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2026-01-20
Dai dazi a Maduro. Così il ciclone Trump ha stravolto il mondo ma rischia sui prezzi
Donald Trump (Ansa)
L’obiettivo? Impedire agli avversari (ma anche agli alleati) di agire contro gli interessi americani e, laddove possibile, costringerli ad allinearsi ai desiderata di Washington. Tutto questo, evitando di far impelagare gli Usa in conflitti costosi e interminabili. La parola d’ordine è sempre stata: ricalibrare gli obiettivi strategici americani, riducendo rischi e costi. Il che non ha però mai significato rinunciare all’uso della forza. La diplomazia, d’altronde, consiste nel saper dosare dialogo e minaccia. E questo è un punto su cui Trump ha ripetutamente battuto nella sua rinnovata lotta per l’egemonia internazionale: una lotta, da lui portata avanti nel convincimento churchilliano che senza vittoria non possa esserci sopravvivenza.
Da qui spunta il filo rosso che, agli occhi del presidente americano, collega tutti i principali fronti in cui sta agendo: la necessità, cioè, di contrastare le mire geopolitiche cinesi. Il suo rilancio della Dottrina Monroe ha infatti come obiettivo quello di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Trump ha spinto Panama fuori dalla Belt and Road Initiative a suon di minacce. E sta rivendicando il controllo della Groenlandia per arginare la concorrenza di Cina e Russia nell’Artico. La stessa cattura di Nicolás Maduro non ha niente a che fare con l’esportazione della democrazia in Venezuela. Trump non è un neocon, figuriamoci! L’obiettivo è semmai stato quello di «addomesticare» il regime chavista per costringerlo a riorientare la sua politica estera in senso filostatunitense e anticinese.
Gli stessi dazi, molti dei quali Trump annunciò ad aprile nel cosiddetto «Giorno della liberazione», non hanno uno scopo principalmente economico, ma di sicurezza nazionale. Puntano, in altre parole, a ridurre la dipendenza di Washington da Pechino nelle catene di approvvigionamento strategiche. Il dazio, per Trump serve quindi rendere gli Usa più indipendenti e, al contempo, a punire chi non si allinea ai loro interessi. Non è un caso che gran parte della pressione tariffaria statunitense dell’anno scorso sia stata scaricata sui Brics, di cui il presidente americano teme da sempre i propositi di de-dollarizzazione. È d’altronde in quest’ottica che Trump ha cercato di aprire diplomaticamente alla Russia, facendo leva su allettanti promesse economico-commerciali. La sua necessità è infatti quella di sganciare Mosca da Pechino, disarticolando i Brics e salvaguardando, così, l’egemonia del dollaro.
Ma Trump ha in mente la Cina anche quando guarda all’Europa e al Medio Oriente. L’inquilino della Casa Bianca ha usato lo strumento tariffario per spingere l’Ue a disallinearsi dal Dragone. Al contempo, si è ritagliato il ruolo di paciere nella crisi di Gaza, non rinunciando a mettere sotto pressione l’Iran, anche per arginare l’influenza diplomatica di Pechino nella regione mediorientale.
Eppure, nei consensi interni, non è che Trump vada granché. Secondo un sondaggio della Cbs, la maggioranza degli americani non approva le sue politiche su economia, inflazione e immigrazione. Tuttavia, il medesimo sondaggio rileva che, su questi tre fronti, resta maggiore il numero di americani che preferisce Trump al Partito democratico. Ciò non significa però che per lui non suonino dei campanelli d’allarme. L’economia dà attualmente segnali in chiaroscuro. Il Pil, nel terzo trimestre del 2025, è salito al di sopra delle aspettative, mentre l’inflazione, a dicembre, è rimasta inchiodata al 2,7% del mese precedente, pur risultando più bassa di 0,3 punti rispetto a quando Trump si insediò. Ciò non toglie tuttavia che il carovita continui a pesare sugli americani. E, se non affrontato in tempo, questo problema rischia di rivelarsi assai spinoso per i repubblicani in vista delle Midterm.
