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2024-10-25
Soldi, sesso e amici di sinistra: alla Cultura si torna a ballare
Alessandro Giuli (Ansa)
«La vicenda Spano è una piccola parte di quello che racconteremo domenica a Report. C’è un altro caso che riguarda il ministro Alessandro Giuli». Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, incendia ancora di più il clima all’interno di Fratelli d’Italia. Dopo le dimissioni del capo di gabinetto Francesco Spano, che ha lasciato il suo incarico al ministero della Cultura in seguito alle anticipazioni della trasmissione di inchiesta della Rai, le parole di Ranucci, che sta sapientemente facendo crescere a dismisura l’attesa per la puntata della sua trasmissione, scatenano all’interno del partito di maggioranza relativa una ridda di ipotesi. Quali sono le ulteriori rivelazioni che Report ha in serbo su Giuli? «Dopo il servizio di domenica forse chi non ama Giuli in Fratelli d’Italia lo amerà ancora meno» gigioneggia Ranucci, perfettamente consapevole di essere in grado di terremotare il partito con ogni singola sillaba disvelata in questi giorni ai media.
All’interno della formazione di Giorgia Meloni, infatti, l’atmosfera è piuttosto incandescente: le ipotesi sulle nuove rivelazioni di Report si rincorrono vorticosamente, raggiungendo anche vette quasi di paranoia, mentre è assai probabile che alla fine la trasmissione di Rai Tre domenica sera rivelerà altre forme di trasversalismo ideologico, politico e culturale da parte del ministro Giuli. Quello che è certo è che si taglia a fette la delusione per le prime mosse del ministro della Cultura, soprattutto perché, dopo la tragicomica gestione politica e mediatica del caso Boccia-Sangiuliano, si sperava che il dicastero tornasse a essere un luogo di sobria laboriosità. Nulla si sa di certo sul profilo del sostituto di Spano, tranne il fatto che Giuli si consulterà solo e soltanto con la premier, che lo ha fortemente voluto in quel ruolo e che è l’unica persona alla quale il neoministro si affida per le sue valutazioni, in quanto le riconosce un ruolo ontologicamente superiore.
Intanto, dall’interno di Fratelli d’Italia continuano a trapelare spifferi, con buona pace di chi ha tentato di rendere il partito una camera stagna impenetrabile per i giornalisti. Come se fosse possibile imbavagliare un paio di centinaia di persone tra parlamentari, ministri e sottosegretari, tra l’altro circondati da rispettivi collaboratori.
La crescita esponenziale del partito ha inoltre provocato, come era inevitabile, anche la formazione di quelle che nel Pd si chiamano correnti e che i democristiano definiscono più felpatamente sensibilità. L’equazione probabilmente frutto di tanto nervosismo è che gli scontenti potrebbero essere coloro i quali spifferano indiscrezioni alla stampa. «Il clima è teso», confida a La Verità un autorevole esponente di Fratelli d’Italia, «perché ci sono troppi fronti aperti. L’attacco violento alla magistratura viene considerato da alcuni sbagliato e destabilizzante, la manovra finanziaria non ha un percorso agevole, e anche la vicenda del centro in Albania ha provocato ripercussioni. Tra l’altro il caso Giuli assume contorni più delicati, perché arriva subito dopo l’imprevedibile querelle Boccia-Sangiuliano».
A proposito di Gennaro Sangiuliano, al di là dei retroscena maliziosi di alcuni cronisti parlamentari, all’interno di Fratelli d’Italia è pressoché unanime la convinzione che l’ex ministro non abbia alcun ruolo nelle fughe di notizie. «Figuriamoci», sospira al telefono un parlamentare meloniano di primissimo piano, «se tra quello che gli è successo e le inchieste che lo riguardano, Sangiuliano possa avere il tempo e la voglia di mettersi a fare soffiate ai giornalisti. Del resto, il momento in cui la temperatura del partito è schizzata verso l’alto è coincisa con l’uscita sui giornali della chat relativa al voto sul giudice costituzionale. Da quel momento abbiamo perso serenità e soprattutto nessuno si fida più di nessuno».
