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2023-05-30
La destra trionfa anche in Spagna. E Sánchez si dimette per troppa fifa
Pedro Sánchez (Getty Images)
La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%.
Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti.
Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori.
Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo.
Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni.
Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.
Madrid premia il no al lockdown
Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo.
A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione.
Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato.
Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
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Il premier, dopo la vittoria di Vox e Popolari alle elezioni locali, scioglie il governo. Anticipare il voto è l’unica mossa che gli resta per non dare all’opposizione più tempo di crescere e per tentare la carta dell’ammucchiata.A Madrid confermati il sindaco uscente e la governatrice Isabel Díaz Ayuso, al terzo mandato, che durante la pandemia si oppose alle chiusure sanitarie chieste dall’esecutivo.Lo speciale contiene due articoli.La sinistra iberica naviga in cattivissime acque. Il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si è dimesso ieri e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 23 luglio: una mossa dettata dai brutti risultati conseguiti dal suo partito, il Psoe, alle elezioni locali di domenica. Secondo i dati diffusi da El País, il Partito popolare ha conquistato il 31,5% dei consensi, guadagnando quasi nove punti rispetto al 2019. I socialisti si sono invece posizionati secondi al 28,1%, perdendo oltre un punto rispetto a quattro anni fa. Dall’altra parte, i nazionalisti di Vox hanno registrato un significativo avanzamento: dal 3,7% del 2019 sono infatti saliti al 7,2%. Insomma, si è verificato un mezzo disastro per i socialisti, che ha indotto Sánchez a tenere le elezioni generali in anticipo rispetto a dicembre di quest’anno. La speranza del premier è d’altronde quella di frenare in tempo il trend negativo che affligge il suo partito, evitare di dare il tempo alle opposizioni di rafforzarsi ulteriormente e sperare magari di cavarsela puntando su una grande ammucchiata agitando il pericolo fascista a cui la sinistra ama fare ricorso. «Ho preso la decisione guardando i risultati delle elezioni di ieri», ha dichiarato Sánchez, «Sebbene le elezioni di ieri avessero una portata locale e regionale, il significato del voto trasmette un messaggio che va oltre. Ecco perché, sia come primo ministro che come segretario generale del Psoe, mi assumo personalmente la responsabilità dei risultati», ha aggiunto. Più nel dettaglio, i popolari hanno vinto molte delle regioni in palio, strappando al Psoe la Comunità Valenciana, l’Aragona e La Rioja. Nella comunità di Madrid, il Partito popolare, guidato a livello locale da Isabel Díaz Ayuso, ha trionfato con il 41,7%, staccando il Psoe di circa 20 punti. Quanto accaduto in Spagna offre lo spunto per alcune riflessioni. In primis, salta all’occhio la crescente debolezza politica di Sánchez. In particolare, la sua impopolarità sarebbe almeno in parte dovuta al fatto di essersi alleato con l’estrema sinistra, a partire da quel Podemos che è parte integrante del governo dimissionario spagnolo. E proprio Podemos è uscito con le ossa rotte dal voto di domenica: come sottolineato da El Mundo, questo schieramento è stato letteralmente spazzato via dalla comunità di Madrid. Secondo la stessa testata giornalistica, magri risultati sono stati ottenuti anche da candidati considerati vicini alla vicepremier Yolanda Díaz: esponente dell’estrema sinistra che, tre settimane fa, aveva accusato Giorgia Meloni di ridurre i diritti dei lavoratori. Ebbene, questa débâcle generale indica che non sono solo i socialisti a essere in crisi, ma un po’ tutta la sinistra iberica. Una situazione che dovrebbe far riflettere chi, dalle nostre parti, si ostinava a vedere nel governo Sánchez una sorta di punto di riferimento ideologico per chissà quale progetto politico alternativo ai conservatori. Un secondo spunto di riflessione merita invece di essere fatto a livello europeo. Le elezioni locali di domenica potrebbero portare i popolari ad avvicinarsi maggiormente a Vox. «Vox è qui per restare ed è qui per essere decisivo nella costruzione dell’alternativa di cui la Spagna ha bisogno», ha non a caso affermato il leader dei nazionalisti, Santiago Abascal. Dall’altra parte, pur non avendo ancora preso una posizione chiara, il presidente dei popolari, AlbertoNúñez Feijóo, ha pronunciato delle parole significative, dichiarando: «Ieri i cittadini hanno votato in maggioranza per il mio partito, ma il sanchismo non è ancora stato abrogato». Va da sé che la situazione sarà più nitida dopo il voto di luglio. Non è tuttavia affatto escludibile che Feijóo stia preparando il terreno a un’alleanza con Vox. Uno scenario tutt’altro che improbabile. E che potrebbe avere dei risvolti a livello europeo. Non dimentichiamo infatti che è in fase di costruzione un’inedita alleanza tra Ppe ed Ecr in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento il prossimo anno: se al primo schieramento appartengono i popolari spagnoli al secondo fa invece capo Vox. Ora, non è un mistero che il governo Meloni