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2021-03-02
Dal nylon ripescato in mare alla pelle mela: il green è il nuovo colore del lusso
È la «sciura milanese» la donna più di moda del prossimo inverno. Borghese nell'anima, sa come vestire, come ingioiellarsi, come porsi. Mette, magari, un Fay active con un abito super sexy di N21 di Alessandro Dell'Acqua. Abbinare è un imperativo. La moda guarda a lei, al suo stile che resiste al tempo e travalica i confini. Ed è sempre lei che pone molta attenzione all'ambiente, ancora di più in era Covid. Questa la tendenza della Milano fashion week, che si è chiusa ieri. Come dice Claudio Marenzi, patron di Herno, «la sostenibilità deve diventare un non tema, essere la normalità». Per ora non è così per tutti e la parola sostenibilità è solo un termine di «moda», quando non ci sono altri argomenti per descrivere un prodotto. Ma Marenzi ciò che dice fa e con la sua linea Herno Globe ha dato e dà il meglio. Il filo conduttore è una storia autenticamente green iniziata in casa Herno da oltre un decennio e che si potrebbe definire made in lago Maggiore. Si comincia dal nylon che si decompone in materia organica in soli cinque anni rispetto ai 50 del comune nylon, fino al nylon riciclato partendo dalle reti da pesca recuperate dai mari del mondo e dai tappeti destinati alla discarica. Così la lana riciclata e la piuma rigenerata.
La sostenibilità, come dimostra Herno, è sempre più glamour. Parola magica per Tod's nella collezione disegnata da un magistrale Walter Chiapponi, capace di dare una svolta stilistica al brand di Diego Della Valle. Alla base eleganza, sofisticatezza, ricercatezza, citazioni couture e grande cultura che già si respira nel coinvolgente video di presentazione girato a Casa Corbellini-Wassermann (1934-36) disegnata da Piero Portaluppi e oggi galleria di Massimo De Carlo. Materiali eccelsi diventano piumini a «forme estreme come un tubino» e con colli a gorgiera, gonne grembiule di pelle o di batista trasparente, trench oversize, camicie con fiocchi. Le borse, da molto grandi a piccole, (TTimeless e Oboe) sono la summa del più alto artigianato, requisito essenziale di ogni oggetto Tod's. Si va a teatro con Valentino che sceglie il Piccolo Teatro mentre Msgm ambienta il suo straordinario video al Teatro Manzoni. Un progetto di moda di Massimo Giorgetti che accomuna l'arte e la musica, che guarda all'energia dei giovani capaci di riavvolgere il nastro (le modelle vanno all'indietro) e ripartire con la massima energia vestiti di colore, di vinile riciclato, econappa e ecopelliccia. Si cambia totalmente atmosfera da Elisabetta Franchi, che sceglie di girare il suo video in un maneggio. Ovvio che lo stile sia quello da cavallerizza, un'eleganza aristocratica che va dal rigore di giacche perfette a camicie con stampa a staffe, fino alla sexy amazzone in gonne soleil, mini e cuissards, raffinati abiti da sera.
Elementi che rimandano all'equitazione e dall'aria british anche da Eleventy, marchio ben noto per i tessuti di pregio sempre utilizzati per capi sartoriali. Questa volta presenta una lana davvero speciale 14 micron, ovvero lavorata con aghi sottilissimi con cui si facevano le calze. Risultato, cappotti e giacche/camicia (uno dei capi clou) impalpabili, fusione di confort e sartorialità. «È tornata la voglia di vestire bene», spiega Paolo Zuntini, cofondatore del brand con Marco Baldassari, «il made in Italy anche negli accessori made in Marche». Si chiama «pelle mela» ed è ottenuta dagli scarti delle mele il materiale della serie di borse di Genny, marchio disegnato da Sara Cavazza, da sempre molto attenta alla sostenibilità. Nella collezione sono tante le orchidee, il fiore del brand, che si fa stampa, bottoni, intarsi. E poi le farfalle che diventano perfino in 3D. Gli smoking sono un leit motiv accanto ad abiti da sera che rispecchiano la voglia di tornare alla vita normale.