Fratelli d’Italia è, a nostro parere, banalmente, di fronte a una crisi di crescita: le scelte operate al momento della formazione del governo e della distribuzione degli incarichi hanno creato, come è inevitabile, degli scontenti. Tanto per non fare nomi, Giovanni Donzelli non ha avuto ruoli di governo ed è stato quantomeno affiancato da Arianna Meloni alla guida del partito. Fabio Rampelli, da parte sua, vicepresidente della Camera era nella scorsa legislatura e vicepresidente della Camera è rimasto. I più fantasiosi tra gli addetti ai lavori fanno notare che il presidente della Commissione cultura alla Camera, Federico Mollicone, protagonista di un robusto scambio di opinioni con Antonella Giuli, giornalista e sorella del ministro, sia proprio uno dei componenti della corrente dei Gabbiani, che fa capo a Rampelli. Mollicone però ha gettatoacqua sul fuoco parlando di «ricostruzioni completamente infondate». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha smentito le tensioni con il ministro: «Non c'è nessuno scontro tra me e il ministro Giuli. Notizia falsa e pateticamente inventata. Io e Alessandro Giuli ci conosciamo da più di trent'anni anni, è una persona che stimo».
E a quanto ci risulta ogni ipotesi di un ulteriore cambio ai vertici del ministero della Cultura appartiene alla sfera della pura fantascienza.
Ma quale omofobia, è conflitto di interessi
Visto che per colpa del nuovo «caso Spano» siamo in pieno delirio da «allarme omofobia», come da lamenti del centrosinistra, ecco un po’ di sociologia criminale, secondo la moda attuale. Propensione degli omosessuali alla violenza privata e in famiglia? Quasi nulla (più avanti, con più famiglie arcobaleno, si vedrà). Propensione dei gay alla corruzione, alla concussione e alle malversazioni in generale? Bassissima. Propensione alle spese fuori controllo con relative note gonfiate? Nella media. Propensione ai reati di stampo mafioso? Nulla, sono discriminati anche come semplici picciotti. Propensione al traffico d’influenze e all’abuso d’ufficio? Nella media, ma chiunque abbia un minimo di cultura giuridica riconoscerà che sono due fanta-reati. E però le cose potrebbero cambiare, quando l’omosessualità non sarà più né una notizia né una vergogna. Tutti faranno i reati di tutti come tutti, ma già oggi sarebbe il caso di affermare che difendere l’avvocato Francesco Spano dalle accuse sugli incarichi distribuiti al consorte, dipingendo l’ex capo di gabinetto del ministro Alessandro Giuli come «vittima di omofobia», non solo è clamorosamente fuorviante, ma è discriminatorio. Perché equivale a dire che di fronte a certi comportamenti, penalmente rilevanti o eticamente inaccettabili, l’omosessualità sarebbe una sorta di scriminante.
