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2019-12-18
Dai pm nessun sequestro pro risparmiatori
Ansa
Un fascicolo per ogni segnalazione. Dieci indagati in tutto. Nessun sequestro preventivo di somme o di patrimonio, per mettere al riparo vittime e denuncianti, almeno per ora. E sette inchieste che cercano di far luce sul crac della Banca popolare di Bari, per quasi 50 anni considerata la più grossa cassaforte del Sud Italia (nata il 16 marzo 1960 nello studio notarile Carbone a Bari), con il suo camaleontico portafoglio clienti e impieghi erogati che sfiorano il 10 per cento di tutti i prestiti concessi tra Puglia e Basilicata (le roccaforti della Popolare), tutte coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi. Lo stesso magistrato che ieri ha fatto acquisire una registrazione audio pubblicata da Fanpage con i dialoghi di un incontro avvenuto il 10 dicembre scorso tra dirigenti e i preposti delle filiali solo pochi giorni prima del commissariamento della banca. «Non c'è rischio di commissariamento. Entro Natale la banca sarà salva». Gianvito Giannelli e Vincenzo De Bustis, presidente e amministratore delegato, prendono la parola in una riunione. Mancano tre giorni alla decisione di Bankitalia sul commissariamento e cinque al cdm che ha deciso per il salvataggio attraverso un esborso complessivo di 900 milioni di euro. La Procura ha ritenuto la registrazione di interesse investigativo. E il documento finirà in uno dei fascicoli aperti. Probabilmente in uno degli ultimi due più freschi, quello per una segnalazione della Consob. L'altra indagine è stata avviata invece dopo l'esposto di un azionista. Le altre cinque inchieste sono invece in fase avanzata. Una è anche già chiusa. E vanno indietro fino al 2010. Nove anni di fidi per milioni di euro concessi, a parere degli investigatori, senza troppe garanzie. E per nascondere nei bilanci quei buchi, che stavano diventando dei crateri, sarebbero stati venduti titoli a rischio a contribuenti poco esperti di materia bancaria e di finanza. A inciampare nel presunto inganno sarebbero stati in maggioranza i pensionati che, fidandosi del Titanic bancario che sembrava inaffondabile, avrebbero deciso di investire le loro liquidazioni o i risparmi di una vita.
Una delle indagini è concentrata su una sospetta operazione di rafforzamento del capitale: una carta giocata da Bpb con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro da far sottoscrivere a una società maltese. Ma che non si è concretizzata, creando ulteriori rumori attorno al board dell'istituto di credito. C'è poi quella di cui qualche settimana fa hanno avuto notizia gli indagati, ai quali la Procura ha fatto notificare un avviso di garanzia: tra loro ci sono De Bustis e l'ex presidente Marco Jacobini. Una fetta dell'inchiesta è finita in archivio un anno fa e l'ipotesi di associazione a delinquere finalizzata a truffare i correntisti è andata a farsi benedire. Le indagini della Guardia di finanza sono invece andate avanti sulle altre ipotesi: soprattutto sulle presunte comunicazioni alla Consob di bilanci poco chiari, sulla quantificazione dei crediti e sull'acquisizione di Banca Tercas. L'inchiesta sulla presunta truffa aggravata da 130.000 euro ai danni di una anziana contribuente, che sarebbe stata commessa nove anni fa dall'allora presidente Jacobini, dall'ex direttore generale, oggi ad, De Bustis, dall'ex amministratore delegato, Giorgio Papa e due quadri dell'istituto di credito, Alessandra Silletti e Alfonsa Zotti, invece, è chiusa. E l'avviso di conclusione delle indagini è stato già notificato già da qualche tempo. La ricostruzione dei pm è questa: «Con artifizi e raggiri (...) approfittando della particolare situazione di vulnerabilità della parte offesa, l'avrebbero indotta ad acquistare prodotti finanziari a elevata rischiosità».
Altro fascicolo: risale a luglio la notizia di perquisizioni nella sede della direzione generale della Bpb per il fallimento di due società del gruppo Fusillo di Noci, in provincia di Bari. Le indagini «hanno consentito di far emergere il ruolo della Popolare di Bari», sostennero all'epoca gli investigatori, «quale principale creditore delle imprese sottoposte a procedura concorsuale, risultate esposte con l'istituto per una cifra di poco inferiore ai 140 milioni di euro, a seguito delle ingenti linee di credito elargite». In questo caso il board della banca non è oggetto delle indagini. Ma per gli azionisti questa vicenda ha un peso, perché nel marzo 2019 sarebbero state accordate alle società decotte nuovi finanziamenti per 40 milioni di euro.
