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2024-10-25
Soldi, sesso e amici di sinistra: alla Cultura si torna a ballare
Alessandro Giuli (Ansa)
«La vicenda Spano è una piccola parte di quello che racconteremo domenica a Report. C’è un altro caso che riguarda il ministro Alessandro Giuli». Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, incendia ancora di più il clima all’interno di Fratelli d’Italia. Dopo le dimissioni del capo di gabinetto Francesco Spano, che ha lasciato il suo incarico al ministero della Cultura in seguito alle anticipazioni della trasmissione di inchiesta della Rai, le parole di Ranucci, che sta sapientemente facendo crescere a dismisura l’attesa per la puntata della sua trasmissione, scatenano all’interno del partito di maggioranza relativa una ridda di ipotesi. Quali sono le ulteriori rivelazioni che Report ha in serbo su Giuli? «Dopo il servizio di domenica forse chi non ama Giuli in Fratelli d’Italia lo amerà ancora meno» gigioneggia Ranucci, perfettamente consapevole di essere in grado di terremotare il partito con ogni singola sillaba disvelata in questi giorni ai media.
All’interno della formazione di Giorgia Meloni, infatti, l’atmosfera è piuttosto incandescente: le ipotesi sulle nuove rivelazioni di Report si rincorrono vorticosamente, raggiungendo anche vette quasi di paranoia, mentre è assai probabile che alla fine la trasmissione di Rai Tre domenica sera rivelerà altre forme di trasversalismo ideologico, politico e culturale da parte del ministro Giuli. Quello che è certo è che si taglia a fette la delusione per le prime mosse del ministro della Cultura, soprattutto perché, dopo la tragicomica gestione politica e mediatica del caso Boccia-Sangiuliano, si sperava che il dicastero tornasse a essere un luogo di sobria laboriosità. Nulla si sa di certo sul profilo del sostituto di Spano, tranne il fatto che Giuli si consulterà solo e soltanto con la premier, che lo ha fortemente voluto in quel ruolo e che è l’unica persona alla quale il neoministro si affida per le sue valutazioni, in quanto le riconosce un ruolo ontologicamente superiore.
Intanto, dall’interno di Fratelli d’Italia continuano a trapelare spifferi, con buona pace di chi ha tentato di rendere il partito una camera stagna impenetrabile per i giornalisti. Come se fosse possibile imbavagliare un paio di centinaia di persone tra parlamentari, ministri e sottosegretari, tra l’altro circondati da rispettivi collaboratori.
La crescita esponenziale del partito ha inoltre provocato, come era inevitabile, anche la formazione di quelle che nel Pd si chiamano correnti e che i democristiano definiscono più felpatamente sensibilità. L’equazione probabilmente frutto di tanto nervosismo è che gli scontenti potrebbero essere coloro i quali spifferano indiscrezioni alla stampa. «Il clima è teso», confida a La Verità un autorevole esponente di Fratelli d’Italia, «perché ci sono troppi fronti aperti. L’attacco violento alla magistratura viene considerato da alcuni sbagliato e destabilizzante, la manovra finanziaria non ha un percorso agevole, e anche la vicenda del centro in Albania ha provocato ripercussioni. Tra l’altro il caso Giuli assume contorni più delicati, perché arriva subito dopo l’imprevedibile querelle Boccia-Sangiuliano».
A proposito di Gennaro Sangiuliano, al di là dei retroscena maliziosi di alcuni cronisti parlamentari, all’interno di Fratelli d’Italia è pressoché unanime la convinzione che l’ex ministro non abbia alcun ruolo nelle fughe di notizie. «Figuriamoci», sospira al telefono un parlamentare meloniano di primissimo piano, «se tra quello che gli è successo e le inchieste che lo riguardano, Sangiuliano possa avere il tempo e la voglia di mettersi a fare soffiate ai giornalisti. Del resto, il momento in cui la temperatura del partito è schizzata verso l’alto è coincisa con l’uscita sui giornali della chat relativa al voto sul giudice costituzionale. Da quel momento abbiamo perso serenità e soprattutto nessuno si fida più di nessuno».
