente a presentare sé stesso come baluardo dell'ordine e dei tradizionali valori americani, contro ogni forma di settarismo (settarismo, ahinoi, incarnato effettivamente non da pochi degli attuali candidati alla nomination democratica). Il magnate si sta dunque muovendo secondo una logica strategica simile a quella adottata da Richard Nixon nel corso della campagna elettorale del 1972 contro il radicale George McGovern. In tutto questo, poi, il presidente non ha comunque rinunciato a prendere le distanze dalla più dura ortodossia liberista del Partito repubblicano (come testimoniano dossier quali i dazi o la riforma infrastrutturale). In tal senso, Trump punta di nuovo a reperire principalmente il sostegno degli elettori indipendenti e dei democratici delusi. Laddove la tradizionale base repubblicana vuole mantenerla vicina a sé soprattutto attraverso la nomina di numerosi giudici conservatori. Insomma, il centrismo di Trump non è moderatismo smielato ma il tentativo ambizioso di ricreare (e possibilmente rafforzare) quella coalizione elettorale eterogenea che lo portò alla Casa Bianca nel 2016. Una coalizione che raccoglieva mondi politicamente variegati (dagli operai agli evangelici, passando per i cattolici).
In questo senso, non va trascurato il luogo scelto da Trump per avviare la propria campagna elettorale: la Florida. Politico ha recentemente parlato di una vera e propria "ossessione" che il presidente avrebbe per questo Stato. Un'ossessione più che giustificata, visto che l'ultimo candidato repubblicano a raggiungere la Casa Bianca senza l'appoggio del Sunshine State fu Calvin Coolidge nel 1924: molto prima che la Florida divenisse elettoralmente significativa come lo è oggi. Per questa ragione, Trump sa bene di aver bisogno di quel territorio per ottenere la rielezione. E proprio per questo sta cercando di accattivarsi - non senza successo - il sostegno degli esuli locali, cubani e venezuelani, soprattutto attraverso la linea dura adottata contro il regime castrista e contro Nicolas Maduro (un profilo che, al contrario, figure come Bernie Sanders si sono rifiutate di condannare). Il tutto, nuovamente a salvaguardia dei valori americani.
Trump tiene, insomma, fede alla sua tradizionale natura ossimorica: il figlio del caos che si propone come baluardo dell'ordine. Una follia, secondo alcuni. Una follia che già una volta, tuttavia, è riuscita vincere. Contro ogni previsione.
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The Donald ha ufficialmente avviato la campagna per la rielezione in vista delle presidenziali del 2020. Lo ha fatto ieri, durante un comizio in Florida, con cui il magnate newyorchese ha scelto la linea dura, rinverdendo il suo classico messaggio anti-establishment.Ascolta anche il podcast Ascolta tutti i nostri podcast «La palude contrattacca vilmente. Siamo stati sotto assedio», ha scandito Trump, «Siamo stati sotto assedio per due anni» ma - per quanto riguarda l'inchiesta Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller «abbiamo vinto» contro democratici arrabbiati che hanno tentato di buttarci giù. Nessuna collusione, nessuna ostruzione alla giustizia». Il presidente ha quindi proseguito: «Abbiamo ottenuto quello che nessun presidente ha ottenuto nei primi due anni e mezzo di presidenza, e senza dover affrontare l'indagine sulla collusione inventata dai democratici e dai fake news media. È stato un tentativo illegale di ribaltare il risultato elettorale, spiando la nostra campagna elettorale». Per poi dichiarare: «Nessun ha mai contrastato la Russia come Donald Trump». Durissime, poi, le parole contro il Partito democratico: «I nostri oppositori democratici radicali sono guidati dall'odio, dai pregiudizi e dalla rabbia e vogliono distruggervi, e vogliono distruggere il nostro paese come lo conosciamo, zittirebbero la vostra libertà di parola e userebbero il potere della legge per punire i loro avversari», ha proseguito il magnate. «Priverebbero gli americani dei loro diritti costituzionali mentre inonderebbero il Paese di immigrati clandestini». Trump è quindi andato avanti, ricordando i successi economici degli ultimi mesi e garantendo di mantenere la linea dura sull'immigrazione irregolare. Insomma, Donald Trump è tornato quello del 2016. L'uomo solo, che si batte contro tutto e tutti, nel nome di quella stessa strategia che gli ha consentito di conquistare la Casa Bianca la prima volta. Non solo tornano le critiche alla "palude" di Washington ma