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2024-01-11
Aiuti a Kiev, ok della Camera: Crosetto non cambia linea anche se vede segni di disgelo
Guido Crosetto (Ansa)
L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano.
Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.
La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole.
Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli.
Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza».
Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico.
Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».
Mar Rosso fuoco, Huthi in azione
Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
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Montecitorio approva l’ottavo pacchetto bellico a uso difensivo. Per il ministro di Fdi «il sostegno continua, ma entrambe le parti sono più aperte». L’opposizione si spacca. Respinto il più grande attacco compiuto dai ribelli fino ad ora. Mentre filtra tensione dal vertice tra Blinken e Abu Mazen. Erdogan sfida Israele: «Smantellata rete di 007». Lo speciale contiene due articoli.L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano. Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole. Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli. Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza». Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico. Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crosetto-non-cambia-linea-2666930588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mar-rosso-fuoco-huthi-in-azione" data-post-id="2666930588" data-published-at="1704984410" data-use-pagination="False"> Mar Rosso fuoco, Huthi in azione Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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