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2024-01-11
Aiuti a Kiev, ok della Camera: Crosetto non cambia linea anche se vede segni di disgelo
Guido Crosetto (Ansa)
L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano.
Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.
La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole.
Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli.
Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza».
Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico.
Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».
Mar Rosso fuoco, Huthi in azione
Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
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Montecitorio approva l’ottavo pacchetto bellico a uso difensivo. Per il ministro di Fdi «il sostegno continua, ma entrambe le parti sono più aperte». L’opposizione si spacca. Respinto il più grande attacco compiuto dai ribelli fino ad ora. Mentre filtra tensione dal vertice tra Blinken e Abu Mazen. Erdogan sfida Israele: «Smantellata rete di 007». Lo speciale contiene due articoli.L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano. Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole. Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli. Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza». Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico. Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crosetto-non-cambia-linea-2666930588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mar-rosso-fuoco-huthi-in-azione" data-post-id="2666930588" data-published-at="1704984410" data-use-pagination="False"> Mar Rosso fuoco, Huthi in azione Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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