I fatti sono semplici. In attesa che Report vada in onda, domenica sera, Spano si è dimesso da capo di gabinetto nominato di Giuli perché è uscita la storia della consulenza che avrebbe attribuito al marito Marco Carnabuci quando era alla guida del Maxxi. E’ una cosa che con i soldi pubblici non si dovrebbe fare e basta, indipendentemente da qualunque altra considerazione. E’ molto malvista anche nel privato, almeno nelle aziende di medie e grandi dimensioni. Se l’avvocato Carnabuci fosse stato il figlio del dirigente Spano, a Repubblica avrebbero parlato di familismo amorale. Se fosse stato donna, si sarebbe parlato di patriarcato e così via. Se fossero stati soci in affari, sarebbe arrivata la Guardia di Finanza. Se Carnabuci avesse militato nei Nar o in Terza Posizione, si sarebbe parlato di trame nere che ritornano. Invece Spano e Carnabuci sono una coppia stabile, a casa come sul lavoro, e quindi hanno diritto a essere difesi a spada tratta. E i fatti semplici diventano come per incanto complicati. Come il quasi incomprensibile articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio di ieri, che lamenta «la penosa minicrociata al grido di “dagli al pederasta” a danni di un funzionario mite e competente». Ferrara nella foga attacca perfino Mario Giordano, accusato di far parte della «destra forcaiola» e di avere «la voce chioccia». Cioè, per difendere un amico dalla presunta omofobia, Ferrara si è dato al bodyshaming e al bullismo. Non male, come eterogenesi dei fini. Non è invece sicuramente eterogenesi di nulla il fatto che la moglie di Ferrara, Anselma Dell’Olio, il mese scorso sia stata nominata dal ministero della Cultura nella commissione Cinema.
La chiamata alle armi in difesa del compagno Spano, cresciuto alla scuola di sincretismo di Giuliano Amato, ha risvegliato anche Ivan Scalfarotto. Il senatore di Italia Viva ha detto al Giornale: «Report ha pompato il presunto scandalo “al maschile” utilizzando in modo deliberato una unica leva: la morbosità omofoba». Poi ha provato a stanare il direttore, Sigfrido Ranucci: «Fa impressione che proprio un giornalista che si dice di sinistra abbia scelto di utilizzare questo tipo di inaccettabile gossip stile anni Cinquanta sui “torbidi ambienti omosessuali”». Ranucci, però, la lezioncina di etica e giornalismo da uno che sta con Matteo Renzi non se l’ha capita e gli ha risposto così: «Scalfarotto ha detto una stronzata, ma sa di cosa parla? Abbiamo fatto molto più noi di lui». Si è avuta a male di questo miserevole indagare su favori e favoriti anche Giovanna Melandri, ex presidente del Maxxi in quota Pd: «L’avvocato Marco Carnabuci è stato chiamato dal Maxxi nel giugno 2018, quando Francesco Spano non aveva nulla a che fare con il museo (…) Quello che è in corso è un orribile regolamento di conti di una destra omofoba». Melandri fa finta di non sapere che il problema non è il primo contratto di Carnabuci firmato da lei, ma il secondo firmato dal suo lui. In campo anche Alessandro Zan, padrino della celebrata e omonima non-legge, che si dice «colpito dalle offese a Spano riguardo il suo orientamento sessuale».
Non si poteva sottrarre al soccorso arcobaleno neppure Anna Paola Concia. L’ex senatrice Dem denuncia ad Huffington Post che «c’è un atteggiamento pilatesco. Dicono che aspettano di vedere Report... Ma c’è bisogno di vedere la trasmissione per difendere una persona da un attacco omofobo?». L’omosessualità come misura di tutte le cose. Se piace ai censori del centrosinistra, padronissimi. Ma il vero problema del caso Spano sono l’utilizzo di soldi pubblici, i possibili ricatti a chi non ha ancora fatto coming out e il sospetto di una lobby. Che visto il cordone difensivo sopra descritto, è più che un sospetto.