Ma Trump deve fare attenzione anche a quello che fu il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale: la lotta all’immigrazione clandestina. Come promesso all’epoca, il presidente ha usato fin da subito il pugno di ferro e, a dicembre 2025, le autorità di frontiera hanno rilevato il numero più basso mai registrato di clandestini intercettati ai confini degli Stati Uniti: una situazione assai diversa rispetto al 2023, quando, ai tempi dell’amministrazione Biden, si verificò il record di arrivi. Eppure, come abbiamo visto, anche su questo fronte Trump non sembra riscuotere eccessivi consensi. Secondo alcuni, avrebbe dato l’idea di volersi spingere troppo oltre, arrivando a minacciare di invocare l’Insurrection Act in Minnesota. Lo stesso responsabile delle frontiere statunitensi, Tom Homan, ha ammesso che «dovremmo migliorare nel comunicare quello che stiamo facendo» in materia di lotta all’immigrazione irregolare e di impiego dell’Ice.
Va anche detto che il problema del consenso, per Trump, è relativo, essendo lui ormai al secondo mandato. Si tratta semmai di una patata bollente che lascerà ai protagonisti delle primarie presidenziali repubblicane del 2028 (JD Vance e Marco Rubio in testa). Trump, soprattutto dopo essersi salvato dall’attentato di Butler, ragiona secondo uno schema teologico-politico. E, piaccia o meno, è pronto a giocarsi il tutto per tutto. Senza guardare in faccia nessuno. Del resto, lo cantava anche una finanziatrice repubblicana, come Gloria Gaynor: «Io sono quello che sono e quello che sono non ha bisogno di scuse».
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Promosso il decisionismo sui dossier internazionali. Il tycoon zoppica sulle vicende economiche interne. Atteso al test del voto.Sembra passato un secolo. E invece è soltanto un anno. Il 20 gennaio 2025, Donald Trump si reinsediava alla Casa Bianca, ereditando un mondo in fiamme, segnato dalla crisi dell’ordine internazionale emerso dalla fine della Guerra fredda e, soprattutto, dal ritorno in auge della Machtpolitik. Trump è tornato infatti al potere quando gli Usa erano ormai diventati un egemone in crisi. Davanti alle mire revisioniste di Cina, Iran e Russia, il presidente americano ha quindi deciso di abbandonare i vincoli di un ordine internazionale declinante, nella ferma convinzione - non per forza moralmente condivisibile - che non si possa giocare a rugby seguendo le regole del calcio. E così, con non poca spregiudicatezza, ha combinato la durezza del principe di Bismarck con la «madman theory» di nixoniana memoria.L’obiettivo? Impedire agli avversari (ma anche agli alleati) di agire contro gli interessi americani e, laddove possibile, costringerli ad allinearsi ai desiderata di Washington. Tutto questo, evitando di far impelagare gli Usa in conflitti costosi e interminabili. La parola d’ordine è sempre stata: ricalibrare gli obiettivi strategici americani, riducendo rischi e costi. Il che non ha però mai significato rinunciare all’uso della forza. La diplomazia, d’altronde, consiste nel saper dosare dialogo e minaccia. E questo è un punto su cui Trump ha ripetutamente battuto nella sua rinnovata lotta per l’egemonia internazionale: una lotta, da lui portata avanti nel convincimento churchilliano che senza vittoria non possa esserci sopravvivenza.Da qui spunta il filo rosso che, agli occhi del presidente americano, collega tutti i principali fronti in cui sta agendo: la necessità, cioè, di contrastare le mire geopolitiche cinesi. Il suo rilancio della Dottrina Monroe ha infatti come obiettivo quello di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Trump ha spinto Panama fuori dalla Belt and Road Initiative a suon di minacce. E sta rivendicando il controllo della Groenlandia per arginare la concorrenza di Cina e Russia nell’Artico. La stessa cattura di Nicolás Maduro non ha niente a che fare con l’esportazione della democrazia in Venezuela. Trump non è un neocon, figuriamoci! L’obiettivo è semmai stato quello di «addomesticare» il regime chavista per costringerlo a riorientare la sua politica estera in senso filostatunitense e anticinese.Gli stessi