True
2019-12-18
Dai pm nessun sequestro pro risparmiatori
Ansa
Un fascicolo per ogni segnalazione. Dieci indagati in tutto. Nessun sequestro preventivo di somme o di patrimonio, per mettere al riparo vittime e denuncianti, almeno per ora. E sette inchieste che cercano di far luce sul crac della Banca popolare di Bari, per quasi 50 anni considerata la più grossa cassaforte del Sud Italia (nata il 16 marzo 1960 nello studio notarile Carbone a Bari), con il suo camaleontico portafoglio clienti e impieghi erogati che sfiorano il 10 per cento di tutti i prestiti concessi tra Puglia e Basilicata (le roccaforti della Popolare), tutte coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi. Lo stesso magistrato che ieri ha fatto acquisire una registrazione audio pubblicata da Fanpage con i dialoghi di un incontro avvenuto il 10 dicembre scorso tra dirigenti e i preposti delle filiali solo pochi giorni prima del commissariamento della banca. «Non c'è rischio di commissariamento. Entro Natale la banca sarà salva». Gianvito Giannelli e Vincenzo De Bustis, presidente e amministratore delegato, prendono la parola in una riunione. Mancano tre giorni alla decisione di Bankitalia sul commissariamento e cinque al cdm che ha deciso per il salvataggio attraverso un esborso complessivo di 900 milioni di euro. La Procura ha ritenuto la registrazione di interesse investigativo. E il documento finirà in uno dei fascicoli aperti. Probabilmente in uno degli ultimi due più freschi, quello per una segnalazione della Consob. L'altra indagine è stata avviata invece dopo l'esposto di un azionista. Le altre cinque inchieste sono invece in fase avanzata. Una è anche già chiusa. E vanno indietro fino al 2010. Nove anni di fidi per milioni di euro concessi, a parere degli investigatori, senza troppe garanzie. E per nascondere nei bilanci quei buchi, che stavano diventando dei crateri, sarebbero stati venduti titoli a rischio a contribuenti poco esperti di materia bancaria e di finanza. A inciampare nel presunto inganno sarebbero stati in maggioranza i pensionati che, fidandosi del Titanic bancario che sembrava inaffondabile, avrebbero deciso di investire le loro liquidazioni o i risparmi di una vita.
Una delle indagini è concentrata su una sospetta operazione di rafforzamento del capitale: una carta giocata da Bpb con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro da far sottoscrivere a una società maltese. Ma che non si è concretizzata, creando ulteriori rumori attorno al board dell'istituto di credito. C'è poi quella di cui qualche settimana fa hanno avuto notizia gli indagati, ai quali la Procura ha fatto notificare un avviso di garanzia: tra loro ci sono De Bustis e l'ex presidente Marco Jacobini. Una fetta dell'inchiesta è finita in archivio un anno fa e l'ipotesi di associazione a delinquere finalizzata a truffare i correntisti è andata a farsi benedire. Le indagini della Guardia di finanza sono invece andate avanti sulle altre ipotesi: soprattutto sulle presunte comunicazioni alla Consob di bilanci poco chiari, sulla quantificazione dei crediti e sull'acquisizione di Banca Tercas. L'inchiesta sulla presunta truffa aggravata da 130.000 euro ai danni di una anziana contribuente, che sarebbe stata commessa nove anni fa dall'allora presidente Jacobini, dall'ex direttore generale, oggi ad, De Bustis, dall'ex amministratore delegato, Giorgio Papa e due quadri dell'istituto di credito, Alessandra Silletti e Alfonsa Zotti, invece, è chiusa. E l'avviso di conclusione delle indagini è stato già notificato già da qualche tempo. La ricostruzione dei pm è questa: «Con artifizi e raggiri (...) approfittando della particolare situazione di vulnerabilità della parte offesa, l'avrebbero indotta ad acquistare prodotti finanziari a elevata rischiosità».