Fratelli d’Italia è, a nostro parere, banalmente, di fronte a una crisi di crescita: le scelte operate al momento della formazione del governo e della distribuzione degli incarichi hanno creato, come è inevitabile, degli scontenti. Tanto per non fare nomi, Giovanni Donzelli non ha avuto ruoli di governo ed è stato quantomeno affiancato da Arianna Meloni alla guida del partito. Fabio Rampelli, da parte sua, vicepresidente della Camera era nella scorsa legislatura e vicepresidente della Camera è rimasto. I più fantasiosi tra gli addetti ai lavori fanno notare che il presidente della Commissione cultura alla Camera, Federico Mollicone, protagonista di un robusto scambio di opinioni con Antonella Giuli, giornalista e sorella del ministro, sia proprio uno dei componenti della corrente dei Gabbiani, che fa capo a Rampelli. Mollicone però ha gettatoacqua sul fuoco parlando di «ricostruzioni completamente infondate». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha smentito le tensioni con il ministro: «Non c'è nessuno scontro tra me e il ministro Giuli. Notizia falsa e pateticamente inventata. Io e Alessandro Giuli ci conosciamo da più di trent'anni anni, è una persona che stimo».
E a quanto ci risulta ogni ipotesi di un ulteriore cambio ai vertici del ministero della Cultura appartiene alla sfera della pura fantascienza.
Ma quale omofobia, è conflitto di interessi
Visto che per colpa del nuovo «caso Spano» siamo in pieno delirio da «allarme omofobia», come da lamenti del centrosinistra, ecco un po’ di sociologia criminale, secondo la moda attuale. Propensione degli omosessuali alla violenza privata e in famiglia? Quasi nulla (più avanti, con più famiglie arcobaleno, si vedrà). Propensione dei gay alla corruzione, alla concussione e alle malversazioni in generale? Bassissima. Propensione alle spese fuori controllo con relative note gonfiate? Nella media. Propensione ai reati di stampo mafioso? Nulla, sono discriminati anche come semplici picciotti. Propensione al traffico d’influenze e all’abuso d’ufficio? Nella media, ma chiunque abbia un minimo di cultura giuridica riconoscerà che sono due fanta-reati. E però le cose potrebbero cambiare, quando l’omosessualità non sarà più né una notizia né una vergogna. Tutti faranno i reati di tutti come tutti, ma già oggi sarebbe il caso di affermare che difendere l’avvocato Francesco Spano dalle accuse sugli incarichi distribuiti al consorte, dipingendo l’ex capo di gabinetto del ministro Alessandro Giuli come «vittima di omofobia», non solo è clamorosamente fuorviante, ma è discriminatorio. Perché equivale a dire che di fronte a certi comportamenti, penalmente rilevanti o eticamente inaccettabili, l’omosessualità sarebbe una sorta di scriminante.
I fatti sono semplici. In attesa che Report vada in onda, domenica sera, Spano si è dimesso da capo di gabinetto nominato di Giuli perché è uscita la storia della consulenza che avrebbe attribuito al marito Marco Carnabuci quando era alla guida del Maxxi. E’ una cosa che con i soldi pubblici non si dovrebbe fare e basta, indipendentemente da qualunque altra considerazione. E’ molto malvista anche nel privato, almeno nelle aziende di medie e grandi dimensioni. Se l’avvocato Carnabuci fosse stato il figlio del dirigente Spano, a Repubblica avrebbero parlato di familismo amorale. Se fosse stato donna, si sarebbe parlato di patriarcato e così via. Se fossero stati soci in affari, sarebbe arrivata la Guardia di Finanza. Se Carnabuci avesse militato nei Nar o in Terza Posizione, si sarebbe parlato di trame nere che ritornano. Invece Spano e Carnabuci sono una coppia stabile, a casa come sul lavoro, e quindi hanno diritto a essere difesi a spada tratta. E i fatti semplici diventano come per incanto complicati. Come il quasi incomprensibile articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio di ieri, che lamenta «la penosa minicrociata al grido di “dagli al pederasta” a danni di un funzionario mite e competente». Ferrara nella foga attacca perfino Mario Giordano, accusato di far parte della «destra forcaiola» e di avere «la voce chioccia». Cioè, per difendere un amico dalla presunta omofobia, Ferrara si è dato al bodyshaming e al bullismo. Non male, come eterogenesi dei fini. Non è invece sicuramente eterogenesi di nulla il fatto che la moglie di Ferrara, Anselma Dell’Olio, il mese scorso sia stata nominata dal ministero della Cultura nella commissione Cinema.