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Il caso Spano non finisce più. Sigfrido Ranucci annuncia: «Domenica un altro scoop che riguarda Giuli». Ivan Scalfarotto e Giuliano Ferrara accusano l’omofobia, ma non c’entra nulla. Partito in ansia per la scelta del nuovo capo di gabinetto.La sinistra si indigna per le dimissioni del capo di gabinetto del Mic e straparla di discriminazioni. Fingono tutti di ignorare i soldi pubblici fatti avere al compagno.Lo speciale contiene due articoli.«La vicenda Spano è una piccola parte di quello che racconteremo domenica a Report. C’è un altro caso che riguarda il ministro Alessandro Giuli». Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, incendia ancora di più il clima all’interno di Fratelli d’Italia. Dopo le dimissioni del capo di gabinetto Francesco Spano, che ha lasciato il suo incarico al ministero della Cultura in seguito alle anticipazioni della trasmissione di inchiesta della Rai, le parole di Ranucci, che sta sapientemente facendo crescere a dismisura l’attesa per la puntata della sua trasmissione, scatenano all’interno del partito di maggioranza relativa una ridda di ipotesi. Quali sono le ulteriori rivelazioni che Report ha in serbo su Giuli? «Dopo il servizio di domenica forse chi non ama Giuli in Fratelli d’Italia lo amerà ancora meno» gigioneggia Ranucci, perfettamente consapevole di essere in grado di terremotare il partito con ogni singola sillaba disvelata in questi giorni ai media. All’interno della formazione di Giorgia Meloni, infatti, l’atmosfera è piuttosto incandescente: le ipotesi sulle nuove rivelazioni di Report si rincorrono vorticosamente, raggiungendo anche vette quasi di paranoia, mentre è assai probabile che alla fine la trasmissione di Rai Tre domenica sera rivelerà altre forme di trasversalismo ideologico, politico e culturale da parte del ministro Giuli. Quello che è certo è che si taglia a fette la delusione per le prime mosse del ministro della Cultura, soprattutto perché, dopo la tragicomica gestione politica e mediatica del caso Boccia-Sangiuliano, si sperava che il dicastero tornasse a essere un luogo di sobria laboriosità. Nulla si sa di certo sul profilo del sostituto di Spano, tranne il fatto che Giuli si consulterà solo e soltanto con la premier, che lo ha fortemente voluto in quel ruolo e che è l’unica persona alla quale il neoministro si affida per le sue valutazioni, in quanto le riconosce un ruolo ontologicamente superiore. Intanto, dall’interno di Fratelli d’Italia continuano a trapelare spifferi, con buona pace di chi ha tentato di rendere il partito una camera stagna impenetrabile per i giornalisti. Come se fosse possibile imbavagliare un paio di centinaia di persone tra parlamentari, ministri e sottosegretari, tra l’altro circondati da rispettivi collaboratori. La crescita esponenziale del partito ha inoltre provocato, come era inevitabile, anche la formazione di quelle che nel Pd si chiamano correnti e che i democristiano definiscono più felpatamente sensibilità. L’equazione probabilmente frutto di tanto nervosismo è che gli scontenti potrebbero essere coloro i quali spifferano indiscrezioni alla stampa. «Il clima è teso», confida a La Verità un autorevole esponente di Fratelli d’Italia, «perché ci sono troppi fronti aperti. L’attacco violento alla magistratura viene considerato da alcuni sbagliato e destabilizzante, la manovra finanziaria non ha un percorso agevole, e anche la vicenda del centro in Albania ha provocato ripercussioni. Tra l’altro il caso Giuli assume contorni più delicati, perché arriva subito dopo l’imprevedibile querelle Boccia-Sangiuliano». A proposito di Gennaro Sangiuliano, al di là dei retroscena maliziosi di alcuni cronisti parlamentari, all’interno di Fratelli d’Italia è pressoché unanime la convinzione che l’ex ministro non abbia alcun ruolo nelle fughe di notizie. «Figuriamoci», sospira al telefono un parlamentare meloniano di primissimo piano, «se tra quello che gli è successo e le inchieste che lo riguardano, Sangiuliano possa avere il tempo e la