Altro fascicolo: risale a luglio la notizia di perquisizioni nella sede della direzione generale della Bpb per il fallimento di due società del gruppo Fusillo di Noci, in provincia di Bari. Le indagini «hanno consentito di far emergere il ruolo della Popolare di Bari», sostennero all'epoca gli investigatori, «quale principale creditore delle imprese sottoposte a procedura concorsuale, risultate esposte con l'istituto per una cifra di poco inferiore ai 140 milioni di euro, a seguito delle ingenti linee di credito elargite». In questo caso il board della banca non è oggetto delle indagini. Ma per gli azionisti questa vicenda ha un peso, perché nel marzo 2019 sarebbero state accordate alle società decotte nuovi finanziamenti per 40 milioni di euro.
E, infine, c'è il fascicolo trasmesso per competenza da Bari a Roma, che riguarda il Bari Calcio: la società sportiva, secondo l'accusa, con la complicità di alcuni funzionari Bpb, per evitare una penalità per la squadra fornirono documenti retrodatati alla Commissione di vigilanza sulle società di calcio professionistiche.
Fabio Amendolara
Commissione, Lannutti spera in Grillo. Ma il figlio bancario può azzopparlo
Fino a qualche giorno fa, sembrava più inamovibile di Lionel Messi. Del resto, un bomber come lui non si vede in tutto l'arco parlamentare: banche, grand commis di Stato, poteri fortissimi. Elio Lannutti è sempre lì, in prima fila, a dardeggiare contro i felloni che stanno riducendo l'Italia in macerie. Già arcigno paladino dei consumatori, si definisce la memoria storica di tutti i crac bancari. Ha scritto due scoppiettanti libri d'inchiesta: Morte dei Paschi, sullo scandalo dell'istituto toscano, e Banda d'Italia, indovinato calembour, sui misfatti di Via Nazionale. Nessuno, più di lui, meritava dunque di guidare la nascitura Commissione bicamerale d'inchiesta sulle banche. Il suo nome sembrava già scritto nella pietra. Fino a ieri, quando il vice presidente del Senato, Roberto Calderoli, ha annunciato che tutto è rinviato a data da destinarsi. Sulla scelta del presidente che dovrà guidare il battagliero organismo non c'è ancora accordo.
Ma come? I giallorossi hanno la sorte di trovarsi Lannutti in squadra e lo lasciano in panchina? Certo, su quello scranno non lo volevano in tanti, è vero. E il senatore dei 5 stelle c'ha pure messo del suo. Con un'intervista sulla Stampa, destinatari i riottosi colleghi, ha chiarito: «Io non mi sfilo da un bel niente. E nessuno mi ha chiesto un passo indietro. È stato il gruppo a volermi. E Di Maio nell'ultima assemblea, a mia precisa domanda ha risposto: “Vai avanti"». Il leader del Movimento ieri era in Libia, impegnato in una delicatissima missione. Ma alcune fonti pentastellate lo descrivono piuttosto infastidito da quelle dichiarazioni, che sanno di autoblindatura. Tanto che fonti del partito chiariscono: «Il nome del presidente sarà frutto di un accordo di maggioranza». Tradotto, va cercata la convergenza con il Pd e Iv, che Lannutti non lo vogliono.
Giornata convulsa, quella di ieri. A un certo punto, come d'uso nelle migliori famiglie politiche, una manina di colore indefinito, c'è chi dice color scarlatto e chi ocra, mette in giro una notizia: Alessio Lannutti, figliolo del senatore, lavora nell'ufficio che si occupa dei rapporti con gli enti pubblici nella sede romana della Banca popolare di Bari. Ovvero, è alle dipendenze proprio dell'istituto al centro del commissariamento governativo. Pd e Italia viva si fregano le mani, urlando al conflitto d'interessi. Lannutti senior s'imbufalisce: «Dov'è il conflitto di interessi? Andate a vedere il conflitto di interessi di coloro che hanno fatto i crac e non di uno che lavora onestamente. Vi dovete vergognare! Di Pietro mi difenda anche da questo!». Già perché ieri, ad accompagnarlo in visita da Beppe Grillo disceso a Roma, è apparso perfino il Tonino nazionale: in veste d'avvocato, sarà lui a tutelarne l'onore nelle opportune sedi. Intanto, l'ex presidente dell'Adusbef rievoca la macchina del fango: «Alessio è stato giornalista parlamentare, si è laureato con 110 e lode, l'hanno licenziato e gli ho sconsigliato di continuare a fare il giornalista. Ha trovato lavoro come impiegato».
