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2023-05-30
La destra trionfa anche in Spagna. E Sánchez si dimette per troppa fifa
Pedro Sánchez (Getty Images)
La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%.
Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti.
Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori.
Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo.
Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni.
Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.
Madrid premia il no al lockdown
Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo.
A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione.
Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato.
Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
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Il premier, dopo la vittoria di Vox e Popolari alle elezioni locali, scioglie il governo. Anticipare il voto è l’unica mossa che gli resta per non dare all’opposizione più tempo di crescere e per tentare la carta dell’ammucchiata.A Madrid confermati il sindaco uscente e la governatrice Isabel Díaz Ayuso, al terzo mandato, che durante la pandemia si oppose alle chiusure sanitarie chieste dall’esecutivo.Lo speciale contiene due articoli.La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%. Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti. Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori. Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo. Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni. Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/destra-trionfa-spagna-sanchez-dimette-2660718985.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-premia-il-no-al-lockdown" data-post-id="2660718985" data-published-at="1685404936" data-use-pagination="False"> Madrid premia il no al lockdown Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo. A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione. Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato. Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Nicole Minetti (Getty Images)
In pratica, la testimone chiave smonta le accuse che secondo il giornale di Marco Travaglio lei stessa aveva formulato e fa intendere che le sue parole siano state strumentalizzate. Ovviamente non fa cenno a chi sia l’autore della manipolazione, ma si capisce che l’ex dipendente del ranch non ha alcuna intenzione di puntellare le traballanti accuse del Fatto, lasciando dunque il quotidiano con il cerino in mano.
E la fiammella ora rischia di scottare i polpastrelli di Travaglio e compagni, prova ne sia che il giornale, dopo aver letto la relazione con cui la Procura generale della corte d’appello di Milano spazzava via le insinuazioni circa la vita di Minetti in Spagna e Uruguay, ha spedito un cronista direttamente a Punta dell’Est, alla disperata ricerca di nuovi testimoni. La lettera della procuratrice Francesca Nanni non era infatti tenerissima nei confronti del Fatto.
Anche se con un linguaggio burocratico, la magistratura incaricata dal Quirinale di verificare se Minetti continuasse la vita di prima, e dunque non fosse meritevole di un provvedimento di clemenza da parte del presidente della Repubblica, ha accusato il giornale di aver diffuso «notizie non veritiere». Un pugno in faccia per quello che un tempo era definito l’organo delle Procure, che ha costretto Travaglio a pronunciare, come un Oscar Luigi Scalfaro qualsiasi, «non ci sto», minacciando querela nei confronti della stessa Procura generale.
Tuttavia, il problema non è quanto ha scritto Francesca Nanni, ma che cosa ha firmato Graciela di fronte al notaio. Per questo l’inviato in Uruguay insegue tassisti, cronisti e poliziotti, nella speranza non soltanto di riuscire a parlare con Graciela e strapparle la smentita della smentita, ma anche nel tentativo di trovare altri che possano confermare che nel ranch di Cipriani e Minetti si svolgessero incontri a luci rosse. Al momento, il cronista in trasferta è costretto a registrare solo mezze frasi e qualche suggestione: troppo poco per riuscire a ribaltare la «sentenza» della procuratrice generale.
Forse Graciela si è spaventata del clamore della faccenda e teme di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Forse qualcuno l’ha minacciata. Forse è stata inghiottita dal mare. Insomma, gli scenari evocati sono misteriosi. L’unico non preso in considerazione è che la donna, magari risentita per essere stata licenziata, abbia voluto vendicarsi di Cipriani e pure di Minetti. Un’ipotesi che certo lascerebbe ancor più esposto il Fatto, che in questa storia sembra giocarsi la partita della vita.
