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2024-09-10
La Raggi e Toninelli soccorrono Grillo. Lite pure sul sito Web
Danilo Toninelli e Virginia Raggi (Ansa)
Passano i giorni, ma la crepa tra il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, e il fondatore e oggi «garante», Beppe Grillo, si allarga sempre di più. Vecchi e nuovi esponenti si posizionano su una barricata o sull’altra.
L’ex parlamentare ed ex ministro Danilo Toninelli è tornato a prendere le parti di Grillo, commentando la definizione del comico genovese come «sopraelevato», coniata appunto dall’ex premier. «Grillo si definisce ironicamente “Elevato”, ma lo fa in contraddizione rispetto ai partiti tradizionali, dove il leader si attacca al potere e nomina i propri uomini. Grillo non ha mai chiesto incarichi, non ha fatto il ministro, né è entrato in parlamento o in una partecipata. Ha sempre rappresentato l’esempio più altruistico e generoso della politica italiana». Secondo Toninelli «quello di Conte è un attacco personale. Beppe ha sempre sostenuto due principi fondamentali: il limite dei due mandati e la democrazia diretta, mentre Conte, rispondendo con l’ironia del “sopraelevato”, si allontana da questi valori. Questa è una dialettica che vediamo più spesso nei partiti tradizionali, come in Renzi, piuttosto che nel Movimento 5 stelle».
Per Grillo si schierano le truppe cammellate. Anche l’ex sindaco di Roma, Virginia Raggi, difende il suo padre padrino. «Il Movimento nasce come idea, come metodo, come possibilità e io credo che oggi ci sia bisogno di tornare a quel metodo e a quel laboratorio, altrimenti si diventa solo la brutta copia degli altri partiti». E aggiunge: «Con Grillo ci sentiamo più o meno regolarmente, ci siamo fatti gli auguri per le vacanze», ha aggiunto. «Oggi il M5s ha uno statuto che è una sorta di regolamento che disciplina cosa si può fare e cosa non si può fare nel M5s. Se questo statuto dà a Beppe Grillo dei poteri e lui li esercita, fa bene. La cosa più brutta è trasformarsi in quello che si è sempre detto di voler combattere, è terribile». E alla domanda: «Se ci fosse una questione legale, a colpi di carte bollate tra Grillo e Conte?», risponde: «Sicuramente non sarei io l’avvocato, la questione mi lascia un po’ scossa, turbata. Mi dispiace molto, da persona che ha creduto molto e crede nel Movimento. Se si arriverà alle carte bollate se la vedranno gli avvocati». Per Roberta Lombardi, altra ex storica, è l’ora di voltare pagina: «Il M5s era un progetto biodegradabile», sostiene, «è ora di accettare la sua dissoluzione». E c’è chi, come Alessandro di Battista, raggiunto dalla Verità, proprio non vuole commentare.
Il vicepresidente del Movimento, Michele Gubitosa, è arrivato a mettere in dubbio la consulenza da 300.000 euro di Grillo per «inadempienza». La vicenda dalle parole è pronta a giocarsi tra statuti e regolamenti. della questione Grillo «se ne occuperanno gli avvocati», ha tuonato Conte dal palco della festa del Fatto Quotidiano. «Grillo non può fermare le votazioni degli iscritti», ancora Gubitosa, «al massimo può esprimere delle raccomandazioni».
Intanto da Campo Marzio esprimono soddisfazione per i numeri che stanno portando verso la costituente. Sono arrivati 22.000 contributi, di cui circa 3.000 da non iscritti al Movimento 5 stelle alla mezzanotte del 6 settembre, in cui si concludeva la prima fase. Loro vanno avanti senza tentennamenti. «Un grandissimo risultato», ha commentato Conte. E come prevedibile tra le idee prodotte dai grillini ci sono anche alcuni contributi che hanno a che vedere con nome, simbolo e regola dei due mandati. A dimostrazione, secondo l’ex premier, che sono temi caldi.