Gli alleati non si inteneriscono. Il turborenziano Luigi Marattin va giù duro: «Serve un presidente che non sia lui. Mi accontento di uno che sappia distinguere il bilancio di una banca da una pentola a pressione». Non meno scoppiettanti le parole del dem Emanuele Fiano, che ritira fuori un vecchio tweet del senatore pentastellato sui Protocolli dei Savi Anziani di Sion: «Di Maio deve dichiarare nero su bianco che uno così non può guidare la Commissione banche. Sicuramente non avrà i nostri voti». Di fronte alle accuse su quel vecchio cinguettio, l'interessato annuncia però furibonde querele: «Mi sono scusato il giorno dopo. Ora basta. Ho pronte le denunce contro chi mi accusa di essere antisemita. Forse mi attaccano per paura. Perché io so». Cosa? Il nome dei colpevoli di tutti i crac bancari, che hanno funestato i risparmiatori italiani dal 2001 a oggi. Ergo: il suo nome fa paura.
Il problema, per l'arrembante senatore, è che il suo nome comincia a far paura anche al Movimento. Lui si trincera dietro l'appoggio del fondatore, Beppe Grillo, calato proprio ieri nella capitale per sedare gli animi pentastellati, messi a dura prova dai tre senatori che hanno lasciato e dalle voci di nuovi e imminenti addii. Ieri l'«Elevato» ha trovato il tempo per incontrare Lannutti, giunto assieme a Di Pietro in versione principe del foro. Di Maio sembra però aver sacrificato l'avversata candidatura, sull'altare dei difficilissimi equilibri giallorossi. Filtrano già alcune alternative, come il deputato Alvise Maniero. Oppure la presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco. O il questore del Senato, Laura Bottici. A fianco del paladino dei consumatori rimane solo l'ala dura e pura.
Il destino del fustigatore, suo malgrado, sembra ormai segnato.
Antonio Rossitto
Continua a leggereRiduci
Sono ben sette le inchieste che cercano di fare luce sui prestiti allegri e la vendita di prodotti finanziari rischiosi ai pugliesi. Gli inquirenti, però, non hanno ancora bloccato né somme di denaro né immobili come forma di tutela per i clienti gabbati.Il senatore Elio Lannutti da Beppe Grillo a chiedere sostegno Una manina, però, svela che l'erede lavora nell'istituto in crisi. Lui resiste: «Non c'è conflitto di interessi». I gruppi M5s sono pronti a votare un nome di intesa con il Pd.Lo speciale contiene due articoliUn fascicolo per ogni segnalazione. Dieci indagati in tutto. Nessun sequestro preventivo di somme o di patrimonio, per mettere al riparo vittime e denuncianti, almeno per ora. E sette inchieste che cercano di far luce sul crac della Banca popolare di Bari, per quasi 50 anni considerata la più grossa cassaforte del Sud Italia (nata il 16 marzo 1960 nello studio notarile Carbone a Bari), con il suo camaleontico portafoglio clienti e impieghi erogati che sfiorano il 10 per cento di tutti i prestiti concessi tra Puglia e Basilicata (le roccaforti della Popolare), tutte coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi. Lo stesso magistrato che ieri ha fatto acquisire una registrazione audio pubblicata da Fanpage con i dialoghi di un incontro avvenuto il 10 dicembre scorso tra dirigenti e i preposti delle filiali solo pochi giorni prima del commissariamento della banca. «Non c'è rischio di commissariamento. Entro Natale la banca sarà salva». Gianvito Giannelli e Vincenzo De Bustis, presidente e amministratore delegato, prendono la parola in una riunione. Mancano tre giorni alla decisione di Bankitalia sul commissariamento e cinque al cdm che ha deciso per il salvataggio attraverso un esborso complessivo di 900 milioni di euro. La Procura ha ritenuto la registrazione di interesse investigativo. E il documento