stavolta si aggiunge un ben chiaro disegno elettorale, cui il presidente sta in realtà lavorando già da qualche mese: additare, cioè, il Partito democratico come forza estremista e radicale, che progetta di sovvertire gli autentici valori americani. Un doppio binario che, se il magnate si rivelerà in grado di gestire, potrebbe costituire uno strumento efficace per ottenere la rielezione nel 2020. Uno strumento che denota due interessanti aspetti.Innanzitutto, dal discorso di ieri, notiamo che Trump rompa i canoni tradizionali delle strategie elettorali messe in campo per le rielezioni dai presidenti precedenti (si pensi a Barack Obama nel 2012, a Bill Clinton nel 1996 o allo stesso Ronald Reagan nel 1984). Solitamente i commander in Chief in cerca di un secondo mandato, tendono ad assumere toni più istituzionali, avvicinandosi non poco alle alte sfere dell'establishment di Washington: si pensi solo, sotto questo aspetto, alla differenza abissale che intercorre tra l'Obama del 2008 e quello del 2012. Trump sembra invece sparigliare le carte. Consapevole probabilmente del fatto che su una tale battaglia abbia costruito gran parte della propria fortuna elettorale tre anni fa, il magnate newyorchese riprende la critica feroce al "sistema", rimettendosi a capo di quello che ha sempre orgogliosamente definito il suo "movimento".Ciononostante, in secondo luogo, ciò non implica una via estremista da parte del magnate. Anzi, è l'esatto opposto. Nonostante una retorica indubbiamente energica, è abbastanza chiaro che Trump miri a presentarsi come il vero centrista della prossima campagna elettorale. Un'affermazione che di per sé può apparire strana. Ma che, a ben vedere, potrebbe rivelarsi più fondata di quanto sembri. È dai tempi del suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione, che il presidente addita il Partito democratico come forza estremista, radicale e dalle preoccupanti tendenze socialiste. Una linea che, lo abbiamo visto, ha ripreso anche nel discorso di ieri sera. Una linea con cui Trump punta ovviamente a presentare sé stesso come baluardo dell'ordine e dei tradizionali valori americani, contro ogni forma di settarismo (settarismo, ahinoi, incarnato effettivamente non da pochi degli attuali candidati alla nomination democratica). Il magnate si sta dunque muovendo secondo una logica strategica simile a quella adottata da Richard Nixon nel corso della campagna elettorale del 1972 contro il radicale George McGovern. In tutto questo, poi, il presidente non ha comunque rinunciato a prendere le distanze dalla più dura ortodossia liberista del Partito repubblicano (come testimoniano dossier quali i dazi o la riforma infrastrutturale). In tal senso, Trump punta di nuovo a reperire principalmente il sostegno degli elettori indipendenti e dei democratici delusi. Laddove la tradizionale base repubblicana vuole mantenerla vicina a sé soprattutto attraverso la nomina di numerosi giudici conservatori. Insomma, il centrismo di Trump non è moderatismo smielato ma il tentativo ambizioso di ricreare (e possibilmente rafforzare) quella coalizione elettorale eterogenea che lo portò alla Casa Bianca nel 2016. Una coalizione che raccoglieva mondi politicamente variegati (dagli operai agli evangelici, passando per i cattolici).In questo senso, non va trascurato il luogo scelto da Trump per avviare la propria campagna elettorale: la Florida. Politico ha recentemente parlato di una vera e propria "ossessione" che il presidente avrebbe per questo Stato. Un'ossessione più che giustificata, visto che l'ultimo candidato repubblicano a raggiungere la Casa Bianca senza l'appoggio del Sunshine State fu Calvin Coolidge nel 1924: molto prima che la Florida divenisse elettoralmente significativa come lo è oggi. Per questa ragione, Trump sa bene di aver bisogno di quel territorio per ottenere la rielezione. E proprio per questo sta cercando di accattivarsi - non senza successo - il sostegno degli esuli locali, cubani e venezuelani, soprattutto attraverso la linea dura adottata contro il regime castrista e contro Nicolas Maduro (un profilo che, al contrario, figure come Bernie Sanders si sono rifiutate di condannare). Il tutto, nuovamente a salvaguardia dei valori americani.Trump tiene, insomma, fede alla sua tradizionale natura ossimorica: il figlio del caos che si propone come baluardo dell'ordine. Una follia, secondo alcuni. Una follia che già una volta, tuttavia, è riuscita vincere. Contro ogni previsione.
