Davide Tabarelli: «Tra Medio Oriente e Green deal rischiamo il default energetico»

«È una follia pensare che l’economia possa girare utilizzando solo le rinnovabili. Tutti vogliamo un pianeta più pulito, ma bisogna essere realisti. A cominciare da questa crociata contro il motore endotermico. Mi auguro che la prossima Commissione europea abolisca il divieto di vendere le vetture a benzina o rinvii le scadenze. Anche il diesel, così demonizzato, ha ancora tante potenzialità». Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, non teme l’ira degli ambientalisti. «Il petrolio non si può abbandonare, anzi, bisogna continuare le perforazioni perché altrimenti i prezzi salgono e chi soffre di più sono i poveri».
L’Iran controlla lo stretto di Hormuz, cosa può succedere ai prezzi di petrolio e gas se dovesse decidere la chiusura?
«È qualcosa di difficile da immaginare, sarebbe un’apocalisse sui mercati, perché improvvisamente avremmo una scarsità fisica di materia prima come mai si è verificata, quella sempre temuta fin dalla rivoluzione iraniana del 1979 e dalla successiva guerra con l’Iraq. È da allora che con regolarità si riaffaccia questo spettro. L’Iran è una minaccia da decenni e ci si attende sempre qualche problema dallo stretto di Hormuz, dove passa il 40% dei volumi di greggio scambiati nel mondo. Voglio ricordare che il prezzo si fa sugli scambi, che sono complessivamente 40 milioni di barili al giorno, su una domanda globale di 102 milioni. Se l’Iran facesse qualcosa di militarmente importante, il prezzo del petrolio andrebbe oltre i 250 dollari e la benzina verso i 3 euro. È un’ipotesi estrema, ma per quanto improbabile, scatena la paura e pertanto aiuta a tenere alti i prezzi».
Dal punto di vista dell’impatto sul mercato energetico, la guerra in Medio Oriente ha ricadute più pesanti di quella ucraina?
«Per il momento no, ma dipende dalla durata e da quello che accadrà. L’Europa importa molto gas naturale liquefatto dal Medio Oriente e questo creerà qualche ripercussione sulle bollette di luce e gas, con possibile aumento prossimamente, dopo mesi di normalizzazione. Infatti, dai minimi di 25 euro per Megawattora siamo già risaliti in questi giorni a 32. L’Ue ha sofferto molto l’impatto della guerra ucraina, con i prezzi del gas che sono passati da 20 a 300 euro per Megawattora, mentre negli Usa hanno oscillato intorno ai 10 dollari. L’impatto maggiore l’Ue finora l’ha avuto dalla guerra in Ucraina poiché è terribilmente esposta alla dipendenza energetica».
Questo scenario potrebbe condizionare la politica monetaria?
«La Bce e la Fed sono sempre a caccia di pretesti per ritardare l’abbassamento dei tassi. Non mi stupirei se cogliessero la palla al balzo della tensione in Medio Oriente per giustificare di non tagliare, dicendo che l’inflazione aumenterà».
Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina abbiamo cercato e trovato altre fonti di approvvigionamento, sarà così anche per il Medio Oriente?
«Abbiamo trovato in parte nuovi fornitori di gas. Ma soprattutto abbiamo reagito tagliando i consumi, anche perché siamo entrati in un periodo di bassa crescita economica. Sostituire il Medio Oriente? Impossibile, perché si tratta di petrolio e non esiste al mondo un’area così ricca di questa materia prima. È dagli choc petroliferi degli anni Settanta che proviamo a liberarci da questo legame, ma senza risultati. E per noi europei, che dipendiamo per il 97% dei nostri consumi dalle importazioni sono pessime notizie, oggi come 50 anni fa».
L’Italia potrà mai arrivare all’indipendenza energetica?
«È una chimera, ma qualcosa si può fare per migliorare la nostra strutturale dipendenza. È un percorso avviato negli ultimi 40 anni a partire dalle crisi energetiche degli anni Settanta. Un po’ di merito va anche alle fonti rinnovabili, ma certo puntare solo su queste sarebbe una follia. Abbiamo bisogno del gas nazionale, servirebbero più perforazioni. È un delitto economico avere delle riserve che possiamo quantificare cautelativamente in 40 miliardi, ma sicuramente molte di più e non sfruttarle pienamente, rinunciando ad avere una produzione che potrebbe aumentare subito di 3 miliardi di metri cubi all’anno. Farebbe aumentare il Pil».
I prezzi della benzina continuano a salire. I mercati hanno già scommesso sull’incapacità di risolvere il conflitto in Medio Oriente in breve tempo?
«No, si è già fermata la spinta al rialzo. I prezzi hanno già scontato l’evento negativo dell’attacco iraniano che, però, ha dimostrato tutta l’incapacità di Teheran di competere militarmente con Israele e i suoi alleati. Per il momento sembra tutto in stallo, ma non è detto che continui a lungo».