finirà in uno dei fascicoli aperti. Probabilmente in uno degli ultimi due più freschi, quello per una segnalazione della Consob. L'altra indagine è stata avviata invece dopo l'esposto di un azionista. Le altre cinque inchieste sono invece in fase avanzata. Una è anche già chiusa. E vanno indietro fino al 2010. Nove anni di fidi per milioni di euro concessi, a parere degli investigatori, senza troppe garanzie. E per nascondere nei bilanci quei buchi, che stavano diventando dei crateri, sarebbero stati venduti titoli a rischio a contribuenti poco esperti di materia bancaria e di finanza. A inciampare nel presunto inganno sarebbero stati in maggioranza i pensionati che, fidandosi del Titanic bancario che sembrava inaffondabile, avrebbero deciso di investire le loro liquidazioni o i risparmi di una vita. Una delle indagini è concentrata su una sospetta operazione di rafforzamento del capitale: una carta giocata da Bpb con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro da far sottoscrivere a una società maltese. Ma che non si è concretizzata, creando ulteriori rumori attorno al board dell'istituto di credito. C'è poi quella di cui qualche settimana fa hanno avuto notizia gli indagati, ai quali la Procura ha fatto notificare un avviso di garanzia: tra loro ci sono De Bustis e l'ex presidente Marco Jacobini. Una fetta dell'inchiesta è finita in archivio un anno fa e l'ipotesi di associazione a delinquere finalizzata a truffare i correntisti è andata a farsi benedire. Le indagini della Guardia di finanza sono invece andate avanti sulle altre ipotesi: soprattutto sulle presunte comunicazioni alla Consob di bilanci poco chiari, sulla quantificazione dei crediti e sull'acquisizione di Banca Tercas. L'inchiesta sulla presunta truffa aggravata da 130.000 euro ai danni di una anziana contribuente, che sarebbe stata commessa nove anni fa dall'allora presidente Jacobini, dall'ex direttore generale, oggi ad, De Bustis, dall'ex amministratore delegato, Giorgio Papa e due quadri dell'istituto di credito, Alessandra Silletti e Alfonsa Zotti, invece, è chiusa. E l'avviso di conclusione delle indagini è stato già notificato già da qualche tempo. La ricostruzione dei pm è questa: «Con artifizi e raggiri (...) approfittando della particolare situazione di vulnerabilità della parte offesa, l'avrebbero indotta ad acquistare prodotti finanziari a elevata rischiosità». Altro fascicolo: risale a luglio la notizia di perquisizioni nella sede della direzione generale della Bpb per il fallimento di due società del gruppo Fusillo di Noci, in provincia di Bari. Le indagini «hanno consentito di far emergere il ruolo della Popolare di Bari», sostennero all'epoca gli investigatori, «quale principale creditore delle imprese sottoposte a procedura concorsuale, risultate esposte con l'istituto per una cifra di poco inferiore ai 140 milioni di euro, a seguito delle ingenti linee di credito elargite». In questo caso il board della banca non è oggetto delle indagini. Ma per gli azionisti questa vicenda ha un peso, perché nel marzo 2019 sarebbero state accordate alle società decotte nuovi finanziamenti per 40 milioni di euro. E, infine, c'è il fascicolo trasmesso per competenza da Bari a Roma, che riguarda il Bari Calcio: la società sportiva, secondo l'accusa, con la complicità di alcuni funzionari Bpb, per evitare una penalità per la squadra fornirono documenti retrodatati alla Commissione di vigilanza sulle società di calcio professionistiche.