Deputata grillina e antimafia, già indagata per falso è a processo con la seconda identità
Ansa

L’incredibile storia di Piera Aiello, testimone contro la mafia dal 1991, scomparsa per vent’anni con un’altro nome, poi candidata con il Movimento 5 Stelle e quindi eletta a Montecitorio. I pm della procura di Sciacca hanno chiesto l’archiviazione per l’accusa di falso in atto pubblico, ma si ritrova imputata per aggressione a Roma con il nome che le ha dato lo Stato.

E’ la prima parlamentare nella storia della Repubblica italiana che ha lo status di testimone di giustizia, ma la parlamentare grillina Piera Aiello, paladina dell’antimafia, ora si ritrova sotto indagine per falso in atto pubblico dalla procura di Sciacca. Per di più, sempre lei, ma con un’altra identità, è sotto processo per aggressione a Roma, ma questa è un’altra storia. Del resto non è facile districarsi in questa vicenda a tratti surreale, quasi da commedia di Luigi Pirandello, dove però ci sono di mezzo temi delicati come la mafia e l’antimafia. Tutto incomincia nel 1991, quando il marito di Piera Aiello, il figlio del boss Vito Atria, viene ucciso. E’ il 24 giugno del 1991 e la futura parlamentare dei 5 Stelle decide di denunciare gli assassini del marito e inizia a collaborare con la giustizia. Cambia identità, viene spostata a vivere in un luogo sicuro. Aiuta i magistrati con coraggio. Ma alcune sue accuse poi non si rivelano efficaci per la giustizia, come quelle contro l’ex sindaco di Partanna Vincenzino Culicchia, poi assolto dall’accusa di associazione mafiosa: furono i giudici stessi a smontare l’impianto accusatorio.

A questo punto bisogna aspettare più di vent’anni per ritrovarla sui giornali. Di fondo non dovrebbe esistere più. Ha un nuovo nome e una nuova casa. Ricompare con il volto coperto, per ragioni di sicurezza, al fianco dell’allora governatore siciliano Rosario Crocetta. Quindi l’anno scorso si candida con i 5 Stelle, tra i malumori della base, come lei poi ha raccontato nelle ultime settimane. Concede interviste al Guardian dove racconta la sua vita. Ma ci sono alcune incongruenze. Il problema è il modo in cui viene portata avanti la sua candidatura dal punto di vista burocratico. Ad assisterla infatti è l’avvocato Giuseppe Gandolfo di Marsala, presidente di un’associazione antiracket di cui si è occupata anche la trasmissione Le Iene, sfiduciato persino dal figlio di Paolo Borsellino a usare il nome del padre in modo improprio. In pratica Gandolfo monetizza le costituzioni di parte civile nei processi di mafia, anche quelli fuori dalla sua regione: si è costituito anche a Roma al processo di Mafia Capitale. Aiello presiederà l’associazione per un anno, per poi lasciare e come spiegato alle Iene, «senza aver visto un soldo».

Il problema però è un altro. E lo ha ricostruito con dovizia di particolari Giacomo Di Girolamo, direttore del sito Tp24.it, che proprio in questi giorni sta pubblicando una serie di articoli di inchiesta sulla vicenda. Come mai una donna testimone di giustizia che dovrebbe aver cambiato identità è riuscita a candidarsi? E l’altra identità che fine ha fatto? Lei ha spiegato di avercela fatto dribblando la commissione centrale, anche perché il regolamento di candidatura è molto stringente. La legge prevede che «per evitare che persone prive dell’elettorato attivo partecipino alle elezioni in qualità di candidati e possano falsare i risultati della consultazione si richiede esplicitamente che la dichiarazione di presentazione della lista dei candidati sia corredata anche dei certificati nei quali si attesta che i candidati che fanno parte della lista sono iscritti nelle liste elettorali di un qualsiasi comune della Repubblica».

A quanto pare, secondo quanto hanno ricostruito i magistrati, a dare una mano è stato il comune di Partanna, per questo motivo è indagato anche un funzionario ora in pensione. La procura di Sciacca ha già ascoltato l’onorevole Aiello e ha chiesto l’archiviazione del caso, fidandosi probabilmente del fatto che sia lei sia il funzionario potessero essere all’oscuro dei requisiti. Ora dovrà decidere il gup se archiviare o meno. Eppure i dubbi restano. Come le domande inevase. Quale è stato il ruolo dell’avvocato Gandolfo in tutta questa vicenda? Perché Piera Aiello aveva un certificato elettorale che non poteva avere, in quanto non più presente il suo nome all’anagrafe dal momento che aveva deciso di collaborare con la giustizia. Il rischio è che la sua elezione sia dichiarata nulla. Non solo. Esponendosi così con il suo nome sta di fatto rinunciando al programma di protezione che lo Stato gli ha garantito negli anni con una nuova identità e una nuova residenza.

E a questo si aggiunge un’altra incongruenza. Sempre Tp24 ha scoperto che con la nuova identità Piera Aiello ha un processo in corso a Roma, per aggressione, dove è imputata. I fatti risalgono al 2015, mentre è imputata dal 2017, quindi già in contraddizione con il regolamento del Movimento 5 Stelle, che con tutta probabilità non sapeva neppure del procedimento. O meglio non è chiaro neanche questo punto. Del resto viene da domandarsi chi è davvero Piera Aiello. Di sicuro è una donna coraggiosa che ha combattuto la mafia, ma allo stesso tempo ci sono troppe lacune che lasciano ombre sulla sua candidatura.

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