sia considerato il laboratorio di quest’eventuale alleanza europea. Un’alleanza guardata con simpatia anche da Washington, che punta a marginalizzare un Pse storicamente collocato su posizioni filorusse e filocinesi. Le elezioni spagnole di domenica rappresentano quindi un ulteriore passo verso l’intesa tra Ecr e Ppe. Così come un altro recente passo in quella direzione sono state le elezioni parlamentari greche, in cui il centrodestra di Nuova democrazia ha sonoramente sconfitto l’estrema sinistra di Syriza: quella Nuova democrazia, che appartiene al Ppe e il cui leader, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, intrattiene ottimi rapporti con la Meloni. Infine, ma non meno importante, va sottolineato che il governo Sánchez non ha tenuto in politica estera una linea esattamente atlantista. Si sono innanzitutto registrate forti tensioni tra il premier e Podemos sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Inoltre, il Psoe ha portato Madrid a flirtare con Pechino. Lo scorso marzo, Sánchez si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato Xi Jinping. Nell’occasione, i due leader hanno detto di voler promuovere «l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra Spagna e Cina». Magari Sánchez piacerà anche al Partito democratico americano per le sue posizioni fortemente progressiste. Ma c’è da scommettere che gli apparati a Washington saranno sollevati dalle elezioni anticipate spagnole. Dopo domenica, il Pse è ancora più debole. E la Meloni, a livello internazionale, ancora più centrale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/destra-trionfa-spagna-sanchez-dimette-2660718985.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-premia-il-no-al-lockdown" data-post-id="2660718985" data-published-at="1685404936" data-use-pagination="False"> Madrid premia il no al lockdown Tra i risultati delle elezioni spagnole di domenica spicca indubbiamente quello del Partito popolare nella comunità di Madrid. Guidato dalla presidentessa della comunità, la quarantaquattrenne Isabel Díaz Ayuso, questo schieramento è arrivato primo con il 41,7% dei voti. Al secondo posto si è collocato invece il Psoe con il 21,5% dei consensi. Insomma, un ottimo risultato per la Ayuso che è a capo della comunità dall’agosto del 2019 e che rappresenta di fatto uno degli astri nascenti del Partito popolare spagnolo. A livello internazionale, costei è diventata nota soprattutto per la sua gestione controcorrente della pandemia rispetto al governo del premier socialista, Pedro Sánchez. In particolare, la Ayuso ha cercato di evitare politiche sanitarie eccessivamente restrittive, opponendosi alla misura dei lockdown. Ne scaturì un contenzioso legale, finito davanti all’Alta corte di giustizia di Madrid, che diede fondamentalmente ragione alla presidentessa contro il governo centrale. Più in generale, la Ayuso sposa una visione politico-economica di stampo liberale e favorevole a una riduzione del carico fiscale. Era inoltre settembre del 2021, quando fu insignita del premio Bruno Leoni «per aver saputo immaginare e costruire una strategia di contrasto alla pandemia compatibile con la libertà individuale e la socialità delle persone, dimostrando che una società aperta e libera può affrontare la minaccia pandemica senza abbandonare i propri valori», recitava la motivazione. Nonostante la sua collocazione tendenzialmente a destra nel Partito popolare, lo scorso marzo la Ayuso ha rotto il suo asse politico con i nazionalisti di Vox, che le avevano fornito sino ad allora appoggio esterno. Alla base del dissidio vi era una differenza di vedute su una norma di carattere fiscale. Non è tuttavia escludibile che la Ayuso abbia agito anche in considerazione di una strategia politica. La diretta interessata potrebbe infatti avere intenzione di spostare i popolari maggiormente a destra e di contendere pertanto degli elettori a Vox. Bisognerà comunque capire se la situazione cambierà in vista delle elezioni generali di luglio: elezioni da cui potrebbe emergere un’alleanza strutturata tra Vox e popolari sul piano nazionale. Tutto questo, senza dimenticare che gli stessi Popolari sono arrivati primi anche alle elezioni municipali di Madrid, con il sindaco José Luis Martínez-Almeida che è stato riconfermato. Tornando alla Ayuso, non è certo l’unico giovane leader di orientamento conservatore che sta emergendo a livello internazionale. Pensiamo solo al quarantaquattrenne governatore della Florida, Ron DeSantis. Candidatosi recentemente alla nomination presidenziale repubblicana, anche lui ha portato avanti una politica avversa a lockdown e obblighi vaccinali: una linea in netto contrasto con quella promossa dall’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il «modello Florida», proposto recentemente dal governatore repubblicano, somiglia per certi versi alle ricette liberali della Ayuso a Madrid. Non a caso un parallelismo tra i due esponenti politici fu elaborato anche dal Miami Herald nel febbraio dell’anno scorso. Inoltre, a dicembre del 2021, le politiche pandemiche ed economiche della presidentessa della comunità di Madrid destarono l’interesse del Wall Street Journal: un quotidiano considerato piuttosto vicino allo stesso DeSantis. Giovani leader conservatori continuano a crescere sulle due sponde dell’Atlantico.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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