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2024-09-10
La Raggi e Toninelli soccorrono Grillo. Lite pure sul sito Web
Danilo Toninelli e Virginia Raggi (Ansa)
Passano i giorni, ma la crepa tra il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, e il fondatore e oggi «garante», Beppe Grillo, si allarga sempre di più. Vecchi e nuovi esponenti si posizionano su una barricata o sull’altra.
L’ex parlamentare ed ex ministro Danilo Toninelli è tornato a prendere le parti di Grillo, commentando la definizione del comico genovese come «sopraelevato», coniata appunto dall’ex premier. «Grillo si definisce ironicamente “Elevato”, ma lo fa in contraddizione rispetto ai partiti tradizionali, dove il leader si attacca al potere e nomina i propri uomini. Grillo non ha mai chiesto incarichi, non ha fatto il ministro, né è entrato in parlamento o in una partecipata. Ha sempre rappresentato l’esempio più altruistico e generoso della politica italiana». Secondo Toninelli «quello di Conte è un attacco personale. Beppe ha sempre sostenuto due principi fondamentali: il limite dei due mandati e la democrazia diretta, mentre Conte, rispondendo con l’ironia del “sopraelevato”, si allontana da questi valori. Questa è una dialettica che vediamo più spesso nei partiti tradizionali, come in Renzi, piuttosto che nel Movimento 5 stelle».
Per Grillo si schierano le truppe cammellate. Anche l’ex sindaco di Roma, Virginia Raggi, difende il suo padre padrino. «Il Movimento nasce come idea, come metodo, come possibilità e io credo che oggi ci sia bisogno di tornare a quel metodo e a quel laboratorio, altrimenti si diventa solo la brutta copia degli altri partiti». E aggiunge: «Con Grillo ci sentiamo più o meno regolarmente, ci siamo fatti gli auguri per le vacanze», ha aggiunto. «Oggi il M5s ha uno statuto che è una sorta di regolamento che disciplina cosa si può fare e cosa non si può fare nel M5s. Se questo statuto dà a Beppe Grillo dei poteri e lui li esercita, fa bene. La cosa più brutta è trasformarsi in quello che si è sempre detto di voler combattere, è terribile». E alla domanda: «Se ci fosse una questione legale, a colpi di carte bollate tra Grillo e Conte?», risponde: «Sicuramente non sarei io l’avvocato, la questione mi lascia un po’ scossa, turbata. Mi dispiace molto, da persona che ha creduto molto e crede nel Movimento. Se si arriverà alle carte bollate se la vedranno gli avvocati». Per Roberta Lombardi, altra ex storica, è l’ora di voltare pagina: «Il M5s era un progetto biodegradabile», sostiene, «è ora di accettare la sua dissoluzione». E c’è chi, come Alessandro di Battista, raggiunto dalla Verità, proprio non vuole commentare.
Il vicepresidente del Movimento, Michele Gubitosa, è arrivato a mettere in dubbio la consulenza da 300.000 euro di Grillo per «inadempienza». La vicenda dalle parole è pronta a giocarsi tra statuti e regolamenti. della questione Grillo «se ne occuperanno gli avvocati», ha tuonato Conte dal palco della festa del Fatto Quotidiano. «Grillo non può fermare le votazioni degli iscritti», ancora Gubitosa, «al massimo può esprimere delle raccomandazioni».
Intanto da Campo Marzio esprimono soddisfazione per i numeri che stanno portando verso la costituente. Sono arrivati 22.000 contributi, di cui circa 3.000 da non iscritti al Movimento 5 stelle alla mezzanotte del 6 settembre, in cui si concludeva la prima fase. Loro vanno avanti senza tentennamenti. «Un grandissimo risultato», ha commentato Conte. E come prevedibile tra le idee prodotte dai grillini ci sono anche alcuni contributi che hanno a che vedere con nome, simbolo e regola dei due mandati. A dimostrazione, secondo l’ex premier, che sono temi caldi.