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dai-pm-nessun-sequestro-pro-risparmiatori-2641628694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="commissione-lannutti-spera-in-grillo-ma-il-figlio-bancario-puo-azzopparlo" data-post-id="2641628694" data-published-at="1776429656" data-use-pagination="False"> Commissione, Lannutti spera in Grillo. Ma il figlio bancario può azzopparlo Fino a qualche giorno fa, sembrava più inamovibile di Lionel Messi. Del resto, un bomber come lui non si vede in tutto l'arco parlamentare: banche, grand commis di Stato, poteri fortissimi. Elio Lannutti è sempre lì, in prima fila, a dardeggiare contro i felloni che stanno riducendo l'Italia in macerie. Già arcigno paladino dei consumatori, si definisce la memoria storica di tutti i crac bancari. Ha scritto due scoppiettanti libri d'inchiesta: Morte dei Paschi, sullo scandalo dell'istituto toscano, e Banda d'Italia, indovinato calembour, sui misfatti di Via Nazionale. Nessuno, più di lui, meritava dunque di guidare la nascitura Commissione bicamerale d'inchiesta sulle banche. Il suo nome sembrava già scritto nella pietra. Fino a ieri, quando il vice presidente del Senato, Roberto Calderoli, ha annunciato che tutto è rinviato a data da destinarsi. Sulla scelta del presidente che dovrà guidare il battagliero organismo non c'è ancora accordo. Ma come? I giallorossi hanno la sorte di trovarsi Lannutti in squadra e lo lasciano in panchina? Certo, su quello scranno non lo volevano in tanti, è vero. E il senatore dei 5 stelle c'ha pure messo del suo. Con un'intervista sulla Stampa, destinatari i riottosi colleghi, ha chiarito: «Io non mi sfilo da un bel niente. E nessuno mi ha chiesto un passo indietro. È stato il gruppo a volermi. E Di Maio nell'ultima assemblea, a mia precisa domanda ha risposto: “Vai avanti"». Il leader del Movimento ieri era in Libia, impegnato in una delicatissima missione. Ma alcune fonti pentastellate lo descrivono piuttosto infastidito da quelle dichiarazioni, che sanno di autoblindatura. Tanto che fonti del partito chiariscono: «Il nome del presidente sarà frutto di un accordo di maggioranza». Tradotto, va cercata la convergenza con il Pd e Iv, che Lannutti non lo vogliono. Giornata convulsa, quella di ieri. A un certo punto, come d'uso nelle migliori famiglie politiche, una manina di colore indefinito, c'è chi dice color scarlatto e chi ocra, mette in giro una notizia: Alessio Lannutti, figliolo del senatore, lavora nell'ufficio che si occupa dei rapporti con gli enti pubblici nella sede romana della Banca popolare di Bari. Ovvero, è alle dipendenze proprio dell'istituto al centro del commissariamento governativo. Pd e Italia viva si fregano le mani, urlando al conflitto d'interessi. Lannutti senior s'imbufalisce: «Dov'è il conflitto di interessi? Andate a vedere il conflitto di interessi di coloro che hanno fatto i crac e non di uno che lavora onestamente. Vi dovete vergognare! Di Pietro mi difenda anche da questo!». Già perché ieri, ad accompagnarlo in visita da Beppe Grillo disceso a Roma, è apparso perfino il Tonino nazionale: in veste d'avvocato, sarà lui a tutelarne l'onore nelle opportune sedi. Intanto, l'ex presidente dell'Adusbef rievoca la macchina del fango: «Alessio è stato giornalista parlamentare, si è laureato con 110 e lode, l'hanno licenziato e gli ho sconsigliato di continuare a fare il giornalista. Ha trovato lavoro come impiegato». Gli alleati non si inteneriscono. Il turborenziano Luigi Marattin va giù duro: «Serve un presidente che non sia lui. Mi accontento di uno che sappia distinguere il bilancio di una banca da una pentola a pressione». Non meno scoppiettanti le parole del dem Emanuele Fiano, che ritira fuori un vecchio tweet del senatore pentastellato sui Protocolli dei Savi Anziani di Sion: «Di Maio deve dichiarare nero su bianco che uno così non può