Gilberto Calzolari è sempre stato coerente sul tema del rispetto dell'ambiente. Ha ambientato la sua capsule al Teatro Parenti per solidarietà con i teatri chiusi. E punta su lane maschili Eco in lana riciclata e antibatterica; su tessuti fondi di magazzino che verrebbero buttati. Filati naturali come alpaca, mohair da Momonì. Belle le sete disegnate a stampe lacustri e i cappottoni vestaglia da abbinare a pantaloni jogging e felpe. Lana compatta invece, da Calcaterra. Si passa al cashmere e lane da Cividini, che unisce la preziosità dei materiali alla cultura: maglie con disegni ispirati liberamente a quadri e opere dei musei. Il prossimo inverno ci si potrà scaldare con le pellicce finte. Quelle di Alabama Muse, disegnate da Alice Gentilucci, sono da toccare per credere. Lavorate con stile sartoriale, sono un tutt'uno di intarsi e patchwork e colori. Anche da Oof la pelliccia è magistralmente fake. Altra musica da Moorer, dove la qualità di capospalla premium luxury è fatta di piuma e fibre pregiate come cachemire e cincillà, lana vergine e angora per proposte a dir poco esclusive, sia da donna che da uomo. Simonetta Ravizza vede in Jane Birkin la sua musa ispiratrice. Quindi moda di carattere con montoni taglio over color arancio, stampe giraffa, cappotti e piumini in cachemire e in morbida «pelle guanto». Chiara Boni, con il suo jersey sostenibile, ha creato la Leisure collection, una serie di capi comfy super performanti come pantaloni palazzo, dalla vestibilità skinny o baggy con elastico in vita da portare con top, bluse e bomber. Per Luisa Spagnoli il must di stagione è la tuta, in jersey di lana stretch o raso stampato da alternare ad abiti di lana merino con orlo a balza. Cristina Parodi e Daniela Palazzi hanno creato Crida, storia di moda e amicizia tra donne, dove il capo emblema è l'abito. Le camicie più belle, e non solo, sono firmate shi.RT di Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, che mescolano motivi geometrici a madras e scozzesi.
Lavinia Biagiotti ha presentato la nuova collezione Laura Biagiotti con un corto girato al Museo dell'Ara Pacis. «L'Ara Pacis», ha detto Lavinia, «è un luogo fortemente evocativo e significativo: simbolo dell'inizio di una nuova era di prosperità, intreccia una trama tra passato e futuro. Lì è nata l'età d'oro di Augusto». Si volta pagina con Blumarine disegnata da Nicola Brognano, dove si scorda il momento: luccichii, trasparenze, desiderio di sedurre sono un remake del marchio visto con gli occhi pop del giovane stilista. Antonio Marras è il più felice di tutti: gira il video nella sua Sardegna. E gli fa il pari Daniel Del Core, alla sua prima esperienza in passerella. Anche l'unica fisica. Una haute couture degli anni a venire. Scolastica, Philosophy di Lorenzo Serafini.
La scarpa torna con i piedi per terra
Ridurre, riutilizzare, riciclare. Ripensare, ridisegnare, rispettare. La nuova filosofia della moda ha ingranato la marcia e arriva nella collezione Hogan-3r, realizzata con amore verso la terra e le persone che la abitano, fatta con materiali riciclati pensati per creare un prodotto di qualità e valore.
«Come azienda abbiamo la responsabilità di promuovere processi innovativi di sostenibilità ambientale, oltre che sociale, nell'interesse di salvaguardare il nostro pianeta e il suo delicato equilibrio», ha spiegato Andrea Della Valle, presidente di Hogan e vicepresidente del Gruppo Tod's. «È in atto un importante cambiamento socioculturale. Insieme alle nuove generazioni, sempre più informate e impegnate, dobbiamo condividere non solo valori ma anche azioni. Dobbiamo farlo con la consapevolezza che ogni piccolo passo intrapreso oggi costituisce le fondamenta per un futuro migliore». Incentivare percorsi progettuali innovativi, privilegiare scelte di qualità, funzionalità ed estetica, favorendo l'heritage alle tendenze, sono elementi che da sempre fanno parte delle virtù di Hogan. «A powerful environmental collage» è il titolo del videoclip firmato dall'artista inglese Quentin Jones per Hogan. La nuova sneaker Hogan-3r è realizzata con un particolare materiale composto da pellami rigenerati e plastiche riciclate. Innovativo design 3D per le suole ultraleggere con caratteristico logo H passante su tomaia e battistrada, prodotte dal recupero di scarti industriali che prevengono lo smaltimento dei rifiuti.