Alla luce della crisi sui due fronti, Ucraina e Israele, non sarebbe opportuno rivedere le scadenze del Green deal per non suicidarci?
«Le scadenze sono irrealizzabili, anche se le spostiamo in avanti non cambia molto, quello che conta è diventare più realisti e cercare di raddrizzare le politiche più su prezzi e sicurezza e meno sulle suggestioni ecologiste».
Quali obiettivi del Green deal sono inattuabili e dannosi per le imprese?
«Quelli che fanno aumentare i prezzi dell’energia, molto semplicemente, attraverso ad esempio il costo dei permessi di emissione della CO2 che noi paghiamo 70 euro e i cinesi 10 euro. Se l’obiettivo è globale, allora dobbiamo stare attenti che le nostre imprese non siano le uniche a pagare il conto salato. Ma ciò non vuole dire smettere di consumare meglio e inquinare meno. Continuiamo, ma con più criterio. Non possiamo dimenticarci che i prezzi che le nostre imprese pagano per l’elettricità sono di gran lunga superiori a quelli della Cina e degli Stati Uniti e questo incide sulla competitività».
Quali errori ha commesso Bruxelles sulla politica energetica e la transizione ecologica?
«Non sono proprio errori. Anzi, li trovo manifestazione di democrazia ricca, opulenta e fortemente acculturata, ma anche troppo distante dalla realtà. È da irresponsabili pensare di puntare solo sulle energie alternative. È un’illusione credere che, nel giro di qualche anno, andremo tutti con le auto elettriche. Per cui dico: bene fare quanto possibile per ridurre il consumo di combustibili derivanti dal petrolio. Lo dobbiamo alla nostra salute e all’ambiente. Azzardo anche che è giusto consentire solo l’elettrico nella mobilità urbana. Ottimo puntare su energia solare, idrogeno, nucleare, biocarburanti e quant’altro, ma bisogna assolutamente investire ancora nella produzione di petrolio in Africa e in altri Paesi ricchi di oro nero, per non dipendere troppo dall’Arabia Saudita. Abbiamo mandato al Parlamento rappresentanti sensibili sulla questione del cambiamento climatico e allora hanno messo in atto la rivoluzione verde. La stessa presidente della Commissione ha paragonato il suo patto verde alla missione sulla Luna. Ecco che come in tutte le rivoluzioni le cose non vanno tutte per il verso giusto».
Quali dovrebbero essere le priorità della nuova maggioranza post elezioni europee?
«Innanzitutto non buttare acqua sporca con il bambino e togliere il divieto della fine delle vendite delle auto termiche, fare scendere i prezzi della CO2 semplicemente aggiustando i meccanismi di un mercato che è molto politico. Certo continuare ancora sulla decarbonizzazione, sostenere ancora eolico e fotovoltaico, ma magari fatto in casa, non solo in Cina. A dire il vero sono tutte cose su cui, in ritardo, sta cercando di recuperare anche la Commissione attuale, ad esempio con il Carbon boarder adjustment mechanism, un dazio sulle importazioni, cosa che non è mai bella per chi si dichiara, come noi europei, liberisti».
Quindi no al divieto di produrre auto a benzina?
«Abbiamo enormi possibilità di migliorare ancora il motore termico, abbiamo abbandonato il diesel che ha ancora grandi potenzialità ed è un gioiello europeo. E poi diciamo la verità: con l’auto termica hai libertà, mentre con l’elettrica c’è la limitazione della percorrenza e dei tempi di ricarica. Per le piccole percorrenze va benissimo, per chi ha la fortuna di avere una villetta e ha fatto il 110 per mettere su il pannello sul tetto. Ma chi vive in condominio no».
La competizione commerciale con la Cina è una battaglia persa in partenza?
«Sì, almeno se facciamo finta di non vedere che il lavoro da loro rasenta la schiavitù rispetto al nostro o che l’elettricità per fare il mio pc, come le batterie, viene dalla produzione da carbone. Hanno economie di scala gigantesche, politiche chiare, quasi assenza di regole ambientali. Sono imbattibili».
Il nucleare è un capitolo definitivamente chiuso?
«Ma che chiuso, è la prima fonte di produzione elettrica in Europa con il 23%, grazie soprattutto ai 56 reattori nucleari della Francia. Su questo deve puntare l’Europa se vuole veramente ridurre le emissioni di CO2 e garantire crescita economica. Il calo delle emissioni è dovuto anche a una crescita asfittica o assente, come nel caso dell’anello più debole dell’Unione, ovvero l’Italia. Per fare tanta elettrificazione, come giustamente richiede la transizione, dai trasporti alle pompe di calore, serve più elettricità e le sole rinnovabili non ce la faranno. Serve il nucleare ed è un dovere dirlo nel Paese di Enrico Fermi».