La chiamata alle armi in difesa del compagno Spano, cresciuto alla scuola di sincretismo di Giuliano Amato, ha risvegliato anche Ivan Scalfarotto. Il senatore di Italia Viva ha detto al Giornale: «Report ha pompato il presunto scandalo “al maschile” utilizzando in modo deliberato una unica leva: la morbosità omofoba». Poi ha provato a stanare il direttore, Sigfrido Ranucci: «Fa impressione che proprio un giornalista che si dice di sinistra abbia scelto di utilizzare questo tipo di inaccettabile gossip stile anni Cinquanta sui “torbidi ambienti omosessuali”». Ranucci, però, la lezioncina di etica e giornalismo da uno che sta con Matteo Renzi non se l’ha capita e gli ha risposto così: «Scalfarotto ha detto una stronzata, ma sa di cosa parla? Abbiamo fatto molto più noi di lui». Si è avuta a male di questo miserevole indagare su favori e favoriti anche Giovanna Melandri, ex presidente del Maxxi in quota Pd: «L’avvocato Marco Carnabuci è stato chiamato dal Maxxi nel giugno 2018, quando Francesco Spano non aveva nulla a che fare con il museo (…) Quello che è in corso è un orribile regolamento di conti di una destra omofoba». Melandri fa finta di non sapere che il problema non è il primo contratto di Carnabuci firmato da lei, ma il secondo firmato dal suo lui. In campo anche Alessandro Zan, padrino della celebrata e omonima non-legge, che si dice «colpito dalle offese a Spano riguardo il suo orientamento sessuale».
Non si poteva sottrarre al soccorso arcobaleno neppure Anna Paola Concia. L’ex senatrice Dem denuncia ad Huffington Post che «c’è un atteggiamento pilatesco. Dicono che aspettano di vedere Report... Ma c’è bisogno di vedere la trasmissione per difendere una persona da un attacco omofobo?». L’omosessualità come misura di tutte le cose. Se piace ai censori del centrosinistra, padronissimi. Ma il vero problema del caso Spano sono l’utilizzo di soldi pubblici, i possibili ricatti a chi non ha ancora fatto coming out e il sospetto di una lobby. Che visto il cordone difensivo sopra descritto, è più che un sospetto.
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Il caso Spano non finisce più. Sigfrido Ranucci annuncia: «Domenica un altro scoop che riguarda Giuli». Ivan Scalfarotto e Giuliano Ferrara accusano l’omofobia, ma non c’entra nulla. Partito in ansia per la scelta del nuovo capo di gabinetto.La sinistra si indigna per le dimissioni del capo di gabinetto del Mic e straparla di discriminazioni. Fingono tutti di ignorare i soldi pubblici fatti avere al compagno.Lo speciale contiene due articoli.«La vicenda Spano è una piccola parte di quello che racconteremo domenica a Report. C’è un altro caso che riguarda il ministro Alessandro Giuli». Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, incendia ancora di più il clima all’interno di Fratelli d’Italia. Dopo le dimissioni del capo di gabinetto Francesco Spano, che ha lasciato il suo incarico al ministero della Cultura in seguito alle anticipazioni della trasmissione di inchiesta della Rai, le parole di Ranucci, che sta sapientemente facendo crescere a dismisura l’attesa per la puntata della sua trasmissione, scatenano all’interno del partito di maggioranza relativa una ridda di ipotesi. Quali sono le ulteriori rivelazioni che Report ha in serbo su Giuli? «Dopo il servizio di domenica forse chi non ama Giuli in Fratelli d’Italia lo amerà ancora meno» gigioneggia Ranucci, perfettamente consapevole di essere in grado di terremotare il partito con ogni singola sillaba disvelata in questi giorni ai media. All’interno della formazione di Giorgia Meloni, infatti, l’atmosfera è piuttosto incandescente: le ipotesi sulle nuove rivelazioni di Report si rincorrono vorticosamente, raggiungendo anche vette quasi di paranoia, mentre è assai probabile che alla fine la trasmissione di Rai Tre domenica sera rivelerà altre forme di trasversalismo ideologico, politico e culturale da parte del ministro Giuli. Quello che è certo è che si taglia a fette la delusione per le prime mosse del ministro della Cultura, soprattutto perché, dopo la tragicomica gestione politica e mediatica del caso Boccia-Sangiuliano, si sperava che il dicastero tornasse a essere un luogo di sobria laboriosità. Nulla si sa di certo sul profilo del sostituto di Spano, tranne il fatto che Giuli si consulterà solo e soltanto con la premier, che lo ha fortemente voluto in quel ruolo e che è l’unica