guidare la Commissione banche. Sicuramente non avrà i nostri voti». Di fronte alle accuse su quel vecchio cinguettio, l'interessato annuncia però furibonde querele: «Mi sono scusato il giorno dopo. Ora basta. Ho pronte le denunce contro chi mi accusa di essere antisemita. Forse mi attaccano per paura. Perché io so». Cosa? Il nome dei colpevoli di tutti i crac bancari, che hanno funestato i risparmiatori italiani dal 2001 a oggi. Ergo: il suo nome fa paura. Il problema, per l'arrembante senatore, è che il suo nome comincia a far paura anche al Movimento. Lui si trincera dietro l'appoggio del fondatore, Beppe Grillo, calato proprio ieri nella capitale per sedare gli animi pentastellati, messi a dura prova dai tre senatori che hanno lasciato e dalle voci di nuovi e imminenti addii. Ieri l'«Elevato» ha trovato il tempo per incontrare Lannutti, giunto assieme a Di Pietro in versione principe del foro. Di Maio sembra però aver sacrificato l'avversata candidatura, sull'altare dei difficilissimi equilibri giallorossi. Filtrano già alcune alternative, come il deputato Alvise Maniero. Oppure la presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco. O il questore del Senato, Laura Bottici. A fianco del paladino dei consumatori rimane solo l'ala dura e pura. Il destino del fustigatore, suo malgrado, sembra ormai segnato. Antonio Rossitto
L'identità dell'Occidente si fonda su secoli di storia cristiana, oggi più che mai minata dal diavolo. Quando Trump utilizza l'Ia per raffigurarsi nei panni di Gesù Cristo, attacca papa Leone XIV o si circonda di santoni, pseudosacerdoti e predicatori nello Studio Ovale, quella non è parodia: è blasfemia. L'Europa farebbe bene a risvegliarsi quanto prima dall'ateismo dilagante.
Una concessionaria Ford Motor Company a Stoneham nel Massachusetts (Ansa)
La notizia l’ha data il Wall Street Journal: il Pentagono è in contatto con i vertici di diverse aziende, alle quali ha chiesto di fabbricare armi e munizioni. Già da mesi - da prima, cioè, che scoppiasse la guerra in Iran - alcuni alti funzionari hanno tenuto una serie di incontri con le società statunitensi, convocando, tra gli altri, gli amministratori delegati di General Motors, Mary Barra, e di Ford, Jim Farley. Ai colloqui hanno partecipato anche Ge Aerospace e, dal mese di novembre, la Oshkosh, compagnia del Wisconsin, che già assembla mezzi per il trasporto delle truppe, ma che ancora trae il grosso dei suoi 10 miliardi e mezzo di dollari di ricavi dal mercato civile. Un rappresentante del ministero di Pete Hegseth, al quotidiano newyorkese, ha detto che il Dipartimento è «impegnato ad allargare rapidamente la base industriale della difesa, facendo leva su tutte le soluzioni commerciali e le tecnologie disponibili, allo scopo di assicurare che i nostri combattenti mantengano un vantaggio decisivo». Di recente, il dicastero della Virginia ha proposto l’approvazione di un bilancio monstre da 1.500 miliardi, giustificandolo con la volontà di investire in munizionamento e droni. Due asset cruciali per i conflitti del futuro, che saranno sempre più automatizzati, ma che - e lo si è visto nell’Est Europa - possono anche inasprirsi lungo linee d’attrito, nelle quali le capacità di rifornire di continuo l’artiglieria fanno la differenza.
In effetti, la mossa del governo Usa si è resa necessaria a causa del progressivo assottigliamento delle scorte, dopo anni di aiuti all’Ucraina, sostegno a Israele e, ovviamente, in seguito ai quaranta giorni di pesanti bombardamenti contro il regime degli ayatollah. Forse è anche per risparmiare risorse che gli Stati Uniti si sono risolti a stabilire una tregua, mentre negoziano con Teheran.