«Noi vogliamo guardare avanti, parlare di temi e partecipazione: c’è un’intera comunità che non si fa mettere il bavaglio e non vuole censure, ma vuole discutere di temi e partecipazione». Questo, apprende l’Adnkronos, l’umore che filtra dal quartier generale del M5S a Campo Marzio.
Ora ci saranno seconda e terza fase. Documenti preparatori per informare i partecipanti sui temi all’ordine del giorno; discussione tra gli iscritti; assemblea a Roma. All’orizzonte, sempre più vicino, c’è lo scontro finale. Conte o Grillo, insomma, c’è da scegliere da che parte stare. Sempre più probabile una scissione. Pochi giorni fa una circolare del Movimento invitava gli iscritti inattivi a rinnovare l’iscrizione con un clic entro cinque giorni, pena la disattivazione dell’account. Un modo secondo alcuni per evitare infiltrazioni di seguaci di Grillo, che potrebbero boicottare l’operazione di rinnovamento. «Siccome Beppe può chiedere di ripetere un voto e, nella seconda votazione, c’è il vincolo di raggiungere almeno il 50% più uno affinché il risultato sia valido», i vertici starebbero cercando di «portarsi avanti» per «diminuire la base votanti, applicando la regola del rinnovo che però nelle scorse votazioni non hanno mai applicato», fanno sapere alcune fonti. «Illazioni», replicano da Campo Marzio: lo statuto - viene spiegato - prevede la cancellazione degli utenti inattivi, che non hanno mai fatto un accesso e non hanno partecipato a votazioni.
Quella del Movimento 5 stelle rischia di diventare una breve storia triste, insomma. La fine di una parabola discendente inaugurato da Luigi Di Maio, che dal giugno 2023 serenamente ricopre la carica di rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico.
Marattin lascia: in Italia viva resta in vita solo Renzi
Morti e feriti nel campo largo. Anche solo a parlarne. Come da tradizione è il solito Matteo Renzi a crear scompiglio. Mentre da una parte c’è chi promette guerra e fiamme all’idea di un suo possibile ingresso nella possibile alleanza ampliata della sinistra, dall’altra c’è chi, nel suo partito, di campo largo proprio non vuole sentir parlare. Si tratta di Luigi Marattin, deputato di Italia viva fino a ieri, da oggi nel gruppo misto. Non un membro qualsiasi, bensì un fedelissimo di Renzi già dai tempi del Partito democratico, dentro Italia viva si occupava perlopiù di dettare la linea economica. Da parlamentare, nella scorsa legislatura ha ricoperto il ruolo di capogruppo del Pd prima e di Italia viva all’interno della V commissione Bilancio di Montecitorio. Da luglio 2020 a ottobre 2022 (con la fine della XVIII legislatura) è stato presidente della commissione Finanze, naturalmente sempre alla Camera dei deputati.
In una conferenza stampa a Montecitorio, Marattin ha spiegato la sua scelta: «Con forte dispiacere personale ma altrettanto forte convincimento, chiarezza e determinazione politica annunciamo il nostro addio a Italia viva. Noi non condividiamo l’adesione al campo largo, nel metodo e nel merito, avrebbe dovuto essere presa in un congresso perché in un congresso era stata decisa la collocazione terzopolista di Italia viva». Marattin assicura che lo strappo si è consumato in maniera amichevole, ma chiarisce: «Non è l’esito che Italia viva merita, siamo ancora convinti che lì non ci sia niente di interessante per una proposta politica di governo del Paese: su fisco, ambiente, energia, politica estera, scuola, settore pubblico. Le posizioni del campo largo sono antitetiche a quelle di Italia viva su cui militanti e dirigenti di base hanno dato anima e cuore e ora si chiede di buttare tutto via in nome del bipolarismo, tutto questo avrebbe dovuto essere discusso».