voglia di mettersi a fare soffiate ai giornalisti. Del resto, il momento in cui la temperatura del partito è schizzata verso l’alto è coincisa con l’uscita sui giornali della chat relativa al voto sul giudice costituzionale. Da quel momento abbiamo perso serenità e soprattutto nessuno si fida più di nessuno». Fratelli d’Italia è, a nostro parere, banalmente, di fronte a una crisi di crescita: le scelte operate al momento della formazione del governo e della distribuzione degli incarichi hanno creato, come è inevitabile, degli scontenti. Tanto per non fare nomi, Giovanni Donzelli non ha avuto ruoli di governo ed è stato quantomeno affiancato da Arianna Meloni alla guida del partito. Fabio Rampelli, da parte sua, vicepresidente della Camera era nella scorsa legislatura e vicepresidente della Camera è rimasto. I più fantasiosi tra gli addetti ai lavori fanno notare che il presidente della Commissione cultura alla Camera, Federico Mollicone, protagonista di un robusto scambio di opinioni con Antonella Giuli, giornalista e sorella del ministro, sia proprio uno dei componenti della corrente dei Gabbiani, che fa capo a Rampelli. Mollicone però ha gettatoacqua sul fuoco parlando di «ricostruzioni completamente infondate». Mentre il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha smentito le tensioni con il ministro: «Non c'è nessuno scontro tra me e il ministro Giuli. Notizia falsa e pateticamente inventata. Io e Alessandro Giuli ci conosciamo da più di trent'anni anni, è una persona che stimo». E a quanto ci risulta ogni ipotesi di un ulteriore cambio ai vertici del ministero della Cultura appartiene alla sfera della pura fantascienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cultura-si-torna-a-ballare-2669476536.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-quale-omofobia-e-conflitto-di-interessi" data-post-id="2669476536" data-published-at="1729805332" data-use-pagination="False"> Ma quale omofobia, è conflitto di interessi Visto che per colpa del nuovo «caso Spano» siamo in pieno delirio da «allarme omofobia», come da lamenti del centrosinistra, ecco un po’ di sociologia criminale, secondo la moda attuale. Propensione degli omosessuali alla violenza privata e in famiglia? Quasi nulla (più avanti, con più famiglie arcobaleno, si vedrà). Propensione dei gay alla corruzione, alla concussione e alle malversazioni in generale? Bassissima. Propensione alle spese fuori controllo con relative note gonfiate? Nella media. Propensione ai reati di stampo mafioso? Nulla, sono discriminati anche come semplici picciotti. Propensione al traffico d’influenze e all’abuso d’ufficio? Nella media, ma chiunque abbia un minimo di cultura giuridica riconoscerà che sono due fanta-reati. E però le cose potrebbero cambiare, quando l’omosessualità non sarà più né una notizia né una vergogna. Tutti faranno i reati di tutti come tutti, ma già oggi sarebbe il caso di affermare che difendere l’avvocato Francesco Spano dalle accuse sugli incarichi distribuiti al consorte, dipingendo l’ex capo di gabinetto del ministro Alessandro Giuli come «vittima di omofobia», non solo è clamorosamente fuorviante, ma è discriminatorio. Perché equivale a dire che di fronte a certi comportamenti, penalmente rilevanti o eticamente inaccettabili, l’omosessualità sarebbe una sorta di scriminante. I fatti sono semplici. In attesa che Report vada in onda, domenica sera, Spano si è dimesso da capo di gabinetto nominato di Giuli perché è uscita la storia della consulenza che avrebbe attribuito al marito Marco Carnabuci quando era alla guida del Maxxi. E’ una cosa che con i soldi pubblici non si dovrebbe fare e basta, indipendentemente da qualunque altra considerazione. E’ molto malvista anche nel privato, almeno nelle aziende di medie e grandi dimensioni. Se l’avvocato Carnabuci fosse stato il figlio del dirigente Spano, a Repubblica avrebbero parlato di familismo amorale. Se fosse stato donna, si sarebbe parlato di patriarcato e così via. Se fossero stati soci in affari, sarebbe arrivata la Guardia di Finanza. Se Carnabuci