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2023-05-30
La destra trionfa anche in Spagna. E Sánchez si dimette per troppa fifa
Pedro Sánchez (Getty Images)
La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%.
Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti.
Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori.
Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo.
Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni.
Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.
Madrid premia il no al lockdown
Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo.
A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione.
Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato.
Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
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Il premier, dopo la vittoria di Vox e Popolari alle elezioni locali, scioglie il governo. Anticipare il voto è l’unica mossa che gli resta per non dare all’opposizione più tempo di crescere e per tentare la carta dell’ammucchiata.A Madrid confermati il sindaco uscente e la governatrice Isabel Díaz Ayuso, al terzo mandato, che durante la pandemia si oppose alle chiusure sanitarie chieste dall’esecutivo.Lo speciale contiene due articoli.La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%. Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti. Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori. Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo. Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni. Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/destra-trionfa-spagna-sanchez-dimette-2660718985.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-premia-il-no-al-lockdown" data-post-id="2660718985" data-published-at="1685404936" data-use-pagination="False"> Madrid premia il no al lockdown Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo. A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione. Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato. Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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