A Marattin va riconosciuta la lucidità che agli altri della sinistra manca. Non esiste un tema su cui si trovino tutti d’accordo, lo dimostrano le tensioni montate in questi giorni, da cui alcuni preferiscono tirarsi fuori.
Marattin parla al plurale perché non è l’unico a lasciare il partito. «Le uscite da Italia viva sono già iniziate nei giorni scorsi, un paio di centinaia di persone sono con noi, cento dirigenti territoriali e altri arriveranno», assicura. Hanno fatto i bagagli quattro dirigenti territoriali: Emanuele Cristelli (Friuli Venezia Giulia), Valeria Pernice (Verona), Giorgia Bellucci (Rimini) e Alessandro Pezzini (Lodi). Non nomi di spicco, ma c’è chi è pronto a scommettere che altri big segurianno l’esempio. Uno potrebbe essere Luciano Nobili, collega a Montecitorio e amico di Marattin. Proprio ieri scriveva un post di commento al rapporto di Mario Draghi, elogiandone la visione. Mentre il collega Marattin in conferenza stampa diceva: «L’obiettivo nei prossimi anni è creare un partito liberaldemocratico e riformatore per le prossime elezioni politiche, che sarà l’interfaccia politica di quel rapporto Draghi che ora non ha interpreti in Italia».
Marattin, infatti, non trasloca in altri partiti (si parlava di Forza Italia). Lancia un progetto: «Fonderemo una associazione che si chiamerà Orizzonti liberali, un’associazione perché sarebbe velleitario e infantile uscire da un partito e fondare un partito, i partiti sono una cosa seria, soprattutto se devono colmare un vuoto di rappresentanza». Ennesimo contenitore inutile, un po’ come Italia viva, una zattera costruita per tenersi a galla, sulla quale sembrano rimasti a bordo solo Renzi e Maria Elena Boschi, in attesa di salire sul prossimo yacht di passaggio.
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Continua la guerra di Conte. Caustica la ex Lombardi: «Il M5s è biodegradabile». Veleni sulle mosse degli «infiltrati» online.Luigi Marattin è contrario ai piani per entrare nel campo largo. Via anche quattro dirigenti locali. Voci pure sull’addio di Nobili.Lo speciale contiene due articoli.Passano i giorni, ma la crepa tra il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, e il fondatore e oggi «garante», Beppe Grillo, si allarga sempre di più. Vecchi e nuovi esponenti si posizionano su una barricata o sull’altra. L’ex parlamentare ed ex ministro Danilo Toninelli è tornato a prendere le parti di Grillo, commentando la definizione del comico genovese come «sopraelevato», coniata appunto dall’ex premier. «Grillo si definisce ironicamente “Elevato”, ma lo fa in contraddizione rispetto ai partiti tradizionali, dove il leader si attacca al potere e nomina i propri uomini. Grillo non ha mai chiesto incarichi, non ha fatto il ministro, né è entrato in parlamento o in una partecipata. Ha sempre rappresentato l’esempio più altruistico e generoso della politica italiana». Secondo Toninelli «quello di Conte è un attacco personale. Beppe ha sempre sostenuto due principi fondamentali: il limite dei due mandati e la democrazia diretta, mentre Conte, rispondendo con l’ironia del “sopraelevato”, si allontana da questi valori. Questa è una dialettica che vediamo più spesso nei partiti tradizionali, come in Renzi, piuttosto che nel Movimento 5 stelle». Per Grillo si schierano le truppe cammellate. Anche l’ex sindaco di Roma, Virginia Raggi, difende il suo padre padrino. «Il Movimento nasce come idea, come metodo, come possibilità e io credo che oggi ci sia bisogno di tornare a quel metodo e a quel laboratorio, altrimenti si diventa solo la brutta copia degli altri partiti». E aggiunge: «Con Grillo ci sentiamo più o meno regolarmente, ci siamo fatti gli auguri per le vacanze», ha aggiunto. «Oggi il M5s ha uno statuto che è una sorta di regolamento