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2021-03-02
Dal nylon ripescato in mare alla pelle mela: il green è il nuovo colore del lusso
È la «sciura milanese» la donna più di moda del prossimo inverno. Borghese nell'anima, sa come vestire, come ingioiellarsi, come porsi. Mette, magari, un Fay active con un abito super sexy di N21 di Alessandro Dell'Acqua. Abbinare è un imperativo. La moda guarda a lei, al suo stile che resiste al tempo e travalica i confini. Ed è sempre lei che pone molta attenzione all'ambiente, ancora di più in era Covid. Questa la tendenza della Milano fashion week, che si è chiusa ieri. Come dice Claudio Marenzi, patron di Herno, «la sostenibilità deve diventare un non tema, essere la normalità». Per ora non è così per tutti e la parola sostenibilità è solo un termine di «moda», quando non ci sono altri argomenti per descrivere un prodotto. Ma Marenzi ciò che dice fa e con la sua linea Herno Globe ha dato e dà il meglio. Il filo conduttore è una storia autenticamente green iniziata in casa Herno da oltre un decennio e che si potrebbe definire made in lago Maggiore. Si comincia dal nylon che si decompone in materia organica in soli cinque anni rispetto ai 50 del comune nylon, fino al nylon riciclato partendo dalle reti da pesca recuperate dai mari del mondo e dai tappeti destinati alla discarica. Così la lana riciclata e la piuma rigenerata.
La sostenibilità, come dimostra Herno, è sempre più glamour. Parola magica per Tod's nella collezione disegnata da un magistrale Walter Chiapponi, capace di dare una svolta stilistica al brand di Diego Della Valle. Alla base eleganza, sofisticatezza, ricercatezza, citazioni couture e grande cultura che già si respira nel coinvolgente video di presentazione girato a Casa Corbellini-Wassermann (1934-36) disegnata da Piero Portaluppi e oggi galleria di Massimo De Carlo. Materiali eccelsi diventano piumini a «forme estreme come un tubino» e con colli a gorgiera, gonne grembiule di pelle o di batista trasparente, trench oversize, camicie con fiocchi. Le borse, da molto grandi a piccole, (TTimeless e Oboe) sono la summa del più alto artigianato, requisito essenziale di ogni oggetto Tod's. Si va a teatro con Valentino che sceglie il Piccolo Teatro mentre Msgm ambienta il suo straordinario video al Teatro Manzoni. Un progetto di moda di Massimo Giorgetti che accomuna l'arte e la musica, che guarda all'energia dei giovani capaci di riavvolgere il nastro (le modelle vanno all'indietro) e ripartire con la massima energia vestiti di colore, di vinile riciclato, econappa e ecopelliccia. Si cambia totalmente atmosfera da Elisabetta Franchi, che sceglie di girare il suo video in un maneggio. Ovvio che lo stile sia quello da cavallerizza, un'eleganza aristocratica che va dal rigore di giacche perfette a camicie con stampa a staffe, fino alla sexy amazzone in gonne soleil, mini e cuissards, raffinati abiti da sera.
Elementi che rimandano all'equitazione e dall'aria british anche da Eleventy, marchio ben noto per i tessuti di pregio sempre utilizzati per capi sartoriali. Questa volta presenta una lana davvero speciale 14 micron, ovvero lavorata con aghi sottilissimi con cui si facevano le calze. Risultato, cappotti e giacche/camicia (uno dei capi clou) impalpabili, fusione di confort e sartorialità. «È tornata la voglia di vestire bene», spiega Paolo Zuntini, cofondatore del brand con Marco Baldassari, «il made in Italy anche negli accessori made in Marche». Si chiama «pelle mela» ed è ottenuta dagli scarti delle mele il materiale della serie di borse di Genny, marchio disegnato da Sara Cavazza, da sempre molto attenta alla sostenibilità. Nella collezione sono tante le orchidee, il fiore del brand, che si fa stampa, bottoni, intarsi. E poi le farfalle che diventano perfino in 3D. Gli smoking sono un leit motiv accanto ad abiti da sera che rispecchiano la voglia di tornare alla vita normale.