I pilastri di Geox come traspirabilità, termoregolazione e impermeabilità, che significano salvaguardia del benessere di un pubblico evoluto e consapevole, finiscono in una collezione trendy. Décolleté o stivali alla caviglia e al ginocchio in pelle stampa cocco, ma anche décolleté in suede o stivali in nappa alti o bassi con fascia elastica rappresentano la collezione del prossimo inverno. Il tema della sostenibilità è sempre più rilevante per Geox e il debutto della calzatura Spherica in versione green rappresenta il manifesto dell'impegno del brand in questa direzione. Tecnologia e sostenibilità si coniugano nella sneaker dall'attitude sportiva, perfetto complemento di un look casual. «In un momento di difficoltà che non è solo italiano ma del mondo, siamo l'unica azienda italiana del settore che ha una distribuzione diretta a livello mondiale in 100 Paesi, con negozi e corner», spiega Mario Moretti Polegato, presidente di Geox, «vogliamo mantenere questa nostra posizione ma occorre gestirla in maniera diversa da come abbiamo fatto finora. C'è un processo al quale stiamo lavorando. Mezzo milione di paia di scarpe vendute vuol dire che la tecnologia abbinata al gusto è vincente». Philippe Model Paris, brand francese leader nel segmento sneaker high-end, ha lanciato, in occasione dei Mondiali di sci di Cortina d'Ampezzo, Rocx, la nuova sneaker, realizzata in limited, ispirata al mondo del trekking e della montagna.
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La Fashion week di Milano propone una donna sempre più innamorata dello stile e dell'ambiente. In una sintesi estrema tra materiali di pregio e tessuti di scartoTod's lancia la sneaker Hogan-3r realizzata con pellami rigenerati e plastiche riciclate.Il manifesto dell'impegno di Geox si chiama Spherica e non rinuncia a essere trendyLo speciale contiene due articoliÈ la «sciura milanese» la donna più di moda del prossimo inverno. Borghese nell'anima, sa come vestire, come ingioiellarsi, come porsi. Mette, magari, un Fay active con un abito super sexy di N21 di Alessandro Dell'Acqua. Abbinare è un imperativo. La moda guarda a lei, al suo stile che resiste al tempo e travalica i confini. Ed è sempre lei che pone molta attenzione all'ambiente, ancora di più in era Covid. Questa la tendenza della Milano fashion week, che si è chiusa ieri. Come dice Claudio Marenzi, patron di Herno, «la sostenibilità deve diventare un non tema, essere la normalità». Per ora non è così per tutti e la parola sostenibilità è solo un termine di «moda», quando non ci sono altri argomenti per descrivere un prodotto. Ma Marenzi ciò che dice fa e con la sua linea Herno Globe ha dato e dà il meglio. Il filo conduttore è una storia autenticamente green iniziata in casa Herno da oltre un decennio e che si potrebbe definire made in lago Maggiore. Si comincia dal nylon che si decompone in materia organica in soli cinque anni rispetto ai 50 del comune nylon, fino al nylon riciclato partendo dalle reti da pesca recuperate dai mari del mondo e dai tappeti destinati alla discarica. Così la lana riciclata e la piuma rigenerata.La sostenibilità, come dimostra Herno, è sempre più glamour. Parola magica per Tod's nella collezione disegnata da un magistrale Walter Chiapponi, capace di dare una svolta stilistica al brand di Diego Della Valle. Alla base eleganza, sofisticatezza, ricercatezza, citazioni couture e grande cultura che già si respira nel coinvolgente video di presentazione girato a Casa Corbellini-Wassermann (1934-36) disegnata da Piero Portaluppi e oggi galleria di Massimo De Carlo. Materiali eccelsi diventano piumini a «forme estreme come un tubino» e con colli a gorgiera, gonne grembiule di pelle o di batista trasparente, trench oversize, camicie con fiocchi. Le borse, da molto grandi a piccole, (TTimeless e Oboe) sono la summa del più alto artigianato, requisito essenziale di ogni oggetto Tod's. Si va a teatro con Valentino che sceglie il