che disciplina cosa si può fare e cosa non si può fare nel M5s. Se questo statuto dà a Beppe Grillo dei poteri e lui li esercita, fa bene. La cosa più brutta è trasformarsi in quello che si è sempre detto di voler combattere, è terribile». E alla domanda: «Se ci fosse una questione legale, a colpi di carte bollate tra Grillo e Conte?», risponde: «Sicuramente non sarei io l’avvocato, la questione mi lascia un po’ scossa, turbata. Mi dispiace molto, da persona che ha creduto molto e crede nel Movimento. Se si arriverà alle carte bollate se la vedranno gli avvocati». Per Roberta Lombardi, altra ex storica, è l’ora di voltare pagina: «Il M5s era un progetto biodegradabile», sostiene, «è ora di accettare la sua dissoluzione». E c’è chi, come Alessandro di Battista, raggiunto dalla Verità, proprio non vuole commentare. Il vicepresidente del Movimento, Michele Gubitosa, è arrivato a mettere in dubbio la consulenza da 300.000 euro di Grillo per «inadempienza». La vicenda dalle parole è pronta a giocarsi tra statuti e regolamenti. della questione Grillo «se ne occuperanno gli avvocati», ha tuonato Conte dal palco della festa del Fatto Quotidiano. «Grillo non può fermare le votazioni degli iscritti», ancora Gubitosa, «al massimo può esprimere delle raccomandazioni». Intanto da Campo Marzio esprimono soddisfazione per i numeri che stanno portando verso la costituente. Sono arrivati 22.000 contributi, di cui circa 3.000 da non iscritti al Movimento 5 stelle alla mezzanotte del 6 settembre, in cui si concludeva la prima fase. Loro vanno avanti senza tentennamenti. «Un grandissimo risultato», ha commentato Conte. E come prevedibile tra le idee prodotte dai grillini ci sono anche alcuni contributi che hanno a che vedere con nome, simbolo e regola dei due mandati. A dimostrazione, secondo l’ex premier, che sono temi caldi.«Noi vogliamo guardare avanti, parlare di temi e partecipazione: c’è un’intera comunità che non si fa mettere il bavaglio e non vuole censure, ma vuole discutere di temi e partecipazione». Questo, apprende l’Adnkronos, l’umore che filtra dal quartier generale del M5S a Campo Marzio.Ora ci saranno seconda e terza fase. Documenti preparatori per informare i partecipanti sui temi all’ordine del giorno; discussione tra gli iscritti; assemblea a Roma. All’orizzonte, sempre più vicino, c’è lo scontro finale. Conte o Grillo, insomma, c’è da scegliere da che parte stare. Sempre più probabile una scissione. Pochi giorni fa una circolare del Movimento invitava gli iscritti inattivi a rinnovare l’iscrizione con un clic entro cinque giorni, pena la disattivazione dell’account. Un modo secondo alcuni per evitare infiltrazioni di seguaci di Grillo, che potrebbero boicottare l’operazione di rinnovamento. «Siccome Beppe può chiedere di ripetere un voto e, nella seconda votazione, c’è il vincolo di raggiungere almeno il 50% più uno affinché il risultato sia valido», i vertici starebbero cercando di «portarsi avanti» per «diminuire la base votanti, applicando la regola del rinnovo che però nelle scorse votazioni non hanno mai applicato», fanno sapere alcune fonti. «Illazioni», replicano da Campo Marzio: lo statuto - viene spiegato - prevede la cancellazione degli utenti inattivi, che non hanno mai fatto un accesso e non hanno partecipato a votazioni.Quella del Movimento 5 stelle rischia di diventare una breve storia triste, insomma. La fine di una parabola discendente inaugurato da Luigi Di Maio, che dal giugno 2023 serenamente ricopre la carica di rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-conte-grillo-m5s-2669156721.