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2024-01-11
Aiuti a Kiev, ok della Camera: Crosetto non cambia linea anche se vede segni di disgelo
Guido Crosetto (Ansa)
L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano.
Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.
La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole.
Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli.
Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza».
Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico.
Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».
Mar Rosso fuoco, Huthi in azione
Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
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Montecitorio approva l’ottavo pacchetto bellico a uso difensivo. Per il ministro di Fdi «il sostegno continua, ma entrambe le parti sono più aperte». L’opposizione si spacca. Respinto il più grande attacco compiuto dai ribelli fino ad ora. Mentre filtra tensione dal vertice tra Blinken e Abu Mazen. Erdogan sfida Israele: «Smantellata rete di 007». Lo speciale contiene due articoli.L’Italia continuerà a rifornire militarmente l’Ucraina. La Camera dei deputati ieri ha detto sì con 190 voti favorevoli, 49 contrari e 60 astenuti. Approvata quindi la risoluzione della maggioranza davanti al ministro della Difesa, Guido Crosetto, giunto a Montecitorio per le sue comunicazioni. L’ottavo pacchetto, così come gli altri, conterrà solo armi a scopo difensivo e sarà evaso con le armi già a disposizione dello Stato italiano. Il ministro ha spiegato quanto fosse importante proseguire con lo sforzo militare («il 2024 sarà un anno cruciale per l’Ucraina»), per poi ammettere che la controffensiva di Kiev non ha raggiunto i risultati sperati e ora che arriva l’inverno sarà ancora più difficile resistere alla forza di Mosca. Il conflitto si sta trasformando, per Crosetto, in una guerra di posizione, di logoramento. Mosca scommette, con ampie possibilità di vittoria, sulla «stanchezza» dei partner occidentali dell’Ucraina, con la testa sugli appuntamenti elettorali del 2024.La Russia quindi si trova in questo momento in una posizione di forza. Crosetto ha riconosciuto anche che le sanzioni non hanno funzionato in quanto il presidente russo, Vladimir Putin, è riuscito ad aggirarle e a restare in piedi. Insomma, nessun segno di cedimento nonostante tutti gli sforzi. Come ha detto il premier, Giorgia Meloni, già nella conferenza stampa di inizio anno, sostenere l’Ucraina serve a non perdere capacità negoziale. Indebolirsi infatti significherebbe perdere credibilità davanti a una trattativa che per ora non è mai iniziata. La conseguenza è che il sostegno anche militare dell’Italia rimarrà «forte e inalterato», dice Crosetto, che non prevede alcun «disimpegno», almeno fino a quando non cesseranno gli attacchi dell’esercito russo. Il ministro ha parlato di coerenza nella necessità di evitare di fare passi indietro, che potrebbero rivelarsi drammatici. «Se accettiamo la regola del più forte, perdiamo la libertà», le sue parole. Non dimentica tuttavia che l’obiettivo numero uno resta quello di avviare una vera trattativa. Per Crosetto «si potrà iniziare a parlare quando per un’ora, per un giorno, smetteranno di cadere le bombe». «Parrebbe giunto il momento per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa». Crosetto parla delle dichiarazioni «di diversi interlocutori russi», che mostrano «una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra». Un cane che si morde la coda insomma: l’obiettivo resta negoziare e inviare armi serve a non perdere forza nella leva della trattativa, eppure inviare armi non può essere considerato di certo un segnale distensivo. Un cortocircuito dal quale è difficile pensare di uscire da soli. Come previsto, ad ogni modo, le opposizioni si spaccano. Il Movimento 5 stelle presenta una risoluzione per interrompere immediatamente gli aiuti, il Pd invece abbastanza a sorpresa si astiene dal voto, anche se la posizione non è stata univoca. L’ex ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, per esempio, ha votato sì al primo punto della risoluzione per «coerenza». Nello stesso giorno arriva anche il primo sì dell’Ue al regolamento sugli aiuti a Kiev. L’approvazione del mandato parziale, arrivata in quanto all’interno del Coreper II nessuno ha posto il veto, permette alla presidenza belga di cominciare i negoziati con l’Eurocamera per arrivare a un testo condiviso rapidamente. A essere approvata è solamente la cornice legislativa: numeri e tempi dell’assistenza finanziaria all’Ucraina saranno al centro del Consiglio europeo straordinario del primo febbraio. Il via libera ai due regolamenti è un passo che la presidenza belga riteneva importanti, ma non scioglie il nodo della posizione contraria del premier ungherese, Viktor Orbán. Il Rappresentante permanente dell’Ungheria, intervenendo al Coreper II, ha infatti ribadito che Budapest vuole l’assistenza finanziaria per Kiev fuori dal bilancio pluriennale e rinnovabile con cadenza annuale. Tuttavia nessuno ha appoggiato le riserve di Budapest, neppure la Slovacchia, che pure è guidata dall’alleato di Orbán, Robert Fico. Insomma tutto l’Occidente, Usa compresi, discute del sostegno