Piccolo Teatro mentre Msgm ambienta il suo straordinario video al Teatro Manzoni. Un progetto di moda di Massimo Giorgetti che accomuna l'arte e la musica, che guarda all'energia dei giovani capaci di riavvolgere il nastro (le modelle vanno all'indietro) e ripartire con la massima energia vestiti di colore, di vinile riciclato, econappa e ecopelliccia. Si cambia totalmente atmosfera da Elisabetta Franchi, che sceglie di girare il suo video in un maneggio. Ovvio che lo stile sia quello da cavallerizza, un'eleganza aristocratica che va dal rigore di giacche perfette a camicie con stampa a staffe, fino alla sexy amazzone in gonne soleil, mini e cuissards, raffinati abiti da sera. Elementi che rimandano all'equitazione e dall'aria british anche da Eleventy, marchio ben noto per i tessuti di pregio sempre utilizzati per capi sartoriali. Questa volta presenta una lana davvero speciale 14 micron, ovvero lavorata con aghi sottilissimi con cui si facevano le calze. Risultato, cappotti e giacche/camicia (uno dei capi clou) impalpabili, fusione di confort e sartorialità. «È tornata la voglia di vestire bene», spiega Paolo Zuntini, cofondatore del brand con Marco Baldassari, «il made in Italy anche negli accessori made in Marche». Si chiama «pelle mela» ed è ottenuta dagli scarti delle mele il materiale della serie di borse di Genny, marchio disegnato da Sara Cavazza, da sempre molto attenta alla sostenibilità. Nella collezione sono tante le orchidee, il fiore del brand, che si fa stampa, bottoni, intarsi. E poi le farfalle che diventano perfino in 3D. Gli smoking sono un leit motiv accanto ad abiti da sera che rispecchiano la voglia di tornare alla vita normale. Gilberto Calzolari è sempre stato coerente sul tema del rispetto dell'ambiente. Ha ambientato la sua capsule al Teatro Parenti per solidarietà con i teatri chiusi. E punta su lane maschili Eco in lana riciclata e antibatterica; su tessuti fondi di magazzino che verrebbero buttati. Filati naturali come alpaca, mohair da Momonì. Belle le sete disegnate a stampe lacustri e i cappottoni vestaglia da abbinare a pantaloni jogging e felpe. Lana compatta invece, da Calcaterra. Si passa al cashmere e lane da Cividini, che unisce la preziosità dei materiali alla cultura: maglie con disegni ispirati liberamente a quadri e opere dei musei. Il prossimo inverno ci si potrà scaldare con le pellicce finte. Quelle di Alabama Muse, disegnate da Alice Gentilucci, sono da toccare per credere. Lavorate con stile sartoriale, sono un tutt'uno di intarsi e patchwork e colori. Anche da Oof la pelliccia è magistralmente fake. Altra musica da Moorer, dove la qualità di capospalla premium luxury è fatta di piuma e fibre pregiate come cachemire e cincillà, lana vergine e angora per proposte a dir poco esclusive, sia da donna che da uomo. Simonetta Ravizza vede in Jane Birkin la sua musa ispiratrice. Quindi moda di carattere con montoni taglio over color arancio, stampe giraffa, cappotti e piumini in cachemire e in morbida «pelle guanto». Chiara Boni, con il suo jersey sostenibile, ha creato la Leisure collection, una serie di capi comfy super performanti come pantaloni palazzo, dalla vestibilità skinny o baggy con elastico in vita da portare con top, bluse e bomber. Per Luisa Spagnoli il must di stagione è la tuta, in jersey di lana stretch o raso stampato da alternare ad abiti di lana merino con orlo a balza. Cristina Parodi e Daniela Palazzi hanno creato Crida, storia di moda e amicizia tra donne, dove il capo emblema è l'abito. Le camicie più belle, e non solo, sono firmate shi.RT di Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, che mescolano motivi geometrici a madras e scozzesi. Lavinia Biagiotti ha presentato la nuova collezione Laura Biagiotti con un corto girato al Museo dell'Ara Pacis. «L'Ara Pacis», ha detto Lavinia, «è un luogo fortemente evocativo e significativo: simbolo dell'inizio di una nuova era di prosperità, intreccia una trama