«Noi vogliamo guardare avanti, parlare di temi e partecipazione: c’è un’intera comunità che non si fa mettere il bavaglio e non vuole censure, ma vuole discutere di temi e partecipazione». Questo, apprende l’Adnkronos, l’umore che filtra dal quartier generale del M5S a Campo Marzio.
Ora ci saranno seconda e terza fase. Documenti preparatori per informare i partecipanti sui temi all’ordine del giorno; discussione tra gli iscritti; assemblea a Roma. All’orizzonte, sempre più vicino, c’è lo scontro finale. Conte o Grillo, insomma, c’è da scegliere da che parte stare. Sempre più probabile una scissione. Pochi giorni fa una circolare del Movimento invitava gli iscritti inattivi a rinnovare l’iscrizione con un clic entro cinque giorni, pena la disattivazione dell’account. Un modo secondo alcuni per evitare infiltrazioni di seguaci di Grillo, che potrebbero boicottare l’operazione di rinnovamento. «Siccome Beppe può chiedere di ripetere un voto e, nella seconda votazione, c’è il vincolo di raggiungere almeno il 50% più uno affinché il risultato sia valido», i vertici starebbero cercando di «portarsi avanti» per «diminuire la base votanti, applicando la regola del rinnovo che però nelle scorse votazioni non hanno mai applicato», fanno sapere alcune fonti. «Illazioni», replicano da Campo Marzio: lo statuto - viene spiegato - prevede la cancellazione degli utenti inattivi, che non hanno mai fatto un accesso e non hanno partecipato a votazioni.
Quella del Movimento 5 stelle rischia di diventare una breve storia triste, insomma. La fine di una parabola discendente inaugurato da Luigi Di Maio, che dal giugno 2023 serenamente ricopre la carica di rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico.
Marattin lascia: in Italia viva resta in vita solo Renzi
Morti e feriti nel campo largo. Anche solo a parlarne. Come da tradizione è il solito Matteo Renzi a crear scompiglio. Mentre da una parte c’è chi promette guerra e fiamme all’idea di un suo possibile ingresso nella possibile alleanza ampliata della sinistra, dall’altra c’è chi, nel suo partito, di campo largo proprio non vuole sentir parlare. Si tratta di Luigi Marattin, deputato di Italia viva fino a ieri, da oggi nel gruppo misto. Non un membro qualsiasi, bensì un fedelissimo di Renzi già dai tempi del Partito democratico, dentro Italia viva si occupava perlopiù di dettare la linea economica. Da parlamentare, nella scorsa legislatura ha ricoperto il ruolo di capogruppo del Pd prima e di Italia viva all’interno della V commissione Bilancio di Montecitorio. Da luglio 2020 a ottobre 2022 (con la fine della XVIII legislatura) è stato presidente della commissione Finanze, naturalmente sempre alla Camera dei deputati.
In una conferenza stampa a Montecitorio, Marattin ha spiegato la sua scelta: «Con forte dispiacere personale ma altrettanto forte convincimento, chiarezza e determinazione politica annunciamo il nostro addio a Italia viva. Noi non condividiamo l’adesione al campo largo, nel metodo e nel merito, avrebbe dovuto essere presa in un congresso perché in un congresso era stata decisa la collocazione terzopolista di Italia viva». Marattin assicura che lo strappo si è consumato in maniera amichevole, ma chiarisce: «Non è l’esito che Italia viva merita, siamo ancora convinti che lì non ci sia niente di interessante per una proposta politica di governo del Paese: su fisco, ambiente, energia, politica estera, scuola, settore pubblico. Le posizioni del campo largo sono antitetiche a quelle di Italia viva su cui militanti e dirigenti di base hanno dato anima e cuore e ora si chiede di buttare tutto via in nome del bipolarismo, tutto questo avrebbe dovuto essere discusso».
