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2023-05-30
La destra trionfa anche in Spagna. E Sánchez si dimette per troppa fifa
Pedro Sánchez (Getty Images)
La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%.
Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti.
Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori.
Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo.
Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni.
Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.
Madrid premia il no al lockdown
Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo.
A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione.
Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato.
Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
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Il premier, dopo la vittoria di Vox e Popolari alle elezioni locali, scioglie il governo. Anticipare il voto è l’unica mossa che gli resta per non dare all’opposizione più tempo di crescere e per tentare la carta dell’ammucchiata.A Madrid confermati il sindaco uscente e la governatrice Isabel Díaz Ayuso, al terzo mandato, che durante la pandemia si oppose alle chiusure sanitarie chieste dall’esecutivo.Lo speciale contiene due articoli.La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%. Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti. Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori. Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo. Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni. Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/destra-trionfa-spagna-sanchez-dimette-2660718985.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-premia-il-no-al-lockdown" data-post-id="2660718985" data-published-at="1685404936" data-use-pagination="False"> Madrid premia il no al lockdown Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo. A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione. Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato. Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
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È così? Per capirlo bisogna tornare indietro di qualche puntata, in una «serie» che ne ha già mandate in onda diverse. Tutto nasce infatti dal proliferare di siti pirata e accessi irregolari agli eventi, soprattutto le partite di calcio, a pagamento.
L’Autorità garante delle comunicazioni e la Lega Calcio avevano chiesto mesi fa a Cloudflare di deindicizzare i trasgressori e fornire i dati relativi ai clienti che le provano tutte per bypassare illegalmente gli abbonamenti. Insomma, stoppare le piattaforme abusive.
Detta così, può sembrare un’operazione banale e condivisibile, il punto è che bloccare o censurare un’applicazione non rientra tra le attività della società californiana che anzi preferisce tenersene ben lontana. Seguendo le indicazioni Agcom, sarebbero i provider stessi a fermare i contenuti segnalati da privati senza nessuna supervisione giudiziaria. Insomma si prenderebbero tutta la responsabilità della scelta. Cloudflare -così spiegano dal quartier generale di San Francisco - subirebbe, come altre aziende del settore, un potente disincentivo economico a investire in Italia: cosa che, si suppone, un governo sia interessato a evitare.
Senza contare che, se dovesse cedere al pressing dell’authority italiana, la piattaforma americana sarebbe sommersa da richieste analoghe in arrivo da mezzo mondo.
Non solo. C’è anche una questione tecnica dirimente. L’operazione chiesta a più ripresa dall’Agcom agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi mette a rischio anche siti e app che lavorano nel pieno rispetto delle regole. Come ne uscirebbe la reputazione di una delle azienda leader per la connettività globale?
Senza dimenticare che l’ammontare stesso della multa è considerato sproporzionato. In Italia, Cloudflare gestisce infrastrutture critiche per e-commerce, piattaforme di servizi digitali e siti istituzionali, certo, ma le entrate nel Belpaese non superano gli 8 milioni. Una sanzione pari all’1% del fatturato mondiale appare oggettivamente fuori scala.
Per questo a gennaio, a multa fresca, Prince aveva minacciato di interrompere i servizi di sicurezza informatica pro bono da diversi milioni di dollari assicurati all’Italia, compresi quelli per le allora imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina. Si era rischiato un incidente geopolitico con tanto di coinvolgimento di Elon Musk e del vicepresidente americano Vance. Ma poi i toni si sono placati. C’è stata una sorta di tregua olimpica che, adesso, a Giochi conclusi, termina ufficialmente con l’annuncio della presentazione del ricorso al Tar.
Oltre ai punti di merito visti prima la multinazionale Usa dovrebbe anche ricordare che a fine 2025, il Consiglio di Stato aveva ordinato all’Agcom di condividere i documenti su cui si basa il sistema Piracy Shield. Parliamo della piattaforma online gestita dalla stessa authority che ha l’obiettivo di bloccare in tempo reale i siti web e gli indirizzi IP che trasmettono illegalmente eventi sportivi in diretta. Quelli che Cloudflare, appunto, avrebbe dovuto segnalargli.