tra passato e futuro. Lì è nata l'età d'oro di Augusto». Si volta pagina con Blumarine disegnata da Nicola Brognano, dove si scorda il momento: luccichii, trasparenze, desiderio di sedurre sono un remake del marchio visto con gli occhi pop del giovane stilista. Antonio Marras è il più felice di tutti: gira il video nella sua Sardegna. E gli fa il pari Daniel Del Core, alla sua prima esperienza in passerella. Anche l'unica fisica. Una haute couture degli anni a venire. Scolastica, Philosophy di Lorenzo Serafini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dal-nylon-ripescato-in-mare-alla-pelle-mela-il-green-e-il-nuovo-colore-del-lusso-2650845092.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-scarpa-torna-con-i-piedi-per-terra" data-post-id="2650845092" data-published-at="1614623367" data-use-pagination="False"> La scarpa torna con i piedi per terra Ridurre, riutilizzare, riciclare. Ripensare, ridisegnare, rispettare. La nuova filosofia della moda ha ingranato la marcia e arriva nella collezione Hogan-3r, realizzata con amore verso la terra e le persone che la abitano, fatta con materiali riciclati pensati per creare un prodotto di qualità e valore. «Come azienda abbiamo la responsabilità di promuovere processi innovativi di sostenibilità ambientale, oltre che sociale, nell'interesse di salvaguardare il nostro pianeta e il suo delicato equilibrio», ha spiegato Andrea Della Valle, presidente di Hogan e vicepresidente del Gruppo Tod's. «È in atto un importante cambiamento socioculturale. Insieme alle nuove generazioni, sempre più informate e impegnate, dobbiamo condividere non solo valori ma anche azioni. Dobbiamo farlo con la consapevolezza che ogni piccolo passo intrapreso oggi costituisce le fondamenta per un futuro migliore». Incentivare percorsi progettuali innovativi, privilegiare scelte di qualità, funzionalità ed estetica, favorendo l'heritage alle tendenze, sono elementi che da sempre fanno parte delle virtù di Hogan. «A powerful environmental collage» è il titolo del videoclip firmato dall'artista inglese Quentin Jones per Hogan. La nuova sneaker Hogan-3r è realizzata con un particolare materiale composto da pellami rigenerati e plastiche riciclate. Innovativo design 3D per le suole ultraleggere con caratteristico logo H passante su tomaia e battistrada, prodotte dal recupero di scarti industriali che prevengono lo smaltimento dei rifiuti. I pilastri di Geox come traspirabilità, termoregolazione e impermeabilità, che significano salvaguardia del benessere di un pubblico evoluto e consapevole, finiscono in una collezione trendy. Décolleté o stivali alla caviglia e al ginocchio in pelle stampa cocco, ma anche décolleté in suede o stivali in nappa alti o bassi con fascia elastica rappresentano la collezione del prossimo inverno. Il tema della sostenibilità è sempre più rilevante per Geox e il debutto della calzatura Spherica in versione green rappresenta il manifesto dell'impegno del brand in questa direzione. Tecnologia e sostenibilità si coniugano nella sneaker dall'attitude sportiva, perfetto complemento di un look casual. «In un momento di difficoltà che non è solo italiano ma del mondo, siamo l'unica azienda italiana del settore che ha una distribuzione diretta a livello mondiale in 100 Paesi, con negozi e corner», spiega Mario Moretti Polegato, presidente di Geox, «vogliamo mantenere questa nostra posizione ma occorre gestirla in maniera diversa da come abbiamo fatto finora. C'è un processo al quale stiamo lavorando. Mezzo milione di paia di scarpe vendute vuol dire che la tecnologia abbinata al gusto è vincente». Philippe Model Paris, brand francese leader nel segmento sneaker high-end, ha lanciato, in occasione dei Mondiali di sci di Cortina d'Ampezzo, Rocx, la nuova sneaker, realizzata in limited, ispirata al mondo del trekking e della montagna.
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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