A Marattin va riconosciuta la lucidità che agli altri della sinistra manca. Non esiste un tema su cui si trovino tutti d’accordo, lo dimostrano le tensioni montate in questi giorni, da cui alcuni preferiscono tirarsi fuori.
Marattin parla al plurale perché non è l’unico a lasciare il partito. «Le uscite da Italia viva sono già iniziate nei giorni scorsi, un paio di centinaia di persone sono con noi, cento dirigenti territoriali e altri arriveranno», assicura. Hanno fatto i bagagli quattro dirigenti territoriali: Emanuele Cristelli (Friuli Venezia Giulia), Valeria Pernice (Verona), Giorgia Bellucci (Rimini) e Alessandro Pezzini (Lodi). Non nomi di spicco, ma c’è chi è pronto a scommettere che altri big segurianno l’esempio. Uno potrebbe essere Luciano Nobili, collega a Montecitorio e amico di Marattin. Proprio ieri scriveva un post di commento al rapporto di Mario Draghi, elogiandone la visione. Mentre il collega Marattin in conferenza stampa diceva: «L’obiettivo nei prossimi anni è creare un partito liberaldemocratico e riformatore per le prossime elezioni politiche, che sarà l’interfaccia politica di quel rapporto Draghi che ora non ha interpreti in Italia».
Marattin, infatti, non trasloca in altri partiti (si parlava di Forza Italia). Lancia un progetto: «Fonderemo una associazione che si chiamerà Orizzonti liberali, un’associazione perché sarebbe velleitario e infantile uscire da un partito e fondare un partito, i partiti sono una cosa seria, soprattutto se devono colmare un vuoto di rappresentanza». Ennesimo contenitore inutile, un po’ come Italia viva, una zattera costruita per tenersi a galla, sulla quale sembrano rimasti a bordo solo Renzi e Maria Elena Boschi, in attesa di salire sul prossimo yacht di passaggio.
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Continua la guerra di Conte. Caustica la ex Lombardi: «Il M5s è biodegradabile». Veleni sulle mosse degli «infiltrati» online.Luigi Marattin è contrario ai piani per entrare nel campo largo. Via anche quattro dirigenti locali. Voci pure sull’addio di Nobili.Lo speciale contiene due articoli.Passano i giorni, ma la crepa tra il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, e il fondatore e oggi «garante», Beppe Grillo, si allarga sempre di più. Vecchi e nuovi esponenti si posizionano su una barricata o sull’altra. L’ex parlamentare ed ex ministro Danilo Toninelli è tornato a prendere le parti di Grillo, commentando la definizione del comico genovese come «sopraelevato», coniata appunto dall’ex premier. «Grillo si definisce ironicamente “Elevato”, ma lo fa in contraddizione rispetto ai partiti tradizionali, dove il leader si attacca al potere e nomina i propri uomini. Grillo non ha mai chiesto incarichi, non ha fatto il ministro, né è entrato in parlamento o in una partecipata. Ha sempre rappresentato l’esempio più altruistico e generoso della politica italiana». Secondo Toninelli «quello di Conte è un attacco personale. Beppe ha sempre sostenuto due principi fondamentali: il limite dei due mandati e la democrazia diretta, mentre Conte, rispondendo con l’ironia del “sopraelevato”, si allontana da questi valori. Questa è una dialettica che vediamo più spesso nei partiti tradizionali, come in Renzi, piuttosto che nel Movimento 5 stelle». Per Grillo si schierano le truppe cammellate. Anche l’ex sindaco di Roma, Virginia Raggi, difende il suo padre padrino. «Il Movimento nasce come idea, come metodo, come possibilità e io credo che oggi ci sia bisogno di tornare a quel metodo e a quel laboratorio, altrimenti si diventa solo la brutta copia degli altri partiti». E aggiunge: «Con Grillo ci sentiamo più o meno regolarmente, ci siamo fatti gli auguri per le vacanze», ha aggiunto. «Oggi il M5s ha uno statuto che è una sorta di regolamento che disciplina