all’Ucraina che già da qualche settimana comincia a fare i conti con la scarsità di risorse. Ieri a Kharkiv le forze russe hanno colpito un centro medico pediatrico dove fortunatamente non si trovava nessuno. Secondo l’intelligence britannica i piloti russi sono poco addestrati e inclini all’errore. Il 2 gennaio uno dei loro aerei, riporta il report prodotto dalla Difesa britannica, ha sganciato una bomba che ha danneggiando nove edifici residenziali a Petropavlivka, nella regione russa di Voronezh. A questo incidente ne è seguito un altro l’8 gennaio, quando un pilota ha sganciato per errore una bomba non guidata Fab-250 sulla città occupata di Rubizhne, nella regione ucraina di Lugansk in Ucraina. Infine anche papa Francesco torna a parlare di Ucraina definendo le operazioni belliche russe che colpiscono la popolazione civile e le infrastrutture vitali dell’intero Paese come «ignobili e inaccettabili» e ha affermato che «non possono essere giustificate in alcun modo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crosetto-non-cambia-linea-2666930588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mar-rosso-fuoco-huthi-in-azione" data-post-id="2666930588" data-published-at="1704984410" data-use-pagination="False"> Mar Rosso fuoco, Huthi in azione Resta alta la tensione nel Mar Rosso. Martedì notte, i ribelli Huthi hanno lanciato una raffica di razzi e missili contro le forze statunitensi e britanniche presenti nell’area: si è trattato finora dell’attacco più vasto attuato da questo gruppo filoiraniano dall’inizio della crisi attualmente in corso in Medio Oriente. Particolarmente dura è stata la reazione del ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Adesso basta. Dobbiamo essere chiari con gli Huthi: tutto questo deve finire», ha dichiarato. «Ci saranno conseguenze», ha rincarato la dose ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, riferendosi agli attacchi degli Huthi. «Abbiamo anche cercato ripetutamente di chiarire all’Iran, come hanno fatto anche altri Paesi, che il sostegno che stanno fornendo agli Huthi, comprese queste azioni, deve finire», ha proseguito il capo del Dipartimento di Stato americano dopo essere arrivato in Bahrein. Poco prima, Blinken aveva incontrato, in un vertice ad alta tensione, Abu Mazen. «Il segretario Blinken ha discusso degli sforzi in corso per ridurre al minimo i danni civili a Gaza e accelerare e aumentare la fornitura di assistenza umanitaria ai civili palestinesi in tutta Gaza», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller, riferendosi al faccia a faccia tra i due. Non dimentichiamo che Washington punta a favorire un governo a Gaza che, dopo lo sradicamento di Hamas, sia sotto la guida dell’Anp. Non a caso, la stessa Hamas ha duramente criticato Blinken nelle scorse ore. Lo sradicamento del gruppo terroristico sembra comunque al momento più vicino. «I risultati delle Forze di difesa israeliane continuano a crescere», ha detto ieri Benny Gantz durante una conferenza stampa a Tel Aviv. «In gran parte della Striscia, Hamas di fatto non ha più il controllo», ha aggiunto, per poi proseguire: «Dobbiamo continuare; se ci fermiamo ora, Hamas riprenderà il controllo». Nel mentre, le forze israeliane hanno annunciato di aver colpito una base operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e di aver fatto irruzione nella lussuosa abitazione di uno dei capi dell’ala militare di Hamas, Marwan Issa, situata nei pressi di Bureij. Dall’altra parte, un esponente dell’amministrazione Biden, Brett McGurk, si è recato in Qatar, per incontrarne il primo ministro, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il Qatar avrebbe un piano: l’esilio dei capi di Hamas, il rilascio degli ostaggi e ritiro dell’Idf. Un’ipotesi già scartata dai miliziani. Nelle stesse ore, è stato anche reso noto che il governo egiziano ha avuto contatti con la jihad islamica e con la stessa Hamas, per discutere la ripresa dei negoziati finalizzati alla liberazione dei prigionieri. Dal canto suo, il gabinetto di guerra israeliano ha valutato ieri una proposta del Qatar dedicata al rilascio degli ostaggi. Nel frattempo Anp, Egitto e Giordania hanno emesso un comunicato congiunto, invocando un cessate il fuoco e un maggiore ingresso di aiuti a Gaza. Non è inoltre escluso un aumento della tensione tra Gerusalemme e Ankara: ieri, Recep Tayyip Erdogan ha affermato di aver smantellato una presunta «rete di spionaggio israeliana» che sarebbe stata presente in Turchia. Inizieranno intanto oggi le udienze presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a seguito della causa intentata dal Sudafrica contro lo Stato ebraico con l’accusa di genocidio. «Domani, lo Stato di Israele comparirà davanti alla Corte internazionale di giustizia per smentire l’assurda calunnia del sangue del Sudafrica, mentre Pretoria dà copertura politica e legale al regime stupratore di Hamas», ha detto ieri il portavoce del governo israeliano, Eylon Levy. «Il 7 ottobre Hamas ha commesso un atto di genocidio inviando squadroni della morte a invadere Israele con la missione di bruciare, decapitare, torturare, mutilare, rapire e violentare quanti più israeliani potevano», ha aggiunto.
il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.