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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Il luogo della strage a Pawtucket, Rhode Island (Getty Images)
Intorno al 2020, Robert Dorgan, uomo cinquantenne, si sottopone a un intervento chirurgico per cambiare genere e “diventare” Roberta Esposito. Da lì iniziano i conflitti familiari, come racconta l’emittente locale WPRI-TV riferendosi ai documenti giudiziari.
Nei mesi successivi Dorgan si reca al dipartimento di polizia di North Providence per denunciare suo suocero per le minacce di «farlo assassinare da una gang di strada asiatica se non se ne fosse andato di casa». Dorgan ha dichiarato di aver vissuto in quella casa per sette anni ma di essere diventato un ospite sgradito dopo il cambio di genere. Inoltre, sul suocero sono rivolte le accuse – poi archiviate – di intimidazione dei testimoni e di intralcio al sistema giudiziario.
Nel frattempo, l’allora moglie di Dorgan, Rhonda Dorgan, ha presentato istanza di divorzio. Inizialmente la motivazione riguardava «l’intervento di riassegnazione di genere, i tratti narcisistici e i disturbi della personalità». Ma in un secondo momento, si è preferito rimuovere ogni puntualizzazione e fare un più generico riferimento a delle «differenze inconciliabili che hanno causato l'immediata rottura del matrimonio». Il divorzio viene formalizzato nel giugno 2021.
La furia di Dorgan non ha risparmiato neanche sua madre che viene accusata di aggressione e di una condotta «violenta, minacciosa e tumultuosa», come recitano i verbali della polizia. La vicenda è stata anche un ulteriore motivo di attrito con il suocero. Rivolgendosi alla polizia, Dorgan ha dichiarato: «mio suocero mi ha detto che se non avessi ritirato le accuse di aggressione contro mia madre, ci si sarebbero potute aspettare ulteriori ritorsioni e questo era un altro motivo per farmi uccidere».
Alla fine, però, ad uccidere è stato lo stesso Dorgan. Infatti, l'epilogo di questa lunga storia arriva con la strage di ieri. Un video diffuso sul web ritrae i 14 colpi di arma da fuoco sparati consecutivamente, i giocatori e le decine di spettatori che si danno alla fuga. Uno dei presenti ha provato a disarmare Dorgan che però era provvisto di una seconda arma da fuoco. Le due vittime sono il fratello del figlio di Dorgan e sua madre (non è chiaro se è la stessa donna del divorzio). I tre feriti sono altri due parenti e un amico di famiglia: tutti in pericolo di vita.
Al di là della lunga storia del carnefice, le premesse della strage erano rintracciabili anche sulla rete. Su X erano svariati i contenuti ripostati all’insegna dell’odio contro i critici dei trans, dell'antisemitismo e dei diritti Lgbt. In più, nei giorni precedenti Jesse Van Rootselaar, un diciottenne transgender, aveva ucciso la madre, il fratellastro e altre sei persone nella sua ex scuola a Tumbler Ridge, nella Columbia Britannica. Molti conservatori sottolineano la correlazione tra le persone trans e le sparatorie di massa fino a proporre la dismorfia di genere come condizione squalificante per il possesso di armi.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 febbraio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo la dissoluzione dell'Europa dei burocrati.