dazi, molti dei quali Trump annunciò ad aprile nel cosiddetto «Giorno della liberazione», non hanno uno scopo principalmente economico, ma di sicurezza nazionale. Puntano, in altre parole, a ridurre la dipendenza di Washington da Pechino nelle catene di approvvigionamento strategiche. Il dazio, per Trump serve quindi rendere gli Usa più indipendenti e, al contempo, a punire chi non si allinea ai loro interessi. Non è un caso che gran parte della pressione tariffaria statunitense dell’anno scorso sia stata scaricata sui Brics, di cui il presidente americano teme da sempre i propositi di de-dollarizzazione. È d’altronde in quest’ottica che Trump ha cercato di aprire diplomaticamente alla Russia, facendo leva su allettanti promesse economico-commerciali. La sua necessità è infatti quella di sganciare Mosca da Pechino, disarticolando i Brics e salvaguardando, così, l’egemonia del dollaro.Ma Trump ha in mente la Cina anche quando guarda all’Europa e al Medio Oriente. L’inquilino della Casa Bianca ha usato lo strumento tariffario per spingere l’Ue a disallinearsi dal Dragone. Al contempo, si è ritagliato il ruolo di paciere nella crisi di Gaza, non rinunciando a mettere sotto pressione l’Iran, anche per arginare l’influenza diplomatica di Pechino nella regione mediorientale.Eppure, nei consensi interni, non è che Trump vada granché. Secondo un sondaggio della Cbs, la maggioranza degli americani non approva le sue politiche su economia, inflazione e immigrazione. Tuttavia, il medesimo sondaggio rileva che, su questi tre fronti, resta maggiore il numero di americani che preferisce Trump al Partito democratico. Ciò non significa però che per lui non suonino dei campanelli d’allarme. L’economia dà attualmente segnali in chiaroscuro. Il Pil, nel terzo trimestre del 2025, è salito al di sopra delle aspettative, mentre l’inflazione, a dicembre, è rimasta inchiodata al 2,7% del mese precedente, pur risultando più bassa di 0,3 punti rispetto a quando Trump si insediò. Ciò non toglie tuttavia che il carovita continui a pesare sugli americani. E, se non affrontato in tempo, questo problema rischia di rivelarsi assai spinoso per i repubblicani in vista delle Midterm.Ma Trump deve fare attenzione anche a quello che fu il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale: la lotta all’immigrazione clandestina. Come promesso all’epoca, il presidente ha usato fin da subito il pugno di ferro e, a dicembre 2025, le autorità di frontiera hanno rilevato il numero più basso mai registrato di clandestini intercettati ai confini degli Stati Uniti: una situazione assai diversa rispetto al 2023, quando, ai tempi dell’amministrazione Biden, si verificò il record di arrivi. Eppure, come abbiamo visto, anche su questo fronte Trump non sembra riscuotere eccessivi consensi. Secondo alcuni, avrebbe dato l’idea di volersi spingere troppo oltre, arrivando a minacciare di invocare l’Insurrection Act in Minnesota. Lo stesso responsabile delle frontiere statunitensi, Tom Homan, ha ammesso che «dovremmo migliorare nel comunicare quello che stiamo facendo» in materia di lotta all’immigrazione irregolare e di impiego dell’Ice.Va anche detto che il problema del consenso, per Trump, è relativo, essendo lui ormai al secondo mandato. Si tratta semmai di una patata bollente che lascerà ai protagonisti delle primarie presidenziali repubblicane del 2028 (JD Vance e Marco Rubio in testa). Trump, soprattutto dopo essersi salvato dall’attentato di Butler, ragiona secondo uno schema teologico-politico. E, piaccia o meno, è pronto a giocarsi il tutto per tutto. Senza guardare in faccia nessuno. Del resto, lo cantava anche una finanziatrice repubblicana, come Gloria Gaynor: «Io sono quello che sono e quello che sono non ha bisogno di scuse».
Donald Trump e Maria Corina Machado (Ansa)
L’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Maria Corina Machado ha riportato l’attenzione del mondo su cosa sta accadendo in Venezuela. La leader dell’opposizione del paese sudamericano ha consegnato al presidente statunitense il premio Nobel per la Pace, un gesto che ha favorevolmente colpito il tycoon americano.