avesse militato nei Nar o in Terza Posizione, si sarebbe parlato di trame nere che ritornano. Invece Spano e Carnabuci sono una coppia stabile, a casa come sul lavoro, e quindi hanno diritto a essere difesi a spada tratta. E i fatti semplici diventano come per incanto complicati. Come il quasi incomprensibile articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio di ieri, che lamenta «la penosa minicrociata al grido di “dagli al pederasta” a danni di un funzionario mite e competente». Ferrara nella foga attacca perfino Mario Giordano, accusato di far parte della «destra forcaiola» e di avere «la voce chioccia». Cioè, per difendere un amico dalla presunta omofobia, Ferrara si è dato al bodyshaming e al bullismo. Non male, come eterogenesi dei fini. Non è invece sicuramente eterogenesi di nulla il fatto che la moglie di Ferrara, Anselma Dell’Olio, il mese scorso sia stata nominata dal ministero della Cultura nella commissione Cinema. La chiamata alle armi in difesa del compagno Spano, cresciuto alla scuola di sincretismo di Giuliano Amato, ha risvegliato anche Ivan Scalfarotto. Il senatore di Italia Viva ha detto al Giornale: «Report ha pompato il presunto scandalo “al maschile” utilizzando in modo deliberato una unica leva: la morbosità omofoba». Poi ha provato a stanare il direttore, Sigfrido Ranucci: «Fa impressione che proprio un giornalista che si dice di sinistra abbia scelto di utilizzare questo tipo di inaccettabile gossip stile anni Cinquanta sui “torbidi ambienti omosessuali”». Ranucci, però, la lezioncina di etica e giornalismo da uno che sta con Matteo Renzi non se l’ha capita e gli ha risposto così: «Scalfarotto ha detto una stronzata, ma sa di cosa parla? Abbiamo fatto molto più noi di lui». Si è avuta a male di questo miserevole indagare su favori e favoriti anche Giovanna Melandri, ex presidente del Maxxi in quota Pd: «L’avvocato Marco Carnabuci è stato chiamato dal Maxxi nel giugno 2018, quando Francesco Spano non aveva nulla a che fare con il museo (…) Quello che è in corso è un orribile regolamento di conti di una destra omofoba». Melandri fa finta di non sapere che il problema non è il primo contratto di Carnabuci firmato da lei, ma il secondo firmato dal suo lui. In campo anche Alessandro Zan, padrino della celebrata e omonima non-legge, che si dice «colpito dalle offese a Spano riguardo il suo orientamento sessuale». Non si poteva sottrarre al soccorso arcobaleno neppure Anna Paola Concia. L’ex senatrice Dem denuncia ad Huffington Post che «c’è un atteggiamento pilatesco. Dicono che aspettano di vedere Report... Ma c’è bisogno di vedere la trasmissione per difendere una persona da un attacco omofobo?». L’omosessualità come misura di tutte le cose. Se piace ai censori del centrosinistra, padronissimi. Ma il vero problema del caso Spano sono l’utilizzo di soldi pubblici, i possibili ricatti a chi non ha ancora fatto coming out e il sospetto di una lobby. Che visto il cordone difensivo sopra descritto, è più che un sospetto.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 16 febbraio con Flaminia Camilletti
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Discorsi comprensibili, peccato che la pratica metta decisamente in crisi la teoria. Sul referendum, ad esempio, abbiamo raccontato il curioso e inopportuno attivismo di alcuni alti prelati che occupano i vertici della Conferenza episcopale italiana ed esprimono posizioni che mal si conciliano con la divisione dei ruoli richiamata da Avvenire. La sensazione, va detto, è che una parte molto visibile delle gerarchie ecclesiastiche sia pronta a schierarsi politicamente, e con decisione, anche su temi che non chiamano direttamente in causa la dottrina, ma che toccano una certa sensibilità progressista, come nel caso della battaglia per il No. E pure quando ci sono in gioco questioni rilevantissime per la Chiesa, che bussano con forza alla coscienza dei fedeli, quella sensibilità progressista torna a riaffacciarsi, tanto da far pensare che sia proprio quella a regolare la presenza pubblica della Cei.