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="marattin-lascia-in-italia-viva-resta-in-vita-solo-renzi" data-post-id="2669156721" data-published-at="1725965375" data-use-pagination="False"> Marattin lascia: in Italia viva resta in vita solo Renzi Morti e feriti nel campo largo. Anche solo a parlarne. Come da tradizione è il solito Matteo Renzi a crear scompiglio. Mentre da una parte c’è chi promette guerra e fiamme all’idea di un suo possibile ingresso nella possibile alleanza ampliata della sinistra, dall’altra c’è chi, nel suo partito, di campo largo proprio non vuole sentir parlare. Si tratta di Luigi Marattin, deputato di Italia viva fino a ieri, da oggi nel gruppo misto. Non un membro qualsiasi, bensì un fedelissimo di Renzi già dai tempi del Partito democratico, dentro Italia viva si occupava perlopiù di dettare la linea economica. Da parlamentare, nella scorsa legislatura ha ricoperto il ruolo di capogruppo del Pd prima e di Italia viva all’interno della V commissione Bilancio di Montecitorio. Da luglio 2020 a ottobre 2022 (con la fine della XVIII legislatura) è stato presidente della commissione Finanze, naturalmente sempre alla Camera dei deputati. In una conferenza stampa a Montecitorio, Marattin ha spiegato la sua scelta: «Con forte dispiacere personale ma altrettanto forte convincimento, chiarezza e determinazione politica annunciamo il nostro addio a Italia viva. Noi non condividiamo l’adesione al campo largo, nel metodo e nel merito, avrebbe dovuto essere presa in un congresso perché in un congresso era stata decisa la collocazione terzopolista di Italia viva». Marattin assicura che lo strappo si è consumato in maniera amichevole, ma chiarisce: «Non è l’esito che Italia viva merita, siamo ancora convinti che lì non ci sia niente di interessante per una proposta politica di governo del Paese: su fisco, ambiente, energia, politica estera, scuola, settore pubblico. Le posizioni del campo largo sono antitetiche a quelle di Italia viva su cui militanti e dirigenti di base hanno dato anima e cuore e ora si chiede di buttare tutto via in nome del bipolarismo, tutto questo avrebbe dovuto essere discusso». A Marattin va riconosciuta la lucidità che agli altri della sinistra manca. Non esiste un tema su cui si trovino tutti d’accordo, lo dimostrano le tensioni montate in questi giorni, da cui alcuni preferiscono tirarsi fuori. Marattin parla al plurale perché non è l’unico a lasciare il partito. «Le uscite da Italia viva sono già iniziate nei giorni scorsi, un paio di centinaia di persone sono con noi, cento dirigenti territoriali e altri arriveranno», assicura. Hanno fatto i bagagli quattro dirigenti territoriali: Emanuele Cristelli (Friuli Venezia Giulia), Valeria Pernice (Verona), Giorgia Bellucci (Rimini) e Alessandro Pezzini (Lodi). Non nomi di spicco, ma c’è chi è pronto a scommettere che altri big segurianno l’esempio. Uno potrebbe essere Luciano Nobili, collega a Montecitorio e amico di Marattin. Proprio ieri scriveva un post di commento al rapporto di Mario Draghi, elogiandone la visione. Mentre il collega Marattin in conferenza stampa diceva: «L’obiettivo nei prossimi anni è creare un partito liberaldemocratico e riformatore per le prossime elezioni politiche, che sarà l’interfaccia politica di quel rapporto Draghi che ora non ha interpreti in Italia». Marattin, infatti, non trasloca in altri partiti (si parlava di Forza Italia). Lancia un progetto: «Fonderemo una associazione che si chiamerà Orizzonti liberali, un’associazione perché sarebbe velleitario e infantile uscire da un partito e fondare un partito, i partiti sono una cosa seria, soprattutto se devono colmare un vuoto di rappresentanza». Ennesimo contenitore inutile, un po’ come Italia viva, una zattera costruita per tenersi a galla, sulla quale sembrano rimasti a bordo solo Renzi e Maria Elena Boschi, in attesa di salire sul prossimo yacht di passaggio.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.