Gilberto Calzolari è sempre stato coerente sul tema del rispetto dell'ambiente. Ha ambientato la sua capsule al Teatro Parenti per solidarietà con i teatri chiusi. E punta su lane maschili Eco in lana riciclata e antibatterica; su tessuti fondi di magazzino che verrebbero buttati. Filati naturali come alpaca, mohair da Momonì. Belle le sete disegnate a stampe lacustri e i cappottoni vestaglia da abbinare a pantaloni jogging e felpe. Lana compatta invece, da Calcaterra. Si passa al cashmere e lane da Cividini, che unisce la preziosità dei materiali alla cultura: maglie con disegni ispirati liberamente a quadri e opere dei musei. Il prossimo inverno ci si potrà scaldare con le pellicce finte. Quelle di Alabama Muse, disegnate da Alice Gentilucci, sono da toccare per credere. Lavorate con stile sartoriale, sono un tutt'uno di intarsi e patchwork e colori. Anche da Oof la pelliccia è magistralmente fake. Altra musica da Moorer, dove la qualità di capospalla premium luxury è fatta di piuma e fibre pregiate come cachemire e cincillà, lana vergine e angora per proposte a dir poco esclusive, sia da donna che da uomo. Simonetta Ravizza vede in Jane Birkin la sua musa ispiratrice. Quindi moda di carattere con montoni taglio over color arancio, stampe giraffa, cappotti e piumini in cachemire e in morbida «pelle guanto». Chiara Boni, con il suo jersey sostenibile, ha creato la Leisure collection, una serie di capi comfy super performanti come pantaloni palazzo, dalla vestibilità skinny o baggy con elastico in vita da portare con top, bluse e bomber. Per Luisa Spagnoli il must di stagione è la tuta, in jersey di lana stretch o raso stampato da alternare ad abiti di lana merino con orlo a balza. Cristina Parodi e Daniela Palazzi hanno creato Crida, storia di moda e amicizia tra donne, dove il capo emblema è l'abito. Le camicie più belle, e non solo, sono firmate shi.RT di Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, che mescolano motivi geometrici a madras e scozzesi.
Lavinia Biagiotti ha presentato la nuova collezione Laura Biagiotti con un corto girato al Museo dell'Ara Pacis. «L'Ara Pacis», ha detto Lavinia, «è un luogo fortemente evocativo e significativo: simbolo dell'inizio di una nuova era di prosperità, intreccia una trama tra passato e futuro. Lì è nata l'età d'oro di Augusto». Si volta pagina con Blumarine disegnata da Nicola Brognano, dove si scorda il momento: luccichii, trasparenze, desiderio di sedurre sono un remake del marchio visto con gli occhi pop del giovane stilista. Antonio Marras è il più felice di tutti: gira il video nella sua Sardegna. E gli fa il pari Daniel Del Core, alla sua prima esperienza in passerella. Anche l'unica fisica. Una haute couture degli anni a venire. Scolastica, Philosophy di Lorenzo Serafini.
La scarpa torna con i piedi per terra
Ridurre, riutilizzare, riciclare. Ripensare, ridisegnare, rispettare. La nuova filosofia della moda ha ingranato la marcia e arriva nella collezione Hogan-3r, realizzata con amore verso la terra e le persone che la abitano, fatta con materiali riciclati pensati per creare un prodotto di qualità e valore.
«Come azienda abbiamo la responsabilità di promuovere processi innovativi di sostenibilità ambientale, oltre che sociale, nell'interesse di salvaguardare il nostro pianeta e il suo delicato equilibrio», ha spiegato Andrea Della Valle, presidente di Hogan e vicepresidente del Gruppo Tod's. «È in atto un importante cambiamento socioculturale. Insieme alle nuove generazioni, sempre più informate e impegnate, dobbiamo condividere non solo valori ma anche azioni. Dobbiamo farlo con la consapevolezza che ogni piccolo passo intrapreso oggi costituisce le fondamenta per un futuro migliore». Incentivare percorsi progettuali innovativi, privilegiare scelte di qualità, funzionalità ed estetica, favorendo l'heritage alle tendenze, sono elementi che da sempre fanno parte delle virtù di Hogan. «A powerful environmental collage» è il titolo del videoclip firmato dall'artista inglese Quentin Jones per Hogan. La nuova sneaker Hogan-3r è realizzata con un particolare materiale composto da pellami rigenerati e plastiche riciclate. Innovativo design 3D per le suole ultraleggere con caratteristico logo H passante su tomaia e battistrada, prodotte dal recupero di scarti industriali che prevengono lo smaltimento dei rifiuti.