E, infine, c'è il fascicolo trasmesso per competenza da Bari a Roma, che riguarda il Bari Calcio: la società sportiva, secondo l'accusa, con la complicità di alcuni funzionari Bpb, per evitare una penalità per la squadra fornirono documenti retrodatati alla Commissione di vigilanza sulle società di calcio professionistiche.
Fabio Amendolara
Commissione, Lannutti spera in Grillo. Ma il figlio bancario può azzopparlo
Fino a qualche giorno fa, sembrava più inamovibile di Lionel Messi. Del resto, un bomber come lui non si vede in tutto l'arco parlamentare: banche, grand commis di Stato, poteri fortissimi. Elio Lannutti è sempre lì, in prima fila, a dardeggiare contro i felloni che stanno riducendo l'Italia in macerie. Già arcigno paladino dei consumatori, si definisce la memoria storica di tutti i crac bancari. Ha scritto due scoppiettanti libri d'inchiesta: Morte dei Paschi, sullo scandalo dell'istituto toscano, e Banda d'Italia, indovinato calembour, sui misfatti di Via Nazionale. Nessuno, più di lui, meritava dunque di guidare la nascitura Commissione bicamerale d'inchiesta sulle banche. Il suo nome sembrava già scritto nella pietra. Fino a ieri, quando il vice presidente del Senato, Roberto Calderoli, ha annunciato che tutto è rinviato a data da destinarsi. Sulla scelta del presidente che dovrà guidare il battagliero organismo non c'è ancora accordo.
Ma come? I giallorossi hanno la sorte di trovarsi Lannutti in squadra e lo lasciano in panchina? Certo, su quello scranno non lo volevano in tanti, è vero. E il senatore dei 5 stelle c'ha pure messo del suo. Con un'intervista sulla Stampa, destinatari i riottosi colleghi, ha chiarito: «Io non mi sfilo da un bel niente. E nessuno mi ha chiesto un passo indietro. È stato il gruppo a volermi. E Di Maio nell'ultima assemblea, a mia precisa domanda ha risposto: “Vai avanti"». Il leader del Movimento ieri era in Libia, impegnato in una delicatissima missione. Ma alcune fonti pentastellate lo descrivono piuttosto infastidito da quelle dichiarazioni, che sanno di autoblindatura. Tanto che fonti del partito chiariscono: «Il nome del presidente sarà frutto di un accordo di maggioranza». Tradotto, va cercata la convergenza con il Pd e Iv, che Lannutti non lo vogliono.
Giornata convulsa, quella di ieri. A un certo punto, come d'uso nelle migliori famiglie politiche, una manina di colore indefinito, c'è chi dice color scarlatto e chi ocra, mette in giro una notizia: Alessio Lannutti, figliolo del senatore, lavora nell'ufficio che si occupa dei rapporti con gli enti pubblici nella sede romana della Banca popolare di Bari. Ovvero, è alle dipendenze proprio dell'istituto al centro del commissariamento governativo. Pd e Italia viva si fregano le mani, urlando al conflitto d'interessi. Lannutti senior s'imbufalisce: «Dov'è il conflitto di interessi? Andate a vedere il conflitto di interessi di coloro che hanno fatto i crac e non di uno che lavora onestamente. Vi dovete vergognare! Di Pietro mi difenda anche da questo!». Già perché ieri, ad accompagnarlo in visita da Beppe Grillo disceso a Roma, è apparso perfino il Tonino nazionale: in veste d'avvocato, sarà lui a tutelarne l'onore nelle opportune sedi. Intanto, l'ex presidente dell'Adusbef rievoca la macchina del fango: «Alessio è stato giornalista parlamentare, si è laureato con 110 e lode, l'hanno licenziato e gli ho sconsigliato di continuare a fare il giornalista. Ha trovato lavoro come impiegato».