Un esempio eclatante lo fornisce monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale che non perde occasione per esporsi. Giusto ieri abbiamo ricordato che parteciperà al congresso di Magistratura democratica, fornendo un appoggio fattuale ai sostenitori del No al referendum sulla giustizia. Mesi fa si era schierato con ancora più forza sul referendum riguardante lavoro e cittadinanza, assumendo manco a dirlo una postura affine a quella della sinistra parlamentare. Non pago, ha deciso ieri di prendere parola pure sul fine vita. Argomento, quest’ultimo, su cui la Chiesa ha tutto il diritto e probabilmente anche il dovere di pronunciarsi, ma su cui dovrebbe valutare con grande attenzione le mosse, possibilmente evitando di accordarsi ancora una volta con il fronte sinistrorso. Ancora una volta, però, Savino sceglie una prospettiva di sicuro non ostile ai progressisti. Dichiara che «la legge sul fine vita non è più rimandabile», ben sapendo che non è affatto indispensabile legiferare sul tema e che anzi una nuova legge sarebbe la proverbiale apertura della porta che prelude allo spalancamento. Savino chiede un intervento legislativo basato «su un ampio consenso» fra le parti politiche, e benché insista molto sulla sacrosanta necessità di potenziare le cure palliative e l’assistenza, di fatto apre al suicidio assistito, scelta discutibile visto il ruolo che occupa. «Per evitare le fughe in avanti c’è bisogno di una legge nazionale», dice Savino. «Non per inseguire una circolare regionale ma per assumere una responsabilità che è nazionale. Il fine vita tocca il cuore dei diritti personalissimi, incrocia la coscienza e i profili di diritto penale, responsabilità professionale, livelli essenziali di assistenza e principio di uguaglianza. Il Paese non può permettersi geografie variabili». Si potrebbe obiettare che la geografia variabile viene creata proprio da chi ha cercato in ogni modo di forzare la normativa vigente, provando a scavalcare il Parlamento con ogni mezzo disponibile.
Il vicepresidente della Cei, per altro, legittima l’idea che basti un pronunciamento della Corte costituzionale per creare un diritto, convinzione che è contestabile in assoluto e che stupisce ancora di più se a farla propria è un uomo di Chiesa. Nulla di inedito, per carità, ma almeno ci venga risparmiata la pantomima sulla Chiesa che non deve «entrare in politica». La verità è che ci entra eccome, e fin troppo spesso da sinistra.
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Un asso, un grande collaudatore, un pilota primatista e un eroe che salva un generale. E anche un incallito fumatore.
Gjader, Albania (Ansa)
In Italia, se hai una lunga carriera da delinquente alle spalle, lo Stato può arrivare a risarcirti fino a 700 euro. È il paradosso che emerge dopo la sentenza del Tribunale civile di Roma sul trasferimento nel centro albanese di Gjader, e che ha come protagonista Laaleg Redouane, cittadino algerino (classe 1970) irregolare nel nostro Paese da 30 anni. Non è un irregolare qualunque, ma un uomo il cui nome ricorre da anni negli archivi giudiziari e amministrativi italiani, con una lunga sequenza di almeno 23 condanne, svariati arresti, 11 detenzioni in carcere ma soprattutto espulsioni mai eseguite.
Redouane risulta entrato illegalmente in Italia dalla frontiera di Ventimiglia intorno al 1995. Da allora, secondo gli atti di polizia, ha fornito 13 diverse generalità, senza mai risultare titolare di un permesso di soggiorno regolare né iscritto alle anagrafi o alle liste di collocamento.
A suo carico figurano 23 sentenze di condanna emesse tra il 1999 e il 2023, oltre a numerosi precedenti per reati contro la persona e il patrimonio, tra cui furto aggravato, spaccio di droga, rapina e lesioni, commessi prevalentemente in Liguria. È stato detenuto in almeno undici occasioni in diversi istituti di pena, da ultimo nella casa circondariale di Cuneo tra agosto 2024 e febbraio 2025.