I pilastri di Geox come traspirabilità, termoregolazione e impermeabilità, che significano salvaguardia del benessere di un pubblico evoluto e consapevole, finiscono in una collezione trendy. Décolleté o stivali alla caviglia e al ginocchio in pelle stampa cocco, ma anche décolleté in suede o stivali in nappa alti o bassi con fascia elastica rappresentano la collezione del prossimo inverno. Il tema della sostenibilità è sempre più rilevante per Geox e il debutto della calzatura Spherica in versione green rappresenta il manifesto dell'impegno del brand in questa direzione. Tecnologia e sostenibilità si coniugano nella sneaker dall'attitude sportiva, perfetto complemento di un look casual. «In un momento di difficoltà che non è solo italiano ma del mondo, siamo l'unica azienda italiana del settore che ha una distribuzione diretta a livello mondiale in 100 Paesi, con negozi e corner», spiega Mario Moretti Polegato, presidente di Geox, «vogliamo mantenere questa nostra posizione ma occorre gestirla in maniera diversa da come abbiamo fatto finora. C'è un processo al quale stiamo lavorando. Mezzo milione di paia di scarpe vendute vuol dire che la tecnologia abbinata al gusto è vincente». Philippe Model Paris, brand francese leader nel segmento sneaker high-end, ha lanciato, in occasione dei Mondiali di sci di Cortina d'Ampezzo, Rocx, la nuova sneaker, realizzata in limited, ispirata al mondo del trekking e della montagna.
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La Fashion week di Milano propone una donna sempre più innamorata dello stile e dell'ambiente. In una sintesi estrema tra materiali di pregio e tessuti di scartoTod's lancia la sneaker Hogan-3r realizzata con pellami rigenerati e plastiche riciclate.Il manifesto dell'impegno di Geox si chiama Spherica e non rinuncia a essere trendyLo speciale contiene due articoliÈ la «sciura milanese» la donna più di moda del prossimo inverno. Borghese nell'anima, sa come vestire, come ingioiellarsi, come porsi. Mette, magari, un Fay active con un abito super sexy di N21 di Alessandro Dell'Acqua. Abbinare è un imperativo. La moda guarda a lei, al suo stile che resiste al tempo e travalica i confini. Ed è sempre lei che pone molta attenzione all'ambiente, ancora di più in era Covid. Questa la tendenza della Milano fashion week, che si è chiusa ieri. Come dice Claudio Marenzi, patron di Herno, «la sostenibilità deve diventare un non tema, essere la normalità». Per ora non è così per tutti e la parola sostenibilità è solo un termine di «moda», quando non ci sono altri argomenti per descrivere un prodotto. Ma Marenzi ciò che dice fa e con la sua linea Herno Globe ha dato e dà il meglio. Il filo conduttore è una storia autenticamente green iniziata in casa Herno da oltre un decennio e che si potrebbe definire made in lago Maggiore. Si comincia dal nylon che si decompone in materia organica in soli cinque anni rispetto ai 50 del comune nylon, fino al nylon riciclato partendo dalle reti da pesca recuperate dai mari del mondo e dai tappeti destinati alla discarica. Così la lana riciclata e la piuma rigenerata.La sostenibilità, come dimostra Herno, è sempre più glamour. Parola magica per Tod's nella collezione disegnata da un magistrale Walter Chiapponi, capace di dare una svolta stilistica al brand di Diego Della Valle. Alla base eleganza, sofisticatezza, ricercatezza, citazioni couture e grande cultura che già si respira nel coinvolgente video di presentazione girato a Casa Corbellini-Wassermann (1934-36) disegnata da Piero Portaluppi e oggi galleria di Massimo De Carlo. Materiali eccelsi diventano piumini a «forme estreme come un tubino» e con colli a gorgiera, gonne grembiule di pelle o di batista trasparente, trench oversize, camicie con fiocchi. Le borse, da molto grandi a piccole, (TTimeless e Oboe) sono la summa del più alto artigianato, requisito essenziale di ogni oggetto Tod's. Si va a teatro con Valentino che sceglie il