True
2024-01-11
Aiuti a Kiev, ok della Camera: Crosetto non cambia linea anche se vede segni di disgelo
Guido Crosetto (Ansa)
L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano.
Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.
La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole.
Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli.
Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza».
Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico.
Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».
Mar Rosso fuoco, Huthi in azione
Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
Continua a leggereRiduci
Montecitorio approva l’ottavo pacchetto bellico a uso difensivo. Per il ministro di Fdi «il sostegno continua, ma entrambe le parti sono più aperte». L’opposizione si spacca. Respinto il più grande attacco compiuto dai ribelli fino ad ora. Mentre filtra tensione dal vertice tra Blinken e Abu Mazen. Erdogan sfida Israele: «Smantellata rete di 007». Lo speciale contiene due articoli.L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano. Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole. Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli. Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza». Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico. Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crosetto-non-cambia-linea-2666930588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mar-rosso-fuoco-huthi-in-azione" data-post-id="2666930588" data-published-at="1704984410" data-use-pagination="False"> Mar Rosso fuoco, Huthi in azione Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
Continua a leggereRiduci
Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
Continua a leggereRiduci