Una data, più di altre, sintetizza il suo curriculum criminale: il 21 settembre 2015. Quel giorno, secondo quanto accertato dal Tribunale di Genova, Redouane aggredì una donna italiana colpendola con calci e pugni alla testa e agli arti superiori, provocandole un trauma cranico e un trauma oculare con una prognosi superiore ai 20 giorni. Per quell’episodio, commesso in regime di recidiva, venne condannato nel 2018 a nove mesi di reclusione. Non è l’unico capitolo rilevante. Nel tempo, l’uomo è stato anche destinatario di provvedimenti dell’autorità giudiziaria minorile: ha perso la potestà genitoriale e i figli sono stati affidati ai nonni, nell’ambito di un percorso di tutela già segnato da limitazioni e controlli.
È questo profilo che conduce Redouane nel circuito dei Cpr e, in particolare, a Gradisca d’Isonzo. Non un centro di prima accoglienza, ma una struttura che ospita prevalentemente stranieri irregolari destinatari di decreti di espulsione, spesso con precedenti penali e valutazioni di pericolosità sociale. Nel maggio 2021 era stato colpito da un decreto di espulsione del prefetto di Alessandria per motivi di sicurezza pubblica, con ordine di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, mai ottemperato. Anche all’ingresso nel carcere di Cuneo, nel 2024, informato della possibilità di chiedere protezione internazionale, dichiarò di non voler presentare domanda d’asilo.
Da Gradisca parte il trasferimento verso Gjader, in Albania. È su quel passaggio che interviene il giudice Corrado Bile (noto per sentenze pro migranti e contro lo Stato italiano) del Tribunale civile di Roma, condannando il ministero dell’Interno al pagamento di 700 euro a titolo di risarcimento. Ma per comprendere davvero la portata della decisione occorre leggere con attenzione le motivazioni. La sentenza non dichiara illegittimo il centro albanese, né mette in discussione il quadro normativo che ne consente l’utilizzo.
Il giudice muove dall’assunto che il ricorrente fosse legittimamente trattenuto ai sensi dell’articolo 14 del Testo unico sull’immigrazione e che il trasferimento si inserisse nell’operatività delle strutture previste dal protocollo Italia-Albania, dalla legge di ratifica e dalla normativa attuativa. Non c’è, in altre parole, una bocciatura del «modello Albania».
La censura riguarda altro. Secondo il Tribunale, il trasferimento sarebbe avvenuto senza un provvedimento scritto e motivato e con una comunicazione non corretta sulla destinazione finale.
È su questo piano che il giudice individua una «condotta colposa» dell’amministrazione e una violazione delle regole di buona gestione amministrativa, ritenendo che le modalità del trasferimento abbiano inciso sulla sfera privata del ricorrente. Non vengono accertate violenze, né dichiarata illegittima la misura di trattenimento in sé. Anzi, la sentenza esclude che l’uso delle fascette o le limitazioni ai contatti possano essere considerate automaticamente illegittime, potendo essere giustificate da esigenze di sicurezza. E non ravvisa una compressione effettiva del diritto di difesa.
Il risarcimento nasce dunque da un vizio procedurale, non dalla scelta di utilizzare il centro di Gjader. È una tutela riconosciuta in via equitativa, ancorata all’idea che anche l’esercizio di un potere legittimo debba avvenire nel rispetto di forme e garanzie. Ma è proprio qui che il paradosso diventa evidente. La sentenza prescinde quasi completamente dalla storia giudiziaria dell’uomo, dalle condanne, dalle espulsioni reiterate, dalla perdita della potestà genitoriale già disposta da altri tribunali. Trasforma un errore procedurale in responsabilità civile, senza misurarsi fino in fondo con un contesto segnato da 30 anni di illegalità e recidiva.
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