persona alla quale il neoministro si affida per le sue valutazioni, in quanto le riconosce un ruolo ontologicamente superiore. Intanto, dall’interno di Fratelli d’Italia continuano a trapelare spifferi, con buona pace di chi ha tentato di rendere il partito una camera stagna impenetrabile per i giornalisti. Come se fosse possibile imbavagliare un paio di centinaia di persone tra parlamentari, ministri e sottosegretari, tra l’altro circondati da rispettivi collaboratori. La crescita esponenziale del partito ha inoltre provocato, come era inevitabile, anche la formazione di quelle che nel Pd si chiamano correnti e che i democristiano definiscono più felpatamente sensibilità. L’equazione probabilmente frutto di tanto nervosismo è che gli scontenti potrebbero essere coloro i quali spifferano indiscrezioni alla stampa. «Il clima è teso», confida a La Verità un autorevole esponente di Fratelli d’Italia, «perché ci sono troppi fronti aperti. L’attacco violento alla magistratura viene considerato da alcuni sbagliato e destabilizzante, la manovra finanziaria non ha un percorso agevole, e anche la vicenda del centro in Albania ha provocato ripercussioni. Tra l’altro il caso Giuli assume contorni più delicati, perché arriva subito dopo l’imprevedibile querelle Boccia-Sangiuliano». A proposito di Gennaro Sangiuliano, al di là dei retroscena maliziosi di alcuni cronisti parlamentari, all’interno di Fratelli d’Italia è pressoché unanime la convinzione che l’ex ministro non abbia alcun ruolo nelle fughe di notizie. «Figuriamoci», sospira al telefono un parlamentare meloniano di primissimo piano, «se tra quello che gli è successo e le inchieste che lo riguardano, Sangiuliano possa avere il tempo e la voglia di mettersi a fare soffiate ai giornalisti. Del resto, il momento in cui la temperatura del partito è schizzata verso l’alto è coincisa con l’uscita sui giornali della chat relativa al voto sul giudice costituzionale. Da quel momento abbiamo perso serenità e soprattutto nessuno si fida più di nessuno». Fratelli d’Italia è, a nostro parere, banalmente, di fronte a una crisi di crescita: le scelte operate al momento della formazione del governo e della distribuzione degli incarichi hanno creato, come è inevitabile, degli scontenti. Tanto per non fare nomi, Giovanni Donzelli non ha avuto ruoli di governo ed è stato quantomeno affiancato da Arianna Meloni alla guida del partito. Fabio Rampelli, da parte sua, vicepresidente della Camera era nella scorsa legislatura e vicepresidente della Camera è rimasto. I più fantasiosi tra gli addetti ai lavori fanno notare che il presidente della Commissione cultura alla Camera, Federico Mollicone, protagonista di un robusto scambio di opinioni con Antonella Giuli, giornalista e sorella del ministro, sia proprio uno dei componenti della corrente dei Gabbiani, che fa capo a Rampelli. Mollicone però ha gettatoacqua sul fuoco parlando di «ricostruzioni completamente infondate». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha smentito le tensioni con il ministro: «Non c'è nessuno scontro tra me e il ministro Giuli. Notizia falsa e pateticamente inventata. Io e Alessandro Giuli ci conosciamo da più di trent'anni anni, è una persona che stimo». E a quanto ci risulta ogni ipotesi di un ulteriore cambio ai vertici del ministero della Cultura appartiene alla sfera della pura fantascienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cultura-si-torna-a-ballare-2669476536.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-quale-omofobia-e-conflitto-di-interessi" data-post-id="2669476536" data-published-at="1729805332" data-use-pagination="False"> Ma quale omofobia, è conflitto di interessi Visto che per colpa del nuovo «caso Spano» siamo in pieno delirio da «allarme omofobia», come da lamenti del centrosinistra, ecco un po’ di sociologia criminale, secondo la moda attuale. Propensione degli omosessuali alla violenza privata e in famiglia? Quasi nulla (più avanti, con più famiglie arcobaleno, si vedrà). Propensione dei gay alla corruzione, alla concussione e alle malversazioni in generale? Bassissima. Propensione alle spese fuori controllo con relative note gonfiate? Nella media. Propensione ai reati di stampo mafioso? Nulla, sono discriminati anche come semplici picciotti. Propensione al traffico d’influenze e all’abuso d’ufficio? Nella media, ma chiunque abbia un minimo di cultura