Ecco, secondo i manager sella società di San Francisco, quell’ordinanza non è mai stata rispettata. Anzi. Cloudflare avrebbe potuto consultare solo un numero assai limitato di atti esclusivamente attraverso legali esterni. Dove? Per la sede sarebbero stati scelti gli uffici distaccati dell’authority a Napoli e comunque con la supervisione di funzionari della stessa agenzia. Una sorta di corsa ad ostacoli.
Perché un comportamento così ostativo? Come è stata possibile una tale mancanza di trasparenza? Per giunta con la necessità di avere dei controllori all’atto della consultazione? Anche per questo in California, la decisione di fare ricorso al Tar è sembrata praticamente obbligata.
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Sea eye
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
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Nel riquadro, l'istituto Sassetti-Peruzzi (Istock)
Una iniziativa che la scuola, nota in zona per il suo approccio multiculturale, aveva da subito rivendicato con orgoglio. «La scelta di rispondere positivamente alla richiesta degli studenti di poter usufruire di uno spazio quotidiano per il momento di preghiera nel periodo di Ramadan non è stata ideologica né tantomeno politica»: così il dirigente scolastico, Osvaldo Di Cuffa, in un comunicato pubblicato sull’account social dell’istituto. «Solo una risposta concreta a una esigenza di una parte degli studenti». Nessuna moschea o luogo di culto, aveva precisato, ma semplicemente uno spazio non utilizzato che la scuola ha deciso di dedicare a quanti volessero fare le loro preghiere. Questo perché una risposta negativa, aveva aggiunto Di Cuffa, «avrebbe potuto portare molti ragazzi ad assentarsi per parecchi giorni. Con questa soluzione, invece, si è inteso garantire il diritto allo studio in modo semplice e nel rispetto di tutti. Senza esibizionismi o clamori».
Poi però gli spazi sono diventati due, perché con l’islam ogni eccezione ne trascina con sé un’altra. Ragazze e ragazzi non possono certo pregare insieme quindi, oltre a consentire loro di restare fuori dall’aula dai 15 ai 30 minuti per pregare, e dici poco, la scuola ha dovuto organizzare non uno ma ben due spazi. Una scelta che ha sollevato nuove polemiche. «La cosa ancora più incredibile e surreale», scrivono in una nota, consiglieri regionali di Fratelli d’Italia Jacopo Cellai e Matteo Zoppini (componente della commissione Cultura), «è che lo sdoppiamento dell’aula non sarebbe nemmeno frutto di una richiesta diretta degli studenti, ma un’iniziativa autonoma dell’istituto per prevenire polemiche sulle discriminazioni di genere. Una decisione che fa capire a che punto si sia arrivati pur di compiacere certi ambienti e che testimonia la totale genuflessione alla cultura islamica da parte di chi dovrebbe invece rappresentare tutti».
La notizia arriva dopo che, un paio di settimane fa, il Comune di Firenze aveva detto no a una mozione partita da Noi moderati tesa a reintrodurre il presepe e il crocifisso nelle scuole. Una bocciatura decisa proprio in nome della laicità della scuola. Ma a chi rimbrotta il Sassetti-Peruzzi sul punto, chiedendo di rimettere il crocifisso, «integrare vuol dire aggiungere, non annullare una (religione) rispetto all’altra» scrive il capogruppo della Lega Guglielmo Mossuto, il dirigente ha la foto pronta. Eccolo lì il crocifisso, appeso sopra l’orologio nel corridoio. In attesa di capire come Palazzo Vecchio intenda conciliare la scelta dell’istituto con la recente battaglia a favore della laicità, se alcuni si schierano con il dirigente scolastico altri parlano di asservimento all’islam e di danno agli studenti di famiglie islamiche che non vogliono conformarsi al dogma.
«Se un ragazzo stava intraprendendo un percorso di laicizzazione o di adesione ai valori civili occidentali, l’istituzione scolastica, concedendo l’aula per la preghiera, lo ha tradito», scrive Francesco Gorini su La Firenze che vorrei. «Lo ha ricacciato forzatamente nell’alveo dell’appartenenza religiosa proprio nella scuola, che avrebbe dovuto essere lo spazio neutro della sua emancipazione».
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(Ansa)
Per gli altri cinque indagati sempre del reparto delle malattie infettive dell’ospedale di Ravenna (più, di recente, una dottoressa si è trasferita a Forlì), è scattato, anche in questo caso per 10 mesi, il divieto di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai Cpr, centri di permanenza per i rimpatri.