Gli alleati non si inteneriscono. Il turborenziano Luigi Marattin va giù duro: «Serve un presidente che non sia lui. Mi accontento di uno che sappia distinguere il bilancio di una banca da una pentola a pressione». Non meno scoppiettanti le parole del dem Emanuele Fiano, che ritira fuori un vecchio tweet del senatore pentastellato sui Protocolli dei Savi Anziani di Sion: «Di Maio deve dichiarare nero su bianco che uno così non può guidare la Commissione banche. Sicuramente non avrà i nostri voti». Di fronte alle accuse su quel vecchio cinguettio, l'interessato annuncia però furibonde querele: «Mi sono scusato il giorno dopo. Ora basta. Ho pronte le denunce contro chi mi accusa di essere antisemita. Forse mi attaccano per paura. Perché io so». Cosa? Il nome dei colpevoli di tutti i crac bancari, che hanno funestato i risparmiatori italiani dal 2001 a oggi. Ergo: il suo nome fa paura.
Il problema, per l'arrembante senatore, è che il suo nome comincia a far paura anche al Movimento. Lui si trincera dietro l'appoggio del fondatore, Beppe Grillo, calato proprio ieri nella capitale per sedare gli animi pentastellati, messi a dura prova dai tre senatori che hanno lasciato e dalle voci di nuovi e imminenti addii. Ieri l'«Elevato» ha trovato il tempo per incontrare Lannutti, giunto assieme a Di Pietro in versione principe del foro. Di Maio sembra però aver sacrificato l'avversata candidatura, sull'altare dei difficilissimi equilibri giallorossi. Filtrano già alcune alternative, come il deputato Alvise Maniero. Oppure la presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco. O il questore del Senato, Laura Bottici. A fianco del paladino dei consumatori rimane solo l'ala dura e pura.
Il destino del fustigatore, suo malgrado, sembra ormai segnato.
Antonio Rossitto
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Sono ben sette le inchieste che cercano di fare luce sui prestiti allegri e la vendita di prodotti finanziari rischiosi ai pugliesi. Gli inquirenti, però, non hanno ancora bloccato né somme di denaro né immobili come forma di tutela per i clienti gabbati.Il senatore Elio Lannutti da Beppe Grillo a chiedere sostegno Una manina, però, svela che l'erede lavora nell'istituto in crisi. Lui resiste: «Non c'è conflitto di interessi». I gruppi M5s sono pronti a votare un nome di intesa con il Pd.Lo speciale contiene due articoliUn fascicolo per ogni segnalazione. Dieci indagati in tutto. Nessun sequestro preventivo di somme o di patrimonio, per mettere al riparo vittime e denuncianti, almeno per ora. E sette inchieste che cercano di far luce sul crac della Banca popolare di Bari, per quasi 50 anni considerata la più grossa cassaforte del Sud Italia (nata il 16 marzo 1960 nello studio notarile Carbone a Bari), con il suo camaleontico portafoglio clienti e impieghi erogati che sfiorano il 10 per cento di tutti i prestiti concessi tra Puglia e Basilicata (le roccaforti della Popolare), tutte coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi. Lo stesso magistrato che ieri ha fatto acquisire una registrazione audio pubblicata da Fanpage con i dialoghi di un incontro avvenuto il 10 dicembre scorso tra dirigenti e i preposti delle filiali solo pochi giorni prima del commissariamento della banca. «Non c'è rischio di commissariamento. Entro Natale la banca sarà salva». Gianvito Giannelli e Vincenzo De Bustis, presidente e amministratore delegato, prendono la parola in una riunione. Mancano tre giorni alla decisione di Bankitalia sul commissariamento e cinque al cdm che ha deciso per il salvataggio attraverso un esborso complessivo di 900 milioni di euro. La Procura ha ritenuto la registrazione di interesse investigativo. E il documento finirà in uno dei fascicoli aperti. Probabilmente in uno degli ultimi due più freschi, quello per una segnalazione della Consob. L'altra indagine è stata avviata invece dopo l'esposto di un azionista. Le altre cinque inchieste sono invece in fase avanzata. Una è anche già chiusa. E vanno indietro fino al 2010. Nove anni di fidi per milioni di euro concessi, a parere degli investigatori, senza troppe garanzie. E per nascondere nei bilanci quei buchi, che stavano diventando dei crateri, sarebbero stati venduti titoli a rischio a contribuenti poco esperti di materia bancaria e di finanza. A inciampare nel presunto