Il fatto che il Pentagono abbia raggiunto le prime imprese verso la fine del 2025 dimostra che gli apparati avevano ben presente il vulnus. Secondo una ricostruzione pubblicata dal New York Times, lo stesso Trump, durante le discussioni nella Situation room sull’invito di Benjamin Netanyahu a unirsi a Tel Aviv contro i pasdaran, sarebbe stato messo in guardia dal generale Dan Caine, il capo dello Stato maggiore congiunto. Quest’ultimo avrebbe segnalato che «una grande campagna contro l’Iran avrebbe ridotto drasticamente le riserve di armamenti americani, compresi i missili intercettori, la cui fabbricazione era stata compromessa da anni di sostengo all’Ucraina e a Israele. Il generale Caine», aggiungeva il giornale della Grande Mela, «non intravedeva alcun percorso chiaro per rimpinguare velocemente queste scorte». Nella sfortunata eventualità in cui si fosse aperto un ulteriore teatro di guerra, quindi, Washington si sarebbe trovata scoperta. Per dire: se domattina la Cina invadesse Taiwan, gli Usa faticherebbero a tenere botta nell’Indo-Pacifico.
L’idea di «precettare» le industrie non è un’esclusiva di The Donald. La Russia e l’Ucraina, per ovvi motivi, hanno messo da tempo gli elmetti sulle catene di montaggio. Anche l’Italia ci aveva fatto un pensierino: giusto un anno fa, il ministro Adolfo Urso aveva proposto di sopperire al calo delle vendite di vetture con la riconversione dell’automotive ai settori della difesa e dell’aerospazio. Gli apripista dovevano essere i tedeschi. A marzo 2025, Rheinmetall aveva manifestato interesse per l’acquisizione dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück, da dove sarebbero uscite non più le Golf bensì i carri armati. Non se ne è fatto nulla. Qualche settimana fa, il ceo della casa di Wolfsburg ha quindi annunciato contatti con l’israeliana Rafael advanced defense systems: la Bassa Sassonia sarebbe diventata il sito di produzione di alcuni componenti di Iron dome. La notizia, però, è stata smentita dalla stessa Volkswagen. Passi concreti, invece, li ha compiuti la divisione camion di Daimler, che raddoppierà le dimensioni del suo business militare entro il 2030. Il guaio è che eliminerà 5.000 posti di lavoro, pari al 14% dell’organico: il superiore livello di automazione delle linee belliche non è amico degli operai. Stesso destino toccherà alla Alstom: ci fu un’epoca in cui costruiva treni; adesso ha ceduto l’impianto di Görlitz a Knds, che sforna i tank Leopard 2 e i corazzati Puma. Di 2.000 occupati, al momento della vendita ne erano rimasti 700; Knds ha promesso che ne manterrà solo la metà.
Proprio ieri, peraltro, Ursula von der Leyen si è sentita con il segretario della Nato, Mark Rutte, con il quale ha discusso «di come aumentare la produzione industriale nel settore della difesa in Europa. Dobbiamo investire di più», ha detto la presidente della Commissione Ue, «produrre di più e fare entrambe le cose più rapidamente». A scapito dei lavoratori? Nel frattempo, l’Iran ha comunicato di aver addirittura decuplicato la sua produzione di droni. Se fosse vero, significherebbe che le bombe Usa non sono bastate a tagliare tutte le teste dell’idra islamica.
Chissà se lo svuotamento degli arsenali, oltre alla svolta industriale, favorirà una soluzione diplomatica ai conflitti. Sia in Medio Oriente sia nel Donbass, dove sarebbe vicina un’intesa tra Kiev e gli Usa sulle garanzie di sicurezza. E dove il Cremlino dovrà prendere atto dello stallo sul terreno. Non sarebbe una pace «disarmante», come la vuole Leone XIV, cioè in grado di «aprire i cuori» e di «generare fiducia». Ma di certo, sarebbe «disarmata».
Continua a leggereRiduci