- Il consigliere Hassett: «Recessione? La escludiamo al 100%. Più di dieci Paesi hanno proposto accordi molto buoni e sorprendenti». L’obiettivo è accelerare un’intesa con l’India. Ma la tensione con Pechino resta alta.
- Ancora incertezza sull’aliquota che sarà fissata per smartphone e pc. Il 3 maggio balzello del 25% sui componenti per automobili.
Lo speciale contiene due articoli.
Resta alta la tensione tra Washington e Pechino. Domenica, l’amministrazione Trump ha confermato, sì, che smatphone e tablet cinesi saranno esentati dai dazi reciproci. Tuttavia, è stato anche reso noto che questi prodotti saranno soggetti a tariffe ad hoc nell’arco di un mese o due. Senza trascurare che lo stesso Donald Trump ha chiarito che tali merci restano comunque soggette ai dazi al 20%, che erano stati imposti alla Cina a causa della crisi del fentanyl. L’inquilino della Casa Bianca ha inoltre fatto sapere che, entro pochi giorni, verrà annunciata l’aliquota tariffaria per l’importazione dei semiconduttori. Insomma, la guerra commerciale nel settore tecnologico non accenna a placarsi. E chiama inevitabilmente in causa un comparto delicato come quello delle terre rare.
Non a caso, proprio ieri il direttore del Consiglio economico nazionale degli Stati Uniti, Kevin Hassett, ha definito «preoccupante» la recente decisione cinese di bloccare l’export di alcuni minerali strategici. «I limiti alle terre rare vengono studiati con molta attenzione», ha affermato, per poi aggiungere: «Stiamo valutando tutte le opzioni in questo momento». Secondo quanto riferito dal New York Times, lo stop all’esportazione riguarda in particolare materiali necessari per la realizzazione di semiconduttori e componentistica relativa al settore automobilistico e aerospaziale. In questo quadro, sabato, il Financial Times ha riferito che la Casa Bianca starebbe redigendo un ordine esecutivo per accumulare metalli provenienti dalle profondità marine e contrastare così il predominio cinese nelle catene di approvvigionamento concernenti le terre rare: una rivelazione che, ieri, il ministero degli Esteri della Repubblica popolare ha commentato con irritazione.
Ma il duello tra Washington e Pechino prosegue anche a colpi di «diplomazia commerciale». Ieri, oltre a escludere «al 100%» l’eventualità di una recessione nel corso del 2025, Hassett ha anche affermato che, a seguito dei dazi, «più di dieci Paesi» avrebbero fatto agli Stati Uniti proposte di accordi commerciali «molto buone e sorprendenti»: proposte che sarebbero attualmente al vaglio dell’amministrazione americana. Dal canto suo, Xi Jinping, si è recato ieri in Vietnam, dove ha firmato 45 intese in ambito economico e tecnologico. Nell’occasione, il presidente cinese ha sostenuto che «il protezionismo non porta da nessuna parte», aggiungendo di voler promuovere una «cooperazione strategica globale» con il governo di Hanoi. Parole che evidentemente a Trump non sono piaciute: nel tardo pomeriggio italiano di ieri, ha infatti sostanzialmente accusato Cina e Vietnam di collaborare per danneggiare Washington.
Ricordiamo che originariamente il Vietnam era stato uno dei Paesi più colpiti dai dazi reciproci americani, proprio a causa dei suoi stretti legami economici con Pechino. Inoltre, la scorsa settimana, era stato reso noto che Hanoi e Washington avevano avviato delle trattative per siglare un accordo commerciale. Xi non vuole perdere l’influenza economica sul Vietnam e sui Paesi del Sudest asiatico: questo spiega il suo viaggio nell’area, così come, più in generale i suoi tentativi di avvicinamento all’Ue in funzione antiamericana. Tentativi a cui Trump guarda con fastidio, anche perché, in sede di negoziati, è deciso a chiedere un allentamento dei rapporti tra Bruxelles e il Dragone.
Ed è qui che si sta giocando una partita cruciale. Da una parte, Giorgia Meloni sta cercando di salvaguardare le relazioni transatlantiche; dall’altra, Francia, Germania e Spagna stanno cercando di spingere Bruxelles più vicino a Pechino. Si tratta di manovre filocinesi che non sfuggono alla Casa Bianca. Guarda caso, nonostante l’Ue abbia rimandato le ritorsioni tariffarie nei confronti di Washington al 14 luglio, ieri Trump è tornato a dire che l’Ue stessa sarebbe stata creata per approfittarsi degli Usa. Ha inoltre citato polemicamente l’Irlanda, mentre annunciava l’intenzione di imporre a breve dazi sull’import dei prodotti farmaceutici. «Le aziende farmaceutiche sono in Irlanda, in molti altri posti come la Cina. E tutto quello che devo fare è imporre un dazio. Più ce ne sono, più velocemente si trasferiscono qui», ha detto.
D’altronde, nella sua competizione con il Dragone, l’obiettivo di Trump resta duplice: isolare il più possibile Pechino sul piano del commercio internazionale e disaccoppiare l’economia americana da quella cinese. Il primo punto spiega perché Washington sta cercando di contendere il Vietnam alla Repubblica popolare. Il secondo spiega la volontà degli Usa di imporre tariffe ai semiconduttori e di ridurre la propria dipendenza in alcuni settori strategici. È sempre in quest’ottica «anticinese» che, la scorsa settimana, Trump aveva firmato una serie di ordini esecutivi volti a rilanciare l’industria del carbone e la cantieristica navale. Sullo sfondo si staglia infine la questione del dollaro. Trump vuole preservarne infatti il predominio: non a caso, a fine gennaio, aveva minacciato pesanti dazi contro i Brics, qualora questi ultimi avessero cercato di ricorrere a una valuta alternativa. È d’altronde anche per spaccare questo blocco che la Casa Bianca è in trattative con l’India: l’obiettivo è quello di concludere celermente un accordo commerciale con Nuova Delhi e spingere altri Paesi a seguire l’esempio.
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