cosa si può fare e cosa non si può fare nel M5s. Se questo statuto dà a Beppe Grillo dei poteri e lui li esercita, fa bene. La cosa più brutta è trasformarsi in quello che si è sempre detto di voler combattere, è terribile». E alla domanda: «Se ci fosse una questione legale, a colpi di carte bollate tra Grillo e Conte?», risponde: «Sicuramente non sarei io l’avvocato, la questione mi lascia un po’ scossa, turbata. Mi dispiace molto, da persona che ha creduto molto e crede nel Movimento. Se si arriverà alle carte bollate se la vedranno gli avvocati». Per Roberta Lombardi, altra ex storica, è l’ora di voltare pagina: «Il M5s era un progetto biodegradabile», sostiene, «è ora di accettare la sua dissoluzione». E c’è chi, come Alessandro di Battista, raggiunto dalla Verità, proprio non vuole commentare. Il vicepresidente del Movimento, Michele Gubitosa, è arrivato a mettere in dubbio la consulenza da 300.000 euro di Grillo per «inadempienza». La vicenda dalle parole è pronta a giocarsi tra statuti e regolamenti. della questione Grillo «se ne occuperanno gli avvocati», ha tuonato Conte dal palco della festa del Fatto Quotidiano. «Grillo non può fermare le votazioni degli iscritti», ancora Gubitosa, «al massimo può esprimere delle raccomandazioni». Intanto da Campo Marzio esprimono soddisfazione per i numeri che stanno portando verso la costituente. Sono arrivati 22.000 contributi, di cui circa 3.000 da non iscritti al Movimento 5 stelle alla mezzanotte del 6 settembre, in cui si concludeva la prima fase. Loro vanno avanti senza tentennamenti. «Un grandissimo risultato», ha commentato Conte. E come prevedibile tra le idee prodotte dai grillini ci sono anche alcuni contributi che hanno a che vedere con nome, simbolo e regola dei due mandati. A dimostrazione, secondo l’ex premier, che sono temi caldi.«Noi vogliamo guardare avanti, parlare di temi e partecipazione: c’è un’intera comunità che non si fa mettere il bavaglio e non vuole censure, ma vuole discutere di temi e partecipazione». Questo, apprende l’Adnkronos, l’umore che filtra dal quartier generale del M5S a Campo Marzio.Ora ci saranno seconda e terza fase. Documenti preparatori per informare i partecipanti sui temi all’ordine del giorno; discussione tra gli iscritti; assemblea a Roma. All’orizzonte, sempre più vicino, c’è lo scontro finale. Conte o Grillo, insomma, c’è da scegliere da che parte stare. Sempre più probabile una scissione. Pochi giorni fa una circolare del Movimento invitava gli iscritti inattivi a rinnovare l’iscrizione con un clic entro cinque giorni, pena la disattivazione dell’account. Un modo secondo alcuni per evitare infiltrazioni di seguaci di Grillo, che potrebbero boicottare l’operazione di rinnovamento. «Siccome Beppe può chiedere di ripetere un voto e, nella seconda votazione, c’è il vincolo di raggiungere almeno il 50% più uno affinché il risultato sia valido», i vertici starebbero cercando di «portarsi avanti» per «diminuire la base votanti, applicando la regola del rinnovo che però nelle scorse votazioni non hanno mai applicato», fanno sapere alcune fonti. «Illazioni», replicano da Campo Marzio: lo statuto - viene spiegato - prevede la cancellazione degli utenti inattivi, che non hanno mai fatto un accesso e non hanno partecipato a votazioni.Quella del Movimento 5 stelle rischia di diventare una breve storia triste, insomma. La fine di una parabola discendente inaugurato da Luigi Di Maio, che dal giugno 2023 serenamente ricopre la carica di rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-conte-grillo-m5s-2669156721.