Sulla base delle verifiche della polizia, i pm Daniele Barberini e Angela Scorza, titolari del fascicolo, avevano chiesto per tutti gli otto sanitari indagati (accusati di falso ideologico continuato e di interruzione di pubblico servizio) l’interdizione per un anno dalla professione. Anche se il gip ha disposto per cinque indagati una misura più lieve di quella richiesta, dalla decisione di emettere provvedimenti cautelari per tutti gli indagati emerge il fatto che la toga abbia fondato il quadro di gravi indizi e confermato il pericolo di reiterazione del reato.
A rafforzare la posizione dell’accusa è anche il fatto che il gip ha disposto i provvedimenti sebbene l’Ausl Romagna avesse fatto sapere, alla vigilia dell’interrogatorio di garanzia di giovedì mattina, di avere già escluso tutti i medici indagati dalla mansione di certificazione per i Cpr. Una sconfitta per la linea dei difensori, gli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio che, in una nota congiunta, avevano sottolineato come, secondo loro, «il provvedimento di esonero dell’Ausl dalle specifiche attività faceva venire meno «i presupposti per l’applicazione di una misura interdittiva che, in assenza di concrete esigenze cautelari, sarebbe inutilmente afflittiva e sproporzionata». Ma di fronte al gip, il pm Scorza aveva obiettato che l’esonero disposto dall’Ausl appariva essere generico e che il pericolo di reiterazione sussisteva in quanto il falso contestato è ideologico: potrebbe cioè riverberarsi anche su altri tipi di certificati oltre a quelli per i Cpr. Davanti al gip, tutti gli indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere limitandosi ad alcune dichiarazioni sulla «totale correttezza» del loro operato svolto «con professionalità e dedizione, ponendo al centro la tutela della salute e della dignità delle persone, conformemente alla deontologia medica», avrebbero poi precisato i legali, che nei giorni scorsi avevano comunicato la rinuncia al ricorso al Riesame in relazione ai sequestri svolti durante le perquisizioni. I difensori dei sanitari indagati avevano presentato ricorso in relazione al sequestro del un computer aziendale e del telefonino di una delle indagate in quel momento non presente in Italia.
Sul tavolo poteva finire anche la complessa questione dell’acquisizione delle chat, ottenute degli investigatori senza sequestrare i telefonini degli altri sette sanitari coinvolti. Gli agenti che hanno effettuato la perquisizione hanno infatti filmato il contenuto delle chat con il proprietario del telefonino presente. Si tratta, dunque, di materiale informatico «virtuale», ma in alcuni casi la Cassazione lo considerato materia che può essere oggetto di ricorso al Riesame. Ma la rinuncia dei difensori ha messo la parola fine su tutti gli argomenti.
Sulla base delle informative di Sco e Squadra mobile e di parte delle chat sequestrate nella perquisizione informatica del 12 febbraio scorso, la Procura ha ipotizzato che gli otto, in maniera preordinata e ideologica, abbiano attestato false non idoneità alla detenzione amministrativa nei Cpr per diversi stranieri irregolari, perlopiù arrestati dopo avere commesso reati.
Durante l’indagine, partita nel luglio 2025 è emerso che, dei 64 stranieri accompagnati in reparto a Ravenna tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano stati ritenuti non idonei e 10 si erano rifiutati di sottoporsi a visita. E che, secondo il quadro accusatorio sottoposto dai pm al gip Lipovscek, dei 44 stranieri irregolari così tornati liberi, 10 avevano poi commesso una ventina di reati. Una decina di giorni fa una delle dottoresse indagate era stata soccorsa dai sanitari del 118 dopo che si era procurata alcune ferite compatibili con un tentativo di suicidio.
Secondo i quotidiani locali Il Resto del Carlino e Corriere di Romagna, la donna avrebbe detto ai soccorritori intervenuti presso la sua abitazione «dovete fare sapere ai media che ho fatto questo gesto perché mi hanno indagato».
Stando alle ricostruzioni trapelate dopo il fatto, a lanciare l’allarme sarebbe presumibilmente stata la stessa dottoressa, che già all’indomani della perquisizione informatica della Squadra mobile del 12 febbraio, aveva minacciato una prima volta un gesto estremo, chiamando in quell’occasione un collega che aveva poi allertato le forze dell’ordine di quanto stava accadendo.
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