Eurostretta su chi inquina. Così acciaio e alluminio ci costeranno il 20% in più

C’è un altro dazio occulto (a proposito delle tariffe imposte dall’Ue di cui tanto parla Trump) che l’Europa è pronta a mettere sulle merci che arrivano da fuori. Un dazio che secondo le stime degli studi di settore e delle varie associazioni di categoria coinvolte potrebbe comportare un aumento del costo di acciaio e alluminio di almeno il 20%, un ulteriore incremento della burocrazia e perdite di posti di lavoro. Parliamo del Cbam, acronimo che sta per Carbon border adjustment mechanism, cioè un meccanismo che ha l’obiettivo di «regolare» il transito di carbonio alla frontiera. Una tassa sulle importazioni di alcuni beni in base alle emissioni di carbonio generate durante la loro produzione. Se per produrre l’acciaio (ma tra i settori coinvolti ci sono anche i fertilizzanti, il cemento e l’alluminio) che importi in Europa hai inquinato troppo, paghi dazio alla frontiera. Semplice e complesso al tempo stesso perché la pratica è zavorrata da tutta una serie di orpelli burocratici che gravano sia sull’azienda che vende sia su chi acquista. L’obiettivo è il solito, ridurre al massimo le emissioni e rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Il senso è chiaro: tassando le produzioni inquinanti, io Europa evito che le aziende spostino le produzione nei Paesi con regole ambientali più blande, incentivo quindi la sostenibilità anche fuori dall’Ue e proteggo la competitività delle aziende europee facendo pagare il costo ambientale non solo al Vecchio continente, ma anche al resto del mondo.
Detta così sembra la panacea di tutti i mali, ma poi, come capita per la maggior parte delle regole Ue, tra la teoria e la pratica ci passa il mondo. Un mondo fatto spesso e volentieri di salassi per aziende e famiglie. Degli spiragli di ragionevolezza ci sono, tant’è che l’ entrata in vigore del Cbam potrebbe essere procrastinata. Dopo la fase transitoria iniziata a ottobre del 2023, la Commissione pensa di spostare l’adozione qualche mese in avanti: da inizio 2026 al febbraio 2027. E sta valutando di ammorbidirla. Motivi? Semplice, il commissario europeo per il clima Wopke Hoekstra si è reso conto che chiedere alle aziende di sopportare i costi di conformità e le relative spese, provoca aggravi sull’industria Ue che è già in sofferenza e quindi pensa di limitarne l’applicazione: su 200.000 aziende interessate circa 180.000 sarebbero esentate.
Siamo al livello delle proposte che devono passare ancora al vaglio del Parlamento. Ma almeno qualcosa si sta muovendo. Le modifiche al Cbam potrebbe riguardare soprattutto gli importatori di piccole quantità introducendo una soglia cumulativa annua di 50 tonnellate. Non solo. Perché anche le aziende che dovranno rispettare il Carbon border adjustment mechanism si vedrebbero la vita semplificata con facilitazioni per le autorizzazioni dei dichiaranti e la rendicontazione delle emissioni che verrebbero incorporate e non avrebbero quindi bisogno di nessun documento ad hoc.
Un po’ di semplifazione. Se sarà così lo vedremo nei prossimi mesi. Intanto restano le previsioni fosche di alcuni studi. In un non paper su industrie energivore e siderurgia presentato dall’Italia a Bruxelles si chiedeva di modificare il Cbam entrando nei dettagli. Si diceva che il periodo transitorio aveva comportato maggiori costi per i partner commerciali vulnerabili, con riduzione delle esportazioni verso l’Ue; effetti negativi su salari e occupazione in economie meno avanzate; effetti distorsivi sui partner commerciali principali; riduzione delle importazioni da Paesi come Cina e India, con rischio di dispute presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Un disastro che si moltiplicherebbe per 100 nel momento della sua entrata in vigore.
L’Italia e le associazioni di categoria si lamentano del fatto che per ogni merce importata, le imprese devono fornire dati sul sito in cui la merce è stata prodotta, il tipo di processo produttivo impiegato, le fonti emissive e le emissioni dirette e indirette di ciascun processo produttivo. Effetto diretto di questa complessità è stato il blocco della piattaforma cui inviare i dati. C’è da sperare che questo sistema cambi. Così come c’è da sperare che in un contesto di tensioni geopolitiche internazionali l’applicazione dello strumento non sortisca un effetto opposto a quello cercato. Dal 2020 al 2023 le importazioni Ue di alluminio dalla Russia sono passate da 840.000 tonnellate a 567.000 tonnellate. Il gap è stato colmato dall’India. Con un piccolo particolare, l’alluminio russo è prodotto per la gran parte con energia da idroelettrico, quello indiano da fonti fossili. Insomma, al prezzo fissato dai mercati internazionali si aggiungerebbe quello del carbonio incorporato. E si spera ancora che le previsioni sui prezzi dei permessi di emissione di Bloomberg e di Goldman Sachs su acciaio e alluminio non si avverino. L’agenzia dice che rischiamo di passare dagli 80 euro del 2023 (a fronte dei 15 dollari la tonnellata dei permessi di emissione americani) ai 150 euro del 2030. Per la banca d’affari il Cbam comporterà un aumento del costo dell’acciaio del 15-30% e dell’alluminio del 7-20%, provenienti dalla zona Asia-Pacifico.
A conferma che i veri dazi sono quelli che l’Europa si è auto-imposta.