Piccolo Teatro mentre Msgm ambienta il suo straordinario video al Teatro Manzoni. Un progetto di moda di Massimo Giorgetti che accomuna l'arte e la musica, che guarda all'energia dei giovani capaci di riavvolgere il nastro (le modelle vanno all'indietro) e ripartire con la massima energia vestiti di colore, di vinile riciclato, econappa e ecopelliccia. Si cambia totalmente atmosfera da Elisabetta Franchi, che sceglie di girare il suo video in un maneggio. Ovvio che lo stile sia quello da cavallerizza, un'eleganza aristocratica che va dal rigore di giacche perfette a camicie con stampa a staffe, fino alla sexy amazzone in gonne soleil, mini e cuissards, raffinati abiti da sera. Elementi che rimandano all'equitazione e dall'aria british anche da Eleventy, marchio ben noto per i tessuti di pregio sempre utilizzati per capi sartoriali. Questa volta presenta una lana davvero speciale 14 micron, ovvero lavorata con aghi sottilissimi con cui si facevano le calze. Risultato, cappotti e giacche/camicia (uno dei capi clou) impalpabili, fusione di confort e sartorialità. «È tornata la voglia di vestire bene», spiega Paolo Zuntini, cofondatore del brand con Marco Baldassari, «il made in Italy anche negli accessori made in Marche». Si chiama «pelle mela» ed è ottenuta dagli scarti delle mele il materiale della serie di borse di Genny, marchio disegnato da Sara Cavazza, da sempre molto attenta alla sostenibilità. Nella collezione sono tante le orchidee, il fiore del brand, che si fa stampa, bottoni, intarsi. E poi le farfalle che diventano perfino in 3D. Gli smoking sono un leit motiv accanto ad abiti da sera che rispecchiano la voglia di tornare alla vita normale. Gilberto Calzolari è sempre stato coerente sul tema del rispetto dell'ambiente. Ha ambientato la sua capsule al Teatro Parenti per solidarietà con i teatri chiusi. E punta su lane maschili Eco in lana riciclata e antibatterica; su tessuti fondi di magazzino che verrebbero buttati. Filati naturali come alpaca, mohair da Momonì. Belle le sete disegnate a stampe lacustri e i cappottoni vestaglia da abbinare a pantaloni jogging e felpe. Lana compatta invece, da Calcaterra. Si passa al cashmere e lane da Cividini, che unisce la preziosità dei materiali alla cultura: maglie con disegni ispirati liberamente a quadri e opere dei musei. Il prossimo inverno ci si potrà scaldare con le pellicce finte. Quelle di Alabama Muse, disegnate da Alice Gentilucci, sono da toccare per credere. Lavorate con stile sartoriale, sono un tutt'uno di intarsi e patchwork e colori. Anche da Oof la pelliccia è magistralmente fake. Altra musica da Moorer, dove la qualità di capospalla premium luxury è fatta di piuma e fibre pregiate come cachemire e cincillà, lana vergine e angora per proposte a dir poco esclusive, sia da donna che da uomo. Simonetta Ravizza vede in Jane Birkin la sua musa ispiratrice. Quindi moda di carattere con montoni taglio over color arancio, stampe giraffa, cappotti e piumini in cachemire e in morbida «pelle guanto». Chiara Boni, con il suo jersey sostenibile, ha creato la Leisure collection, una serie di capi comfy super performanti come pantaloni palazzo, dalla vestibilità skinny o baggy con elastico in vita da portare con top, bluse e bomber. Per Luisa Spagnoli il must di stagione è la tuta, in jersey di lana stretch o raso stampato da alternare ad abiti di lana merino con orlo a balza. Cristina Parodi e Daniela Palazzi hanno creato Crida, storia di moda e amicizia tra donne, dove il capo emblema è l'abito. Le camicie più belle, e non solo, sono firmate shi.RT di Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, che mescolano motivi geometrici a madras e scozzesi. Lavinia Biagiotti ha presentato la nuova collezione Laura Biagiotti con un corto girato al Museo dell'Ara Pacis. «L'Ara Pacis», ha detto Lavinia, «è un luogo fortemente evocativo e significativo: simbolo dell'inizio di una nuova era di prosperità, intreccia una trama