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2023-05-30
La destra trionfa anche in Spagna. E Sánchez si dimette per troppa fifa
Pedro Sánchez (Getty Images)
La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%.
Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti.
Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori.
Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo.
Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni.
Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.
Madrid premia il no al lockdown
Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo.
A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione.
Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato.
Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
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Il premier, dopo la vittoria di Vox e Popolari alle elezioni locali, scioglie il governo. Anticipare il voto è l’unica mossa che gli resta per non dare all’opposizione più tempo di crescere e per tentare la carta dell’ammucchiata.A Madrid confermati il sindaco uscente e la governatrice Isabel Díaz Ayuso, al terzo mandato, che durante la pandemia si oppose alle chiusure sanitarie chieste dall’esecutivo.Lo speciale contiene due articoli.La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%. Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti. Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori. Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo. Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni. Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/destra-trionfa-spagna-sanchez-dimette-2660718985.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-premia-il-no-al-lockdown" data-post-id="2660718985" data-published-at="1685404936" data-use-pagination="False"> Madrid premia il no al lockdown Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo. A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione. Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato. Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.