inganno sarebbero stati in maggioranza i pensionati che, fidandosi del Titanic bancario che sembrava inaffondabile, avrebbero deciso di investire le loro liquidazioni o i risparmi di una vita. Una delle indagini è concentrata su una sospetta operazione di rafforzamento del capitale: una carta giocata da Bpb con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro da far sottoscrivere a una società maltese. Ma che non si è concretizzata, creando ulteriori rumori attorno al board dell'istituto di credito. C'è poi quella di cui qualche settimana fa hanno avuto notizia gli indagati, ai quali la Procura ha fatto notificare un avviso di garanzia: tra loro ci sono De Bustis e l'ex presidente Marco Jacobini. Una fetta dell'inchiesta è finita in archivio un anno fa e l'ipotesi di associazione a delinquere finalizzata a truffare i correntisti è andata a farsi benedire. Le indagini della Guardia di finanza sono invece andate avanti sulle altre ipotesi: soprattutto sulle presunte comunicazioni alla Consob di bilanci poco chiari, sulla quantificazione dei crediti e sull'acquisizione di Banca Tercas. L'inchiesta sulla presunta truffa aggravata da 130.000 euro ai danni di una anziana contribuente, che sarebbe stata commessa nove anni fa dall'allora presidente Jacobini, dall'ex direttore generale, oggi ad, De Bustis, dall'ex amministratore delegato, Giorgio Papa e due quadri dell'istituto di credito, Alessandra Silletti e Alfonsa Zotti, invece, è chiusa. E l'avviso di conclusione delle indagini è stato già notificato già da qualche tempo. La ricostruzione dei pm è questa: «Con artifizi e raggiri (...) approfittando della particolare situazione di vulnerabilità della parte offesa, l'avrebbero indotta ad acquistare prodotti finanziari a elevata rischiosità». Altro fascicolo: risale a luglio la notizia di perquisizioni nella sede della direzione generale della Bpb per il fallimento di due società del gruppo Fusillo di Noci, in provincia di Bari. Le indagini «hanno consentito di far emergere il ruolo della Popolare di Bari», sostennero all'epoca gli investigatori, «quale principale creditore delle imprese sottoposte a procedura concorsuale, risultate esposte con l'istituto per una cifra di poco inferiore ai 140 milioni di euro, a seguito delle ingenti linee di credito elargite». In questo caso il board della banca non è oggetto delle indagini. Ma per gli azionisti questa vicenda ha un peso, perché nel marzo 2019 sarebbero state accordate alle società decotte nuovi finanziamenti per 40 milioni di euro. E, infine, c'è il fascicolo trasmesso per competenza da Bari a Roma, che riguarda il Bari Calcio: la società sportiva, secondo l'accusa, con la complicità di alcuni funzionari Bpb, per evitare una penalità per la squadra fornirono documenti retrodatati alla Commissione di vigilanza sulle società di calcio professionistiche.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dai-pm-nessun-sequestro-pro-risparmiatori-2641628694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="commissione-lannutti-spera-in-grillo-ma-il-figlio-bancario-puo-azzopparlo" data-post-id="2641628694" data-published-at="1780127452" data-use-pagination="False"> Commissione, Lannutti spera in Grillo. Ma il figlio bancario può azzopparlo Fino a qualche giorno fa, sembrava più inamovibile di Lionel Messi. Del resto, un bomber come lui non si vede in tutto l'arco parlamentare: banche, grand commis di Stato, poteri fortissimi. Elio Lannutti è sempre lì, in prima fila, a dardeggiare contro i felloni che stanno riducendo l'Italia in macerie. Già arcigno paladino dei consumatori, si definisce la memoria storica di tutti i crac bancari. Ha scritto due scoppiettanti libri d'inchiesta: Morte dei Paschi, sullo scandalo dell'istituto toscano, e Banda d'Italia, indovinato calembour, sui misfatti di Via Nazionale. Nessuno, più di lui, meritava dunque di guidare la nascitura Commissione bicamerale d'inchiesta sulle banche. Il suo nome sembrava già scritto nella pietra. Fino a ieri, quando il vice presidente del Senato, Roberto Calderoli, ha annunciato che tutto è rinviato a data da destinarsi. Sulla scelta del presidente che dovrà guidare il battagliero organismo non c'è ancora accordo. Ma come? I giallorossi hanno la sorte di trovarsi Lannutti in squadra e lo lasciano in panchina? Certo, su quello