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="marattin-lascia-in-italia-viva-resta-in-vita-solo-renzi" data-post-id="2669156721" data-published-at="1725965375" data-use-pagination="False"> Marattin lascia: in Italia viva resta in vita solo Renzi Morti e feriti nel campo largo. Anche solo a parlarne. Come da tradizione è il solito Matteo Renzi a crear scompiglio. Mentre da una parte c’è chi promette guerra e fiamme all’idea di un suo possibile ingresso nella possibile alleanza ampliata della sinistra, dall’altra c’è chi, nel suo partito, di campo largo proprio non vuole sentir parlare. Si tratta di Luigi Marattin, deputato di Italia viva fino a ieri, da oggi nel gruppo misto. Non un membro qualsiasi, bensì un fedelissimo di Renzi già dai tempi del Partito democratico, dentro Italia viva si occupava perlopiù di dettare la linea economica. Da parlamentare, nella scorsa legislatura ha ricoperto il ruolo di capogruppo del Pd prima e di Italia viva all’interno della V commissione Bilancio di Montecitorio. Da luglio 2020 a ottobre 2022 (con la fine della XVIII legislatura) è stato presidente della commissione Finanze, naturalmente sempre alla Camera dei deputati. In una conferenza stampa a Montecitorio, Marattin ha spiegato la sua scelta: «Con forte dispiacere personale ma altrettanto forte convincimento, chiarezza e determinazione politica annunciamo il nostro addio a Italia viva. Noi non condividiamo l’adesione al campo largo, nel metodo e nel merito, avrebbe dovuto essere presa in un congresso perché in un congresso era stata decisa la collocazione terzopolista di Italia viva». Marattin assicura che lo strappo si è consumato in maniera amichevole, ma chiarisce: «Non è l’esito che Italia viva merita, siamo ancora convinti che lì non ci sia niente di interessante per una proposta politica di governo del Paese: su fisco, ambiente, energia, politica estera, scuola, settore pubblico. Le posizioni del campo largo sono antitetiche a quelle di Italia viva su cui militanti e dirigenti di base hanno dato anima e cuore e ora si chiede di buttare tutto via in nome del bipolarismo, tutto questo avrebbe dovuto essere discusso». A Marattin va riconosciuta la lucidità che agli altri della sinistra manca. Non esiste un tema su cui si trovino tutti d’accordo, lo dimostrano le tensioni montate in questi giorni, da cui alcuni preferiscono tirarsi fuori. Marattin parla al plurale perché non è l’unico a lasciare il partito. «Le uscite da Italia viva sono già iniziate nei giorni scorsi, un paio di centinaia di persone sono con noi, cento dirigenti territoriali e altri arriveranno», assicura. Hanno fatto i bagagli quattro dirigenti territoriali: Emanuele Cristelli (Friuli Venezia Giulia), Valeria Pernice (Verona), Giorgia Bellucci (Rimini) e Alessandro Pezzini (Lodi). Non nomi di spicco, ma c’è chi è pronto a scommettere che altri big segurianno l’esempio. Uno potrebbe essere Luciano Nobili, collega a Montecitorio e amico di Marattin. Proprio ieri scriveva un post di commento al rapporto di Mario Draghi, elogiandone la visione. Mentre il collega Marattin in conferenza stampa diceva: «L’obiettivo nei prossimi anni è creare un partito liberaldemocratico e riformatore per le prossime elezioni politiche, che sarà l’interfaccia politica di quel rapporto Draghi che ora non ha interpreti in Italia». Marattin, infatti, non trasloca in altri partiti (si parlava di Forza Italia). Lancia un progetto: «Fonderemo una associazione che si chiamerà Orizzonti liberali, un’associazione perché sarebbe velleitario e infantile uscire da un partito e fondare un partito, i partiti sono una cosa seria, soprattutto se devono colmare un vuoto di rappresentanza». Ennesimo contenitore inutile, un po’ come Italia viva, una zattera costruita per tenersi a galla, sulla quale sembrano rimasti a bordo solo Renzi e Maria Elena Boschi, in attesa di salire sul prossimo yacht di passaggio.
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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