Già, perché oltre a doversi difendere dalle accuse che la procuratrice generale Francesca Nanni ha rivolto contro la testata, Travaglio e compagni hanno un grosso problema costituito dalla causa che l’ex igienista dentale e il compagno hanno intentato contro il giornale. Non in Italia ma di fronte al tribunale di New York. I procedimenti giudiziari per diffamazione e per danni, in America non seguono l’iter a cui siamo abituati da noi. E nemmeno vengono applicati i parametri risarcitori in vigore a Milano o Roma. Dover ingaggiare uno studio legale rischia di costare molte centinaia di migliaia di euro e in caso di condanna l’esborso potrebbe essere pesantissimo. Insomma, oltre alla reputazione del giornale, che secondo Travaglio sarebbe stata lesa dalla relazione di Francesca Nanni, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del quotidiano. Il caso dunque non è più costituito dalla grazia a Minetti, ma dalla disgrazia che rischia di abbattersi sul Fatto. L’aspetto paradossale della faccenda è che il giornale, dopo aver a lungo beneficiato dei guai giudiziari di Berlusconi, ora da una costola dei processi a Berlusconi rischia di subire il danno più grave nei suoi vent’anni di storia. Per la sinistra e per la corrente giudiziaria dei compagni sarebbe un colpo mortale.
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Pina Picierno (Ansa)
Campana di Santa Maria Capua a Vetere, figlia di un segretario cittadino della Margherita, nipote di un notabile Dc poi passato al Pd, lei è riuscita ad arrivare a 45 anni senza aver mai fatto alcun lavoro oltre la politica, fin dalla laurea, in scienza delle comunicazioni, che prese con una tesi sul linguaggio di Ciriaco De Mita. «Il mio mito», disse, anche se poi lo mise da parte per schierarsi con Renzi che quel mito lo voleva rottamare. Ma, insomma, fin da ragazzina lei ha frequentato la politica e ne ha accompagnato lo scadimento passando da una poltrona all’altra: presidente dei giovani della Margherita (2005), responsabile giovani del Pd (2007), parlamentare (2008), europarlamentare (2014), vicepresidente del Parlamento Ue (2022). Man mano che la politica scadeva lei ascendeva. Sarà un caso?
Nella sua carriera è stata veltroniana, franceschiniana, bersaniana contro Renzi poi renziana contro Bersani, un po’ per Epifani e poi per Zingaretti. L’unica che proprio non le va a genio è Elly Schlein: con lei alla guida ha iniziato a fare opposizione al Pd fino ad uscirne con un’idea originale: «Penso ad un’iniziativa nuova al centro», ha detto. In effetti, non ci ha ancora pensato nessuno. A parte Calenda, Renzi, Bonino, Magi, Marattin, Lupi, Tabacci, Gentiloni e decine di altri. Comunque noi le crediamo, cara Picierno, anche se cosa sia questa nuova iniziativa non si sa perché, come scrive il Corriere, lei «misura le parole». Le misura a tal punto che Il Foglio le ha chiesto un’intervista e ci ha riempito tre pagine. Tre pagine di parole misurando le parole. Non male. Però è riuscita a non dire nulla lo stesso.
Che la nuova iniziativa sia in sintonia col popolo, però, non v’è dubbio. Lei in questo è maestra. Lo dimostrò, una volta per tutte, quando disse che con i famosi 80 euro di Renzi «una famiglia ci riempie il carrello della spesa per due settimane». Ma certo: con 100 euro sono garantite pure le vacanze alle Maldive, non è vero? Poco dopo sparò che l’Europa aveva investito 2.372 miliardi in vaccini Covid. Erano due miliardi, ma che differenza fa? In pandemia, per altro, prese posizioni durissime: «Sanzioni pecuniarie per chi non si vaccina», tuonò non bastandole il green pass. Sull’Ucraina non parliamone: chiunque osi dissociarsi dalla linea «Zelensky santo subito» viene da lei bollato come putiniano. «Non siamo per la politica del dolce forno», disse un giorno. Forse voleva dire due forni, ma chissà perché le è venuto in mente il giocattolo Herbert. Forse perché la politica è scaduta. O forse perché lei è proprio come le torte del dolce forno. Cotta al punto giusto.
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