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2024-01-11
Aiuti a Kiev, ok della Camera: Crosetto non cambia linea anche se vede segni di disgelo
Guido Crosetto (Ansa)
L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano.
Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.
La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole.
Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli.
Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza».
Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico.
Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».
Mar Rosso fuoco, Huthi in azione
Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
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Montecitorio approva l’ottavo pacchetto bellico a uso difensivo. Per il ministro di Fdi «il sostegno continua, ma entrambe le parti sono più aperte». L’opposizione si spacca. Respinto il più grande attacco compiuto dai ribelli fino ad ora. Mentre filtra tensione dal vertice tra Blinken e Abu Mazen. Erdogan sfida Israele: «Smantellata rete di 007». Lo speciale contiene due articoli.L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano. Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole. Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli. Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza». Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico. Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crosetto-non-cambia-linea-2666930588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mar-rosso-fuoco-huthi-in-azione" data-post-id="2666930588" data-published-at="1704984410" data-use-pagination="False"> Mar Rosso fuoco, Huthi in azione Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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