tra passato e futuro. Lì è nata l'età d'oro di Augusto». Si volta pagina con Blumarine disegnata da Nicola Brognano, dove si scorda il momento: luccichii, trasparenze, desiderio di sedurre sono un remake del marchio visto con gli occhi pop del giovane stilista. Antonio Marras è il più felice di tutti: gira il video nella sua Sardegna. E gli fa il pari Daniel Del Core, alla sua prima esperienza in passerella. Anche l'unica fisica. Una haute couture degli anni a venire. Scolastica, Philosophy di Lorenzo Serafini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dal-nylon-ripescato-in-mare-alla-pelle-mela-il-green-e-il-nuovo-colore-del-lusso-2650845092.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-scarpa-torna-con-i-piedi-per-terra" data-post-id="2650845092" data-published-at="1614623367" data-use-pagination="False"> La scarpa torna con i piedi per terra Ridurre, riutilizzare, riciclare. Ripensare, ridisegnare, rispettare. La nuova filosofia della moda ha ingranato la marcia e arriva nella collezione Hogan-3r, realizzata con amore verso la terra e le persone che la abitano, fatta con materiali riciclati pensati per creare un prodotto di qualità e valore. «Come azienda abbiamo la responsabilità di promuovere processi innovativi di sostenibilità ambientale, oltre che sociale, nell'interesse di salvaguardare il nostro pianeta e il suo delicato equilibrio», ha spiegato Andrea Della Valle, presidente di Hogan e vicepresidente del Gruppo Tod's. «È in atto un importante cambiamento socioculturale. Insieme alle nuove generazioni, sempre più informate e impegnate, dobbiamo condividere non solo valori ma anche azioni. Dobbiamo farlo con la consapevolezza che ogni piccolo passo intrapreso oggi costituisce le fondamenta per un futuro migliore». Incentivare percorsi progettuali innovativi, privilegiare scelte di qualità, funzionalità ed estetica, favorendo l'heritage alle tendenze, sono elementi che da sempre fanno parte delle virtù di Hogan. «A powerful environmental collage» è il titolo del videoclip firmato dall'artista inglese Quentin Jones per Hogan. La nuova sneaker Hogan-3r è realizzata con un particolare materiale composto da pellami rigenerati e plastiche riciclate. Innovativo design 3D per le suole ultraleggere con caratteristico logo H passante su tomaia e battistrada, prodotte dal recupero di scarti industriali che prevengono lo smaltimento dei rifiuti. I pilastri di Geox come traspirabilità, termoregolazione e impermeabilità, che significano salvaguardia del benessere di un pubblico evoluto e consapevole, finiscono in una collezione trendy. Décolleté o stivali alla caviglia e al ginocchio in pelle stampa cocco, ma anche décolleté in suede o stivali in nappa alti o bassi con fascia elastica rappresentano la collezione del prossimo inverno. Il tema della sostenibilità è sempre più rilevante per Geox e il debutto della calzatura Spherica in versione green rappresenta il manifesto dell'impegno del brand in questa direzione. Tecnologia e sostenibilità si coniugano nella sneaker dall'attitude sportiva, perfetto complemento di un look casual. «In un momento di difficoltà che non è solo italiano ma del mondo, siamo l'unica azienda italiana del settore che ha una distribuzione diretta a livello mondiale in 100 Paesi, con negozi e corner», spiega Mario Moretti Polegato, presidente di Geox, «vogliamo mantenere questa nostra posizione ma occorre gestirla in maniera diversa da come abbiamo fatto finora. C'è un processo al quale stiamo lavorando. Mezzo milione di paia di scarpe vendute vuol dire che la tecnologia abbinata al gusto è vincente». Philippe Model Paris, brand francese leader nel segmento sneaker high-end, ha lanciato, in occasione dei Mondiali di sci di Cortina d'Ampezzo, Rocx, la nuova sneaker, realizzata in limited, ispirata al mondo del trekking e della montagna.
Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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