scranno non lo volevano in tanti, è vero. E il senatore dei 5 stelle c'ha pure messo del suo. Con un'intervista sulla Stampa, destinatari i riottosi colleghi, ha chiarito: «Io non mi sfilo da un bel niente. E nessuno mi ha chiesto un passo indietro. È stato il gruppo a volermi. E Di Maio nell'ultima assemblea, a mia precisa domanda ha risposto: “Vai avanti"». Il leader del Movimento ieri era in Libia, impegnato in una delicatissima missione. Ma alcune fonti pentastellate lo descrivono piuttosto infastidito da quelle dichiarazioni, che sanno di autoblindatura. Tanto che fonti del partito chiariscono: «Il nome del presidente sarà frutto di un accordo di maggioranza». Tradotto, va cercata la convergenza con il Pd e Iv, che Lannutti non lo vogliono. Giornata convulsa, quella di ieri. A un certo punto, come d'uso nelle migliori famiglie politiche, una manina di colore indefinito, c'è chi dice color scarlatto e chi ocra, mette in giro una notizia: Alessio Lannutti, figliolo del senatore, lavora nell'ufficio che si occupa dei rapporti con gli enti pubblici nella sede romana della Banca popolare di Bari. Ovvero, è alle dipendenze proprio dell'istituto al centro del commissariamento governativo. Pd e Italia viva si fregano le mani, urlando al conflitto d'interessi. Lannutti senior s'imbufalisce: «Dov'è il conflitto di interessi? Andate a vedere il conflitto di interessi di coloro che hanno fatto i crac e non di uno che lavora onestamente. Vi dovete vergognare! Di Pietro mi difenda anche da questo!». Già perché ieri, ad accompagnarlo in visita da Beppe Grillo disceso a Roma, è apparso perfino il Tonino nazionale: in veste d'avvocato, sarà lui a tutelarne l'onore nelle opportune sedi. Intanto, l'ex presidente dell'Adusbef rievoca la macchina del fango: «Alessio è stato giornalista parlamentare, si è laureato con 110 e lode, l'hanno licenziato e gli ho sconsigliato di continuare a fare il giornalista. Ha trovato lavoro come impiegato». Gli alleati non si inteneriscono. Il turborenziano Luigi Marattin va giù duro: «Serve un presidente che non sia lui. Mi accontento di uno che sappia distinguere il bilancio di una banca da una pentola a pressione». Non meno scoppiettanti le parole del dem Emanuele Fiano, che ritira fuori un vecchio tweet del senatore pentastellato sui Protocolli dei Savi Anziani di Sion: «Di Maio deve dichiarare nero su bianco che uno così non può guidare la Commissione banche. Sicuramente non avrà i nostri voti». Di fronte alle accuse su quel vecchio cinguettio, l'interessato annuncia però furibonde querele: «Mi sono scusato il giorno dopo. Ora basta. Ho pronte le denunce contro chi mi accusa di essere antisemita. Forse mi attaccano per paura. Perché io so». Cosa? Il nome dei colpevoli di tutti i crac bancari, che hanno funestato i risparmiatori italiani dal 2001 a oggi. Ergo: il suo nome fa paura. Il problema, per l'arrembante senatore, è che il suo nome comincia a far paura anche al Movimento. Lui si trincera dietro l'appoggio del fondatore, Beppe Grillo, calato proprio ieri nella capitale per sedare gli animi pentastellati, messi a dura prova dai tre senatori che hanno lasciato e dalle voci di nuovi e imminenti addii. Ieri l'«Elevato» ha trovato il tempo per incontrare Lannutti, giunto assieme a Di Pietro in versione principe del foro. Di Maio sembra però aver sacrificato l'avversata candidatura, sull'altare dei difficilissimi equilibri giallorossi. Filtrano già alcune alternative, come il deputato Alvise Maniero. Oppure la presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco. O il questore del Senato, Laura Bottici. A fianco del paladino dei consumatori rimane solo l'ala dura e pura. Il destino del fustigatore, suo malgrado, sembra ormai segnato. Antonio Rossitto
Il capo di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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Ansa
Tragedia sfiorata a Mazara del Vallo (Trapani), dove l’impatto molto violento ha fatto ribaltare il mezzo scolastico con effetti impressionanti: 19 feriti, 14 dei quali sono i piccoli allievi delle scuole elementari Santa Gemma-Boscarino-Pirandello, più due insegnanti, un genitore accompagnatore e l’autista del bus. Nessuno è in pericolo di vita, due bimbi ricoverati all’ospedale di Mazara hanno subìto traumi non banali. Tutti sono sotto choc.