La Machado ha definito l’incontro come un dialogo molto positivo ed eccellente, ricevendo dall’inquilino della Casa Bianca molti complimenti, ma poca concretezza. Del resto Trump aveva spesa parole molto lusinghiere sulla nuova presidente Delcy Rodríguez, che Maria Corina Machado ha pubblicamente definito come una comunista, principale alleata del regime russo, cinese e iraniano, ribadendo di essere convinta che in Venezuela ci sarà presto una transizione ordinata. La Nobel per la Pace ha continuato sostenendo che Caracas sta vivendo una fase in cui il cartello della droga si contrappone alla giustizia, e la figura di Rodríguez rappresenterebbe la continuità di un sistema illegittimo.
Nonostante la pubblica soddisfazione da parte della Machado, alcuni importanti rappresentanti dell’opposizione restano dubbiosi sul futuro venezuelano. Delsa Solorzano è leader del partito Encuentro Ciudadano, che fa parte della coalizione Plataforma Unitaria che ha sostenuto la candidatura di Edmundo Gonzalez Urrutia alle presidenziali. «Il ritorno di Maria Corina Machado non credo che sarà imminente, in troppi in Venezuela hanno interesse a tenerla lontana. La situazione rimane molto complicata, noi stiamo lottando per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Attivisti e rappresentanti dei nostri partiti restano in carcere e per ora sono stati liberati soprattutto gli stranieri per accontentare le nazioni estere, ma serve un cambiamento radicale. Gli Usa non possono fare affari con una persona sulla quale hanno messo una taglia da 50 milioni di dollari come il ministro degli Interni Diosdado Cabello».
Andres Avelino Alvarez è un deputato del Partito socialista unito del Venezuela, che aveva come leader Nicolas Maduro, ed è vicepresidente dell’assemblea parlamentare di Caracas. «Noi vogliamo l’immediata liberazione di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores che sono stati rapiti dagli statunitensi. Noi deputati abbiamo votato una risoluzione che condanna l’atto violento e terroristico che è costato la vita a centinaia di nostri concittadini e ha portato via il presidente del Venezuela. Le elezioni dell’estate del 2024 si erano svolte regolarmente e io lo so bene avendo partecipato attivamente» spiega Alvarez. «Tuttavia devo ammettere che il presidente ultimante era cambiato ed era diventato un problema per i nostri rapporti con tante nazioni, compresi gli Stati Uniti. Washington è uno storico partner commerciale del Venezuela e adesso abbiamo semplicemente riattivato vecchi accordi. Tutti i parlamentari venezuelani hanno appoggiato Delcy Rodriguez come nuova presidente perché la nazione ha bisogno di una guida. La nostra nuova presidente è riconosciuta dal popolo venezuelano come una donna intelligente, capace, una manager di alto livello e un simbolo delle donne venezuelane che gode di un ampio sostegno, con un indice di gradimento superiore al 90% tra il popolo venezuelano. La presidente ha subito destituito Alex Saab dall'incarico di ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale, già arrestato negli Stati Uniti e personaggio controverso». Secondo il deputato del Partito socialista unito del Venezuela «Maduro aveva voluta la Rodriguez come vicepresidente per otto anni e lei rappresenta la continuità con la rivoluzione bolivariana. Il nostro governo ha commesso degli errori, ma stiamo ponendo rimedio agli eccessi che ci sono stati. La violenza non è mai la soluzione, nemmeno quella di Washington che ha bombardato una nazione sovrana come il Venezuela».
Il deputato bolivariano ci tiene a sottolineare come i recenti fatti non abbiano sconvolto l’ordine della sua nazione. «Il governo resta ancora operativo e la nuova presidente sta amministrando molto bene, molti prigionieri politici sono stati già liberati e adesso dobbiamo parlare anche con l’opposizione. Il rilascio dei prigionieri politici, non solo di quelli condannati per atti terroristici, fa parte di un percorso e dimostra che la Rivoluzione Bolivariana è stata molto benevola e ha sempre operato in un quadro di ricerca della pace e di vera democrazia mantenendo una porta aperta al dialogo. Questa porta è stata aperta per oltre 25 anni e oggi rimane più aperta che mai».
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