
Tra gli eurodeputati folgorati sulla via di Doha c’è un’eletta nelle liste del Movimento 5 stelle, Tiziana Beghin. A settembre del 2021 la deputata grillina ha preso parte alla trasferta in Qatar di una delegazione di eurodeputati, capitanata da una figura che, anche se non indagata, ricorre spesso nelle cronache del Qatargate. Parliamo dell’italobelga Marc Tarabella, vicepresidente della delegazione per le relazioni con la penisola araba e presidente dell’intergruppo Sport del Parlamento Ue. Le cronache del viaggio potrebbero imbarazzare non poco il leader dei grillini, Giuseppe Conte, che nei giorni scorsi ha più volte tuonato sulla vicenda. Al termine della visita infatti, la Beghin, che a Bruxelles fa parte del Comitato per il commercio internazionale/bilancio e dell’intergruppo Sport, ha dichiarato di essere rimasta colpita dai miglioramenti delle condizioni dei lavoratori. Non solo, la delegazione (che durante la vista ha incontrato il primo ministro e ministro dell’Interno Sheikh Khalid bin Khalifa bin Abdulaziz Al Thani e un certo numero di altri funzionari e rappresentanti della società civile) ha elogiato il Paese per i suoi progressi nelle riforme del lavoro e anche per i suoi sforzi umanitari per aiutare i rifugiati afghani. Ma è in un video datato 5 ottobre 2021 la Beghin si spertica in parole di elogio per il Qatar, che descrive come un Paese dove «soprattutto recentemente, grazie a una leadership cambiata nel 2013, con un emiro dalle idee un po’ più aperte rispetto al contesto di partenza» ha inserito «i mondiali in un percorso di crescita e di “deregionalizzazione” del Qatar». Per l’eurodeputata grillina, che ha detto di aver trovato il Qatar «molto cambiato rispetto a 10 anni prima», per arrivare al rispetto agli standard occidentali «molta strada dovrà ancora essere fatta». Ma «è altrettanto vero che il Qatar è il primo paese del Golfo ad aver abolito la Kafala, ad aver inserito un “basic salary”, ad aver cercato di iniziare una sorta di passo avanti verso una maggiore tutela dei lavoratori». Un percorso che però, più che con le autorità locali, si scontrerebbe con «la forte resistenza da parte di grandi aziende che sono abituate ad un regime lavorativo decisamente poco tutelante» che non vogliono ritrovarsi «in posizione di svantaggio rispetto ad altri paesi e ad altre aziende». Ma grazie anche «alla moral suasion dei Paesi occidentali» e al «tanto lavoro fatto a livello governativo» sta portando «anche i più reticenti a doversi adeguare».