giuridica riconoscerà che sono due fanta-reati. E però le cose potrebbero cambiare, quando l’omosessualità non sarà più né una notizia né una vergogna. Tutti faranno i reati di tutti come tutti, ma già oggi sarebbe il caso di affermare che difendere l’avvocato Francesco Spano dalle accuse sugli incarichi distribuiti al consorte, dipingendo l’ex capo di gabinetto del ministro Alessandro Giuli come «vittima di omofobia», non solo è clamorosamente fuorviante, ma è discriminatorio. Perché equivale a dire che di fronte a certi comportamenti, penalmente rilevanti o eticamente inaccettabili, l’omosessualità sarebbe una sorta di scriminante. I fatti sono semplici. In attesa che Report vada in onda, domenica sera, Spano si è dimesso da capo di gabinetto nominato di Giuli perché è uscita la storia della consulenza che avrebbe attribuito al marito Marco Carnabuci quando era alla guida del Maxxi. E’ una cosa che con i soldi pubblici non si dovrebbe fare e basta, indipendentemente da qualunque altra considerazione. E’ molto malvista anche nel privato, almeno nelle aziende di medie e grandi dimensioni. Se l’avvocato Carnabuci fosse stato il figlio del dirigente Spano, a Repubblica avrebbero parlato di familismo amorale. Se fosse stato donna, si sarebbe parlato di patriarcato e così via. Se fossero stati soci in affari, sarebbe arrivata la Guardia di Finanza. Se Carnabuci avesse militato nei Nar o in Terza Posizione, si sarebbe parlato di trame nere che ritornano. Invece Spano e Carnabuci sono una coppia stabile, a casa come sul lavoro, e quindi hanno diritto a essere difesi a spada tratta. E i fatti semplici diventano come per incanto complicati. Come il quasi incomprensibile articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio di ieri, che lamenta «la penosa minicrociata al grido di “dagli al pederasta” a danni di un funzionario mite e competente». Ferrara nella foga attacca perfino Mario Giordano, accusato di far parte della «destra forcaiola» e di avere «la voce chioccia». Cioè, per difendere un amico dalla presunta omofobia, Ferrara si è dato al bodyshaming e al bullismo. Non male, come eterogenesi dei fini. Non è invece sicuramente eterogenesi di nulla il fatto che la moglie di Ferrara, Anselma Dell’Olio, il mese scorso sia stata nominata dal ministero della Cultura nella commissione Cinema. La chiamata alle armi in difesa del compagno Spano, cresciuto alla scuola di sincretismo di Giuliano Amato, ha risvegliato anche Ivan Scalfarotto. Il senatore di Italia Viva ha detto al Giornale: «Report ha pompato il presunto scandalo “al maschile” utilizzando in modo deliberato una unica leva: la morbosità omofoba». Poi ha provato a stanare il direttore, Sigfrido Ranucci: «Fa impressione che proprio un giornalista che si dice di sinistra abbia scelto di utilizzare questo tipo di inaccettabile gossip stile anni Cinquanta sui “torbidi ambienti omosessuali”». Ranucci, però, la lezioncina di etica e giornalismo da uno che sta con Matteo Renzi non se l’ha capita e gli ha risposto così: «Scalfarotto ha detto una stronzata, ma sa di cosa parla? Abbiamo fatto molto più noi di lui». Si è avuta a male di questo miserevole indagare su favori e favoriti anche Giovanna Melandri, ex presidente del Maxxi in quota Pd: «L’avvocato Marco Carnabuci è stato chiamato dal Maxxi nel giugno 2018, quando Francesco Spano non aveva nulla a che fare con il museo (…) Quello che è in corso è un orribile regolamento di conti di una destra omofoba». Melandri fa finta di non sapere che il problema non è il primo contratto di Carnabuci firmato da lei, ma il secondo firmato dal suo lui. In campo anche Alessandro Zan, padrino della celebrata e omonima non-legge, che si dice «colpito dalle offese a Spano riguardo il suo orientamento sessuale». Non si poteva sottrarre al soccorso arcobaleno neppure Anna Paola Concia. L’ex senatrice Dem denuncia ad Huffington Post che «c’è un atteggiamento pilatesco. Dicono che aspettano di vedere Report... Ma c’è bisogno di vedere la trasmissione per difendere una persona da un attacco omofobo?». L’omosessualità come misura di tutte le cose. Se piace ai censori del centrosinistra, padronissimi. Ma il vero problema del caso Spano sono l’utilizzo di soldi pubblici, i possibili ricatti a chi non ha ancora fatto coming out e il sospetto di una lobby. Che visto il cordone difensivo sopra descritto, è più che un sospetto.