Il conto dei feriti fa 18 perché il diciannovesimo è il conducente dell’auto che alle 14.30 di ieri è andata dritta allo stop lungo la strada della Borgata Costiera. A guidare la Nissan Qashqai era un uomo di 51 anni senza patente, con l’assicurazione scaduta, che ha scambiato la provinciale per un autoscontro. Per dare l’ultimo tocco surreale all’incidente va aggiunto che sulla vettura c’erano la moglie incinta (seduta sul sedile di fianco all’improvvisato stuntman) e cinque bambini pigiati sul sedile posteriore. Totale sette, con il codice stradale che ne prevede al massimo cinque. Un incosciente. La donna è stata trasportata all’ospedale di Palermo per precauzione, lui a quello di Mazara. Con la polizia che piantona la stanza in attesa di conoscere i risultati dell’alcoltest, conseguenza immediata e doverosa di un simile scempio della ragione.
Giornata di apprensione, giornata di telefonate e di lacrime. I due bambini più sfortunati hanno subìto una frattura scomposta al polso e un trauma toracico; entrambi sono stati stabilizzati e trasferiti all’Ospedale dei Bambini di Palermo in eliambulanza. Immaginiamo l’unico momento catartico, da ricordare negli anni, della loro disavventura fra le lamiere contorte dello scuolabus. Per gli altri 12 bambini solo escoriazioni e quindi niente volo. All’ospedale di Mazara, ieri pomeriggio c’è stata una processione istituzionale: il sindaco Salvatore Quinci e gli assistenti sociali del Comune hanno avuto carezze per tutti e parole di conforto per l’incolpevole autista del mezzo scolastico, Giuseppe Di Stefano, che non si capacitava dell’accaduto. Alla fine il sindaco ha detto: «Una guida imprudente ha rischiato di provocare una tragedia».
Senza patente, senza assicurazione, forse alticcio (ma non abbiamo conferme), con la moglie incinta e cinque bimbi a bordo: una prestazione fuori scala per il pirata del venerdì che ora rischia incriminazione, processo e tutto ciò che merita davanti a un giudice. I poliziotti interventi hanno confermato che «l’auto ha saltato lo stop». Tutto ciò con una variabile: il conducente potrebbe essere stato vittima a sua volta di un improvviso malore. Ma le verifiche sono appena iniziate. Anche quelle dell’incrocio: la segnaletica verticale è inequivocabile mentre il semaforo lampeggiava col giallo perché rotto.
Dalle modalità si può arguire che ai bambini di Mazara del Vallo è andata benissimo; la tragedia era a un millimetro da loro e non ci sarebbe stato nessun Dino Buzzati dentro e fuori l’Ordine dei Giornalisti in grado di affrescare con dolcezza e umanità il dramma dei piccoli circondati dal pianto dei famigliari. Come seppe fare il grande inviato nel 1947, quando arrivò sul posto del naufragio ad Albenga di un battello con una scolaresca in gita.
Per capire ciò che poteva essere (e per fortuna non è stato) è sufficiente rispolverare qualche numero: in media in Italia si registrano 173.000 incidenti stradali all’anno, con oltre 3.000 morti e circa 234.000 feriti (475 sinistri e otto vittime al giorno). Con un’aggravante per il nostro Paese: rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea siamo più pericolosi per noi stessi e per gli altri. La media Ue è di 45 vittime per milione di abitanti, l’Italia è al 19° posto con 52. Secondo i dati della Polizia stradale e dell’Aci le cause principali sono la distrazione alla guida, l’eccesso di velocità e il mancato rispetto della precedenza. Lo stuntman di Mazara avrebbe fatto l’en plein: tre cause su tre. Per nulla frenato o dissuaso dalla presenza della moglie in gravidanza accanto a lui.
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