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.
Iolanda Apostolica
Scatto di carriera. Postumo, però. Perché la giudice nel 2024 si è dimessa dopo le polemiche per la disapplicazione del decreto Cutro e per un video che la immortalava alla testa di una manifestazione pro-migranti e contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una promozione a carriera finita. Sembra un paradosso, ma è un passaggio tecnico rispetto alla progressione economica dei magistrati. Gli scatti non sono tutti uguali: c’è quello economico, che incide sullo stipendio, e quello funzionale, che apre la strada a incarichi più rilevanti. In questo caso inciderà sulla pensione dell’ex toga salva-migranti.
Non ci gira attorno la consigliera laica Claudia Eccher: «Indipendentemente dal fatto che la Apostolico abbia lasciato la magistratura, il nostro dovere è valutare nel merito il quadriennio di servizio seguendo le leggi e le circolari del Csm. La settima e ultima valutazione di professionalità non è un mero passaggio burocratico, ma determina un avanzamento sia professionale che economico, con riflessi diretti anche sul trattamento pensionistico e di fine rapporto». E arriva al punto: «Nel caso della Apostolico si riscontra una carenza sul prerequisito dell’indipendenza. Non si contesta il diritto ad avere opinioni politiche, ma la scelta di manifestarle in un contesto di contrapposizione frontale con le autorità di pubblica sicurezza e con le scelte del governo, proprio su una materia che rientra nelle sue specifiche competenze funzionali».
Il togato Tullio Morello spiega perché il Csm ha votato a favore della ex collega: «Le sue idee non hanno influenzato la decisione giurisdizionale. Se nelle motivazioni fosse emerso un pregiudizio, allora potremmo discutere della sua imparzialità». Il Consiglio però si è spaccato. Il laico Enrico Aimi è stato duro: «Doveroso esprimere una posizione critica rispetto alla proposta di riconoscere alla Apostolico il superamento della settima valutazione di professionalità. Non può essere un automatismo, ma richiede una verifica rigorosa e sostanziale del permanere dei requisiti fondamentali, ovvero indipendenza, imparzialità ed equilibrio. Nel caso di specie, tali requisiti appaiono meritevoli di un approfondimento ben più incisivo».
Dopo la partecipazione alla manifestazione filmata, «il magistrato», secondo Aimi, «avrebbe dovuto astenersi dalla trattazione di procedimenti in materia di immigrazione». «Non basta essere imparziali, bisogna anche apparirlo, perché la credibilità della giurisdizione si fonda sulla fiducia dei cittadini», ha ricordato la consigliera Isabella Bertolini, aggiungendo: «Proprio per questo ho sottolineato che questi principi impongono rigore, coerenza e senso del limite, soprattutto quando si toccano temi sensibili o esposti al confronto pubblico». Infine, un colpo al Consiglio: «La decisione del Csm rappresenta, a mio avviso, un’occasione persa. Si poteva, e si doveva, aprire una riflessione vera sul modello di magistrato che vogliamo, non solo tecnicamente preparato ma capace di incarnare fino in fondo terzietà, misura ed equilibrio. Senza questa chiarezza, il rischio è quello di indebolire la percezione stessa di imparzialità della magistratura. Oggi il Csm sul caso Apostolicoha dato l’ennesima pessima prova».
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